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Full text of "La vita, le rime e altri scritti minori [microform]"

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MICROFILMED 1992 
COLU^fBIA UNIVERSITY LIBRARIES/NEW YORK 



as part of the ^ 

"Foundations of Western Civilization Preservation Project 



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would involve violation of the copyright law. 



AUTHOR: 



ALFIERI, VITTORIO 



TITLE: 



LA VITA, LE RIME E ALTRI 
SCRITTI MINORI ... 



PLA CE : 



MILANO 

DA TE : 

1917 



COLUMBIA UNIVERSITY LIBRARIES 
PRESERVATION DEPARTMENT 

RTRT.TOfìRAPHTr MTCROF ORM TARGET 



Master Negative # 



Originai Material as Filmed - Existing Bibliographic Record 



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■^^ Alfieri, Vittorio ì conte; 17 49-1803 • 
^- ..• La vita, le rine e altri scritti minori; a 
cura di Michele Soherillo ..• Milano, Hoepli, 

i' 1917. 

Ixxv, 482 pt porta., faosin. 19 om. 



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VITTORIO ALFIERI 



LA VITA, LE RIME 



E ALTRI SCRITTI MINORI 






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Vittorio Alitkki 

Riti aito da Ftaucesco Saverio Fabte. yé-lla A\ Galleria degli Uffizi, a Firenze. 



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VITTORIO ALFIERI 



LA VITA, LE RIME 



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E ALTRI SCRITTI MINORI 



A CURA DI 



MICHKI.K .SCHKRILI.O, 



Con quaitro illustrazioni. 




Ulrico Hoepli 

EDITORE LIBRAIO DELLA RE AL CASA 

MILANO 

1917 









PROPRIETÀ LETTERARIA 



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Milano» — Tipografia Umberto Allegretti — Via Orti, 2. 



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AL MIGIJOR FIORE DELLE GIOVANI 
GENERAZIONI D'ITALIA, gì' « Itali redivivi» 
auspicati dal magnanimo Astigiano, i quali al gene- 
roso appello della Patria, finalmente riaffermatasi sola 
arbitra dei suoi alti destini, da ogni angolo della 
Penisola — dalla scuola, dalle officine, dalle botteghe, 
dagli uffici, dai campi — sono accorsi con magnifico 
fervore sulle Alpi più eccelse, tra gli anfratti più 
impervii delle vallate dell'Adige e del Brenta, sulle 
contese rive dell'Isonzo, suU' insidiato mare che è 
nostro e sulla opposta sponda insidiosa che presto 
tornerà nostra; dovunque l'atavico nemico del nome 
e della civiltà italica s'annidava superbo o s'appiat- 
tava in agguato, e donde con cupida minaccia guar- 
dava alla infinita distesa del piano ubertoso, alle 
verdi colline degradanti, alle città splendenti d'oro 
o sorridenti nei capolavori d'arte dei loro fighuoli 
immortali : 

A QUANTI DI ESSI OFFERSERO IN OI.OCAUSTO I.A 



Dedica 



VI 



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VITA, GLI AFFETTI, l'avvenire; a quanti ha sorriso 
la trepida gioia deUa vittoria ; a quanti ancor vigilano e 
operano senza tregua perche il radioso sogno del «vate 
nostro », d'un'Italia roniaiianiente gagliarda, e si- 
cura nei naturali suoi confini, dalle Alpi tridentine 
al dantesco Quarnaro, si tranuiti in una stupenda 
imnmtabile realtà : 

QUESTE pagine, dove tuona la fiera parola, e 
freme l'aninia del più italiano dei nostri poeti — da 
ehe Dante padre ricreò la nostra coscienza e pro- 
clamò la nobiltà del nostro volgare — , consacro 

CON ammirazione commossa e gratitudine RE- 
VERENTE. 



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Nel settembre del 191Ó. 



Michele vScherillo. 



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Z?a^// Autografi Alfìfriani, conservati nella Biblioteca Medicea Laui enziatia. 



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IL "VATE NOSTRO,, 



Discorso di 



MICHELE SCHERILLO. 



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Pochi poeti esaltano tanto a discorrer di loro, quanto 
questo sino^olar conte repubblicano e aristocratico tri- 
buno, il quale, solo — memorando ardimento!^ — , in- 
sorse contro tutto e tutti, la plebe blasonata e i tiranni 
straccioni; e all'Italia sonnolenta e infrollita cacciò le 
fiere mani nei capelli, e la scosse, e la sospinse alla ri- 
conquista della sua libertà e della sua rigenerazione mo- 
rale e politica. L'Italia nuova e creatura di Vittorio Al- 
fieri : essa è la vera e incomparabile opera d'arte di questo 
poeta, che consacrò ad essa la vita, gli agi, la gloria, 
l'avvenire. La vagheggiò in un'ansia delirante e dolo- 
rante d'amore, e in grazia sua odiò e sfolgorò oppres- 
sori ed imbelli. La vaticinò per la terza volta regina, e 
donna di provincie; e nel tramonto precoce, ne intravide 
la regale immagine, redimita del segno di vittoria, ap- 
pressarsi all'urna sua, e inchinarvisi, come all'ara sacra 
della patria. Vate d'Italia, ei si spense nella commozione 
di quel sogno. 



1 « Voi dunque », esclamava l'Alfieri invocando « le ombre degli antichi 
liberi scrittori » nel proemio al libro III Del principe e delle lettere, «voi 
dunque..., incontaminati e liberi scrittori, inspiratemi or voi, non meno che 
salde ragioni, virile e memorando ardimento ». Donde l' inciso leopardiano 
nella canzone Ad Angelo Mai. Cfr. Scherillo, / Canti di Giacomo Leo- 
pardi, Milano, Hoepli, 1911, 3^ ediz., p. 174 e 330 ss. 



Vittorio Alfie^ri 



II. « VATE NOSTRO » 



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XI 



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Quando egli si affacciò alla vita di tra le rocche me- 
dievali del suo Piemonte ^ l'Italia, anche per i suoi figli 
migliori, era un nome vano. Ouell' ideale di un grande 
Stato nazionale, che aveva sorriso all'austera ma fervida 
fantasia del solitario pensatore di San Casciano, era 
parso un'utopia. E un'utopia non bella, se nessuno dei 
nuovi filosofi o statisti, e nemmeno dei poeti, vi volgeva 
la mente. Non forse il Filangieri, il Galiani, il Geno- 
vesi; non i Verri o il Beccaria; non certo il Metasta- 
sio, il Cesarotti, il Goldoni. Neanche Giuseppe Parini. 
Precettore amabilmente arcigno di virtù pubbliche e pri- 
vate al giovin signore lombardo, egli non protese mai 
lo sguardo, nonché- le braccia, con desiderio fraterno, 
oltre il Po o il Ticino o l'Adda, oltre i suoi laghi e i 
suoi « colli beati e placidi »; e non pare provasse alcuna 
ripugnanza nel rivolger l'animo alla brumosa Vienna, 
ch'ei sentiva più vicina forse di Firenze, di Roma, di 
Napoli, a questa sua Milano. Che l'Insubria, la sua In- 
subria, avesse un governo saggio ed onesto; e l'onesto 
brianzuolo non cercava più in là. Quando gli tocca d'ac- 
cennare al lontano imperatore, di lingua e di stirpe eso- 
tica, o al suo vicario, paesano o straniero, par di sentir 
parlare Renzo, nella sommossa per il pane. « Son si- 
curo », diceva questi, « che quando quel caro vecchione 
sentirà queste belle cose, che lui non le può saper tutte, 
specialmente quelle di fuori ; non vorrà più che il 
mondo vada così, e ci metterà un buon rimedio ». Tut- 
t'al più, pei poeti, l'Italia era ancora un'evocazione ret- 
torica ; e per gli stranieri continuava a essere « il bel 
paese » circondato dalle Alpi e corso dall'Appennino e 
lambito dai tre mari ; dove poeti e attori improvvisa- 
vano, e l'opera buffa deliziava le platee e le conversa- 



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' Cfr. il sonetto: Là dove Italia boreàl diventa..., Là nacqui, e duolmen 
forte. A pag. 416 di questo volume. 



zioni dei palchetti, e le barcarole allietavano le notti 
sulla laguna, e le canzonette di Piedigrotta quelle sul 
golfo; dove le donne erano belle e di facile conquista, 
e gli uomini gelosi e maneschi, bugiardi e accoltella- 
tori ; dov'era tutto un olezzo di rosai e d'aranceti, e i 
vini inebrianti, e le frutta succulente; e dove, burbero 
benefico, titano addomesticato, il Vesuvio dava gratuito 
spettacolo coi suoi sbuffi d'incendio e con le lave arro- 
ventate, che arrossavano coi loro bagliori il mare di 
Posilipo e di Mergellina. Intanto l'edera si abbarbi- 
cava alle colonne, agli archi, ai simulacri dell'antico 
mondo scomparso: argomento di poetiche meditazioni 
agli oziosi poeti-filosofi vagabondi ; e le erbacce spunta- 
vano di tra i crepacci delle tombe dimenticate degli avi. 

D'un tratto, un terribile suono di tromba squillò tra 
quelle rovine e quei sepolcri: per sepulcra regionum. 
Gli echi delle Alpi e degli Appennini lo ripercossero e 
propagarono ; e parve che i morti si levassero, come un 
popolo di Farinata, dalle tombe scoperchiate. E lungo 
esse, sorsero in piedi falangi di giovani frementi di vita, 
insofferenti di giogo, anelanti libera e gagliarda la pa- 
tria; e dietro le prime file, ecco le seconde, e le terze, 
e le altre ancora. I troni furono infranti, i confini var- 
cati, le barriere travolte, il barbaro oppressore cacciato 
in fuga; e non era trascorso mezzo secolo, e l'Italia fu. 
L'utopia di Machiavelli e di Alfieri si tramutò nella 
bella realtà di Cavour e di Manzoni. 

L'Alfieri si era bensì accorato, ma non aveva dispe- 
rato mai. Eppure, che deplorevole spettacolo davano di 
sé i popoli delle nostre belle città! E se ai Fiorentini, 
delle tante doti che ne avevano fatto il popolo di Fa- 
rinata e di Machiavelli, non era rimasto che «il pregio 
del bel dire »; ai Romaneschi era rimasto solo quello 
« di male oprare », e ai Napoletani di « schiamazzare », 
e ai Genovesi « di fame patire », e ai Torinesi di sco- 



XII 



Vittorio Ai^fieri 



prire i vizi altrui, e ai Veneziani di «lasciar fare», e ai 
buoni Milanesi di «banchettare», e ai Lucchesi d'infa- 
stidire gli ospiti. Ohimè, 

Tale d'Italia è la primaria gente: 
Smembrata tutta, e d'indole diversa ; 
Sol concordando appieno in non far niente. 

Nell'ozio e ne' piacer noiosi immersa, 
Negletta giace, e sua viltà tion sente ; 
Fin sopra il capo entro a Lete sommersa *. 

E Roma stessa! che cosa mai il governo teocratico 
aveva fatto della regione in mezzo a cui l'eterna città 
si ergeva! « Vuota insalùbre region, aridi campi incolti », 

Squallidi oppressi estenuati volti 

Di popol rio codardo e insanguinato... - 

Ma un presente così deplorevole non valeva che a 
rendergli più intenso il desiderio d'un più degno avve- 
nire. Se gl'Italiani parevan fatti di fango, egli si sentiva 
di ferro'. Era stato così anche per Dante. E del «gran 
padre Alighier » l'Alfieri si reputava « discepol non inde- 
gno » * ; e a Ravenna, « prostrato innanzi a' suoi funerei 
marmi, dal cor traendo profondi sospiri», ne invocava 
l'ispirazione e l'aiuto: 

Piacciati, deh!, propizio ai be' desiri, 
D'un raggio di tua luce illuminarmi. 

Di Dante, « signor d'ogni uom che carmi scriva », ma 
più specialmente di lui, che « avea mestier più forza » 

Sopra gl'itali cori; la cui scorza, 

Debil quantunque, or fiamma ninna avviva ^. 



1 Sonetto: Ai Fiorentini il pregio del bel dire; p. 565. 
- Son.: Vuota insalubre region che Stato; p. 308. 

' Son.: Son dur, lo seu, son dur, ma i parlo a gent, e Si l' è mi eh' son 
éCfer o j Italian d' potia; p. 243 e 262. 

•* Son.: O gran padre Alighier, se dal del miri; p. 344, 
' Son. : Dante, signor d'ogni uom che carmi scriva ; p. 345. 






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Ilv « VATE NOSTRO » 



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Aveva impugnata la penna perchè i tempi non con- 
sentivano che impugnasse, in prò dell'Italia, la spada. 
11 suo Machiavelli, il « divino » Machiavelli, aveva ammo- 
nito : « Perchè gli è offizio di uomo buono, quel bene 
che per la malignità de' tempi e della fortuna tu non 
hai potuto operare, insegnarlo ad altri, acciocché sen- 
done molti capaci, alcuno di quelli, più amato dal Cielo, 
possa operarlo» ^ Ond'egli, dedicando i suoi libri Della 
tirannide alla «Libertà», alla «divina Libertà», escla- 
mava magnanimo : « Io, che per nessun 'altra cagione 
scriveva, se non perchè i tristi miei tempi mi vieta van di 
fare; io, che ad ogni vera incalzante necessità, abban- 
donerei tuttavia la penna per impugnare sotto il suo no- 
bile vessillo la spada; ardisco a te sola, o divina Li- 
bertà, dedicar questi fogli ». Questi fogli, questo « li- 
bercoletto », era stato « concepito il primo d'ogni altra 
sua opera, e disteso nella sua gioventù »; ma, « rettifica- 
tolo alquanto nella matura età », ei s'era prefisso di pub- 
blicarlo « come l'ultimo ». « Che se io », soggiungeva, 
« non ritroverei forse più in me stesso a quest'ora il 
coraggio, o, per dir meglio, il furore necessario per 
concepirlo, mi rimane pure ancora il libero senno per ap- 
provarlo, e per dar fine con esso per sempre ad ogni mia 
qualunque letteraria produzione». 

Tale nell'epilogo, quale nel prologo: come gli eroi 
delle sue tragedie. Aveva del Capaneo : « qual io fui 
vivo, tal son morto ». Esempio mirabile di coerenza in 
ogni tempo, ma anche più allora, tra la nuvolaglia nera 
e i tuoni che annunziavano vicina la burrasca, e lo scro- 
scio immane del terrifico uragano, e le nuove nubi che 
si raddensavano quando il temporale pareva che dovesse 
cessare. Anni di tragico e inaudito scompiglio, il cui 
tumulto era riflesso dall'anima e dall'arte, trasmutabili 
per tutte guise, di Vincenzo Monti. 



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' Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio ; libro II, introduzione. 



XIV 



Vittorio Ai^fieri 



IL 



Ho accennato al Parini : o^iova tornare ancora a lui. 

E«^li, « l'ori^inaHssimo autore del Mattììio », non era 
stato, a giudizio dell'Alfieri, che un precursore: «vero 
precursore della futura satira italiana » '. La sua era 
stata una satira provinciale, per necessità dei tempi e 
anche delle peculiari condizioni di vita del poeta. Aveva, 
e in quel primo poemetto e negli altri che seguirono, 
mirato esckisivamcnte alla correzione dei costumi lom- 
bardi ; come, nelle sue prime commedie, il Goldoni aveva 
quasi esclusivamente mirato a riprodurre, e a castigare 
ridendo, i costumi veneziani. Al barone De' Martini, in- 
viato da Giuseppe II a riordinare il foro lombardo, l'au- 
stero poeta, con uri):uiità tutta oraziana, esponeva così 
i suoi intenti morali ed artistici : 

Spesso gli uomini scuote un acre riso; 

Ed io con ciò tentai frenar gli errori 

De' fortunati e de gl'illustri, fotjte 

Onde nel popol poi discorre il vizio. 

Né paventai seguir con lunga beffa 

E la superbia prepotente, e il lusso 

Stolto ed ingiusto, e il mal costume, e l'ozio, 

E la turpe mollezza, e la nemica 

D'ogni atto egregio vanità del core. 

Non nutriva ambizioni eccessive : intendeva « render 
saggi e buoni i cittadini suoi ». Il che, s'affrettava a 
soggiungere, rispondeva, o avrebbe dovuto rispondere, 
agl'intendimenti del padrone augusto, che risiedeva a 
Vienna: 



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II, « VATE NOSTRO » 



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^ Cfr. Vita^ IV, IO ; a p. 246-47 di questo volume. 



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così, la mente 
lo d'Augusto prevenni; a cui, se in mezzo 
All'alte cure, de' miei carmi il suono 
Salito fosse, a la salute, a gli anni 
Onde son grave, avrei miglior sostegno, 
E a! termin condurrei la impresa tela '. 

Un atteggiamento codesto che non era poi molto dis- 
simile da quello che l'iroso conte aveva visto assumere 
all'abate Metastasio nei giardini imperiali di Schoen- 
brunn, quando, «con una faccia sì servilmente lieta e 
adulatoria », faceva « la genuflessioncella di uso» a Maria 
Teresa \ 

— Ma Maria Teresa e suo figlio Giuseppe II erano, o 
lasciavano sperare che fossero, dei gran sovrani ! — E che 
perciò? V^alevano, ]ìer un nobile piemontese, mo^.éo più 
e molto meglio Carlo Emanuele III e suo tìglio Vittorio 
Amedeo III ; e non per questo Vittorio Alfieri avrebbe 
mai fatto ad essi genuflessioni o indirizzato epistole in 
prosa o in versi. « Ancorché io non ami ])unt() i re in 
genere, e meno i più arbitrarii, debbo pur dire ingenua- 
mente», egli confessa, «che la razza di questi nostri 
prìncipi è ottima sul totale, e massime paragonandola a 
quasi tutte l'altre presenti d'Europa. Ed io mi sentiva 
nell'intimo del cuore piuttosto affetto per essi, che non 
avversione; stante che sì questo re (Vittorio Amedeo) 
che il di lui predecessore sono di ottime intenzioni, di 
buona e costumata ed esemplarissima indole, e fanno 
al paese loro più bene che male. Con tutto ciò », sog- 
giunge, « quando si pensa e vivamente si sente che il 
loro giovare o nuocere pendono dal loro assoluto vo- 
lere, bisogna fremere e fuggire. E così feci io dopo al- 
cuni giorni » '. 



> Le poesie di G. Patini, scelte da M. Schkrii.i.o; Milano, Hoepli, 1913; 
3» ediz., p. 365-66. 

- Cfr. Vita, III. S; p. 102. 
3 Vtta, IV, 13; p. 264. 



XVI 



Vittorio Ai^fieri 



II, « VATE NOSTRO )) 



XVII 



Una « pueril vaghezza » lo aveva una volta, nel 1769, 
spinto a visitare e inchinare Federigo li di Prussia, 

— Quel Federigo, ch'or ci tocca udire 
Denominar col titolo di Grande, 

ma che a lui «più ch'un re picciol movea l'ire», 

Che quanti guai per l'universo spande 
La Protei-forme infame Tirannia, 
Tutti son fiori onde ha quel sir ghirlande: 

Balzelli, oppressVon, soldateria, 
Brutalità, stupidità, Gallume, 
Teutonizzata la pederastia, 

E in somma il più schifoso putridume 
Di quanti darian vizj Europe sei, 
Quivi eran frutto di quel regio acume '. 

Più tardi, di quella visita avrebbe fatto a meno: «or 
per visto il mi terrei». Quegli Stati gli parvero «la 
continuazione di un solo corpo di guardia ». Presentato 
al re, non si sentì nel vederlo « alcun moto ne di ma- 
raviglia, nò di ris])etto, ma d' indegnazione bensì e di 
rabbia: moti», dichiara, «che si andavano in me ogni 
giorno afforzando e moltiplicando alla vista di quelle 
tante e poi tante diverse cose che non istanno come do- 
vrebbero stare, e che essendo false, si usurpano pure la 
faccia e la fama di vere ». Il ministro che lo presentava 
gli chiese perchè, essendo pure in servizio del suo re^ 
non avesse quel giorno indossato runiforme; gli rispose: 
« perchè in quella corte gli parca ve ne fossero degli 
uniformi abbastanza ». Il re gli rivolse « quelle quattro 
solite parole di uso »; ed io, egli narra, « l'osservai pro- 
fondamente, ficcandogli rispettosamente gli occhi negli 
occhi ; e ringraziai il cielo di non mi aver fatto nascere 
suo schiavo » ". 






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Più ch'altr'uomo, il Tiranno asconde in centro 
Del doppio cuore il marchio di sua vaglia... 

Ogni scrupol di sale in uom che ha regno, 
Stupir fa tutti, o sia ch'ei nuoca o giovi : 
Ma chi lo ammira, di ammirarlo è degno '. 

Ed eran tutti suppergiù così, i grandi come i pic- 
coli. Aveva da giovane visitati il duca di Modena, Fran- 
cesco III d'Este, governatore di Milano; il giovanissimo 
granduca Leopoldo di Toscana ; il re Ferdinando di Na- 
poli, anch'egli giovanissimo: e in tutti aveva trovata 
«una total somiglianza di contegno». Onde, conclude, 
« intesi benissimo fin da quel punto, che i prìncipi tutti 
non aveano fra loro che un solo viso, e che le corti 
tutte non erano che una sola anticamera » ^ Aveva vi- 
sitata altresì la corte di Versailles, nella solennità del 
capodanno del 1768. « Ancorché io fossi prevenuto », 
narra, «che il re non parlava ai forestieri comuni, e che 
certo poco m'importasse di una tal privazione, con tutto 
ciò non potei inghiottire il contegno giovesco di quel 
regnante. Luigi XV, il quale squadrando l'uomo pre- 
sentatogli da capo a piedi, non dava segno di riceverne 
impressione alcuna; mentre se ad un gigante si dicesse: 
Ecco ch'io ti presento una formica — , egli pure guar- 
dandola, o sorriderebbe, o direbbe forse: Oh che pic- 
colo animaluzzo! ». Venti anni dopo, al poeta sarebbe 
toccato di vedere in Parigi, nel Palazzo della Città, un 
altro Luigi re tenere un contegno assai più remissivo. 
«E di aver visto tal cosa», soggiunge, «ne loderei 
forse Dio, se non temessi, e credessi pur troppo, che gli 
effetti e influenza di questi re plebei » — i Robespierre 
dal «naso arricciato» e dalla « guatatura insolente», e 
gli altri « tanti avvocatuzzi falliti, che rigenerarono la 



• Satira /viaggi, cap. 11; a p. 103-04 di questo volume. 
" Vita, III, S; p. 103-04. 



» Satira I viaggi, e. II; p. 104. 
2 yita, III, 2; p. 68. 



XVIII 



Vittorio Ai^fieri 



Ily « VATE NOSTRO » 



XIX 



Francia » ' — « siano per essere ancor più funesti alla 
Francia ed al mondo, che quelli dei re capetini » *. . 

E aveva tre volte visitato la corte dei papi, dei ti- 
ranni, cioè, « che in lino imbelle avvoltolati >>, ardiscono 
soverchiar gli altri « sotto Tacciar sudanti » '. La prima, 
nel 1767. Era papa Clemente XIII, il Rezzònico immor- 
talato da Canova nel mara\ iglioso mausoleo erettogli in 
San Pietro. ^< Bel vecchio, e di una veneranda maestà ; 
la quale, aggiunta alla magnificenza locale del palazzo 
di Montecavallo » (chi avrebbe detto all'Altieri che quella 
sarebbe poi diventata la reggia dei re d'Italia!), «fece 
sì che non mi cagionò punto ribrezzo la solita proster- 
nazione e il bacio del piede, benché io avessi letta la 
storia ecclesiastica, e sapessi il giusto valore di quel 
piede >> *. La seconda e la terza volta, nel 1782 e 1783. 
Papa era Pio VI, Hraschi ; e il poeta, con sua « somma 
confusione », deve confessare d'essere stato, nella seconda 
delle due visite, « e dissimulato e vile ». Ma era allora fie- 
ramente innamorato; « e ciascuno in me derida se il può, 
ma riconosca ad un tempo sé stesso », egli implora. Il 
nome suo correva famoso in quei giorni a Roma di bocca 
in bocca, per le fortunatissime recite che un gruppo di 
signori dell'alta società vi aveva fatto dell'^;///^^?/^ ' ; e 



' Il Misogallo, prosa \', ii gennaio 1796, «Dialogo fra l'ombre di 
Luigi XVI e di Robespierre». 

» V^tta, III, 5; p. 85-86. Cfr. tuttavia il bel sonetto sulla decapitazione 
di Luigi XVI: D'immensa piazza in mezzo, oimè ! , torreggia, p. 414; dove 
il re è ritratto nel momento cbe sale sul palco, « impavido ed altero in sua 
innocenza», e «all'empia greggia De' schiavi suoi perdon concede intero», 

3 Saul, a. V, se. 4 ; a p. 266 della mia edizione delle Tragedie, Milano, 
Hoepli, 1912. 

* Fi/a, III, 3; p. 71. 

^ Mi è grado ricordare qui l' interessante Nota di Emanuei.k Greppi, 
Un tragico eminente discusso e giudicato nella corrispondenza privata di due 
illustri lombardi, cioè di Pietro e Alessandro Verri: il primo, scarso ammi- 
ratore delle prime cinque tragedie allora pubblicate; il secondo, entusiasta 
delle rappresentazioni di esse, a cui aveva avuto la fortuna d'assistere in 
Roma. Nell'/IrcAiVio storico lombardo, 1902, s. Ili, fase. 33, p. 161 ss. 



I 






il primo volume delle tragedie gli era giunto fresco fre- 
sco dalla tipografia sanese. Lo volle dunque presentare 
anche al sovrano, j^er « crearsi in lui un appoggio con- 
tro alle persecuzioni che già parca presentire nel cuore, 
e che ])oi in fatti circa un mese dopo gli si scatenarono 
contro ». Da qualche tempo bollivano « dei romori pre- 
teschi, che uscivano di casa il cognato dell'amata sua 
donna », il quale era cardinale. « Io non molto stimava 
il papa come papa », confessa, « e nulla il Braschi come 
uomo letterato né benemerito delle lettere, che non lo 
_ I era punto. Eppure, quell'io stesso, prèvia una ossequiosa 
4 ^m A presentazione del mio bel volume, che egli cortesemente 
accettava, apriva, e riponeva sul suo tavolino, molto lo- 
dandomi, e non acconsentendo ch'io procedessi al bacio 

|l^' ^* del piede, egli medesimo anzi rialzandomi in piedi da 
genuflesso ch'io m'era; nella quale umil positura Sua 
Santità si compiacque di palparmi come con vezzo pa- 

?^ ^ terno la guancia: quell'io stesso, che mi teneva pure in 
corpo il mio sonetto su Roma, rispondendo allora con 
blandizia e cortigianeria alle lodi che il pontefice mi 
dava su la composizione e recita d^W Antigone, di cui 
egli avea udito, disse, maraviglie; io, colto il momento in 
cui egli mi domandava se altre tragedie farei, molto en- 
comiando un'arte sì ingegnosa e sì' nobile; gli risposi 
che molte altre eran fatte, e tra quelle un Saul, il quale 
come soggetto sacro avrei, se egli non lo sdegnava, in- 
titolato a Sua Santità. Il papa se ne scusò, dicendomi 
ch'egli non poteva accettar dedica di cose teatrali quali 
ch'elle si fossero; ne io altra cosa replicai su di ciò»'. 
Non so se in una così singolare e inaspettata offerta 
ci fosse più immemore imprudenza o più incosciente im- 
pudenza. E se il Braschi, lasciandosi sedurre da vanità 



V 



' Vita, IV, io; p. 237. 



XX 



Vittorio Alfieri 



Il « VATE NOSTRO » 



XXI 



letteraria, avesse acconsentito, come mai si sarebbe po- 
tuto conciliare il nome d'un papa con una tragedia ch'è 
tutta una ribellione e un'invettiva contro «l'astuta ira 
crudel tremenda dei sacerdoti » ? L'eroe di essa non è 
a buon conto David, «d'Iddio l'eletto»; ma Saul, il 
generoso, il titanico ribelle, la vittima compianta della 
«terribil ira d'inesorabil Dio». E da codesto feroce Iddio 
lo aveva partito appunto «l'astuta ira» dei sacerdoti; e 
David era per lui « stromento sacerdotale, iniquo ». 

Ahi tutti iniqui! traditori tutti!... 

D' Iddio nemici; a lui ministri, voi?... 

Negr'alme in bianco ammanto!..., 

egli geme. Il primo dei Leviti, il lontano successore del 
santo Aronne, Achimelech, è per lui « del fantastico al- 
tero gregge de' veggenti di Rama »; e se lo scorge nel 
campo, pensa ch'ei venga a ordirvi tradimenti. Il mini- 
stro di Dio lo sa, e glielo rinfaccia: 

straniera merce 
È il sacerdote ove Saulle impera; 

ne il Re lo nega. Ei li conosce spietati, assetati di sem- 
pre nuovo sangue ; e li abborre. 

Or, donde in voi, donde pietade? in voi, 

Sacerdoti crudeli, empj, assetati 

Di sangue sempre. A Samuel parea 

Grave delitto il non aver io spento 

L'Amalechita re, coH'armi in mano 

Preso in battaglia; un alto re, guerriero 

Di generosa indole ardita, e largo 

Del proprio sangue a prò del popol suo. — 

Misero re! tratto a me innanzi, in duri 

Ceppi ei venia; serbava, ancor che vinto, 

Nobil fierezza, che insultar non era, 

Né un chieder pur mercè. Reo di coraggio 

Parve egli al fero Samuel : tre volte 

Con la sua man sacerdotale il ferro 

Nel petto inerme ei gl'immergea. — Son queste, 

Queste son, vili, le battaglie vostre. 






\ì •* 



I 



Ogni altra cura, 

Che dell'altare, a cor vi sta. Chi sete, 
Chi sete voi? Stirpe malnata e cruda, 
Che dei perigli nostri all'ombra ride; 
Che in lino imbelle avvoltolali, ardile 
Soverchiar noi sotto Tacciar sudanti. 

Codardi, or voi, men che oziose donne, 
Con verga vii, con studiati carmi. 
Frenar vorreste e i brandi nostri, e noi? 

Per verità, diffidando della schiettezza e saldezza di 
quell'ossequio, Pio VI, ch'egli dice di stimar poco come 
papa e nulla come letterato, diede prova di un accor- 
gimento che il sommario giudizio del mortificato conte 
non lascerebbe sospettare; e mostrò di conoscer meglio 
l'anima di Vittorio Alfieri di quel che non facesse egli 
medesimo, tutto oramai invasato e ottenebrato dalla pas- 
sione d'amore, e trepidante che non gliene fosse sottratto 
il prezioso oggetto: « la pudica altrui sposa a lui sì 
cara ». 

Meglio contento di se medesimo, e di quella specie 
di carattere tragico che oramai egli vagheggiava nel 
protagonista della sua Vi/a, lo rendeva il più lontano 
ricordo della « selvaggia condotta » che aveva tenuta, 
nel 1770, nel regno e con l'autocrata dei Moscoviti. Vi 
era andato con la testa piena delle mirabili cose lèttene 
nella Storia dell'Impero di Russia sotto Pietro il Grande, 
e fors' anche nel Siede de Louis XIV, di Voltaire, e delle 
altre sentitene raccontare dai compagni dell'Accademia 
militare ; e la fantasia indomita aveva fatto il resto. 
S'intende come alla « straordinaria palpitazione del- 
l'aspettativa » tenesse dietro, nel metter piede a Pietro- 
burgo, « in queir asiatico accampamento di allineate 
trabacche », un collerico disinganno. « E tanto », narra, 
« mi vi andò a contragenio ogni cosa (fuorché le barbe 
e i cavalli), che in quasi sei settimane ch'io stetti fra 
quei barbari mascherati da Europei, ch'io non vi volli 



XXII 



Vittorio Alfieri 



Il « VATE NOSTRO » 



XXIII 



conoscere chi che sia, neppure rivedervi due o tre gio- 
vani dei primi del paese, con cui era stato in Acca- 
demia a Torino, e nej)pure mi volli lar presentare a 
quella famosa autocratrice Caterina Seconda: ed in line 
neppure vidi materialmente il viso di codesta regnante, 
che tanto ha stancato a' giorni nostri la fama ». Fu 
allora insofferenza di viaggiatore stanco ; ma riesami- 
nando poi quei fatti « per ritrovare il vero perchè di 
una così inutilmente selvaggia condotta », il poeta si 
compiacque di scorgervi « una mera iritolleranza di in- 
flessibil carattere », e una nuova manifestazione del suo 
« odio purissimo della tirannide in astratto, appiccicato 
poi sopra una persona giustamente tacciata del più or- 
rendo delitto, la mandataria e proditoria uccisione del- 
l'inerme marito ». Gli avevano dato a intendere, gli 
apologisti di quella sovrana, che con un tal delitto essa 
« voleva, oltre i tanti altri danni fatti dal marito allo 
Stato, risarcire anche in parte i diritti dell'umanità lesa 
sì crudelmente dalla schiavitù universale e totale del 
popolo in Russia, col dare una giusta costituzione » ; 
ma egli lo trovava « in una servitù così intera dopo 
cinque o sei anni di regno di codesta Clitennestra filo- 
sofessa », che lo sfacciato pretesto « fu senza dubbio la 
ragione che gli fé' pur tanto dispregiare quei popoli, 
e sì furiosamente abborrirne gli scellerati reggitori » ^ 



III. 



Qualcosa di simile era avvenuto, meno d'una ventina 
d'anni prima, a un uomo che aveva fatto e faceva molto 
parlare di sé, e che anche l'Alfieri ammirava assai. Circa 



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* ytiu, HI, 9; p. 110-12. 



il 1752 il Rousseau aveva composto, in un momento 
d'ispirazione, e ad imitazione delle Opere buffe italiane 
da lui tanto gustate nella dimora a Venezia, Le devin 
du villagc. « Tous ceux qui l'entendirent en étoient en- 
chantés, au point que, dès le lendemain, dans toutes 
les sociétcs on ne parloit d'autre chose ». E si volle, 
quasi d'autorità, darlo alla corte, a Fontainebleau. Vi 
fu invitato anche l'autore, che recitava già allora nel 
mondo e nella società parigina la parte di Diogene ci- 
nico. «J'étois», egli narra, « ce jour-là dans le méme 
équipage negligé qui m'étoit ordinaire, grande barbe 
et perru(iue assez mal peignée. Prenant ce défaut de 
décence pour un acte de courage, j 'entrai de cette fa9on 
dans la meme salle où devoient arriver, une demi-heure 
après, le roi, la reine, la famille royale, et tonte la 
cour ». Fu condotto e fatto sedere nel palco di fronte 
a quello dove andò a collocarsi il re con la signora di 
Pompadour. « Quand on eut allume, me voyant dans 
cet équipage au milieu de gens tous excessivement 
parés, je commendai d'étre mal à mon aise ; je me 
demandai si j'étois à ma place, si j'y étois mis 
convenablement; et, après quelques minutes d'inquié- 
tude, je me répondis: Oui, avec une intrépidité qui 
venoit peut-ètre plus de l'impossibilité de m'en dé- 
dire que de la force de mes raisons... Pour étre 
toujours moi-meme, je ne dois rougir en quelque lieu 
que ce soit d'étre mis selon l'état que j'ai choisi ». .Per 
buona fortuna, la figura dell' uomo selvatico non su- 
scitò scandalo, e l'opera commosse autore e pubblico 
fino alle lagrime. «J'ai vu des pièces exciter de plus 
grands transports d'admiration, mais jamais une ivresse 
aussi pleine, aussi douce, aussi touchante, régner dans 
tout un spectacle, et sur-tout à la cour, un jour de 
première représentation ». 

Quella sera medesima, il duca d'Aumont suo pa- 



XXIV 



Vittorio Alfieri 



Ih «VATE NOSTRO» 



XXV 



trono gli fece dire di trovarsi il giorno dopo alle undici 
al Castello, che egli l'avrebbe presentato al re. Gli fu 
fatto intravedere una certa pensione, che il re forse in- 
tendeva annunziargli di persona. Che notte d'angoscia 
e di perplessità successe a quella giornata di gloria ! 
Pensò ai suoi malanni, e al frequente bisogno che aveva 
d'assentarsi, « et qui pouvoit me tourmenter le lende- 
main quand je serois dans la galene ou dans les ap- 
partements du roi, au miHeu de tous ces grands, atten- 
dant le passage de sa majesté ». A buon conto, « cette 
infirmité étoit la principale cause qui me tenoit écarté 
de tout cercle, et qui m'empéchoit d'aller m'enfermer 
chez des femmes ». E poi, quando il re si sarebbe de- 
gnato di fermarsi avanti a lui e d'indirizzargli la pa- 
rola..., «ma maudite timidité, qui me trouble devant le 
moindre inconnu, m'auroit-elle quitte devant le roi de 
France, ou m'auroit-elle permis de bien choisir ce qu'il 
falloit dire? Je voulois, sans quitter l'air e le ton severe 
que j'avois pris, me montrer toutefois sensible à l'hon- 
neur que me faisoit un si grand monarque ». Invece, 
c'era tutto a temere che nel turbamento non gli uscisse 
di bocca qualcuna delle sue « balourdises ordinaires ». 
« Ce danger m'alarma, m'effraya, me fìt fremir au point 
de me résoudre à tout risque de ne m'y pas exposer ». 
Rischiava anzitutto di perdere la pensione; ma se ne 
consolava pensando che così si sottraeva anche ai do- 
véri ch'essa gl'imponeva. E insomma quella fuga, che 
in realtà non fu determinata se non dai suoi incomodi fi- 
sici e dall'eccessiva sua timidezza, a poco a poco prese 
nella sua fantasia le proporzioni d' una decisione e 
d'una rinunzia eroica. « Adieu la vérité, la liberté, le 
courage. Comment oser parier d'indépendance et de 
désintéressement? Il ne falloit plus que flatter ou me 
taire en recevant cette pension ». E soggiunge un po' 
meno eroicamente: « encore qui m'assuroit qu'elle me 



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seroit payée? ». E la risoluzione fu presa; e il giorno 
dopo, nelle prime ore del mattino, scappò a Parigi ^ 

Un eroe molto borghese, codesto discolo e avven- 
turoso figliuolo dell'allegro e spensierato orologiaio di 
Ginevra! Un avventuriero e un vagabondo pieno d'in- 
gegno, facile più che profondo, romanzesco più che 
brillante; ricco di una coltura più varia e occasionale 
che vasta e metodica ; scrittore scolorito e stentato, ma 
non senza efficacia, scarno e reboante nello stesso 
tempo ; filosofo naturalmente paradossale, e perciò at- 
traente più che persuasivo; un ribelle per istinto, ma 
anche per proposito; d'una sincerità voluta e affettata, 
ma più ancora proclamata a ogni svolta; predicatore 
di morale, come quel buon ministro calvinista che lo 
ebbe in educazione, ma lercio di tanti piccoli vizi, in- 
confessabili ma confessati, e pervaso d'un vago senti- 
mentalismo e d'una morbosa erotomania, che ne solle- 
ticava e ottenebrava l'immaginazione, e affetto d'una 
precoce e insaziata sensualità. 

All'Alfieri lo scrittore non piaceva. « Volli leggere », 
egli narra del suo ventesimo anno, « V Eloisa di Rous- 
seau ; più volte mi ci provai ; ma benché io fossi di un 
carattere per natura appassionatissimo, e che mi tro- 
vassi allora fortemente innamorato, io trovava in quel 
libro tanta maniera, tanta ricercatezza, tanta affettazione 
di sentimento, e sì poco sentire, tanto calor comandato 
di capo, e sì gran freddezza di cuore, che mai non mi 
venne fatto di poterne terminare il primo volume ». In 
un certo periodo della sua vita, il più scalmanato e 
irriflessivo, gli sarebbero forse piaciute le opere po- 
litiche di lui; ma evita di dichiararlo. Accenna solo che 
allora, nel 1769, « alcune altre sue opere politiche, come 



• Les Confessions, pt. II, liv. Vili; voi. Ili, p. 45 ss., dell'edizione di 
Parigi, 1808. 



XXVI 



Vittorio Ai.fi fri 



Il « VATE NOSTRO » 



XXVII 



il Contratto sociale, ei non le intendeva, e perciò le la- 
sciò»*. Tuttavia per l'uonìo aveva grande stima e ammi- 
razione ; non così piena e incondizionata però, diu sen- 
tirsene s[)into a conoscerlo di {)ersona. Nel secondo suo 
soggiorno a Parigi, del 1771, « avrei facilmente potuto 
vedere ed anche trattare », racconta. « il celebre (iian 
Giacomo Rousseau, per mezzo d'un italiano mio cono- 
scente che avea contratto seco una certa familiarità, e 
dicea di andar egli molto a genio al suddetto Rous- 
seau. Quest'italiano mi ci volea assolutamente intro- 
durre, entrandomi m.dlevadore che ci saremmo scam- 
bievolmente piaciuti l'un l'altro, Rousseau ed io. An- 
corché io avessi infmita stima del Rousseau, più assai 
per il suo carattere puro ed intero e per la di lui su- 
blime e indipendente condotta, che non pe' suoi libri, 
di cui c^ue' pochi che avea potuti pur leggere mi 
aveano piuttosto tediato come figli di affettazione e di 
stento; con tutto ciò, non essendo io per mia natura 
molto curioso, uè punto soft'erente, e con tanto minori 
ragioni sentendomi in cuore tanto più orgoglio e inties- 
sibilità di lui ; non mi volli piegar mai a quella dubbia 
presentazione ad un uomo superbo e bisbetico, da cui 
se mai avessi ricevuta una mezza scortesia glie n'avrei 
restituite dieci, perchè sempre cosi ho operato per istinto 
ed impeto di natura, di rendere con usura sì il male 
che il bene. Onde non se ne fece altro » '. 

E fu il meglio. Per gP italiani, vecchi e nuovi, 
il ginevrino bizzarro non ebbe e non mostrò mai molta 
simpatia ; e ne giudicava con la stessa sicumen.i igno- 
rante e leggerezza sprezzante che i tanti narratori con- 
temporanei di viaggi e i tanti romanzieri d'oltr'Alpi, 



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• Vita, III, 7 ; p. 9(». 

2 Vita 111, 12; p. 134-35. 



anche più recenti. Dei poeti nostri pare che non lo inte- 
ressasse se non il Tasso, per la leggenda dei suoi amori 
principeschi ' ; e delle belle arti nostre, non gustava in 
verità che la musica, e soprattutto il canto. Nei nostri 
Conservatoiii è rimasta celebre la sua detìnizionc del 
Genio, nel Dizioìiai io di ìuiisica. « Ne cherche point, 
jeune artiste », vi diceva, « ce (|ue c'est que le Cìénie. En 
as-tu?... tu le sens en toi-mCme. N'en as-tu pas?... 
Veux-tu donc savoir si queUfue étincelle de ce feu dé- 
vorant t'anime?... Cours, vole à Naples écouter les 
chefs-d'oeuvre de Leo, de Durante, de Jommelli, de 
Pergolesi. Si tes yeux s'emplissent de larmes, si tu sens 
ton coeur palpiter, si des tressaillements t'agitent, si 
Poppression te sutìtbque dans tes transports, prends le 
Metastasio et travaille ; son Genie échauffera le tien ; tu 
créeras à son exemple. C'est là ce que fait le (jcnie, 
et d'autres yeux te rendront bientòt les pleurs que les 
maitres t'ont fait verser ». Gli è ch'ei sentiva la musica 
più d'ogni altra arte, e si sentiva musicista assai più 
che poeta. Per poco che gli applausi parigini non lo 
tentano a ritenere il suo Deviti du village un pericoloso 
rivale della Serva padrona di Pergolesi! Al teatro del- 
l' Opera erano stati ammessi i cantanti italiani del- 
l'Opera buffa, e la musica francese n'avea ricevuto un 
colpo mortale. « Oii donnoit Egle, Pygmalion, le 
Sylphe\ rien ne tenoit. Le seul Devin die village sou- 
tint la comparaison, et plut encore après la Serva pa- 



' Narra nelle Confessions, pt. II, li\ . VH, v. II, p. 172-73, coinè il primo 
alto del suo melodramma Les Muses galantes, « en genre de musique forte », 
rappresentasse il Tasso alla corte di Ferrara. « Je puis dire » racconta, 
«que mes amours pour la princesse de Ferrare (car j'étois le Tasse pour 
lors), et mes nohles et fiers sentiments vis-à-vis de son injuste frère, me 
donnèrent une nnit cent fois plus délicieuse (jue je Jie l'aurois trouvée dans 
les bras de la première beante ile l'univers », — Assai notevole è la Nota di 
L. F. BF.NKi>KTTO,./(»rt«-/rtcyM<rj Rousseau tassodio, nel volume collettivo di 
Scritti varii in onore di R. Keniet , Torino, 1912, p. 371 ss. 



XXVIII 



Vittorio Alfieri 



II, «VATE NOSTRO» 



XXIX 



I 



Ite: 



drona » ^ Sempre e solo occupato di sé medesimo, con- 
centrato in un egoismo ombroso, non lo esaltano se non 
la campagna e le donne: a Torino come a Venezia, 
nella Savoia come a Lione o a Parigi. 

Tuttavia T Altieri non- poteva non riconoscere e amare 
nel Diogene ginevrino quell'indole appassionata e insof- 
ferente, quell'irrequietudine e incontentabilità, che per 
tanta parte rassomigliava alla sua. Non so se proprio a 
caso, ma tutti e due avevano formata la loro educazione 
su Plutarco. « Plutarque sur-tout », narra Giangiacomo, 
« devint ma lecture favorite ; le plaisir que je prenois à 
le relire sans cesse, me guérit un peu des romans ; et je 
préférai bientòt Agésilas, Brutus, Aristide, à Grondate, 
Artamène et Juba. De ces intéressantes lectures, des 
entretiens qu'elles occasionnoient entre mon pére et 
moi, se forma cet esprit libre et républicain, ce caractère 
indomtable et fier, im|)atient de joug et de servitude, 
qui m'a tourmenté tout le temps de ma vie, dans les 
situations les moins propres à lui donner l'essor. Sans 
cesse occupò de Rome et d'Athènes, vivant, pour ainsi 
dire, avec leurs grands hommes, ne moì-meme citoyen 
d'une république, et fils d'un pere dont l'amour de la 
patrie étoit la plus forte passion, je m'en enflammois à 
son exemple ; je me croyois Grec ou Romain ; je de- 
venois le personnage dont je lisois la vie : le récit des 
traits de constance et d'intrépidité qui m'avoient frappé 
me rendoient les yeux étincelants et la voix forte. Un 
jour que je racontois a table l'histoire de Scévola, on 
fut effrayé de me voir avancer et tenir la main sur un 
réchaud pour représenter son action»'. E all'Alfieri, 
ventenne, era capitato precisamente lo stesso. « Ma il 
libro dei libri per me », narra, « e che in quell'inverno », 



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del 1769, « mi fece veramente trascorrere delle ore di 
rapimento e beate, fu Plutarco, le Vite dei veri grandi. 
Ed alcune di quelle, come Timoleone, Cesare, Bruto, 
Pelopida, Catone, ed altre, sino a quattro e cinque 
volte le rilessi con un tale trasporto di grida, di pianti, 
e di furori pur anche, che chi fosse stato a sentirmi 
nella camera vicina mi avrebbe certamente tenuto per 
impazzato. All'udire certi gran tratti di quei sommi 
uomini, spessissimo io balzava in piedi agitatissimo, e 
fuori di me, e lagrime di dolore e di rabbia mi scatu- 
rivano del vedermi nato in Piemonte, ed in tempi e 
governi ove ninna alta cosa non si poteva né fare né 
dire, ed inutilmente appena forse ella si poteva sentire 
e pensare»'. Il tirannico Piemonte insomma non era 
la repubblicana Ginevra; e il fiero Allobrogo ha quasi 
l'aria d'invidiare per questo il « bisbetico » ginevrino, 
che f)ure del sangue allobrogo non riteneva nelle vene se 
non una ben piccola dose. 

Ne ha l'aria; ma in realtà egli si sarebbe fieramente 
ribellato a chi avesse osato profferirgli di « spiemontiz- 
zarsi » ' fino al punto da mutare la patria italiana, anche 
così schiava com'era, in un'altra libera, fosse pure re- 
pubblicana. Sì, il Piemonte era « paese di schiavitù »% 
e in fatto di lingua un « paese anfibio » ' che parlava 
un infame « gergaccio » ' ; ma a buon conto era parte 
dell'adorata Italia, e i Piemontesi stessi avevano in sé 
un « misto di ferocia e di generosità » '' di cui egli, pie- 
montese, si compiaceva. E va bene che Basilea, « e così 



* Conffssious, pt. II, liv. Vili; v. Ili, p. 56-7. 

• Confessions, pt. I, liv, I; v. I, p. 13. 



» Vita, III, 7; p. 9fi. 

2 Vita, IV, 6; p. 207. 

3 Lettere; al Caluso, 1786; p. 127 dell'ediz. Paravia 1903. 

* Vita, III, I ; p. 60. Altrove, II, 3, p. 29, chiama e città anfibia » Torino. 
' Vita, IV, 3 ; p. «92. 

* Vita, III, 12 : p. 140. 



XXVIII 



Vittorio Alfieri 



Il «vate nostro» 



XXIX 



drona » \ Sempre e solo occupato di sé medesimo, con- 
centrato in un egoismo ombroso, non lo esaltano se non 
la campagna e le donne: a Torino come a Venezia, 
nella Savoia come a Lione o a Parigi. 

Tuttavia l'Alfieri non- poteva non riconoscere e amare 
nel Diogene ginevrino quell'indole appassionata e insof- 
ferente, quell'irrequietudine e incontentabilità, che per 
tanta parte rassomigliava alla sua. Non so se proprio a 
caso, ma tutti e due avevano formata la loro educazione 
su Plutarco. « Plutarque sur-tout », narra Giangiacomo, 
« devint ma lecture favorite ; le plaisir que je prenois à 
le relire sans cesse, me guérit un peu des romans ; et je 
préférai bientòt Agésilas, Brutus, Aristide, à Grondate, 
Artamène et Juba. De ces intéressantes lectures, des 
entretiens qu'elles occasionnoient entre mon pére et 
moi, se forma cet esprit libre et républicain, ce caractére 
indomtable et fier, impatient de joug et de servitude, 
qui m'a tourmenté tout le temps de ma vie, dans les 
situations les moins propres à lui donnc^ l'essor. Sans 
cesse occupé de Rome et d'Athénes, vivant, pour ainsi 
dire, avec leurs grands hommes, né moi-méme citoyen 
d'une république, et fils d'un pére dont l'amour de la 
patrie étoit la plus forte passion, je m'en enflammois à 
son exemple ; je me croyois Grec ou Romain ; je de- 
venois le personnage dont je lisois la vie : le récit des 
traits de constance et d'intrépidité qui m'avoient frappé 
me rendoient les yeux étincelants et la voix forte. Un 
jour que je racontois à table l'histoire de Scévola, on 
fut effrayé de me voir avancer et tenir la main sur un 
réchaud pour représenter son action»". E all'Alfieri, 
ventenne, era capitato precisamente lo stesso. « Ma il 
libro dei libri per me », narra, « e che in quell'inverno », 



w 



del 1769, « mi fece veramente trascorrere delle ore di 
rapimento e beate, fu Plutarco, le Vite dei veri grandi. 
Ed alcune di quelle, come Timoleone, Cesare, Bruto, / 
Pelopida. Catone, ed altre, sino a quattro e cinque / 
volte le rilessi con un tale trasporto di grida, di pianti, 
e di furori pur anche, che chi fosse stato a sentirmi 
nella camera vicina mi avrebbe certamente tenuto per 
impazzato. All'udire certi gran tratti di quei sommi 
uomini, spessissimo io balzava in piedi agitatissimo, e 
fuori di me, e lagrime di dolore e di rabbia mi scatu- 
rivano del vedermi nato in Piemonte, ed in tempi e 
governi o>'e n;una alta cosa non si poteva né fare né 
dire, ed inutilmente appena forse ella si poteva sentire 
e pensare»'. Il tirannico Piemonte insomma non era 
la repubblicana Ginevra; e il fiero Allobrogo ha quasi 
l'aria d'invidiare per questo il « bisbetico » ginevrino, 
che pure del sangue allobrogo non riteneva nelle vene se 
non una ben piccola dose. 

Ne ha l'aria; ma in realtà egli si sarebbe fieramente 
ribellato a chi avesse osato profferirgli di « spieniontiz- 
zarsi » ' fino al punto da mutare la patria italiana, anche 
così schiava com'era, in un'altra libera, fosse pure re- 
pubblicana. Sì, il Piemonte era « paese di schiavitù »% 
e in fatto di lingua un « paese anfibio » ' che pariava 
un infame « gergaccio » ' ; ma a buon conto era parte 
dell'adorata Italia, e i Piemontesi stessi avevano in sé 
un « misto di ferocia e di generosità » ' di cui egh, pie- 
montese, si compiaceva. E va bene che Basilea, « e così 



< Conffssions, pt. II, liv. Vili; v. III, p. 56-7- 
"- Confessions, pt. I, liv. I; v. I, p. 13. 



» Vita, III, 7; P. 96. 

2 Vita, IV, 6; p. 207. 

3 Lettere; al Caluso, 1786; p. 127 dell'edlz. Paravia 1903. 

4 Vita, III, I ; p. 60. Altrove, II, 3. p. 29, chiama « città anfibia .> Torino. 
6 Vita, IV, 3; p. 192. 

e Vita, III, 12: p. 140. 



XXX 



Vittorio Alfieri 



tutta Svizzera >>, a chi tornava dalla Germania e dalla 
Gallia tiranniche faceva « scordare il poter regio » : 

Popolo ottuso sì, ma franco e egregio; 

ma Ginevra faceva tiitt'altro effetto, ed era meglio tirar 
di lungo. Cìinevra, la cittadella del « frenetico » Calvino 
e la cattedra di tanti « mercantuzzi filosofastri », egli l'ab- 
borriva. 

Tranne Ginevra, i cui Srimiotti abborro 
Misti di Gallo e Allobrogo ed Elvetico; 
Né in rotai saccentelli io m'inzavorro. 

I. ascio la Pieve di Calvin frenetico 
Ai mercantuzzi suoi filosofastri ; 
E sia pur culla del Rousseau bisbetico K 

S'intende che non aveva avuti, e non aveva, mag- 
giori riguardi per il profano santuario di Ferney : 

E perchè in nulla il Ver da me s'impiastri. 
Dirò che allor uè il gran VoUèrio pure 
Fa ch'io Ferney nel mio viaggio incastri. 

Qui si dava il caso inverso : ammirava moltissimo lo 
scrittore, ma disprezzava cordialmente l'uomo. Le Prose 
soprattutto, le maravigliose Prose volterriane, lo « dilet- 
tavano assai »*' (e si comprende!), lo « allettavano sin- 
golarmente » ; non così i versi (che pur si comprende !), 
che lo « tediavano », tanto che « non lesse mai la sua 
Eìiriade, se non se a squarcetti », e « poco più la Pu- 
celle, perchè l'osceno », dichiara, « non mi ha dilet- 
tato mai » '\ Non lesse « alcune delle di lui tragedie », 
ma parecchie sì, come V A/zìra, il Maometto, la Semira- 



* Satira IX, I viaggi, cap. I; p. 81-82 dell'ediz. Paravia 1903. Cfr. Vita, 
III, 6; p. 95. 

2 Vita, li, io; p. 56. 
^ Vita, III, 7; P. 96. 



Il « VATE NOSTRO » 



XXXI 



mide^', e anzi con alcune di queste, quali Y Oreste, la 
Merope, il Bruto \ osò competere. Assistette spesso 
anche alle loro recite, con ammirazione più o meno 
schietta, e i^iù o meno confessata. A buon conto, quando, 
neo^li ultimi mesi della sua vita, ebbe la bizzarra idea 
di decorare sé medesimo (\e\V Ordhie di 0???ero, tra i 
ventitré nomi di poeti sì antichi che moderni, ch'ei fece 
incidere sui grani della collana a cui era appeso il cammeo 
rappresentante Omero, ricorre anche quello di Voltaire: 
con Molière, Racine e Corncille ; con Shakespeare; con 
Eschilo, Sofocle, F.uripide ed Aristofane ; con Plauto e 

Terenzio \ 

Tuttavia l'amico e il corrispondente di Federico II 
di Prussia e di Caterina II di Russia, il Gentiluomo di 
Camera del re di Francia, gli faceva ribrezzo. Un giorno 
del 1786, leggendo in una lettera dell'amata Contessa 
ch'essa aveva « assistito in teatro a una recita del Bruto 
di Voltaire, e che codesta tragedia le era sommamente 
piaciuta », si sentì preso da collera, come dinanzi a una 
profanazione. « Io », narra, « che l'avea veduta reci- 
tare forse dieci anni prima, e che non me ne ricordava 
punto, riempiutomi istantaneamente di una rabida e di- 
sdegnosa emulazione sì il cuor che la mente, dissi fra 
^e: — Che Bruti, che Bruti di un Voltaire! Io ne farò 
dei Bruti, e li farò tutt'a due: il tempo dimostrerà poi 
se tali soggetti di tragedia si addicessero meglio a me, 
o ad un francese nato plebeo, e sottoscrittosi nelle sue 
firme per lo spazio di settanta e più anni : Vo/ta?'re 
ge7itiìì(omo ordinario del re\ » '. No, « gallo Volterò »; 



1 Cfr. Vita, III, 4. P- 80; ^V, I, p. 177. 

2 Cfr. Vita. IV, 5, 9, 16; p. 201-2, 228, 282; e le Avvfft^nzf d^mt pre- 
messe a codeste tragedie nella mia edizione, Milano, Hoepli, 1912. 

3 Vita, IV, 31. Si ricordi il senile epigramma 

Forse inventava Alfieri un ordin vero 
Nel farsi ei stesso cavalier d'Omero. 
* Vita, IV, 16; p. 282. 



Sj^.jBHS»»«**fl^K^**^ 



XXXII 



Vittorio Alfieri 



Il « VATE NÒSTRO » 



XXXÌII 



nonostante gl'inchini e i delirii dei « Voltereschi figli 
od aborti ciancerelli tanti », tu non potrai scusarti che 
« a libertà pretesto cercassi tu, qual buon scrittore il 
de', combattendo ogni errore, or questo or quello»; 

Libertà — Gallo sei! — non era in te: 
Tua firma stessa io te n'adduco in prova, 
Ser Gentiluom di Camera del Re K 



IV. 



Avrebbe potuto facilmente, nel soggiorno che fece a 
Vienna nel 1769, « conoscere e praticare il celebre poeta 
Metastasi© » ; ma quella « genuflessioncella d'uso » che 
gli vide fare all'imperatrice, valse del tutto a farglierne 
passar la voglia. « Giovenilmente plutarchizzando, mi esa- 
gerava », dice, « talmente il vero in astratto, che io non 
avrei consentito mai di contrarre ne amicizia ne fami- 
liarità con una Musa appigionata o venduta all'autorità 
despotica da me sì caldamente abborrita ». 

Viva sepolta in corte aver sua mente 
Vedev'io là l'impareggiabil nostro 
Operista, agli Augusti blandVente; 

E il mal venduto profanato inchiostro 
Sprezzar mi fea il Cesareo Poeta : 
Tai due nomi accoppiati a me fan Mostro-. 

Il plutarchis7no giovanile, inestinto, e di volta in volta 
risorgente: — che era, come abbiiimo visto, un altro dei 
punti di contatto tra il poeta piemontese e il filosofo 



1 Satira vii, Vantireligioneria-, p. 71 dell'ediz. Paravia 1903. Cfr. Vita, 



ginevrino. L'annunzio che il suo Discorso Si le progres 
des Sciences et des arts a contribué à corrompre ou à 
épìirer les moeurs aveva vinto il premio dell'Accademia 
di Digione, valse - si era nel 1750, ed egli quindi con- 
tava già trentotto anni — a ridestare, narra il Rous- 
seau, « toutes les idées qui me l'avoient diete, les anima 
d'une nouvelle force et acheva de mettre en fermenta- 
tion dans mon coeur ce premier levain d'héroisme et 
de vertu que mon pére et ma patrie et Plutarque y 
avoient mis dans mon enfance. Je ne trouvai », sog- 
giunge, « plus rien de grand et de beau que d etre 
libre, vertueux, audessus de la fortune et de l'opinion, 
et de se suffire à soi-mème » \ Un risorgimento codesto 
che pur l'Alfieri avvertì in se medesimo; un po' pm 
precocemente, a ventitré anni, nel tornare in patria nel 
1772, dopo il secondo, lunghissimo, viaggio per la Ger- 
mania, la Danimarca, la Svezia, la Russia, l'Olanda, 
l'Inghilterra, la Francia, la Spagna e il Portogallo. Agh 
occhi dei più, e dei suoi stessi, quei cinque anni di va- 
gabondaggio erano stati infruttuosi; tuttavia ei sentiva 
che gli si erano « assai allargate le idee, e rettificato 
non poco il pensare ». Così che quando suo cognato, 
ottimo uomo e uno dei gentiluomini di camera del re,- 
gli volle riparlare d'impieghi diplomatici che avrebbe 
dovuto sollecitare, ei gli rispose: «Che avendo veduti 
un pochino più da presso ed i re, e coloro che gli rappre- 
sentano, e non li potendo stimare un jota nessuni, 10 non 
avrei voluto rappresentare né anche il Gran Mogol, non 
che prendessi mai a rappresentare il più piccolo di tutti 
i re dell' Europa, qual era il nostro ; e che non rima- 
neva altro compenso a chi si trovava nato in simili 
paesi, se non se di camparvi del suo, avendovelo, e 



p. 282. 



2 Vita, III, 8; p. 102; e Satira ix, I viaggi, cap. 11, p. 83. 



» Confessions, pt. ii, 1. vili; voi. m, p. 15-16. 



^i«^«#«^«i^i«^jitic«iin^ 



XXXIV 



Vittorio Alfieri 



II, « VATE NOSTRO » 



XXXV 



K 



» 



d'impiegarsi da sé in una qualche lodevole occupazione, 
sotto gli auspici, favorevolissimi sempre, della beata in- 
dipendenza » ^ . 

La << lodevole occupazione » ch'egli prescelse fu di 
illuminare e commuovere i popoli allo spettacolo della 
libertà, e d'incitare gli oppressi a scuotere dal loro dorso 
il secolare e vergognoso giogo della tirannide. E parlò 
con l'ardore e l'ardimento, con l'entusiasmo e l'efùcacia 
di un profeta biblico : come già in Italia avevan parlato 
Dante e Machiavelli. E perchè la sua voce, ai tiranni 
molesta, potesse risonare, e percuoter come vento pur 
le cime più alte, agli agi della piccola patria ei preferì 
un volontario esilio. 

La missione ch'egli si attribuì fu maturata in lui da 
lunga riflessione. Nel libro De/ priìicipe e delle lettere 
esamina quali rapporti corrano, o possano e debbano 
correre, tra colui che la nascita pone alla testa dei po- 
poli, e l'uomo di lettere che senta la dignità del suo 
ufficio. Principe, egli defluì, è « colui che può ciò che 
vuole, e vuole ciò che più gli piace ; ne del suo ope- 
rare rende ragione a persona; ne v'è chi dal suo volere 
il diparta, né chi al suo j)otere e volere vaglia ad op- 
porsi »\ È insomma il tiranno, quali eran quelli che 
allora dominavano l'Europa, e quali quelli ch'egli ritrasse 
nelle sue tragedie. « Costui », egli continua, « che in 
mezzo agli uomini sta come starebbe un leone fra un 
branco di pecore, non ha legami con la società, se non 
quelli di padrone a schiavo; non ha superiori, ne eguali, 
né parenti, né amici.... Costui non si crede di una stessa 
specie che gli altri uomini.... Costui, per lo più poco 
avvezzo a ragionare, e molto meno a pensare, non co- 
nosce e non prezza altra distinzione fra gli uomini, che la 



maggior forza... Il principe vede soggiacere a lui qualunque 
merito, qualunque dottrina, qualunque virtù, che in emi- 
nente grado distinguano l'un uomo dall'altro....; quindi, 
senza sforzo veruno d'ingegno, il principe fra sé stesso 
conchiude (e ottimamente conchiude), che l'uomo vera- 
mente sommo é quel solo che comanda e atterrisce un 
maggior numero d'altri uomini ». Di fronte a lui sta, o 
dovrebbe stare, l'uomo di lettere. Queste, come che si 
abbiano a definire, « per certo sono una cosa contraria 
afl"atto air indole, ingegno, capacità, occupazioni e de- 
siderii del principe ». Se esse « son l'arte d'insegnar di- 
lettando, e di commuovere, coltivare, e bene indirizzare 
gli umani afletti, come mai il toccare ben addentro le 
vere passioni, lo sviluppare il cuore dell'uomo, l' indurlo 
al bene, il distornarlo dal male, l'ingrandir le sue idee, 
il riempirlo di nobile e utile entusiasmo, l'inspirargli un 
bollente amore di gloria verace, il fargli conoscere i suoi 
sacri diritti; e mille e mille altre cose, che tutte pur 
sono di ragione delle sane e vere lettere ; come mai po- 
tranno elle un tale efletto operare sotto gli ausi)icj d'un 
principe? e come le incoraggirà a produrlo, il principe 
stesso? » ^ 

Nelle opere d'ingegno nate nel principato, « dovrà 
necessariamente essere assai più la eleganza del dire, 
che non la sublimità e forza del pensare. Quindi, le ve- 
rità importanti, timidamente accennate appena qua e là, 
e velate anche molto, infra le adulazioni e l'errore vi 
appariranno quasi naufraghe. Quindi é che i sommi let- 
terati (la di cui grandezza io misuro soltanto dal mag- 
gior utile che arrecassero agli uomini) non sono stati 
mai pianta di principato. La libertà li la nascere, l'in- 
dipendenza gli educa, il non temer li fa grandi ; e il 



' V'Ha, III, 13; p. 149. 

- Del principe e delle lettere, 1. i, cap. 2 ; p. 6 dell'ediz. Paravia 



1 Del principe e delle lettere, 1. i, e. 3; p. 7. 



XXXVI 



Vittorio AIvFieri 



Ih « VATE NOSTRO » 



XXXVII 



■fi 



non essere mai stati protetti, rende i lóro scritti poi 
utili alla più lontana posterità, e cara e venerata la lor 
memoria ». L'Alfieri non s'arresta avanti alle conse- 
guenze ; e tra i «letterati di principe», e quindi non 
« sommi », annovera Orazio e Virgilio, Ariosto e Tasso, 
Racine, « e molti altri moderni, che sempre temono che 
il lettore troppo senta quando vien loro fatto di toc- 
care altre passioni che l'amore ». Tuttavia « que' tuoni 
di verità, i quali, perchè paiono forse meno eleganti, 
sono assai meno letti, e che essendo più maschi, più 
veritieri, incalzanti e feroci, sono assai meno sentiti dal- 
l'universale, perchè appunto fan troppo sentire; quelli 
non sono mai di ragione di principe ». Tali Eschilo e 
Sofocle ed Euripide, Lucrezio e Cicerone, Tacito e Gio- 
venale, Dante e Machiavelli, Milton e Montesquieu \ 

Non già che gli scrittori contemporanei fossero tutti 
sordi alle ispirazioni della Libertà. « Non sono, o divina 
Libertà, spente affatto in tutti i moderni cuori le tue 
cocenti faville : molti ne' loro scritti vanno or qua or là 
tasteggiando alcuni dei tuoi più sacri e più infranti di- 
ritti. Ma quelle carte, ai di cui autori altro non manca 
che il pienamente e fortemente volere, portano spesso 
in fronte il nome o di un principe o di alcun suo sa- 
tellite; e ad ogni modo pur sempre di un qualche tuo 
fierissimo naturale nemico. Quindi non è maraviglia, se 
tu disdegni finora di volgere benigno il tuo sguardo ai 
moderni popoli, e di favorire in quelle contaminate carte 
alcune poche verità, avviluppate dal timore fra sensi 
oscuri ed ambigui, e inorpellate dalla adulazione » ". 



' Del principe f delle lettere, 1, i, e. 3; p. 8. 

2 Della tirannide, 1. i, Alla liberta; p. 117 dell'ediz. Paravia. 



V. 



L'Alfieri è — ancor come Dante, e come il Tasso 
e il Leopardi - di (luei poeti che sono essi medesuni 
un'affascinante opera d'arte. Scorrendone le pagine im- 
mortali, la loro figura, balda e pensosa o mesta ed ele- 
giaca, ci sta costantemente innanzi alla fantasia; e i 
particolari della loro poesia, pur ciuando vorrebbe es- 
sere oggettiva, si avvivano e colorano al riflesso della 
luce che emana dai loro occhi, o fieri o lagrimosi. In 
ogni espressione più accesa, in ogni scatto, perfino in 
ogni reticenza, a noi sembra, e piace, sorprendere o in- 
dovinare un palpito o un disdegno o un sospiro del 
poeta diletto. Nella generosa follia di Saul come nelle 
ansie frementi d'Icilio, nell'angosciosa attesa di Oreste 
come nel cruccio d'amore e di gelosia di don Carlo, 
noi amiamo di riconoscer lui, il vate nostro, che quelle 
grandiose passioni « incise col terribile, odiator de' ti- 
ranni, pugnale ». 

Guardiamolo in faccia. Persona alta e sottile, e capo 
inclinato verso terra; capelli rossi, un po' radi sulla 
fronte; bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono, giusto 
naso, bel labbro e bei denti : 

Pallido in volto, più che un re sul trono. 

« Avea sul volto il pallor della morte e la speranza », 
determinò poi Ugo Foscolo, che lo conobbe ed ammirò. 
Passionato, ma d'umor vario e mutevole: 

Or duro, acerbo, ora pieghevol, mite; 
Irato sempre, e non maligno mai; 
La mente e il cor meco in perpetua lite. 

Per lo più mesto e talor lieto assai.... ' 



» Son. : Sublime specchio di veraci detti, p. 37i. 



XXXVIII 



Vittorio Alfieri 



Irato e mesto, giacché l'Ira e la Malinconia erano 
le « due fere donne, anzi due furie atroci », ch'egli, mi- 
sero!, non riusciva a togliersi dai fianchi: 

Ira è l'una, e i sanguigni suoi feroci 
Serpi mi avventa ognora al lato manco; 
Malinconia dall'altro, hammi con voci 
Tetre offuscato l'intelletto e stanco '. 

Irato, ma non perciò inaiigno; giacché «dell'ira al 
flagellar rovente » egli non obbediva mai ciecamente, 
anzi, « signor d'essa », non le donava che se medesimo '. 
Non avveniva così della malinconia, che lo travagliava 
tanto da fargli bramare « le stigie foci», e solo nel pen- 
siero della morte il core si rinfrancava. Fieramente in- 
namorato, essa, la malinconia, « appien depressa la fan- 
tasia mi tien, l'alma e la mente ». E se la donna amata 
era assente, l'accidiosa mestizia diveniva il suo stato 
abituale. 

Mesto son sempre ; ed il pianto e la noia, 
Dell'iinitil mio viver son le scorte: 
Ma il dolor, che alla speme ancor le porte 
Schiude, non vuol ch'io viva, e non ch'io muoia. 

Quindi adirato e torbido, ogni gioia 
Sfuggo più assai ch'altri non sfugge morte; 
E son Biie poche doti intere assorte 
Nell'ozio, che i più belli anni m'ingoia '. 

Quando poi nel cuore regnava una tal quale bonac- 
cia, la malinconia stessa, di atroce che era, diventava 
«dolcissima»; anzi, compagna fida, che ristorava l'in- 
gegno stanco. 

Malinconia dolcissima, che ognora 
Fida vieni e invisibile al mio fianco, 
Tu sei pur quella che vieppiù ristora 
(Benché il sembri offuscar) l'ingegno stanco. 



* Son. : Due fere donne, anzi due furie atroci^ p. 357. 
■^ Cfr. tuttavia Vita, 111, 12; p. 139-41. 
3 Son. LXiii, p. 364. 



Il, «VATE NOSTRO» 



XXXIX 



Ed essa, come un'amante gelosa, lo voleva tutto per 
se, e lo trascinava fuori del mondo, in luoghi remoti e 
deserti ; ed ivi lo inebriava delle gioie più pure, e gli 
insegnava la dolcezza del piangere, e l'arte di fare irre- 
sistibilmente e deliziosamente piangere altrui. 

Ma tu, solinga infra le selve e i colli, 
Dove serpeggin chiare acque sonanti. 
Tuoi figli ivi di nettare satolli. 

Ben tutto io deggio ai tuoi divini incanti, 
Che spesso gli occhi a me primier fan molli, 
Perch'io poi mieta a forza gli altrui pianti. ' 

Gl'insegnava «la dolcezza delle lagrime», che l'an- 
tico Omero conobbe, e che Ossian, il nuovo presunto 
Omero della Caledonia, faceva risentire ai cuori imme- 
mori e per lunga desuetudine induriti'. 

Omero ed Ossian: giacché l'Alfieri, come più tardi 
il Foscolo e il Leopardi, amava bensì il drappeggio clas- 
sico, ma aveva l'anima sensitiva e fantasiosa d'un ro- 
mantico. S'inibì la lettura di Shakespeare non già per- 
ché le tragedie di lui, nonostante i pretesi « difetti » (una 
concessione questa che anch'egli faceva all'abborrito dit- 
tatore del buon gusto !), gli spiacessero, anzi appunto 
perché troppo gli «andavano a sangue», ed egli, no- 
vizio, temeva di rimanerne sedotto \ Impaziente d'ogni 
dimo'ra un po' prolungata, correva il mondo come se 
perseguisse un fantasma irraggiungìbile di pace. Fuggiva, 
con sincerità maggiore del suo Petrarca, ogni luogo 
« ove vestigio uman l'arena stampi » ; e non già per 
isdegnosa misantropia, ma perché solo nei deserti il suo 
spirito si rimetteva in calma. 



» Son xcviii, p. 389. 

2 Cfr. ScHERiLLO, Ossian; Milano, A. Vallardi, 1895, P- 3» ss. 

3 Vita, IV, 2; p. 186. 



XI. 



Vittorio Alfieri 



II, « VATE NOSTRO » 



XLI 



Tacito orror di solitaria selva 
Di sì dolce tristezza il cor mi bea, 
Che in essa al par di me non si ricrea 
Tra' figli suoi nessuna orrida belva. 

E quanto addentro più il mio pie s'inselva, 
Tanto pili calma e gioia in me si crea.... 

Non ch'io gli uomini abborra.... 

Ma non mi piacque il vii mio secol mai ; 
E dal pesante regal giogo oppresso, 
Sol nei deserti tacciono • miei guai •. 

E con maggiore verità storica della Saffo leopardiana, 
egli godeva dell'insueto gaudio d'aggirarsi pei campi 
trepidanti, tra i nembi e il flutto polveroso dei Noti, o 
per le balze e le profonde valli, e d'udire, d'alto fiume 
alla dubbia sponda, lo scroscio delle acque, e di con- 
templare la vittrice ira dell'onda. 

Solo, fra i mesti miei pensieri, in riva 
Al mar là dove il Tosco fiume ha foce, 
Con Fido il mio destrier pian pian men giva ; 
E muggian l'onde irate in suon feroce. 

Quell'ermo lido, e il gran fragor mi empiva 
Il cuor (cui fiamma inestinguibil cuoce) 
D'alta malinconia; ma grata, e priva 
Di quel suo pianger, che pur tanto nuoce. 

Dolce oblio di mie pene e di me stesso 
Nella pacata fantasia piovea ; 
E senza affanno sospirava io spesso -'. 

Nel SUO primo viaggio fuori d'Italia, l'estate del 1767, 
fermatosi qualche tempo a Marsiglia, uno dei suoi di- 
vertimenti, oltre il teatro, era il bagnarsi quasi ogni sera 
nel mare. « Mi era venuto trovato », racconta, « un luo- 
ghetto graziosissimo ad una certa punta di terra posta 
a man dritta fuori del porto, dove sedendomi su la rena 
con le spalle addossate a uno scoglio ben altetto che 
mi toglieva ogni vista della terra da tergo, innanzi e in- 



1^ 



afc«teL-j 



torno a me non vedeva altro che mare e cielo: e così 
fra quelle due immensità, abbellite anche molto dai raggi 
del sole che si tuffava nell'onde, io mi passava un'ora 
di delizie fantasticando » '. Proprio come il Leopardi sul- 
l'ermo colle dell'Infinito! — Nel secondo e più lungo 
viaggio, del 1769 e 1770, nella Svezia, l 'inusitato spet- 
tacolo delle « tante braccia di neve, e tutti i laghi rap- 
presi », cosi da non poter proseguire con le ruote, ed 
esser costretto « di smontare il legno e adattarlo come 
ivi s'usa sopra due slitte », lo entusiasmano. « La no- 
vità di quello spettacolo », dice, « e la greggia maestosa 
natura di quelle immense selve, laghi, e dirupi, moltis- 
simo mi trasportavano; e benché non avessi mai letto 
l'Ossian, molte di quelle sue imagini mi si destavano 
ruvidamente scolpite, e quali le ritrovai poi descritte al- 
lorché più anni dopo lo lessi studiando i ben architet- 
tati versi del celebre Cesarotti »'. E par lecito sospet- 
tare che codeste reboanti e fortunate rabberciature scoz- 
zeso- venete, per questo appunto gli toccassero tanto il 
cuore, che valevano a ridestargli nella memore fantasia 
quelle antiche e singolari e grandiose sensazioni poeti- 
che. *— E attraversando le inamabili lande deserte sul 
cammino da Barcellona a Madrid, « dove chi non ha 
molta gioventù, salute, denari e pazienza, non ci può 
resistere », egli provava « il massimo dei piaceri » in 
quel continuo « andare », così che « lo stare » gli costava 
« il massimo degli sforzi ». Gli piaceva l'andare, e a 
piedi, per « le pessime strade di tutto quel regno affri- 
canissimo », solingo, o meglio nella cara compagnia di 
un bel cavallo d'Andalusia, « stupendo animale, castagno 
d'oro ». « Quasi tutta la strada », narra, « soleva farla 
a piedi col mio bell'andaluso accanto, che mi accompa- 



1 Son, LV, p. 359. 
" Son. LXii, p. 364. 



> Viia, in, 4; P- 80-81. 
» yita, 111, 8; p. 106-07. 



XLII 



Vittorio Alfieri 



II, « VATE NOSTRO )) 



xuii 



gnava come un fedelissimo cane, e ce la discorrevamo 
fra noi due; ed era il mio gran gusto d'essere solo con 
lui in quei vasti deserti dell' Arragona ; perciò sempre 
facea precedere la mia gente col legno e le mule, ed io 
seguitava di lontano » \ 

« L'aria aperta ed il moto mi sono sempre stati 
elementi di vita», egli dichiara'. 

La manie ambulante, les voyages pcdestres, le plaisir 
d'aller... eran di quei bisogni nuovi e di quei godimenti 
strani che avevan poco prima travagliata e deliziata l'a- 
nima romantica di Gian Giacomo Rousseau. Giovanis- 
simo, gli era capitata la fortuna di « aller en Italie, 
suivre Annibal à travers les monts » ; di passare cioè le 
Alpi della Savoia, viaggiando a piedi da Annécy a To- 
rino. E di codesta « longue promenade » conservò 
sempre un graditissimo ricordo. « Ce souvenir », con- 
fessa, « m a laissé le gout le plus vif pour tout ce qui 
s' y rapporte, sur-tout pour les montagnes et les voyages 
pédestres. Je n' ai voyagé à pied que dans mes beaux 
jours, et toujours avec délices. Bientòt les devoirs, les 
aftaires, un bagage à porter, m' ont force de faire le 
monsieur et de prendre des voitures ; les soucis rongeants,. 
les embarras, la gene, y sont montés avec moi ; et dès- 
lors, au lieu qu' auparavant dans mes voyages je ne 
sentois que le plaisir d'aller, je n' ai plus senti que le 
besoin d'arriver » \ 

Per queste orride selve atre d'abeti, 
Ch'irto fan dell'aspre Alpi il fero dorso, 
Donna mia, già soletto io tenni il corso 
Tuoi rai seguendo, astri miei fidi e lieti '. 



1 Vita, m, 12; p, 137-38. 

2 Vila, li, 5; p. 37. 

* Confessions, pt. i, 1. 11 ; voi. i, p. 85. 
< Son. ccxxiv dell'ediz. Paravia, p. 148. 



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E quante « riflessioni malinconiche e morali », quante 
« ìmagini, e terribili e liete e miste e pazze », non gli 
« si andavano affacciando alla mente, in quelle solitu- 
dini » e durante quel « moto continuato » ! Avrebbe com- 
posti poemi, se avesse avuto « la possibilità di stendere 
in versi i suoi diversi pensieri ed affetti » ; ma « non 
possedendo allora nessuna lingua, e non si sognando 
neppure di dovere né poter mai scrivere nessuna cosa 
ne in prosa né in versi, io mi contentava », dice, « di 
ruminar fra me stesso, e di piangere alle volte dirotta- 
mente senza saper di che, e nello stesso modo di ri- 
dere : due cose che se non sono poi seguitate da scritto 
nessuno, son tenute per mera pazzia, e lo sono ; se par- 
toriscono scritti, si chiamano poesia, e lo sono»'. 

Tosto ch'io giunga in solitaria riva. 
Quanto a me si appresenta, o poggio o i)iaiio 
O selva o mormorio d'acque lontano, 
Tutto a prova mi accende e vuol ch'io scriva '•'. 

Divini incanti della solitudine, che solo le anime pen- 
sose e sensitive comprendono! Appartate da og4ii con- 
sorzio o rumore mondano, esse entrano in misterioso e 
intimo colloquio con le alte e le umili cose, e interro- 
gano il proprio cuore, che diventa allora meno restio a 
rivelare le sue latebre profonde. 

Tutte no, ma le molte ore del giorno. 
Star solo io bramo; e solo esser non parmi, 
Purché il pensier degnando ali prestarmi 
M'innalzi a quanto a noi si aggira intorno. 

Or l'ampio ciel d'eterne lampe adorno, 
Or di man d'uomo architettati marmi, 
Or d'alti ingegni industriosi carmi ; 
E l'ulivo, e la rosa, e l'ape, e l'orno, 



1 Vita, III, 12 ; p. 138. 

= Son. cci dell'ediz. Paravia, p. 128. 



'^^'^ffW' 



XXIV 



Vittorio Ai^fieri 



II, « VATE NOSTRO » 



XI.V 



E il monte, e il fiume; e i tempi antichi e i nostri; 
E Tuman core ; e del mio core istesso 
I più segreti avviluppati chiostri '. 

Dov'è una risonanza ancora dcW /njìni'/o leopardiano: 
« .... e mi sovvien reterno, E le morte stagioni e la 
presente E viva, e il suon di lei ». 



VI. 



Le maravigliose e tanto varie bellezze della natura 
affascinavano e intenerivano fino al pianto l'anima di 
quel poeta, che nelle tragedie, salvo che nel San/, s'in- 
terdice ogni palpito, ogni immagine, ogni colore che 
possa tradire quelle sue emozioni soggettive, pur così 
profonde. Dei mirabili spettacoli naturali — dalle albe 
infocate, quando par che il sole sorga « in sanguinoso 
ammanto », ai malinconici tramonti, quando « il sol ca- 
dente » par che simboleggi la cadente possanza — egli 
aveva il sentimento vivo, e ne riprovava in se medesimo 
i rapidi e diversi fenomeni: come appunto il povero re 
Saul. Nel febbraio del 1781, costretto ad allontanarsi da 
Roma, dove la sua donna, finalmente separata dal sozzo 
marito, languiva in un monastero sospirando la libera- 
zione e l'amore, il pellegrino poeta si sdegna col sole, 
che osa splendere sereno sulla dolorosa via del suo esilio, 
volontario ma necessario. Perchè non si conforma esso 
pure alla triste condizione dell'anima sua? 

Sole, di un mesto velo tenebroso 
Io ti vedea coprir gli almi tuoi rai 
Ieri, in quel punto orribil doloroso, 
In cui dalla mia donna mi strappai. 



E parca tiuel tuo aspetto lagrimoso 
Dirmi : Non vidi nel mio corso mai 
Caso d'amor più rio, né più sforzoso 
Commiato, né più veri e crudi lai. 

Oggi, perchè mostrar serena tanto 
E allegra a me la tua raggiante fronte? 
Che? non è tutta or la natura in pianto?' 

E la contemplazione di tutte quelle cose belle, met- 
tendo in fuga la micidiale noia, gli dettava le norme 
del ben oprare. 

Cose, onde ognora in mille foruìe intesso 
Norma, che fida il ben oprar mi mostri; 
Fan che in me noia mai non trovi accesso -. 

Contemplante malinconico, ma né annoiato né acci- 
dioso : meno elegiaco del suo maestro, il Petrarca; meno 
melodioso, ma assai più virile del suo discepolo, il Leo- 
pardi. Malinconico, anzi dolorante, per amore: ma non 
già per un inasseguibile amore, come il Petrarca; e non 
per un vago e fuggitivo fantasma femminile, come il 
Leopardi. La donna sua era viva, e reale, e formosa; e lo 
riamava e lo desiderava ; ma essa era violentemente e 
villanamente trattenuta in forza altrui: onde l'angoscia 
e lo struggimento, che lo spettacolo dell'incantevole ar- 
monia dei colori varii e vivi del piano e del monte, e 
del gioco alterno del sole e dell'ombra, non valevano 
a disgombrargli dall'anima. 

Gran pittrice è Natura. Oh amabil vaga 
Armonia di color si vari e vivi. 
Che il cor, la vista, e lo intelletto appaga! 
Qual fia pennel che a tua bellezza arrivi? 

gui il pralello, che pare opra di maga, 
Ride fra due fuggenti argentei rivi; 
Più là rosseggia l'odorosa fraga, 
Fra i bei lauri non mai di fronda privi: 



< Son. XXVI, p. 321. 

2 Son.: Tutte no, ma le molte ore del giorno, p. 387. 



' Son. xcv, p. 386-87. 



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XLVI 



Vittorio Alfieri 



Più su, di querce si corona il monte ; 
E un bizzarro alternar di sole e d'ombra, 
Or fa negra, ora indora a lui la fronte. 

i.à, quanto trar può l'occhio, il piano ingombra 
\'erde speme di messi a ingiallir pronte.... 
Ma nulla il duol dall'alma mia disgombra '. 

Una passione prepotente e travolgente l'amore, in 
quella tragica anima di poeta; che, per nobile bizzarria 
(ed ebbe in questo seguace fido e costante il rievocatore 
degli strazii deliranti della regina Ermengarda e narra- 
tore dei pietosi casi della contadina Lucia), rifuggi poi 
dal ritrarla sul teatro. 11 Filippo e la Mirra costitui- 
scono un'eccezione, che l'Alfieri medesimo s'affretta a 
scusare più che a giustificare. In lui quella passione as- 
sumeva subito l'impetuosità selvaggia dell'uragano. Ei 
ne provava tutte le furie e le malinconie, gli scoramenti 
improvvisi e i vividi entusiasmi; e in preda all'insania 
e al delirio d'amore, ruggiva come un leone trafitto. 
Così avrebbe amato Saul, e così aveva amato Dante: 
non quello giottesco della Vita Nuova, s'intende, ma 
quello rubesto e manesco del « caldo borro » delle can- 
zoni pietrose. 

Tante, sì spesse, si lunghe, sì orribili 
Percosse or dammi iniquamente Amore. 
Che i mie' martìri omai fatti insoffribili 
Mi van traendo appien del senno fiiore. 

Or — cieca scorta — odo il mio sol furore; 
P- d'un pestifero angue ascolto i sibili, 
Che mi addenta, e mi attosca e squarcia il (Mjore 
In modi mille, oltre ogni dir terribili: 

Or, tra ferri e veleni, e avelli ed ombre. 
La negra fantasia piena di sangue 
Le vie tutte di morte hanmii disgombre : 

Or piango e strido; indi, qual corpo esangue. 
Giaccio immobile ; un velo atro m'ha ingombre 
Le luci; e sto, qual chi morendo langue -. 



' Son. Lxviii, p. 367-68. 
^ Son. Liv, p. 358-59- 



ri 

Lì. ■ 



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Ilv « VATE NOSTRO « 



XI.VII 



Nella vita come nell'arte l'Alfieri non sentiva e non 
concepiva le passioni nella misura normale. Nei suoi 
spasimi ha del Laocoonte; nelle sue smanie, dell'Oreste. 

Sua donna è colei, 

Ch'a ogni nobile iini)resa impulso e norma, 
M'aiutava a innalzare i pensier miei '. 

E questo non per un vago ricordo petrarchesco. Ad ac- 
cenderlo lurono, è vero, quei 

Negri vivaci, e in dolce fuoco ardenti 
Orchi, cht' (late a un tempo e morte e vita '-'; 



ma 



Che fu poi «juando sotto tali spoglie 
Si sihietlo un cor, così sublime un'alma 
Trovai, discesa dall'etèree soglie? 

Oh quanto nien di mia terrestre salma 
Carco vado, in amar donna che coglie, 
l'ria di virtù, poi di l)eltà la i>alma: • 

Oh se «> inumerà mai 

quel (li bramato tanto, 
Che al lungo errare, all'incertezza, al fero 
Timor perenne, allo sperar leggiero 
Dia fine, e al nostro omai bilustre pianto! 

Allora essi, i due degni amanti, « posta in bando ogni 
noiosa cura, e riassunto il cor semplice e mondo », po- 
tranno 

Seguir virtude, e l'anima secura 

N«»n volger mai vèr l'ammorbato mondo \ 



,>| 



' Son.: Dante, signor d'ogni uom che carmi scriva, p. 345. 

- Son. VI, p. 309. 

3 Son.: O leggiadro, soave, e in terra solo, p. 316. 

' Son.: Deh! quando fia quel d'i bramato tanto, p. 348. 



\ 



XI.VIII 



Vittorio At^fieri 



II. « VATE NOSTRO » 



XLIX 



\ 



Ma finche essa è lontana, ogni luce manca all'anima 
sua, e alla bella natura, che lo circonda inerte, opaca, 
gelida, muta. 

Ad ogni colle che passando io miro, 
Cui pingue ulivo, o allegra vite adorni, 
Dico tra me: Beati almi soggiorni, 
S'ella (|ui fosse! E in così dir, sospiro. 

Se in ubertoso pian poscia mi aggiro 
Fra limpid'acque, ombrosi cerri, ed orni. 
Forza è che invano a dir lo stesso io torni : 
Ma, del non esser seco, al fin mi adiro. 

Poggi, valli, onde chiare, erbose piagge. 
Che ardir Ha il vostro d'abbellirvi, or quando 
La mia donna nel pianto il viver tragge? 

Pace e letizia son dal mondo in bando; 
Contrade siete inospite selvagge, 
Kinch'io da lei sto lungi lagrimando '. 

Certo, il motivo è petrarchesco; ma nel vecchio 
stampo è stata gettata una nuova lega, un po' più aspra 
forse, ma più dura e tenace. Com'è i)ure dell'altro so- 
netto, alla Certosa di Grenoble. 

Là dove muta solitaria dura 
Piacque al gran Bruno instituVr la vita, 
A passo le!ito, per irta salita, 
Mesto vo : la mestizia è in me natura. 

Ma vi si aggiunge un'amorosa cura, 
Che mi tien l'alma in pianto seppellita. 
Sì che non trovo io mai spiaggia romita 
(Juanto il vorrebbe la mia mente oscura. 

Pur questi orridi massi, e queste nere 
Selve, e i lor cupi abissi, e le sonanti 
Acque or mi fan con più sapor dolere -. 

Il suo è un travaglio d'amore più intenso, più fosco, 
che gli fa provare un'acre scontentezza di sé e del mondo 
circostante, e gli mette in tutte le vene un'inquietudine 



' Son. xxxvni, p. 348-4Q. 
2 Son. XI. IX. p. 355. 



tormentosa. Cosi l'elegia tenera, gemente, sospirosa, 
fluente soave come le chiare fresche e dolci acque del 
Sorga, si tramuta in un singhiozzato monologo tragico, 
scrosciante come torrente da caverna alpina. 

Le pene mie lunghissime son tante. 
Ch'io non potria giammai dirtele appieno. 
D'atri pensieri irrequieti pieno, 
Neppure io '1 so, dove fermar mie piante. 

Misera vita strascino ed errante ; 
Dov'io non son, quello il miglior terreno 
Farmi ; e quel ch'io non spiro, aere sereno 
Sol chiamo ; e il bene ognor mi caccio innante. 

S'anco incontro un piacer semplice e puro. 
Un lieto colle, un praticello, un fonte, 
'Dolor ne traggo e pensamento oscuro. 

Meco non sei : tutte mie angosce conte 
Son da quest'una; ed a narrarti il duro 
Mio stato, sol mie lagrime son pronte '. 

Nella sua anima eroica l'amor della donna e l'amor 
della patria si fondevano e confondevano. E poiché que- 
sto, per le miserabili condizioni politiche dell'Italia, non 
poteva divampare, com'egli, « libero figlio a madre an- 
cella»', avrebbe bramato, quello assumeva pienezza 
d'imperio. 

Donna, s'io cittadin libero nato 
Fossi di vera forte alma cittade. 
Quel furor stesso ch'or di te m'invade, 
D'egregio patrio amor m'avria infiammato 3. 

Né di ciò « quella schietta che il mio tutto io chiamo >>' 
si sarebbe mostrata gelosa; che, nata essa pure «in 
bella etade », sarebbe « or delle rade cose che al mondo 
il cielo abbia mostrato ». Ma purtroppo della grande 
Italia sognata non rimaneva vivo che l'idioma gentile: 



» Son. Lviii, p. 361. 

2 Son.: Italia, o tu, che nulla in te compi endi, p. 353- 

3 Son. Lxxiv, p. 372. 

* Son. : Candido cor che in sul bel labro stai, p. 370. 



I. 



Vittorio Alfieri 



Italia, o tu che nulla in te comprendi 
Di grande ornai, che l'aurea tua favella...; 

e tutto il SUO furore di affetti egli metteva in amar 
« la donna che a me fra tutte è bella » *. 

Ma nati entrambi e in serviti» vissuti, 
Nessun legame sovrastar può a quelli 
Che han tra noi le conformi alme tessuti. 

Tu dunque sola or la mia vita abbellì ; 
E gli alti sensi tutti in me son muti, 
Se a tentar nobil voi tu non mi appelli 2. 

Rspressione schietta del concetto che dell'amore s'era 
formato l'Alfieri, è la canzone leopardiana alla sorella 
Paolina. La quale se da un lato può considerarsi come 
la riduzione lirica della tragedia VirgÌ7iia, è dall'altro 
come una rifioritura del bellissimo sonetto alfieriano sulla 
bellezza femminile. 

Tra l'opre tante in cui grandeggia Iddio, 
La prima è questa; e ad ammirarla è punto 
Ogni uom da spron che gli ha Natura ingiunto, 
Per quanto al bello ei sia cieco e restìo. 

Oh vero raggio di luce divina, 
Che folgorando infra due ardenti lumi, 
Fai d'ogni nostro senso alta rapina ! 

Oh bei leggiadri angelici costumi, 
Sovrana forza che ogni forza inchina! 
Voi dei mortali siete in terra i Numi K 



VII. 



\ 



In una lettera da Pisa, del i" luglio 1785, l'Alfieri 
convalescente scriveva a un amico: «Mi costa moltis- 
simo il muovermi, e son come Saul: bramo in guerra 



» Son.: Italia, o tu p. 353- * 

« Son. : Donna, s'io cittadin libero nato, p. 372. 
• Son. : Dolce a veder di giovinezza il brio, p. 375- 



^\ 



Il « VATE NOSTRO v 



LI 



la pace, e in pace guerra ». Celiava, ma diceva il vero. 
Gli è che nel carattere iroso, passionato, facile agli en- 
tusiasmi come agli scoramenti, impaziente di dominio ma 
dominatore, ribelle ma re, egli aveva, senza volerlo ma 
in una magnifica accensione d'estro poetico, ritratto se 
medesimo. 

Fero, 
Impaziente, torbido, adirato 
Sempre; a me stesso incresco ognora, e altrui; 
Bramo in pace far guerra, in guerra pace: 
Entro ogni nappo, ascoso tosco io bevo; 
Scorgo un nemico in ogni amico; i molli 
Tappeti assirj, ispidi dumi al fianco 
Mi sono; angoscia il breve sonno; i sogni 
Terror. Che più? chi '1 crederla? spavento 
M'è la tromba di guerra; alto spavento 
È la tromba a Saul. 

Codesto Saul ha del re Lear e dell'Amleto insieme; 
e ascoltandolo, intendiamo meglio perchè al tragico no- 
stro paresse tanto pericoloso per la sua originalità l' i- 
noltrarsi tra le grandi ombre evocate dal sommo tragico 
inglese. 

Agitato sempre da speranze o timori, perplesso, a 
volte il poeta sentiva un'eccessiva fiducia nelle sue forze, 
a volte uno scoramento egualmente eccessivo. 

Sperar, temere, rimembrar, dolersi; 
Sempre bramar, non appagarsi mai.... 

Spesso da più, talor da men tenersi, 
Né appien conoscer sé che in braccio a' guai •. 

A volte si reputava un eroe, a volte un buono a nulla : 

un iiTy^fJTo; ù'jy,p. 

Or stimandomi Achille, ed or Tersite, 



1 Son. Lxxviii, p. 374. 



IJI 



Vittorio Ai^firri 



Il « VATEi NOSTRO » 



lui 



E chiedeva ansiosamente a sé stesso: « Uom, se' tu 
grande o vii?». La risposta, per buona fortuna punto 
ardua, era lasciata ai posteri: « Muori, e il saprai »'. 

Questa perplessità e incertezza e dubbiezza, questi 
sbalzi dall'eroismo alla viltà, questo lasciarsi vincer la 
mano dagl'istinti men buoni, questa incapacità di riaf- 
ferrare le redini e dominare il proprio carattere, erano 
manchevolezze inconcepibili nell'arte nuova che si mo- 
dellava sui classici ; e tutti i personaggi del teatro alfie- 
riano, da Saul in fuori, ne sono immuni. Essi son tutti 
d'un pezzo, rigidi, lo sguardo fisso alla loro missione 
tragica, sulla via rettilinea e senza ambagi che mena 
alla catastrofe. Ognuno di essi è e rimane un Achille; 
e il deforme e petulante Tersite, che con la stridula voce 
rimbrotta e ferisce e deride i maggiorenti del campo 
greco, non è più ammesso nella loro compagnia. Donde 
ogni piacevolezza, ogni parola che non sia concitata, è 
severamente bandita; e il poeta che pur nel tallone d'uno 
di quegli Achilli avesse osato additare qualcosa che desse 
ragione al buffone importuno, sarebbe stato ritenuto un 
barbaro. Che fu appunto quel che avvenne allo Shake- 
speare, e che l'Alfieri temeva nel suo segreto non gli 
avvenisse in grazia del Saul. 

L'età di mezzo aveva conosciute e ammirate le edi- 
ficanti elevazioni o conversioni di grandi scioperati in 
zelantissimi apostoli. Sant'Agostino era stato l'eroe ti- 
pico della nuova civiltà cristiana, pensosa e passionata, 
che soppiantava la pagana oramai vuota ed esaurita. E 
tanto più egli appariva ammirabile dopo la sua conver- 
sione, quanto era stato deplorabile prima. Ma quelle 
conversioni si compivano con la rapidità del miracolo: 



f 



era il colpo di fulmine; e l'uomo nuovo subentrava al- 
l'antico, il santo si sostituiva al profano, senza che mai 
il nuovo e l'antico, il santo e il profano, coesistessero, 
lottassero, si disputassero il dominio, s'alternassero al 
governo. Perplessità ne prima né dopo ; e l'uomo nuovo 
non si guardava in dietro se non per deplorare gli an- 
tichi errori, le aberrazioni funeste, e per attingere da 
quegl' incresciosi ricordi maggior vigore a proseguire 
sulla via della salute. Le perplessità, gli alti e bassi, la 
sfiducia in sé stessi, non dovevano farsi sentire se non 
molto più tardi. Sono fenomeni e infermità proprie delle 
età di transizione. Si avvertono nel Petrarca, tornano ad 
avvertirsi nel Tasso: anime morbosamente sensitive, quasi 
femminili; e si avvertono più largamente in quegli anni, 
così gravidi di eventi, che precedettero di poco e pre- 
pararono lo scoppio della immane Rivoluzione. I più 
audaci, gli antesignani medesimi, si sentirono a mo- 
menti presi da panico, dallo sgomento di vedersi soli, 
tra una folla d'indifferenti o di avversarli. Niente di 
meno rassicurante che il non ascoltare gli echi della 
propria voce, che il parlare in un teatro deserto o in una 
piazza in giorno di mercato. Si prova la vertigine del 
vuoto, e si dubita della propria ragione. Che era il caso 
dell'Alfieri : 

Quindi io sempre al gigante il nano a lato 
Figuro in me, quando alti sensi intesso > ; 

e, prima che di lui, del Rousseau. « Dans l'ordre suc- 
cessif de mes goiits et de mes idées », questi aveva detto, 
«j'avois toujours été trop haut ou tropbas; Achille ou 
Thersite, tantòt héros et tantòt vaurìen » '. 



1 Son. : Sublime specchio di veraci detti, p. 3/1. Cfr. Vita, in, 14, p. 155-56 : 
H Bisogna veramente che l'uomo muoia, perchè altri possa appurare, ed ei 
stesso, il di lui giusto valore >». 



* Son.: lo mi vo vergognando infra me stesso, p. 381. 
8 Con/essions, pt. i, 1. 3; voi. i, p. 132. 



hiv 



Vittorio Alfieri 



Codesto sentimento stesso delle gravi loro manchevo- 
lezze rendeva questi uomini spietati con sé medesimi. Si 
direbbe che essi si preoccupino dell'ammirazione altrui. 
A buon conto, che i loro ammiratori si guardino bene 
dal crederli di quegli eroi impeccabili di cui Plutarco ha 
foggiate e vagheggiate le Vite ! E avendo la coscienza di 
non esser puri, si abbandonano a una spietata e minu- 
ziosa confessione di quanto hanno potuto compiere di 
basso e di vile; e narrano essi la propria vita, quasi in 
contrapposto a quelle tanto ammirate. E mettono un cosi 
eccessivo zelo nello svelare in pubblico certe recondite 
marachelle che non avevano mai confidate a quattr'occhi 
nemmeno all'amico più intimo, che sorge in noi il so- 
spetto ch'essi vogliano rifarsi una verginità eroica con 
un'eroica confessione. Spesso si tratta di particolari mi- 
nimi, che non possono aver lasciato traccia se non nella 
loro memoria e nella loro coscienza rimorsa. 

Tale è per esempio l'aneddoto che Giangiacomo rac- 
conta della sua dimora in casa della Contessa di Ver- 
celli, a Torino. Vi era entrato come lacchè, e per qualche 
tempo fece anche da segretario alla povera signora sof- 
ferente. Quando essa morì, tutto fu dall'erede trovato in 
piena regola; salvo che a una cameriera, « fine monche, 
qui se donnoit des airs de demoiselle suivante » (il vec- 
chio filosofo risente ancora le stizze del giovane lacchè !), 
mancava un nastro, « un petit ruban couleur de rose et 
argent, déja vieux ». Lo aveva rubato quel monello, per 
farne un presente a una bella e giovane cuoca, Marion, 
nativa della Moriana. Si volle sapere dove l'avesse preso. 
« Je me trouble, je balbutie, et enfin je dis en rougissant 
que c'est Marion qui me l'a donne ». Non parve credi- 
bile : dell'onestà e fedeltà della buona montanara nes- 
suno aveva mai sospettato. E si volle un confronto, per 
giudicare « lequel étoit le frippon des deux ». Padroni 
e servitori eran tutti presenti. « Elle arrive, on lui mon- 



ile « VATE NOSTRO » 



LV 



tre le ruban. Je la charge effrontément ; elle reste inter- 
dite, se tait, me jette un regard qui auroit désarmé les 
démons, et auquel mon barbare coeur resiste. Elle nie 
enfin avec assurance, mais sans emportement,^ m'apo- 
strophe, m'exhorte à rentrer en moi-mème, à ne pas 
déshonorer une fiUe innocente qui ne m'a jamais fait 
de mal; et moi, avec une impudence infernale, je con- 
firme ma déclaration, et lui soutiens en face qu'elle m'a 
donne le ruban. La pauvre fiUe se mit à pleurer, et ne 
me dit que ces mots: Ah! Rousseau, j e vous croyois un 
bon caractère: vous me rendez bien malheureuse, mais 
je ne voudrois pas étre à votre place! » '. 

E tale è pure la « particolarìtà bastantemente strana », 
che l'austero Vittorio racconta « per consolare con essa 
i malevoli suoi, e nello stesso tempo far ridere alle spalle 
sue chiunque, esaminando sé stesso, si riconoscerà meno 
infermo d'animo e meno bambino ch'ei non si fosse ». 
Contava già ventinove anni ; e « nel tempo stesso ch'ei 
scriveva la Virginia e il libro della Tiratmide; nel 
tempo stesso ch'ei scuoteva così robustamente e scio- 
glieva le sue originarie catene, ^gXx continuava pure a 
vestire l'uniforme del re di Sardegna, essendo fuori 
paese, e non si trovando più da circa quattr'anni al ser- 
vizio. E che diran poi i saggi », egli esclama,^ « quan- 
d'io confesserò candidamente la ragione perchè lo por- 
tassi? Perchè mi persuadeva di essere in codesto assetto 
assai più snello e avvenente della persona! ». Strano mi- 
scuglio di forza e di vanità, nel quale, soggiunge il reo 
confesso, « si scorgerà da chi ben osserva e riflette, che 



I CoH/essions, pt. i, 1. 2; voi. i. p. 123-24. Anche l'Alfieri ha da raccon- 
tare (Vita 1 4; p. 14^ di avere una volta involato alla nonna. « m un suo 
forziere aper'to, un ventaglio, che poi celato nel mio letto, mi fu ritrovato 
dopo alcun tempo; ed io allora dissi», soggiunge. « com'era vero, di averlo 
preso per darlo poi alla mia sorella*». 



IvVI 



Vittorio Ai^fieri 



Il « VATE NOSTRO » 



LVII 



talvolta l'uomo, o almeno che io riuniva in me, per così 
dire, il gigante ed il nano » ^ 

Gli Dei dunque s'accostavano alla terra. E questi 
uomini nuovi, che il mondo aveva appreso a guardare 
dal basso in alto e ad ammirare per le magnifiche e 
singolari doti dell'ingegno, scendevano, con codesta ina- 
spettata ed eroica confessione delle loro miserie morali, 
spontaneamente dal loro piedistallo, si mettevano al li- 
vello degli ammiratori divenuti confidenti, e li abbrac- 
ciavano come fratelli: hoìno sum. Pareva che s'umi- 
liassero, ma in verità essi innalzavano a sé quelli che si 
dimostravan capaci d'intenderli. Le scorie, la parte ca- 
duca della loro umanità, venuta meno l'attrattiva della 
curiosità, precipitarono nel fondo, inutile zavorra; e 
r uomo-poeta, l'eroe vivo e fremente rifulse d'una luce 
più intensa e più calda. E l'opera d'arte, che rischiava 
d'avvizzire, irrigidita dalle viete regole a cui il poeta 
aveva con tirannico capriccio sottomesso il suo genio 
ribelle, sobbalzò per nuovi brividi di vita. Tra quelle vo- 
lontarie catene si sentì ruggire e inferocire un titano. 

Conosciuto più intimamente l'Alfieri, si ammirò più 
intensamente l'opera sua. Opera individuale più che uni- 
versale, lirica più che drammatica; ma espressione pos- 
sente e affascinante d'un 'anima piena di forza e di fa- 
scino. Maravigliose creature poetiche Otello o Romeo, 
il Re Lear o il principe Amleto, Giulio Cesare o Co- 
nciano, Ofelia o Desdemona; ma esse son figlie im- 
mortali d'un padre che non c'è noto, se c'è noto, se non 
per il nudo nome. Son come preziose perle d'una ignota 
o spregiata conchiglia; come maestosi fiori d'un'agave, 
che si raggrinza e muore mentre l'eccelso suo prodotto 



» Vita, IV, 6; p. 211. Ricorda altresì (t, 5; p. 18) che, « viaggiando nella 
Spagna», portava in testa, «per civetteria», una reticella verde e pulita, ^ 
Imitazione dei zerbini d'Andalusia, che la portano per vezzo. 



H 



ostenta la pompa dei suoi colori. Ma Oreste o Saul, 
Mirra o Virginia, Bruto secondo o don Carlo, portano 
nei solchi della loro fronte pensosa e nel fuoco dei loro 
occhi profondi gl'incancellabili segni della loro nobile 
origine: somigliano tutti al poeta sovrano che li ha 
messi al mondo in uno spasimo d'amore, e che a noi 
soprattutto interessa, e interesserà sempre, come una 
stupenda opera d'arte. 



VIIL 

Un insigne poeta inglese, che riempì l'Europa della 
sua fervida vita e dell'appassionata e violenta opera 
sua, nel periodo che seguì immediatamente a quello in 
cui aveva dominato l'Alfieri, trovandosi nel 1819 in 
Italia, scriveva da Bologna a un amico, il 12 agosto: 
«... Non mi sento oggi molto bene. La notte scorsa an- 
dai alla rappresentazione della Mirra di Alfieri, i cui 
due ultimi atti mi diedero le convulsioni. Non intendo 
con questa parola gli attacchi isterici d'una signora, ma 
lo strazio di lagrime represse, e il brivido soffocante, che 
io non soglio provare per opere d' immaginazione » ^ 
E ancora il 24: «... Devo interrompermi, perchè la mia 
testa mi duole terribilmente. Non sono più stato bene 
dopo la notte della rappresentazione della Mirra di Al- 
fieri, due settimane or sono » *. 



1 « I am not very well to-day. Last night I weiit te» the representation 

of Alfieri 's Mirra, the two last acts of which threw me into convulsions. 
I do not mean by that word a lady 's hysteries, but the agony of reluctant 
tears, and the choking shudder which I do not often undergo for fiction ». 
Bvron' s Life Letters and Journals, London 1838. 

2 «... I must leave off for my head aches consuniedly. I bave never been 
quite well since the night of the representation of Alfieri 's Mirra a fort- 
night ago ». 



LVIII 



Vittorio Alfieri 



a 



Il « VATE NOSTRO « 



LIX 



Pel Byron, meglio che una conferma, era stata una 
rivelazione. Essa sì era la vera, la grande, l'eroica tra- 
gedia; più irresistibile, più efficace, più pura che non 
quella, certo più larga e più umana,, ma per ciò stesso 
meno intensa, di Shakespeare : di codesta « divinità bri- 
tannica » ', ch'egli pure ammirava, ma non così incon- 
dizionatamente come i suoi connazionali '. Fin dal 20 feb- 
braio del 18 14 aveva annotato nel suo Giornale: «... Sba- 
digliato di tanto in tanto, e letti i Masnadieri. Bello, 
ma Fiesco è migliore, e Alfieri e V Aristodemo di Monti 
ottimi. Essi sono più uguali dei drammaturghi tede- 
schi » ^ Ma ora, dopo d'aver assistito alla rappresenta- 
zione della Mirra, fu preso dalla smania di dare alla 
patria di Shakespeare un dramma di stampo alfieriano. 
Era una temerità, un voler andare contro corrente, un 
urtare col petto una folla infanatichita ; ma la difficoltà 
e la singolarità dell'impresa non valevano che ad ac- 
crescergli l'ardire. E tentò da prima con un soggetto 
veneziano — egli, il « pellegrino del nord », amava tanto 
Venezia, così grande nella sua storia come infelice 
Qi-a ' ! —, il Marino Faliero. « Ho cominciata una tra- 



» « And beg bis British godship 's humble pardon ». Don Juan, xiv, 75. 
Più su (vii, 21), avendo ricordato nn motto di Shakespeare, agginnge : « Which 
niany people pass for wits by quoting » (che molti passano per gente di spi- 
rito citandolo). E un'altra volta (ix, 14): « Says Shakspeare, who just now 
is much in fashion» (dice Shakespeare, il quale proprio ora è molto di 

moda). 

i « Mr. Moore confesses that bis friend was no very fervent admirer of 
Shakspeare». Macaulav, Criticai and historical Essays; Leipzig. Tauch- 

nitz, 1850; voi. I, p. 334. 

3 « Vawned now and then and read the Roòbers. Fine but Fiesco is 

better, and Alfieri and Monti 's Aristodemo best. They are more eqnal than 
the Tedeschi dramatists ». Bvron 's Life Letters and Journals\ London 1838; 
Journal, p. 228. 

* Oh Venice! Venice! when thy marble walls 

Are level with the waters, there shall he 
A cry of nations o 'er thy sunken halls, 
A loud lament along the sweeping sea! 

If I, a northern wanderer, weep for thee, 
What should thy sons do?.., 




gedia sul soggetto di Marino Faliero, il Doge di Ve- 
nezia », egli annunzia il 9 aprile 1820: una tragedia 
senza amori, né esaltazioni sentimentali, né svenevo- 
lezze. Come farà poi il Manzoni col suo Coìite di Car- 
magnola, il Byron non concepì né scrisse quella tragedia 
col proposito di farla rappresentare. « E troppo lunga 
e troppo regolare per le vostre scene, e i personaggi 
troppo pochi, e l'unità troppo scrupolosamente osser- 
vata », riscrive al suo editore da Ravenna, il 28 set- 
tembre del 1820. « Essa rassomiglia più a un dramma 
di Alfieri che non a uno del vostro teatro (dico ciò umil- 
mente, parlando di quel grand'uomo); ma vi è della 
poesia, ed equivale al Manfredo, sebbene io non sappia 
in che stima sia tenuto il Manfredo » \ Ritentò subito 
dopo con un altro soggetto veneziano, / due Fo scari. 
«< Se volete avere un'idea di ciò che sto tentando » , 
riscriveva al suo amico da Ravenna, il 4 gennaio del- 
l'anno seguente, « prendete una traduzione di qualcuno 
dei tragici greci....; ovvero prendete una traduzione di 
Alfieri, e cercate l'interesse ecc. di questi miei nuovi 
tentativi nella vecchia maniera di lui, in inglese; e 
poi ditemi schiettamente la vostra opinione » '. Né an- 
cora sodisfatto o disingannato, fece altresì una terza 



(Oh Venezia! Venezia! quando le tue marmoree mura saranno livellate 
alle acque, vi sarà un grido delle nazioni sui tuoi palagi caduti, un alto 
lamento sul mare che spazza via! Se io, pellegrino del nord, piango su te, 
che dovrebbero fare i tuoi figli?...). Ode on Venice, i; e cfr. Childe Harold, 

IV, I ss. 

1 « It is too long and too regular for your stage, the persons too few, 
and the unity too much observed. It is more like a play of Alfieri's than of 
your stage (I say this humbly in speaking of that great man) ; but there is 
poetry, and it is equal to Man/red, although I know not what esteem is 
held of A/fl«/r<rrf ». V. anche la lettera del 22 agosto 1821 al medesimo Murray. 

" « If you want to bave a notion of what 1 ani trying, take up a translation 

of any of the greek tragedians ; or take up a translation of Alfieri, and 

try the interest etc. of these my new attempts in the old line by him in 
English; and then teli me fairly your opinion ». 



il 



LX 



Vittorio Alfieri 



Il « VATE NOSTRO » 



LXi 



prova, col Sardanapalo, « Mio proposito è stato di dram- 
matizzare, come i Greci (frase modesta !), straordinari 
episodi di storia, nel modo che essi fecero della storia 
e della mitologia. Voi troverete tutto questo molto dis- 
simile da Shakespeare », scriveva il 14 luglio dell'anno 
stesso, 1821 ; « e tanto meglio così in un certo senso, 
perchè io lo considero come il peggiore dei modelli, 
benché il più straordinario degli scrittori. Il mio fine è 
stato d'esser semplice e severo come Alfieri, e ho ri- 
condotta la poesia, per quanto potevo, al linguaggio 
comune » ^ 

Il Byron era allora in uno dei più tranquilli e felici 
e fecondi momenti della sua travagliata e tumultuosa 
esistenza: tra un amico come Shelley, e una donna 
amata e amante come la contessa Teresa Guiccioli, nella 
remota e silente Ravenna. Ogni sera, al tramonto, in 
compagnia di Shelley, percorreva a cavallo un tratto 
della suggestiva pineta, lungo l'Adriatico mormorante '. 
E le creature dei suoi drammi gli parlavano alla fan- 
tasia ; e a quelle scene, dove sono squarci lirici squisiti, 
quali la descrizione d'una festa notturna o l'invettiva 
del vecchio doge contro Venezia nel Mariti Falìero, 



* « My object has beeri to dramatise, like the Greeks (a modest phrase'J, 
striking passages of history, as they dJd of history and niythology. Vou 
will find ali this very unlike Shakespeare; and so much the better in one 
sense, for I look upon him to be the worst of models, though the most 
extraordinary of writers. It has been my object to be as simple and se- 
vere as Alfieri, and I bave broken down the poetry as nearly as I could 
to common language ». 

'^ Lettera al Murray, da Ravenna, 29 giugno 1819: « I bave my horses 
bere — saddle as well as carriage - and ride or drive every day in the 
foresi, the Pineta, the scene of Boccaccio's novel, and Dryden's fable of 
Honoria, etc. etc, and I see my Dama every day at the proper (and im- 
proper) hours... ». (Io ho qui i miei cavalli, da sella come da carrozza, e 
cavalco o guido ogni giorno nella foresta, la Pineta, la scena della novella 
di Boccaccio e della favola di Dryden, Honoria, ecc. ecc., e vedo la mia 
Dama ogni giorno in ore convenienti e sconvenienti). 



egli alternava le incomparabili ottave del Do7i Giovanni. 
« Egli m'ha letto uno dei canti non ancora pubblicati 
del Don Juan», scriveva Shelley l'S agosto, del '21 a 
sua moglie, « che è maravigliosamente bello. Io lo metto 
non solamente al di sopra, ma lungamente al di sopra, 
di tutti i poeti odierni: ciascuna parola ha lo stampo 
dell'immortalità » ^ E qualche giorno dopo, a un amico: 
« Lord Byron è in eccellenti condizioni così d'animo come 
di corpo. Egli si è liberato di tutte quelle tristi e degra- 
danti abitudini a cui s' abbandonava in Venezia. Vive 
con una donna, una signora di alto lignaggio, alla 
quale egli è affezionato e che è affezionata a lui, ed è 
per tutti i riguardi un altro uomo. Ha scritto tre altri 
canti del Don Juan. Io ho sentito finora solamente il 
quinto, e credo che ogni parola di esso sia gravida d'im- 
mortalità. Non ho visto i suoi ultimi drammi, eccetto il 
Marin Faliero, che è bello, ma non così trascenden- 
temente bello come il Doìi Juan » " . 
Oh gì' ineffabili tramonti 

Su la marina dove il Po discende 
Per aver pace co' seguaci sui ! 

AUor che ogni altro suono a mano a mano cessava, 
e l'orizzonte si colorava di tinte rosee svanenti, la grande 
anima del poeta si sentiva pervasa d'un sentimento mi- 



» « He has read to me one of the unpublished cantos oi Don Juan, which 
is astonishingly fine. It sets him not only above, but far above, ali the poets 
of the day — every word is stamped with immortality ». Essays and Lettera 
by Percv Bvsshk Shkllf.v, London, The Scott Library, p. 347- 

•-' « Lord Byron is in excellent cue both of health and spirits. He has 
got rid of ali those melancholy and degrading habits which he indulged at 
Venice. He lives with one woman, a lady of rank bere, to whom he is 
attached, and who is attached to him, and is in every respect an altered man.. 
He has written three more cantos of Don Juan. I bave yet only heard the 
fifth, and I think that every word of it is pregnant with immortality. I bave 
not seen his late plays, except Marin Faliero which is very well, but not so 
trascendently fine as Don Juan ». To Peacock, p. 349. 



tXII 



Vittorio Ai^fi^ri 



II^ « VATE NOSTRO « 



I.XIII 



sterioso : un Dio ignoto, magnifico, incommensurabile, 
gli parlava silenziosamente nel cuore estasiato, e disposto 
a benedire e a pregare. 

Ave Maria! o 'er the earth and sea, 

That heavenliest hour of Heaven is worthiest thee! 

Ave Maria! blessèd be the hour! 
The time, the dime, the spot, where I so oft 
Have felt that moment in its fuUest power 
Sink o 'er the earth so beautiful and soft, 
While swung the deep beli in the distant tower. 
Or the faint dying day-hymn stole aloft, 
And not a breath crept through the rosy air. 
And yet the forest leaves seem' d stirr' d with prayer. 

Ave Maria ! 't is the hour of prayer ! 
Ave Maria! 't is the hour of love! 
Ave Maria! may our spirits dare 
Look up to thine and to thy Son' s above! 
Ave Maria! oh that face so fair! 
Those downcast eyes beneath the Alniighty dove — 
What though 't is but a pictured image? — strike — 
That painting is no idol, — 't is too like ^. 

Alcuni casuisti cortesi lo avevano accusato d'irreli- 
gione. « Ma mettete quella gente a pregare insieme con 
me, e vedrete », egli esclama, « chi di noi conosca la mi- 
gliore e più corta via per giungere al cielo ». 

My altars are the mountains and the ocean, 
Earth, air, stars, - ali that springs from the great Whole, 
Who hath produced, and will receive the soul ", 



' « Ave Maria! sulla terra e sul mare, quell'ora divinissima del cielo è 
la più degna di te! — Ave Maria! benedetta sia l'ora! il tempo, il clima, il 
luogo, dove io così spesso ho sentito quel momento in tutta la sua potenza 
discendere sulla terra cosi bella e dolce, mentre la grave campana altalenava 
nella torre lontana, o il debole inno del giorno morente si diffondeva lento 
verso l'alto, e non un alito spirava attraverso l'aria rosata, e pur le foglie 
della foresta sembravano mosse dalla preghiera. — Ave Maria! è l'ora della 
preghiera! Ave Maria! è l'ora dell'amore! Ave Maria! possano le nostre 
anime osare di sollevare lo sguardo a te e a tuo Figlio ch'è sopra di te! Ave 
Maria! oh quel volto cosi bello! quegli occhi chinati dinanzi alla Colomba 
onnipotente — che importa che sia solamente un'immagine dipinta? — col- 
piscono. — Quella pittura non è un idolo, — è fin troppo somigliante». Don 
Juan, III, 101-103. 

' * T miei altari sono le montagne e l'oceano, la terra, l'aria, le stelle, — 
tutto ciò che sgorga dal gran Tutto, che ha prodotto e riceverà l'anima ». 
Don Juan, in, 104. 



Divina ora dei crepuscoli ravennati ! — nella solitu- 
dine della millenaria silente pineta, che sprofonda le sue 
radici là dove il mare adriatico allungava un tempo i 
suoi flutti, e dove s'ergeva l'ultima fortezza dei Cesari; 
— sempre verde foresta ! che la novella di Boccaccio e 
la canzone di Dryden ha popolata di fantasmi, — come 
io amai, esclama il poeta, l'ora del crepuscolo e te! 

Sweet hour of twilight! — in the solitude 
Of the pine forest, and the silent shore 
VVhich bounds Ravenna' s immemorial wood, 
Rooted vhere once the Adrian wave flow'd o'er, 
To where the last Caesarean fortress stood, 
Evergreen forest ! which Boccaccio' s lore 
And Dryden' s lay made haunted ground to me, 
How have I loved the twilight hour and thee ! 

« Le stridule cicale, gli abitanti dei pini, facendo della 
loro vita estiva un'incessante canzone, erano i soli echi, 
oltre quelli del mio cavallo e mio, e la campana dei 
vespri che s'elevava tra i rami ; il cacciatore fantasma 
della famiglia degli Onesti, i suoi cani infernali, e la 
loro caccia, e la bella folla che imparò dal suo esempio 
a non fuggire un sincero amante, — passavano come 
ombre innanzi all'occhio della mia mente ». 

The shrill cicalas, people of the pine, 
Making their sununer lives one ceaseless song, 
Were the sole echoes, save my steed* s and mine, 
And vesper bell's that rose the boughs along; 
The spectre huntsman of Onesti' s line, 
His hell-dogs, and their chase, and the fair throng 
Which learn'd from ibis example not to fly 
From a true lover, — shadow'd my mind's eye. 

« Dolce ora ! che risvegli il desio e intenerisci il cuore 
di quelli che navigano i mari, il primo giorno che si 
sono divisi dai dolci amici ; o riempi d' amore il pel- 
legrino sulla sua via, quando da lontano la squilla del 
vespro lo scuote, che sembra piangere la fine del giorno 
morente!... ». 



I.XIV 



Vittorio Ai^fieri 



Soft hour! which wakes the wish and melts the heart 
Of those who sail the seas, on the first day 
When they from their sweet friends are torn apart ; 
Or fills with love the pilgrim on his way 
As the far beli of vesper makes him start, 
Seeming to weep the dying day's decay....'. 

Dalla fantastica rievocazione delle tragiche ombre del 
Decame^one, dietro di cui ancor sorride la faccia arguta 
di messer Giovanni, ai mesti ricordi e alle risonanze 
suggestive della Commedia ; dalla soave, e così divina 
e così umana Ave Maria, della quale, circa un secolo 
più tardi, il Carducci riudrà e riecheggerà i mistici rintoc- 
chi tra le ombre della remota Chiesa di Polenta : quanto 
vivo sentimento d'italianità non pervade e commuove 
questa vasta e ardente anima di poeta ! Chi più italiano, 
più nobilmente italiano, di lui, per i suoi affetti, pei 
suoi amori come pei suoi odii, per la contemplazione 
storica del nostro grandioso passato, per la visione sicura 
del prossimo nostro risorgimento, dell'avvenire immanca- 
bile di gloria che ci attende? Al Po, « che scorre lungo 
le antiche mura dove dimorava la donna del suo amore », 
egli diceva nelle sue Stanze gentili : « Uno straniero ama 
la signora del paese, nato lontano, di là dai monti; ma 
il suo sangue è tutto meridionale, come se non fosse mai 
stato percosso dal vento tenebroso che raggela l'onda 
polare. — Il mio sangue è tutto meridionale ; se non 
fosse, non avrei lasciato il mio clima, e non sarei, a 
dispetto di torture non mai dimenticabili, nuovamente 
schiavo d'amore — almeno di te » ". E intanto strin- 
geva rapporti sempre più intimi coi migliori uomini 



» Don Juan, ili, 105-108. 

2 Stanzas io the Po, nelle Occasionai Piece s: 

River, that rollest by the ancient walls, 
Where dwells the lad>- of my love . . . 



Il « VATE NOSTRO » 



LXV 



della rivoluzione. « Lo spettacolo degl' Italiani che ri- 
cacciano i barbari di tutto il paese nelle loro tane, costi- 
tuirà il momento più interessante della mia vita », scri- 
veva egli al Murray, da Ravenna, il i6 aprile del 1820. 
« Io ho vissuto abbastanza in mezzo ad essi, per sen- 
tirmi più legato a questa nazione che a qualunque altra 
delle esistenti.... Nessun Italiano », egli soggiungeva qui 
e ripeteva poi in quasi tutte le lettere di questi anni, 
a sfida della Censura che gliele apriva, « nessun Ita- 
liano può odiare un Austriaco più di quello che 
faccio io: la razza austriaca mi pare la più odiosa che 
vi sia sotto il sole ». E giovandosi delle sue prerogative 
di straniero, e d'inglese, generosamente ne aiutava le ge- 
nerose e rischiose intraprese. « Tutto ciò ch'io potrò fare 
per liberare l'Italia e il mondo intero dall'infame oppres- 
sione di questa canaglia tedesca e austriaca, sarà fatto con 
amore », affermava in una lettera del 16 febbraio 1821. 
« L'interesse ch'egli ha preso nelle faccende politiche 
deiritaha», rivelava Shelley a sua moglie il 9 agosto 
del '21, «e gli atti ch'egli ha compiuti in conseguenza 
di quest'interesse, sono argomenti da non potersi scri- 
vere, ma sono tali da rallegrarvi e da sorprendervi » ' . 
Chi avrebbe potuto vantarsi di conoscere l' Italia e gli 
Italiani meglio di lui? « Cosa sanno gl'Inglesi degl'Ita- 
liani », scriveva da Ravenna, il 31 agosto del '20, Byron 



A stranger loves the lady of the land, 
Born far beyond the niountains, but his blood 
Is ali meridian, as if never fami' d 
By the black wind that chills the polar flood. 

My blood is ali meridian; were it not, 
I had not left my dime, nor should I be, 
In spite of tortures, ne' er to he forgot, 
A slave again of love, — at least of thee. 
* «The interest which he took in the politics of Italy, and the actions 
he perfonned in consequence of it, are subjects not fit to be wrillen, but are 
such as will delight and surprise you ». Essays and Lelters by P. B. Shelley, 
pag. 346. 






LXVI 



Vittorio Ai^fieri 



II, « VATE no«^tro )^ 



LXVII 



a Tommaso Moore, « oltre i loro musei e saloni, e qual- 
che sudiciume... enpassanP. Ora, io son vissuto nel cuore 
delle loro case, in parti dell'Italia le più fresche e che 
meno han sentito l'influenza degli stranieri, — ho visto 
e son diventato {^pars magna fui) una parte delle loro 
speranze, e timori, e passioni, e sono quasi innestato in 
una famiglia. Questo è vedere uomini e cose come 

sono » *. 

In così vivida accensione d'italianità, si capisce co- 
m'egli si commovesse tanto al dramma di Vittorio 
Alfieri, e lo reputasse un modello eccellente. « Lord 
Byron», scriveva Shelley da Pisa, il 14 settembre, «è 
occupato nella composizione di im nuovo dramma, e, 
con vedute che io non dubito s'allargheranno a misura 
che andrà innanzi, è risoluto a scrivere una serie di 
drammi, nei quali seguirà i tragici francesi e Alfieri, 
anziché quelh dell'Inghilterra e della Spagna, e produrrà 
qualcosa di nuovo, almeno per l'Inghilterra. A me sem- 
bra una via sbagliata; ma un genio come il suo è de- 
stinato a guidare e non a seguire. Egli butterà via i 
suoi ceppi non appena s'accorgerà che questi lo impac- 
ciano. Io credo ch'egli produrrà qualcosa di molto 
grande, e che la familiarità col potere drammatico della 
natura umana lo renderà presto capace di ammorbidire 
i tratti severi e disarmonici del suo Marìn Fallerò » '. 



> « V/hat do Englishmen ktiow of Italiaiis beyotid Iheir museums and 
saloons — and some back... en passanti Now, I bave lived in tbc beart of 
tbeir bouses, in parls of Italy fresbcst and least influenced by strangers, — 
bave seen and becoine {pars magna fui) a portion of tbeir bopes, and fears, 
and passions, and am abnost inoculated into a family. Tbis is to see men 
and tbings as tbey are». F- cfr. la lettera a Murray, da Ravenna, del 21 

febbraio 1820. 

- « He is occupied in forming a new drama, and, with views wbich I 
doubt not will expand as he proceeds, is determined to write a series of 
plays, in wbicb he will follow the Frencb tragedians and Alfieri, ratber tban 
those of England and Spain, and produce sometbing new, at least, to England. 



i 



Vittorio Alfieri era, in quegli anni così fecondi per 
lui e per l'immortalità del suo nome, l'uomo e il poeta 
ch'egli più si sentiva vicino: per gli avventurosi casi 
della vita travagliata, appassionata, errabonda ^ ; per l'in- 
domabile orgoglio degli alti natali congiunto al disdegno 
tribunizio d'ogni freno e d'ogni tirannia di casta ; per 
l'insofferenza di ogni sosta un po' lunga, per l'amor dei 
cavalli e dei cortei sfarzosi, pel bisogno di dimore prin- 
cipesche; per l'irrequietudine e l'irriducibile tristezza e 
la scontentezza profonda di sé stessi e d'ogni cosa che 
li circondava; per l'aspirazione tormentatrice e affannosa 
a un domani più luminoso, a un mondo rigenerato e 
svecchiato, aperto a tutti i venti della libertà. Anche per 
lui uno dei più grandi piaceri era di sedere, dopo aver 
fatto il bagno in qualche angolo remoto della spiaggia, 
in cima a una roccia alta sul mare, e di rimaner lì, lun- 
gamente assorto nella contemplazione del cielo e delle 
acque sterminate. Anche nel suo cuore il prode re Saul, 
che perde il trono e la vita per la fiera avversione dei 
sacerdoti, desta pietà e simpatia ; e ne riproduce il Canto 
incitatore all'ultima battaglia: 

Brigbt is tbe diadem, boundless ibe sway. 

Or kingly tbe deatb, wbich awaits us to-day ! -, 

e la paurosa evocazione dell'ombra di Samuele \ Esalta 



Tbis seems to me tbe wrong road; but genius like bis is destined to lead and 
not to follow. He will shake off bis sbackles as he finds tbey cramp bini. I 
believe he will produce sometbing very great ; and that familiarity with the 
dramalic power of human nature, will soon enable bini to soften down tbe 
severe and unbarmonising traits of bis A/ut in /''aliepo^. Essays and Letters 
by P. B. Shelley ; io Horace Smith, p. 558. 

' Nella prefazione al Caino, che porta la data di Raveima, 20 settem- 
bre 1821, il Byron dichiara di conoscere delle opere postume dell'Alfieri la 
sola Vita. « I ought to add », egli dice, « that Ihere is a tramelogedia of 
Alfieri, called Abele. I bave never read that, nor any otber of the post- 
humous Works of tbe writer, except bis Life ». 

- « Splendente è il diadema, sconfinato il dominio, ovvero regale la morte 
che ci aspetta oggi! ». Song of Saul before his last battle, nelle Hebrew Melodies. 

3 Saul, nelle Hebrexv Melodies. 



LXVIII 



Vittorio Alfieri 



Ih « VATE NOSTRO » 



LXIX 



egli pure, sopra ogni altro eroe del jiresente e del pas- 
sato, Washington, e deprime Napoleone. « Vi fu un 
giorno — vi fu un'ora », esclama nella manzoniana Od^r 
a Napoleone Biionaparte \ « mentre la terra era della 
Gallia — e la Gallia era tua, — in cui rassegnare non 
sazio quell'incommensurabile potere sarebbe stato un 
atto di gloria più pura di quella che si raccoglie intorno 
al nome di Marengo, e avrebbe dorato il tuo tramonto, 
attraverso il lungo crepuscolo di tutti i tempi, nono- 
stante alcune nuvole passeggiere di delitto. — Ma tu hai 
voluto esser re, e vestire l'abito di porpora!.... Su chi 
può riposare l'occhio stanco quando guarda ai Grandi; 
dove non rosseggia gloria colpevole, nò spregevole 
stato di cose? Sì! uno; — il primo — l'ultimo — il 
mioliore — il Cincinnato dell'Occidente, che l'invidia 
non osò odiare, legò all'umanità il nome di Washington, 
per farla arrossire che ce ne fosse uno solo! » '. In- 



' Cfr. ScHKKii.i.o, // decennio delV operosità poetica di A. Manzoni, avanti 
al voi. Ili (Ielle Opere di A. Manzoni, Milano, Hoepli, 1907, p. i.viii ss. 
2 There was a day — tliere was aii lioiir, 

While earth was C.aul '.^ — (»aul lliine - 
Wlien Uiat imineasnrable power 
U usateli to resigli 
Hati becn ati act o( jnirer lame 
Than gathers round Marengo's name. 
And gilded thy decline, 
Througli the long twiliglil o( ali lime, 
Despile some passing clouds of crime. 
But thou torsooth must be a king, 
And don the purple vest. 



Where may the wearied ève repose 
When gazing the Great ; 
Where neither guilty glory glows, 
Nor despicable state? 

Yes ! — one ; — the first — the last — the best 
The Cincinnatus of the West, 
Whom envy dared not hate, 
Bequeath'd the name of Washington, 
To make man blush there was but one 1 



sofferente delle tirannie monarchiche od oligarchiche, i 
governi dell' Uno o dei Pochi sferzati nelle commedie 
alfieriane, abbomina anch'egli le democrazie, il governo 
dei Troppi. « È assai difficile dire quale forma di go- 
verno sia la peggiore », annotò nel suo Diario del mag- 
gio '21; «tutte sono così cattive! Quanto alla demo- 
crazia, essa è la peggiore di tutte quante ; giacche cosa 
è, nel fatto, la democrazia? — un'aristocrazia di bric- 
coni » '. Ammira ed ama egli pure, fra tutti i poed, 
Dante e Tasso, che pone quasi alla pari; si com- 
piace anch'egli della maggiore umanità e della persistente 
paganità della religione d'Italia'; e adora, come l'am- 
maliato Allobrogo, «l'idioma gentil sonante e puro», 
risonante sulle belle bocche delle nostre donne. * Io 
amo la lingua d'Italia», egU dice, « questo morbido la- 
tino bastardo, che si fonde come i baci di una bocca 
femminile, e suona come se fosse scritto sul raso, con 
sillabe che respirano la dolcezza del Mezzogiorno, e con 
liquide genUli, scivolanti tutte così mollemente, che non 
un accento solo riesce sgarbato, qual è il nostro aspro 
nordico fischiante grugnente gutturale, che noi siamo 



» « It is stili more difficult to say which form of Rovernment is the 
worst — ali are so bad. As for democracy, it is the worst of the whole; 
for what is, in fact, democracy? - an aristocracy of blackguards ». 

2 Si ricordi il sonetto dell'Alfieri Sopra il culto cattolico, p. 383- 

Alto, devoto, mistico, ingegnoso; 
Grato alla vista, all'ascoltar soave; 
« Di puri inni celesti armonioso 

È il nostro Culto; amabilmente grave. 

Templi eccelsi, in ammanto dignitoso. 
Del cuor dell'uomo a posta lor la chiave 
Volgono; e il fanno ai mali altrui pietoso. 
Disferocito da un Iddio ch'ei pavé. 



t 



LXX 



Vittorio Alfieri 



Ih « VATE NOSTRO » 



LXXI 



obbligati a sibilare, e sputare, e barbugliare tutto » ^ 
Il suo capolavoro — i borbottanti e malignanti In- 
glesi se lo tenessero per detto ! — egli si proponeva di 
scriverlo in italiano appunto. Ma gli ci volevano, diceva 
nei '19, nove anni ancora per impadronirsi a fondo della 
nostra lingua; e poi, « se la mia fantasia sussisterà, e io 
esisterò tuttavia, vorrò sperimentare che cosa io possa 
produrre realmente » \ 



IX. 



Quando il giovane Aroldo potè visitare Firenze, il 
grande solitario s'era chiuso in un silenzio ancor più 
profondo, ed era sparito per sempre anche dagli occhi 
dei pochi assidui che lo vedevano passeggiare « mesto 
pel vago Bòboli, dell'Arno in su la manca riva»'. Si 
era spento nella piena vigoria della vita, in età ancor 
meno matura di quella di Dante, a cinquantaquattro 
anni, otto mesi, ventun giorni. Al desioso straniero non 
fu dato che d'inchinarsi dinanzi alla tomba, al sontuoso 



« Bgppo, 44: 

1 love the language, that soft bastard Latiti, 
Which nielts like kisses froin a female mouth, 
And souiids as if it should be writ on satin, 
With syllabes which breathe of the sweet South, 
And gentle liquids gliding ali so pat in, 
That not a single accent seems uncouth, 
Like our harsh northern whistling grunting guttural. 
Which we 're ohliged to hiss, and spit, and spulter ali. 
2 « Besi.les, I m ean to write my best work in Jialian, and it will take 
me nine years more thoroughly to master the language; and then if my 
fancy cxist, and I exist too, I will try what I can do rgally. As to the Esti- 
mation of the E-iglish which you talk of, let them calculate what it is 
worth. bifore they insult me with their insolent condescension ». To Mur- 
ray, Venezia, 6 aprile 1819 

■i Sj.i. \f l'r'io dHlAru) i>t s.i !i mici riva, p. 150 dell'ediz. Paravia. 



( 



L\ 



i' 



avello che il memore affetto della degna sua amica gli 
aveva fatto erigere nel panteon di Santa Croce dal genio 
superstite d'Italia, Antonio Canova. 

Non gli piacque, perchè pesante; come nessuna di 
quelle tombe gli piacque, perchè tutte sovraccariche di 
ornamenti, di allegorie, di epigrafi. Alla sua commozione 
avrebbe meglio giovato un semplice busto e il nome : 
tutt'al pili, anche una data. « La chiesa di Santa Croce », 
egli scrisse qualche giorno dopo, il 26 aprile del 18 17, a 
John Murray, « contiene molte insigni opere d'arte senza 
valore. Le tombe di Machiavelli, di Michelangelo, di 
Galileo, e di Alfieri ne fanno l'Abbazia di Westminster 
dell' Italia. Io non ammiro nessuna di queste tombe — 
salvo il loro contenuto. Quella di Alfieri è pesante, e 
tutte mi paiono sovraccariche. Che altro occorre oltre 
un busto e un nome? e forse una data? — quest'ultima 
per quelli che non conoscono la cronologia, di cui io 
son uno. Ma tutte le vostre allegorie e l'elogio sono infer- 
nali, e peggiori delle lunghe parrucche d'Inglesi balordi 
su corpi romani, nella statuaria dei regni di Carlo Se- 
condo, di Guglielmo e di Anna » ^ E nella solenne pe- 
nombra delle ampie navate di Arnolfo di Cambio si di- 
rebbe ch'egli, il pellegrino del nord, risentisse l'eco 
recente delle calde parole che a quel tempio, ov'è rac- 
colta « la plus brillante assemblée de morts qui soit 
peut-étre en Europe » , aveva consacrate nella Corùine 



* « The church of Santa Croce contains much illustrious nothing. Tho 
tombs of Machiavelli, Michael Angelo, Galileo, and Alfieri, make it the 
Westminster Abbey of Italy. I did not adtnire a«r of these tombs — heyond 
their contents. That of Alfieri is heavy ; and ali of them seem to me ovcr- 
loaded. What is necessary but a bust and name? and perhaps a date? — 
the last for the unchronological, of whom I am one. But ali your allegory 
and eulogy is infernal, and worse than the long wigs of English nutnskulls 
upon Roman bodies, in the slatuary of the reigns of Charles the Second, 
William, and Anne ». 



■aajteg-.. 



LXXII 



Vittorio Alfieri 



Ih « VATE NOSTRO » 



LXXIII 



1^ 



la signora di Staèl. poco dianzi sua ospite a Coppet ^ 
e dei versi squisitamente lavorati onde l'aveva celebrato 
Ugo Foscolo: il F'oscolo, ch'egli annoverava già tra i 
grandi italiani viventi, e di cui, con grato compiaci- 
mento, avrei)be tra non molto appreso il giudizio assai 
favorevole sul suo A/arin Faliero. « La lettera di Fo- 
scolo », dirà egli a Murray, scrivendogli da Ravenna 
rs ottobre del i8ro, «è proprio quello che ci vuole: 
primamente, perchè egli è un uomo di genio, e poi 
perchè è un italiano, e quindi il miglior giudice di Ita- 
liani. Del resto, .^// e piuttosto un antico Romano che 
non un Danese, cioè ch'egli è piuttosto dell'antica Grecia 
che non dell'Italia moderna. Benché sia un po' troppo 
selvatico, è tuttavia un uomo notevole, e i miei amici 
Hobhouse e Rose non giurano che per lui : essi sono 
buon giudici degli uomini e dell'umanità italiana » *. 



» « Cette église de Santa-Croce contieni la plns brillante assemblée de 
niorts qui soit peut-ètre en Europe. Corinne se sentii profondénienl émue 
en marchanl enire ces deux rangées de tonibeaux. lei, c'esl Galilée, qui fut 
perséculé par les honimes, pour avoir dccouverl les secrels du ciel ; plus 
loin, Machiavel, qui révéla l'art du crime, i)lulòl en observateur qu' en cri- 
minel, mais doni les lecons profilent plus aux oppresseurs qu'aux opprimés; 
.... un tableau en l'honneur du Dante, comme si les Florentins, cjui l'ont 
laissé perir dans le supplice de l' exil, pouvaienl encore se vanter de sa 
gioire ». E in nota: « Alfieri dit que ce fui en se promenatit dans l'cglise 
de Santa-Croce qu'il sentii, i)Our la première fois, l'amour de la gioire; et 
c'esl là qu'il est enseveli ». Corinne, ou V Italie, 1. xviii, eh. 3; e cfr. Al- 
pi kri, Vita, III. I, p. 62. — In una lettera a .Murray, da Diodali, il 30 set- 
tembre 1816, Byron gli annunziava: « Domani sarò a desinare a Coppet. 
Sabato l5 ottobre], piegber«S la mia tenda per l'Italia... Madama di Staiil ha 
reso Coppet tanto piacevole ciuanlo la compagnia i)uò rendere un sito sulla 
terra ». E cfr. il sonetto Al lago Lemano, che comincia: « Rous.seau, Voltaire, 
il nostro Gibbon, e De Stael. — Lemano! questi nomi sono degni delle tue 
rive, le tue rive di nomi come questi! »; e la nota di Hobhouse alla si. 54, 
V. I, del e. IV del ChiUìe Harold. 

- Sul Foscolo si veda anche la lettera a Murray da Venezia, 6 aprile 

1819. Gli avevano riferito come egli pure lo incitasse a intraprendere una 

grande opera. « And Foscolo, too! », egli esclama. « Why does he noi do 

something more than the Letters of Ortis, and a tragedy, and pamphlets? 



\ 



Nei primi giorni del 1818, il quarto canto del Chi /de 
Harold, ch'è tutto pervaso d'ammirazione e d'amore per 
l'Italia, quale" fu e quale si auspica che torni, era già 
composto e pronto per la stampa. Dedicandolo all'amico 
e compagno John Hobhouse, il poeta, a un certo mo- 
mento, prorompe in italiano: « Mi pare che in un paese 
« tutto poetico, che vanta la lingua la più nobile ed in- 
« sieme la più dolce, tutte tutte le vie diverse si pos- 
« sono tentare, e che sinché la patria di Altieri e di 
«Monti non ha perduto l'antico valore, in tutte essa 
« dovrebbe essere la prima ». L'Italia, ripigliava in in- 
glese, «ha grandi nomi ancora: Canova, Monti, Ugo 
Foscolo, Pindemonte, Visconti, Morelli, Cicognara, Al- 
brizzi, Mezzofanti, Mai, Musto.xidi, Aglietti, e Vacca 
assicureranno alla presente generazione un posto onore- 
vole in (juasi tutte le branche dell'Arte, della Scienza, 
delle Belle Lettere, e in alcune il più eminente. L' Eu- 
ropa — il mondo — ha solo un Canova ». E qui citava, 
a memoria, nel testo italiano, una sentenza di Altieri. 
« P] Stato detto da Alfieri in qualche luogo, che — la 
piaìita uomo nasce pih robusta in Italia che in qualunque 
altra terra, e che gli stessi atroci delitti che vi si com- 
mettono ne sono una provai Senza sottoscrivere », sog- 
giungeva, « all'ultima parte della sua affermazione, — 
una pericolos;i dottrina, la cui verità può esser discussa 
su migliori fondamenti, soprattutto perchè gì' Italiani non 



He has good fiftcen years more al bis conimaml than 1 bave: wbat lias he 
(Ione ali that lime? — proved bis Genius, doubtless, bui noi fixed its fame, 
nor (Ione bis utmost ». (F: I-'oscolo, egli pure I Perchè non fa egli <|ualcosa 
oltre le Lettere di Ottis, e una tragedia, e dei libercoli? Fgli ha avuto 
quindici buoni anni più di me a sua disposizione: cos'ha fatto tulio questo 
tempo? — ha dato prova del su(» genio, senza dubbio, tua non h:i stabilita 
a sua fama, nò fatto il suo sforzo supremo ». 

* \'. in (4uest(j volume a p. 466-67. 



*- B 



^ 



, LXXIV 



Vittorio Alfieri 



Il « VATE NOSTRO » 



LXXV 



sono per nessun riguardo più feroci dei loro vicini ; de- 
v'essere volontariamente cieco, o ignorantemente spen- 
sierato, chi non rimane colpito dalla straordinaria capa- 
cità di questo popolo, o, se questa parola è permessa, 
dalla loro capabilìtà, dalla f^icilità delle loro percezioni, 
dalla rapidità delle loro concezioni, dal fuoco del loro 
genio, dal loro senso della bellezza, e, in mezzo a tutti 
gli svantaggi di continue rivoluzioni, alla desolazione 
delle guerre, alla disperazione dei tempi, dalla loro non 
ancora soffocata aspirazione all'immortalità, — l'immor- 
talità dell'indipendenza. E quando noi stessi, cavalcando 
intorno alle mura di Roma, udivamo il semplice lamento 
del coro dei contadini: Roma! Roma! Roma! Roma 
non e pili come era prima!, era difficile non mettere in 
contrasto questa malinconica nenia coi ruggiti baccana- 
leschi dei canti d'esultanza urlati nelle taverne di Londra, 
sulla carneficina di Monte San Giovanni (Waterloo), sul 
tradimento di Genova, dell' Italia, della Francia, e del 

mondo ». 

E in codesto poema appunto, ch'egli reputava al- 
lora, nel gennaio del 1818, l'opera sua <>< più lunga, più 
profonda e comprensiva », Giorgio Hyron rinnovava, 
con più intensa passione d'italianità, il carme ai sacri 
Mani di Santa Croce, e da quelle tombe venerande traeva 
gli auspicii più lieti e gloriosi. 



In Santa Croce 's holy precinls He 
Ashes which make it liolier, dust whkh is 
Kven in itself an inimortalit\ , 

Though there were iiothinK save the past, and this, 
Tlie particle of ihose sublimilies 
Which have rehipsed to chaos:— here repose 
Atigelo's, Alfieri 's bones, and bis, 
The starry Tialileo, wilh bis woes; 
Here Machiavelli 's earth return 'd to whence it rose. 



These are four minds which, like the elements, 
Might furnish forth creation ; — Italy ! 
Time, which hath wrong'd thee with ten thousand rents 
Of thiiie imperiai garment, shall deny, 
And hath denied, to every other sky, 
Spirits which soar from ruin:— thy decay 
Is stili impregnate with divinity, 
Which gilds it with revivifying ray 
Such as the grcat of yore, Canova is to-day '. 



' Childe Hat old' s Pilgiimage, e, iv, 54-55: 

« Nel sacro recinto di Santa Croce giacciono ceneri che lo fanno più 
sacro, polvere che e già per sé stessa una immortalità, pur se non vi fosse 
nulla, salvo il passato, e questa, la reliquia di quelle altezze che sono 
ricadute nel caos: — <iui riposano le ossa di Michelangelo, di Alfieri, e le 
sue, dello stellato Galileo, coi suoi dolori; qui la terra di Machiavelli ritornò 
donde era sorta. 

« Queste sono quattro menti che, come gli elementi, potrebbero produrre 
la creazione; — Italia! il tempo, che ti ha oftesa con diecimila strappi alla 
tua veste imperiale, negherà, e ha negato, a ogtii altro cielo, degli spiriti 
che s'innalzino dalle rovine: — il tuo decadimento è tuttora imi»regnalo di 
divinità, che lo indora con un raggio vivificatore; simile ai grandi di un tempo, 
è oggi Canova ». 






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La Conti:ssa d'Ai.hanv. 

* 

/iitratta da Francesco S<iverio Fubre. Sfila R. Gallrìia drgli rj/izi.a Iitenze. 






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DALLA « VITA « 
SCRITTA Ì)A vSE MJvDJvSlMO. 



Al.FIKRl. II. 



9 Circa ai mici scritti.... quanto 
alle tradii/ioni, siccome iiessima 
ha ricevuta quella perfezione clic 
io le avrei forse potuta dare, desi- 
dererei che nessuna ne venisse 
alla luce.... Solamente prcKlierò 
clic, stampandole,... si prcven^^a il 
pul)l>!ico della verità, ch'io non le 
lasciava perche fossero pubblicate, 
e che nessuna ha ricevuto il de- 
bito compimento. — JyO stes.so dico 
della mia Viia, che ho scritta sino 
a tutto l'anno 1789: opera pro- 
lissa, e piena forse di molte inezie, 
ma pure non del tutto inutile per 
(|uel che ris^uarda l'arte mia par- 
ticolarmeiite, e il cuore dell' uomo 
in «generale »>. 

('Itimr volontà «//Vittorio Ai.ih'.ri, 
fsposlr. e I accomandale alla Con- 
lessa d'Albany. 









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EPOCA PRIMA: PUKRIZIA. 

Ahliracci<t nove anni di vcf^ctaziunc. 



CAriTOl.O PRIMO. 



Nascita k parenti. 



Nella città d'Asti in Pieiiioiite, il dì 17 di geiinajo ' 
dell'anno i74(), io nacqui di nobili, agiati, ed onesti pa- 
renti \ K queste tre loro qualità ho espressamente indi- 
viduate, e a gran ventura mia le ascrivo per le seguenti 
ragioni. Il nascere della classe dei nobili, mi giovò appunto 
moltissimo per poter poi, senza la taccia d 'invidioso e di 
vile, dispregiare la nobiltà ])er sé sola, svelarne le ridi- 
colezze, gli abusi, ed i vizj; ma nel tempo stesso mi giovò 
non j)oco la utile e sana inlluenza di essa, i)er non conta- 
minare poi mai in nulla la nobiltà dell'arte ch'io i)rofes- 
sava'. Il nascere agiato, mi fece libero e juiro; né mi lasciò 
servire ad altri che al vero. I/one.stà poi de' jjarenti fece 
si, che non ho dovuto mai arrossire dell'esser io nobile. 
Onde, (|ualun(|ue di (pieste tre cose fosse mancata ai 
miei natali, ne sarebbe di necessità venuto assai mino- 



' W'iaiuiiiti' il 17 fu l);illc/./atu, ma i-j^li iTu nato il ^^ioino 
prima. N'obli Annali aniic)t«">; >« J7|'». A' 17 j^fimaio naturili per mia 
disgra/.ia •». 

^ Si Ici^^ano i sonetti: Asti, <inti</na città che a me ^ià desti 
(7 aprile 1797); e L'adunco rostro, il ncrììoruto artiglio (13 feb- 
])raio 1793)- 

' Cfr, il sonetto xx^x del Miso^allo: Predio mi fo di quat- 
tro cose, e grado (8 gennaio I7<>3) ; e la Satira seconda, / Grandi: 
Vano è il vanto degli Avi. In zero il nulla. 



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DaUvA «Vita»; I, i: 1749-^754 



Dai.la «Vita»; I, i: 1749-1754 



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ranicnto alle diverse mie opere; e sarei <iuìik1ì stato per 
avventura o peggior filosofo, o peggior uomo, di ([uello 
che forse non sarò stato. 

Il mio padre chiamavasi Antonio Altieri; la madre. 
Monica Maillard di Tournon. Kra cpiesta di origine sa- 
voiarda, come i barbari di lei cognomi dimostrano: nia 
i suoi erano già da gran tLini)o stabiliti in Tornio. 11 uno 
padre era un uomo purissimo di costumi, vissuto sempre 
senza impiego nessuno, e non contaminato da alcuna 
ambizione; secondo che ho inte.^o dir sempre da chi 
l'avea conosciuto. Provveduto di beni di fortuna sutìi- 
cienti al suo grado, e tli una giusta moderazione nei de- 
siderj, egli visse bastantemente felice In etcì di oltre 
ciiupiantacinque anni invaghitosi di mia madre, la ([uale. 
benché giovanissima, era allora già vedova del marchese 
di Caeheraiio, gentiluomo astigiano, la sposò. Una figlia 
femmina che avea di ([uasi due anni precetluto il mio na- 
scimento, avea più che mai invogliato e insperanzito il 
mio buon genitore di aver prole maschia: onde fu oltre- 
modo festeggiato il mio arrivo. Non so se egli si ralle- 
grasse di (luesto come i)adre attempato, o come cavaliere 
a.ssai tenero del nome suo e della i)erpetuità di sua stirpe: 
crederei che di ([uesli due alìelti si componesse in parte 
eguale la di lui gioja. l-allo si è. che datomi ad allattare 
in un borghetto distnnlt- circa dni« miglia da Asti, eliia- 
niato Rovigliasco, egli (piasi ogni giorno ci veniva a piedi 
a vedermivi, essendo uomo alla buona e di semplicissime 
maniere. Ma ritrovandosi già oltre l'anno sessagesimo di 
* sua età. ancorché fosso vegeto e robusto, tuttavia (piello 
strapazzo continuo, non badando egli ne a rigor di sta- 
gione uè ad altro, fé si che riscaldatosi un giorno oltre 
modo in ([uella sua ]KTÌodica visita clu- mi faeeva, si 
prese un;- puntura di mi in ]>oclh giorni morì. Io non 
comi)iv.i allora i)er anco il primo anno della mia vita. 
Rimase mia madre incinta di un altro figlio maschio, il 
([uale morì poi nella sua ])rima età. Le restavano duiupie 
un maschio e una iVmmina di mio padre, e due femmine 
ed un muschio del di hi primo marito, marchese di Ca- 
cherano. Ma essa, benché vedova due volte, trovandosi 



pure a.ssai giovine ancora, ])assò alle terze nozze col cava- 
liere Oiacinto Alfieri di Magliano. cadetto di una casa 
dello stesso nome della mia, ma di altro ramo. Questo 
cavalier (liacinto, per la morte poi del di lui primogenito 
che non lasciò figli, divenne col tempo erede di tutto il 
suo, e si ritrovò agiatissimo. Iva mia ottima madre trovò 
una ])erfetta felicità con ([uesto cavalier (»iacinto, che 
era di età all'incirca allìi sua, di bellissimo as])etto, di 
signoriU ed ilUbati costumi: onde ella vis.se in una bea- 
ti.ssima ed esemplare unione con lui; e ancora dura, mentre 
io sto scrivendo questa mia vita in età di anni quarantuno. 
Onde da più di 37 anni vivono questi due coniugi vivo 
esempio d'ogni virtù domestica, amati, rispettati, e am- 
mirati da tutti i loro concittadini ; e* massimamente mia 
madre ^ per la sua ardentissima eroica jnetà con cui si è 
a.ssolutamente consecrata al .sollievo e servizio dei j)overi. 
Klla ha successivamente in (juesto decorso di tempo 
perduti e il primo maschio del i)rimo marito e la seconda 
femmina; cosi pure i due soli maschi del terzo, onde nella 
sua ultima età io solo di maschi le rimango; e per le fatali 
mie circostanze non posso star jjresso di lei; cosa di cui 
mi rammarico spessissimo-: ma assai più mi dorrebbe, 
ed a nessun conto ne vorrei stare continuamente lontano, 
se non fo.ssi ben certo ch'ella e nel suo forte e sublime ca- 
rattere, e nella sua vera jnetà ha ritrovato un ani])lis- 
simo comi>enso a (piesta sua j^rivazione dei figli. Mi si 
perdoni (piesta forse inutile digressione, in favor d'una 
madre .stimabilissima \ 



^ Nata nel 1722, essa morì il 25 aprile 1792. 

" Si KK)^'T»f> specialmente i sonetti: Misera wadre. che di 
fìidììto in pianto {2h setteml)re i 7^^.) ; Mtuhr dilrttu mia. deh non 
ti piaccia {17H7); Della pia, hene spe'ia, alta tua vita (zi gennaio 
I7<)i); e la lettera del 20 maj^^^io 17 )o. da Parigi, in cni le dice: 
« Mi rincresce più assai ch'ella non lo pnò credere, mi rincresce 
dico, che le mie circostanze .siano pnr tali, che io non po.s.sa vivere 
abitualmente nello stesso luogo <lov'ella; ma ciascuno ha le .sue, 
e s^juo la .seconda natura dell'uomo >». 

^ Tuttavia ne^li Annali l'Alfieri annotò: « 1750-57- I" questi 












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Dalla «Vita»; I, 2: 1752-1754 



CAPITOLO SICCONDO. 
Rkmixisckxzk dkll'ixi*anzl\. 

Uipiuliando (luiuiuc a parlare (Idia mia primissima 
età (lieo che di (lUcUa stupida vc^cta/àonc mlantdc n.)ii 
mi ò rimasta altra memoria se non quella d uno zio pa- 
terno il (luale avendo io tre in (luattr'anni, nn facea por 
ritto su un antico cassettone, e cpiivi molto accarezzan- 
domi mi dava degli ottimi confetti. Io non nn ricordava 
più (luasi punto di lui. nC- altro me n'era rnnasto fimr- 
ch'e-li portava certi scarponi ri(iuadrati m punta. Molti 
anni'dopo, la prima volta che mi vennero agli occhi certi 
stivali a tromba, che portano pure la scarpa quadrata a 
quel modo stesso dello zio morto già da gran tempo, ne 
mai più veduto da me da che io aveva uso di ragione, la 
subitanea vista di (luella forma di scari)e del tutto oramai 
disusata, mi richiamava ad un tratto tutte (luelle sen- 
sazioni primitive ch'io avea i.rovate ^tà nel ricevere le 
carezze e i confetti dello zio. di cui i moti ed i modi, ed 
il sapore perfino dei confetti mi si riallacciavano vivis- 
simamente ed in un subito nella fantasia. Mi sono lasciata 
uscir di penna cpiesta puerilità, come non inutile ahatto 
a chi s])ecula sul meccanismo delle nostre idee, e sull at- 
finità dei pensieri colle sensazioni. ^ ^ 

Nell'età di ciiuiue anni in circa, dal mal de ])ondi 
fui ridotto in fine; e mi pare rli aver nella mente tuttavia 
un certo barlume de' miei patimenti; e che senza aver 
idea nessuna di ([uello che fo.sse la morte, pure la deside- 
rava come fine di dolore; perchè (luaiido era morto (piel 
mio fratello minore, avea sentito dire ch'egli era diven- 
tato un angioletto. 



anni .stetti colla madre mia rimaritala, da cui n'ehhi. rome pur 
troppo .si .suole in Italia, una pes.sima eduea/.ione ; rinr /)r^.w»)/ri 

di ììc^lii^enza ». 

^ Ln di.sseuteria sanguinolenta. 







Per ([uanti sforzi io abbia fatti spessissimo per rac- 
cogliere le idee i)riiiiitivc, o sia le sensazioni ricevute 
prima de' sei anni, non ho potuto mai racca])ezzarne altre 
che queste due. La mia sorella (»iulia, ed io, seguitando 
il destino della madre, èramo ])assati dalla casa ])aterna 
ad abitare con lei nella casa del ])atrigno, il ((uale ])ure 
ci fu i)iù che padre per (|uel temix) che ci stemmo. La 
figlia ed il figlio del primo letto rimasti, furono successi- 
vamente inviati a Torino, l'uno nel Collegio de' Ciesuiti, 
l'altra nel monastero^; e poco dopo fu anche messa in 
monastero, ma in Asti .stessa, la mia sorella Giulia, es- 
.seiido io vicino ai sett'anni. Iv di quest'avvenimento do- 
mestico mi ricordo benissimo, come del primo ])iinto in 
cui le facoltà mie sensitive diedero cenno di sé. Mi sono 
presenti.ssimi i dolori e le lagrime ch'io versai in quella 
sep: razione di tetto solamente, che pure a principio non 
impediva ch'io la visitassi ogni giorno. K speculando j^oi 
do])() su quegli effetti e sintomi del cuore provati allora, 
trov(ì essere stati j)cr rap])unto {piegli stessi clie poi in 
appresso ])rovai (luando nel bollore degli anni giovenili 
mi trovai costretto a dividermi da una (jualche amata mia 
donna; ed anche nel sei)ararini da un qualche vero amico, 
che tre o (piattro successivamente ne ho pure avuti finora: 
fortuna che non sarà toccata a tanti altri, che gli avranno 
forse ineritati i)iù di me. Dalla reminiscenza di quel mio 
])rimo dolore del cuore, ne ho poi dedotta la prova che 
tutti gli amori dell'uomo, ancorché diversi, hanno lo 
stesso motore. 

Rimasto (iuiKjne ie solo di tutti i figli nella casa ma- 
terna, fui dato in cijstodia ad nn buon prete, chiamato 
don Ivaldi, il (juale m'insegnò cominciando dal -comjn- 
tare e scrivere, lino alla classe (juarta, in cui io s])iegava 
non male, per ciuanto diceva il maestro, alcune Vite di 
Cornelio Nijjote, e le .solite favole di l'edro. Ma il buon 
])reteera egli stesso ignorantuccio, a (piel ch'io combinai' 



^ Nel collegio delle monache. 

2 Capii, meltencìo in.sieme e lousiderando le «liver.sc circo- 
stanze e i diversi indizi. 






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Daij.a «Vita)>; I, 2-3: 1755 



l)oi dopo; e se dopo i nov'anni mi avessero lasciato 
alle sue mani, verisiniilmeiite non avrei imparato più 
miUa ^ I parenti erano anch'essi ii^norantissimi ; e sjxsso 
udiva loro ripetere ([uella usuale massiiua dei nostri no- 
bili di allora, che ad un sii^nore non era necessario di 
diventar un dottore. Io nondimeno aveva ])er natura una 
certa inclinazione allo studio; e s])ecialmente dopo che 
uscì di casa la sorella, ([uel ritrovarmi in solitudine col 
maestro mi dava ad un tempo malinconia e raccoj.di mento. 



CAPITO]/) TI'KZO. 
Primi sintomi di un cakatticrk Ai'rAssK)XATo. 

]\Ia qui mi occorre di notare un'altra j)articolaritii 
assai strana, quanto allo sviluppo delle mie facoltà ama- 
torie. La ])rivazi()ne della sorella mi avea lasciato addolo- 
rato per lungo tempo, e molto \à\\ serio in appresso. Le 
mie visite a quell'amata sorella erano senqne andate dira- 
dando, perchè essendo sotto il maestro, e dovendo atten- 
dere allo studio, mi si concedeano solamente nei giorni 
di vacanza o di festa, e non sempre. Una tal (piale conso- 
lazione di quella mia solitudine mi si era andata facendo 
sentire a poco a i)oco nell'assuefarmi ad andare o.^ni 
giorno alla chiesa del Carmine attigua alla nostra casa; 
e di sentirvi spesso della nuisica, e di vxnlervi ulliziare (piei 
frati, e far tutte le ceremonie della messa cantata, pro- 
cessione, e simili -. In cajx) a più mesi non pensavo più 
tanto alla sorella, etl in capo a più altri, non ci pensava 
quasi più niente, e non desiderava altro che di essere 
condotto mattina e giorno al Carmine. VA eccone la ra- 
gione. Dal viso di nùa sorella in poi, la ([uale avea circa 
nov'anni quando uscì di casa, io non aveva più veduto 



^ I*\i pensare al povero rìon Raglia «la lìasticro, ritratto cosi 
al vi\o nella Satira .sesta, L' lùiitcazione. 

- Cfr. il sonetto Alto, devoto, mistico, ingegnoso, conoepito n«l- 
l'iiscirc (li Santa Maria Novella, il j| mar/.o i-j*)^. 



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Dalla «Vita»; I, 3: 1755-1756 



usualmente altro viso di ragazza uè di giovane, fuorché 
certi fraticelli novizj del Carmine, che i)otevano avere 
tra i (piattordici e sedici anni all'incirca, i (piali coi loro 
roccetti ' assistevano alle diverse funzioni di chiesa. 
Questi loro vi.si giovenili, e non dissimili da' visi donneschi, 
aveano lasciato nel mio tenero ed inesperto cuore a un 
di i)resso (jnella ste.s.sa traccia e quel medesimo desiderio 
di loro, che mi vi avea già inq)resso il viso della sorella. 
I^ (jucsto in.somma, sotto tanti e si diversi a.spetti. era 
amore; come poi pienamente conobbi e me ne accertai 
pareccrù ainii dopo, rillettendovi su; perchè di (pianto 
io allora 'sentissi o facessi nulla alfatto sapeva, ed obbe- 
diva al puro istinto animale. Ma questo mio innocente 
amore per (|ue' novizj, giunse tant'oltre, che io seni])re 
pen.sava ad essi ed alle loro diverse funzioni; ora mi si 
rappresentavano nella fanta.sia coi loro devoti ceri in 
mano, servienti la messa con viso compunto ed an^zelico, 
ora coi turiboli incensando l'altare; e tutto assorto in 
codeste imagini, trascurava i miei studi, ed ogni occupa- 
zione, o comi)agiiia mi iioiava. Un giorno fra gli altri, 
stando fuori di casa il maestro, trovatomi solo in camera, 
cercai ne' due vocabolari latino e italiano l'articolo Fra/i', 
e cassata in ambidue quella i)arola, vi scrissi Padri; 
cosi credendomi di nobilitare, o che so io d'altro, quei 
novizietti ch'io vedeva ogni giorno, con nessun dei (piali 
avea i)er() mai favellato, e da cui non sapeva a.ssoluta- 
niente (piello ch'io mi volessi. I/aver sentito alcune volte 
con (jualche dis])rezzo articolare la ])arola /^'ra/c, e con 
risi)etto ed amore (piella di l'adrc, erano le sole cagioni 
per cui m'indu.ssi a correggere (]uei dizionarj; e codeste 
correzioni fatte anche grossolanamente col tem])erino e 
la ])enna, le nascosi j)oi .sempre con gran sollecitudine e 
timore al maestro, il (piale non .se ne dubitando, né a tal 
cosa certamente i)ensando, non se n'avvide. i)oi mai. 
Chiuiupie vorrà rillettere alquanto su quest' inezia, e 
rintracciarvi il .seme delle i)as.sioni dell'uomo, non la 



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Daixa '.(Vita»; I, y. 1755-1756 



Datxa « Vita »; I, 3-4: 1756 



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troverà torse uè tanto risil)ilo né tanto ])nerilc (pianto 
ella pare. 

Da ([nesti sì fatti elìetti d'amore ii^noto intieramente 
a me stesso, ma pnre tanto operante nella mia fantasia, 
naseeva, ]>er (pianto ora eredo, (piell'umor malinconieo, 
elle a jhko a poeo si insii^noriva di me, e dominava poi 
sempre sn tntte le altre (pialità dell'indole mia. Tra i 
.sette ed ott'anni. trovaiuUMiii un giorno in (pieste dispo- 
sizioni malineonielie. oeeasionate forse anelie dalla salnte 
che era gracile anzi che no. visto uscire il maestro e il 
servitore, corsi fuori del mio salotto che posto a terreno 
rin.sciva in un secondo cortile dove eravi intonio intorno 
inolt'erha. l\ tosto mi ]x)si a strapparne colle mani ((nauta 
ne veniva, e ponendomela in l)(ìcca a masticarne e in- 
gojarne (pianta più ne ])oteva, malgrado il sapore ostico 
ed amarissimo. Io avea sentito dire non so da chi, ne 
come, né (piando, che v'era un'erba detta cicuta che avve- 
lenava e faceva morire; io non avea mai fatto pensiero 
di voler morire, e i)oco sapea (piel che il morire si fo.sse; 
eppure seguendo cosi un non so (piale istiiit(^ naturale 
misto di un dolore di cui m'era ignota la fonte, mi spinsi 
avidissimamente a mangiar di (piell'erha. lìgurandomi 
che in essa vi doves.se anco essere della cicuta. Ma ribut- 
tato ^ poi dalla insopportabile amarezza e crudità di un 
tal ])ascolo, e sentendomi provocato a dare di stomaco, 
fuggii iiell annesso giardino, dove non veduto da chi che 
sia mi liberai quasi interamente da tutta l'erba ingojata. 
e tornatomene in camera me ne rimasi soletto e tacito 
con qualche doloruzzo di stomaco e di corpo. ToriK^ frat- 
tanto il niaestro, che di nulla si avvide, ed io nulla dissi. 
Poco dopo si dovè andare in tavola, e mia madre veden- 
domi gli TKchi gonfi e rossi, eome sogliono rimanere dopo 
gli sforzi del vomito. (loman(l(^. insistendo, e volle asso- 
lutament'. saper tpiel che fo.sse; ed oltre i comandi della 
madre mi andavano anche sem])re più ])iinzecchiando i 
dolori di corpo, si ch'io non potea punto mangiare, e 



^ Respinto, (ìi.sgnst.'ilo. 



parlar non voleva. Onde io semi)re duro a tacere, ed a ve- 
dere di non mi scontorcere, la madre .seuii)re dura ad in- 
terrogare e minacciarmi; finalmente osservandomi essa 
ben bene, e vedendomi in atto di ])atire, e ])oi le labbra 
verdiccie, che io non avea pensato di risciaquarmelc, 
spaventatasi molto, ad un tratto si alza, si ap])rossima 
a me, mi parla dell'insolito color delle labbra, m'incalza 
e sforza a rispondere, finché vinto dal timore e dolore io 
tutto confesso piangendo. Mi vien dato subito un qualche 
leggiero rimedio, e nessun altro male ne segue, fuorché 
per più giorni fui rinchiuso in camera jjcr gastigo; e quindi 
nuovo i)ascolo e fomento all'umor malinconico. 



CAPITOLO QUARTO. 
Sviluppo dkij/ixdolk indicato da varj fattarkij.i. 

L'indole, che io andava intanto manifestando in quei 
primi anni della nascente ragione, era questa. Taciturno 
e placido, j)er lo jnù; ma alle volte locpiacissimo» e viva- 
cissimo; e (piasi semj)re negli estremi contrari : ostinato 
e restio contro la forza; pieghevolis.simo agli avvisi amo- 
revoli; rattenuto jnù che da nessun'altra cosa dal timore 
d'es.sere sgridato; suscettibile di vergognarmi fino al- 
l'ecces.so, e inllessibile se io veniva ]jreso a ritroso. • 

Ma.' i)er meglio dar conto ad altrui e a me stesso di 
(juelle (pialità i)rimitive che la natura mi avea impron- 
tate neiranimo, fra molte sciocche istoriette accadutemi 
in quella prima età, ne alleghen') due o tre di cui mi ri- 
cordo benissimo, e che ritrarranno al vivo il mio carattere. 
Di quanti gastighi mi si ])otessero dare, quello che smi- 
suratamente mi addolorava, ed a segno di farmi amma- 
lare, e che ])erci(') non mi fu dato che due volte sole, egli 
era di mandarmi alla messa colla reticella da notte in 
capo, assetto che nasconde quasi interamente i capelli ^ 



* Si adoperava perchè i capelli non s'arruffassero. 



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Dalla «Vita»; I, 4: 1736 



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La prima volta ch'io ci fui coiidainiato (nò mi ricordo più 
del j)crclic) venni dun<iue strascinato per mano dal 
maestro alla vicinissima chiesa del Carmine; chiesa ab- 
bandonata, dove non si trovavano mai 40 persone radu- 
nate nella sua vastità: tuttavia sì fattamente mi alllisse 
codesto gastigo, che i)er più di tre mesi poi rimasi irre- 
prensibile. Tra le ragioni ch'io sono andato cercando in 
appresso entro di me medesimo, ])er bc-n con(ìscere il 
fonte di un simile elìetto, due piincii)almenle ne trovai, 
che mi diedero intera soluzione del dubbio. I/una si era, 
che io mi credeva gli occhi di tutti doversi necessaria- 
mente allessare su (piella mia reticella, e ch'io (h)vea es- 
sere molto sconcio e diforme in codest(j assetto, e che 
tutti mi terrebbero per un vero malfattore vedendomi 
punito così orribilmente. I/altra ragione si era, ch'io te- 
meva di esser visto così dagli amati novizj ; e (piesto mi 
passava veramente il cuore. Or mira, o lettore, in me omic- 
cino il ritratto e tuo e di (juanti anche uomini sono stati 
o saranno; che tutti siam pur sempre, a ben j)rendere ^ 
bambini i)erpetui. 

^la reltetto straordinario in me cagionato da (piel 
gastigo, avea riempito di gioja i miei parenti e il maestro; 
onde ad ogni ombra di mancamento, minacciatami la 
reticella abborrita, io rientrava innnediatamente nel do- 
vere, tremando. Pure, essendo jjoi ricaduto al line in un 
iiualche fallo insolito, i)er iscusa del (piale mi occorse di 
articolare una solennissima bugia alla signora madre, mi 
fu di l)el nuovo sentenziata la reticella; e di più. che in 
vece della deserta chiesa del Carmine, verrei condotto 
così a cpiella di San Martino, distante da casa, posta nel 
bel centro della città, e frecpientatissima su l'ora del 
mezzo giorno da tutti gli oziosi del bel mondo. Oimè. 
qual dolore fu il mio! pregai, piansi, mi disperai; tutlo 
invano. Ouella notte, ch'io mi credei dover essere l'ultima 
della mia vita, non che chiudessi mai occhio, non mi ri- 
cordo mai ì)oi di averne in nessun altro mio dolore ])as- 



^ Coinprrndore, auisidcrarc. 



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Dalla « Vita »; I, 4: 1756 



13 



sata una peggio. Venne allln l'ora; inreticellato, i)iangente, 
ed urlante mi avviai stiracchiato dal maestro pel braccio, 
e spinto innanzi dal servitore per di dietro; e in tal modo 
traversai due o tre strade, dove non era gente nessuna; 
ma tosto che si entrò nelle vie abitate, che si avvicinavano 
alla piazza e chiesa di San Martino, io immediatamente 
cessai dal piangere e dal gridare, cessai dal farmi stra- 
scinare; e cannninando anzi tacito, e di buon i)asso, e 
ben rasente al i)rete Ivaldi, si)erai di passare inosservato 
nascondendomi (piasi sotto il gomito del talare maestro, 
al di cui fianco ajìpena la mia staturina giungeva. Arrivai 
nella ])iena chiesa, guidato ])er mano come orbo ch'io 
era; che in fatti chiusi gli occhi all'ingresso, non gli 
apersi più iìnchè non fui inginocchiato al mio luogo di 
udir la messa; ne, aprendoli ])oi, li alzai mai a segno di 
potervi distinguere nessuno, li rifattomi orbo all'uscire, 
tornai a casa con la morte in cuore, credendomi disono- 
rato per sempre. Non volli in (pici giorno mangiare, né 
})arlare, né. studiare, né piangere. K fu tale in somma e 
tanto il dolore, e la tensione d'animo, che mi ammalai 
per più giorni; né mai jnù si nominò pure in casa il sup- 
plizio della reticella, tanto era lo spavento che cagionò 
alla amorosissima madre la disperazione ch'io ne mostrai. 
lid io parimenti i)er assai gran temi)o non dissi più bugia 
nessuna; e chi sa s'io non devo i)oi a (piella benedetta 
reticella l'essere riuscito in ap])resso un degli uomini i 
meno bugiardi ch'io conoscessi. 

Altra storietta. Ivra venuta in Asti la mia nonna ma- 
terna, matrona di a.ssai gran i)eso in Torino, vedova di 
uno dei barbassori di Corte, e corredata di tutta quella 
])()mi)a di cose, che nei ragazzi lasciano grand 'impressione. 
Onesta, (lo])() essere stata alcuni giorni con la mia madre, 
per (pianto mi fos.se andata accarezzando moltissimo in 
(pici frattempo, io non m'era j)er niente addimesticato 
con lei, come salvatichetto ch'io m'era: onde, stando essa 
])oi ])er andarsene, mi disse ch'io le doveva chiedere una 
(pialche cosa. (|uella che più mi ])otrebl)e soddisfare, e 
che me la darebbe di cerio. Io, a bella ])rima jìcr vergogna 
e timidezza ed irresoluzione, ed in seguito poi per osti- 






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Datxa ((Vita»; I, 4: 175^)-! 757 



nazione e ritrosia, incoccio sempre a rispondere la stessa 
e sola parola, Nicn/c: e per (pianto i)oi ci si provassero 
tntti in venti diverse maniere a rivoltarmi per pure 
estrarre da me (pialcosa altro che non fosse (piell'inedu- 
catissimo^ .V/t'/z/t-, non fu mai possibile; nò altro ci gua- 
dagnarono nel persistere gl'interrogatori, se non che da 
principio il .V /<•;//,• veniva fuori asciutto, e rotondo; jh)Ì 
verso il mezzo \eniva fuori con voce dispettosa e tremante 
ad un tempo; ed in ultimo, fra molte lagrime, interrotto 
da i)rofon(li singhiozzi. ìMì cacciarono dumpie, come io 
ben meritava, dalla loro presenza, e chiusomi in camera, 
mi lasciarono godermi il mio cosi desiderato Xini/c, é 
la nonna parti. Ma (juell'istes.so io. che con tanta ]>erti- 
nacia aveva ricusato ogni dono legittimo della nonna, 
più giorni addietro le avea pure involato in un suo for- 
ziere aperto un ventaglio, che poi celato nel mio letto, 
mi fu ritrovat(ì dopo alcun tempo: ed io allora dissi! 
com'era vero, di averlo preso j)er darlo poi alla mia so- 
rella. Gran punizione mi toccò giustamente per codesto 
ftirto: ma, benché il ladro sia ahpianto peggior del bu- 
giardo, pure non mi venne più uè minacciato né dato il 
sui)phzio della reticella: tanta era più la i)aura che aveva 
la mia madre di farnn ammalare di dolore, che non di 
vedermi riuscire un ])o' ladro: difetto, per il vero, da non 
temersi jmm molto, e non dithcile a sradicarsi da (|u'alun(pie 
ente noii ha bisogno di esercitarlo. Il rispetto delle altrui 
l)roprietà. nasce e prospera prestissimo negl'individui che 
ne pos.seggon() alcune legittime loro. 

K (|ui. a guisa di storietta. inserirò pure la mia prima 
conlessione spirituale, fatta tra i sette ed otto anni, il 
inaestro mi vi andò preparando, suggerendomi e-h stess(» 
1 diversi peccati ch'io poteva aver conmiessi. (U'-i più <!,.' 
(piali io ignorava i)ersino i nomi. l'atto (piesto preven- 
tivo esame in comune col don Ivahli. si fissò il git,rno in 
eni porterei il mio fastelletto ai piedi del Padre Angelo. 
Carmelitano, il (piale era anche il confessore di mia madre 
Andai: nò so (pici che me gli dicessi, tanta era la mia na- 
turai ripugnanza e il (l(.h)re di dovere rivelare i miei .se- 
greti tatti e i)ensieri ad una persona ch'io appena anio- 



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Dalla «Vita»; I, 4: 1757 



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sceva. Credo che il frate facesse egli stesso la mia confes- 
sione per me; fatto si è che assolutomi m'ingiungeva di 
prosternarmi alla madre ])rima di entrare in tavola, e 
di domandarle in tal atto ]nil)blicaniente perdono di tutte 
le mie mancanze i)a.ssate. Questa penitenza mi riusciva 
assai dura ad ingojare; non già, jjerchè io avessi ribrezzo 
nessuno di domandar ])erdon(; alla madre; ma (piella 
prosternazione in terra, e la i)resenza di chiumpie vi ])o- 
trebbe essere, mi davano un su])plizio insoflribile. Tor- 
nato duncpie a casa, salito a ora di pranzo, portato in 
tavola, e andati tutti in .sala, mi i)arve di vedere che gli 
occhi di tutti si fissassero so])ra di me; onde io chinando 
i miei me ne stava dubbioso e confuso ed immobile, senza 
acc(3starini alla tavola, dove ognuno andava i)igliando il 
suo luogo: ma non mi figurava per tutto ciò, che alcuno 
sapes.se i segreti i)enitenziali della mia confessione. Fat- 
tomi poi un i)oc() di coraggio, m'inoltro per sedermi a 
tavola; ed ecco la madre con occhio arcigno guardandomi, 
mi domanda se io mi ci posso veramente sedere; se io 
ho fatto (piel ch'era mio dovere di fare; e .se in somma 
io non ho nulla a rimproverare a me stesso. Ciascuno di 
(piesti (piesiti mi era una pugnalata nel cuore; rispondeva 
certamente per me l'addolorato mio viso; ma il labbro 
non poteva i)roferir paiola: né ci fu mezzo mai, che io 
voles.si non che eseguire, ma né articolare né accennar inire 
la ingiuntami penitenza. JC ])arimente la madre non la 
voleva accennare, ])er non tradire il traditor confes.sore. 
Onde la cosa lini, che ella ])erdé per quel giorno la ])ro- 
sternazione da faiglisi, ed io ci ])er(lei il pranzo, e fors'anco 
l'assoluzione datami a sì duro patto dal !*.•' Angelo. Non 
ebbi con tutto ciò per allora la sagacità di penetrare che 
il !*.'■ Angelo aveva concertato con mia madre la penitenza 
da ingiungermi. Ma il core ser\'endomi in ci(') megho assai 
dell'ingegno, contrassi d'allora in j)oi un odietto bastan- 
temente i)rofondo pel suddetto frate, e non molta propen- 
sione in a])pre.sso ])er (piel sagramento, ancorché nelle 
seguenti confessioni non mi si ingiungesse poi mai ])iù 
nessuna pena ])ubblica. 






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CAVn'uìA.) yUIXTO. 



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Ivra vt-Muto .1. viK-mi/.a in Asti il n,i„ Inumilo nuiueioa- 
' ...aK- hcso .h Cad...ra„o, clu- .la akuni anni .i slaN.^.U.-' 
ca.Klo .n l,nuu, „W C.IU.kìo ,1c' Ccsniti. i:«li ,.,a in e'", 
di circa anni 14 al più, ci i., di otto. La di lui c»„ma>-nià 
mi riusciva ad un tempo di sollievo e d'angustia. Siccome 
10 non lo avcu mai conosciuto i.riina (essendomi ej^li fra- 
tello uteniu. soltanto), io veramente non mi sentiva .unsi 
nessun amore per e.s.so; ma .siccome ckIÌ andava pure un 
cotal poco ru/.zando con me, una certa inclinazione per 
Un nu sarebbe venuta crescen.lo con l'assuefazione Ma 
egli era lauto più grande di me; avea più libertà di me 
l'I'i ''•"';'■•'. l'ili ca.x/./.i. dai genitori; avea «ià ve.lute 
im. a.ssai co.se di me. abitando in Torino; aveva spiegato 
1 Virgiho; e che .so ,0, tante altre cosarelle aveva egli 
che .0 non avea, che allora linalmente io conobbi per la 
prima volta 1 nuidia. Lilla non era perù atroce, , oiciù 
non «n traeva ad odiare precisan.cnte .piell'in lividuò 
"la nn faceva ar<lentis.sin.an>ente .lesiderare di aver i.i 
le .s esse cose, seu/.a p.m volerle l„Kliere a lui. !• .nu-sf, 
eredo .0, clu- sia la dirania/.l,m<. ,l..lle du.- invidi,- .li ,„i 

e n ha II Kue, e ,1 .lesi.lerio d'in.pe<liiHli..lo. o toglier- 
ghelo, anche non lo acpustando per .sé; l'altra, nei non 
rei, diventa sotto il non.e di enmlazione, o di ga a , n'i 
qmetissnna brama di ottenere <,uelle cose stesse in c-gu' le 
o maggior cop.a dell'altro. Oh .pianto è sottile e n v - 
b. e qua.s. la <1 fferenza che pa.ssa fra il seme .lei, X 
\irtu e dei nostri vizj ! 

Io cìnncinr. con c,,u.sto n.io lral.l|<. <„;. rn//.;,n<I<, ora 

I>Ksticciaiulo, . cavandone, ora dei rc^alncci. ora dei nn-Mii 

jm passava tntta c,nclla state assai più <livcrtito dcl^;' 

to essendo io ini allora stato sempre solo in casa; che 

"Oli ^ e pe ra-azzi maggior fastidio. Vn giorn.. tra gli 



Dalla « Vita »; 1,5: jy^y 



17 



altri caldissimo, mentre tutti su la nona ' facevano la 
siesta, noi due stavamo facendo l'esercizic^ alla i)russiana 
ehe il imo fratello m'insegnava. Io, nel marciare in una 
voltata cado, e batto il capo soi>ra uno degli alari' rimasti 
. per incuria nel caminetto sin dall'inverno precedente 
La are. per essere tutto scassinato e privo di (p,el ponici 
d ott()ne solito ad innestarvisi su le due punte che spor- 
gono in fuori del caminetto, su una di esse mi venni nuasi 
ad ine iiodare la testa, un dito circa sopra l'occhio sinistro 
nel bel mezzo del sopraciglio. Iv fu la ferita cosi lunga e 
profonda, che tuttora ne porto, e porterò sino alla tomba 
la cicatrice visibilissima. Dalla caduta mi rizzai immedia- 
tamente da me stesso, ed anzi gridai subito al fratello di 
non dir mente; tanto più che in cpiel i)rimo impeto non 
mi parca d'aver sentito nessunissimo dolore ma bensì 
molta vergogna di essermi co.si mostrato un srildato male 
m gambe. Ma già il fratello era corso a risvegliare il 
maestro, e il roniore era giunto alla madre e tutta la 
casa era sottosopra. In cpiel frattemjjo. io che non avea 
punto gridato nò cadendo ne rizzandomi, (piando ebbi 
fatti alcuni passi verso il tavolino, al sentirmi scorrere 
lungo il viso una cosa caldissima, portatevi tosto le mani 
to.sto che me le vidi ripiene di sangue cominciai allora ad' 
urlare. b,doveano essere di semplice .sbigottimento (luegli 
urli, poiché nn liconh, benissimo, che non sentii mai 
nessun dolce sinché non venne il chirurgo e cominciò 
a lavare a tastare e medicare la piaga. Questa durò al- 
cune settimane, prima di rimarginare; e per più giorni 
dovei stare al bujo, j^erchè .si temeva non poco per l'occhio, 
stante la infiammazione e gonfiezza smisurata, che vi .si 
era messa. Hs.sendo i>oi in convalescenza, ed avendo an- 
cora grimj,iastri e le fa.sciature. andai pure con molto 
piacere alla messa al Cannine; beiichò certo (|Ueirassetto 
spedalesco mi sfigurasse assai più che non = quella mia 



^ Le Ire (k'I pomeri^i^'io. 

- Corre.iiiio qui .seii/.n .srnii)ol.) k- edizioni correnti (Le ^^on 
mcr. Paravia i<jo^ ecc.), k- (piali hanno: «più che con quelk 
lina rctirclla ... Anche il Bertana ha « più che non «. 



Alfikki. il 





















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Dalla «Vita»; I, 5: 1 757-1 75S 



Dalla «Vita»; I, 5: 1758 



19 



reticella da notte, verde e pulita, quale appunto i zer- 
bini d'Aniialusia ixìitano per vezzo, lui io pnre. poi viaj^- 
giando nelle Siìagne la portai per eivelteria ad imitazione 
di essi. Onella fasciatura (huKiue non mi facea nessuna 
ripugnanza a mostrarla in pubblico: o fosse, perchè l'idea 
di un i)ericolo corso mi lusinga.s.se; o elie. per un misto 
d'idee anct)ia informi uri mio capicino. io auuettessi pure 
una qualche idea di gloria a (|uella ferita. E cosi bisogna 
pure che fosse; ])oichè. seuza aver presenti alla mente 
i moti dell'animo mio in (piel punto, mi ricordo bensì che 
ognicjualvolta s'incontrava (|ualcuno che domanda.s.se al 
l)rete Ivaldi co.sa fo.sse (|uel mio cajx) fasciato; rispon- 
dendo egli, ch'io era Cascato; io subito soggimigeva del 
mio, l'accìido /'esercizio. 

Ed ecco, come nei giovani.ssimi petti, chi ben li .stu- 
diasse, si vengono a scorgere manifestamente i semi di- 
versi delle virtù e dei vizj. Che (piesto certamente era 
in me un seme di amor di gloria: ma. uè il i)rete Ivaldi, 
nò quanti altri mi stavano intorno, non facevaiu) simili 
rillessioui. 

Circa un anno dopo, (piel uiio fratello maggiore tor- 
natosene in (piel frattempo in collegio a Torino, infermò 
gravemente d'un mal di petto, che degenerato in etisia 
lo menò alla tomba iu alcuni mesi. Lo cavarono di col- 
legio, lo fecero tornare in Asti nella casa mat<-rna. e mi 
portarono iu villa ' perchè non lo vedessi; ed in fatti in 
quell'estate mori in Asti, senza ch'io lo rivedessi più. In 
<|uel frattempo il uno zio pateruo. il cavalier Pellegrino 
Alheri. al (piale era stata alhdata la tutela de' miei beni 
sin dalla morte di mio padre, e che allora ritornava di un 
suo viaggio in Francia, Olanda e Inghilterra, passando 
per Asti un vide: ed avvistosi forse, eouie uotuo di molto 
ingegno ch'egli era. eh'io uoii impareici gran e,,sa conti- 
nuando ((nel sistema d'educazione, tornato a Torino dì 
li a i)ochi mesi scri.s.se alla madre, che egli voleva assolu- 
tamente pornù nell'Accadeun'a di Torino. La mia partenza 

* Nel ca.slello ili Mai^liauo. 






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si trovò dunque coincidere con la morte del fratello: onde 
io avrò sein])re i)resenti alla mente l'asjietto i gesti e le 
parole della mia addoloratissiina madre, che diceva sin- 
ghiozzando: Mi è tolto l'uno da Dio, e per seni|)re; e 
((uest'altro, chi sa ])er (pianto! Ella non aveva allora dal 
suo terzo marito se non una femmina; due maschi poi 
le nacquero successivamente, mentre io stava in Acca- 
demia a Torino. Quel suo dolore mi i)eiietrò altamente: 
ma jnire la brama di veder cose nuove, l'idea di dover 
tra i)oclii giorni viaggiar per le ]X)ste, io che usciva di 
fresco dall'aver fatto il primo mio viaggio in una villa 
distante 15 miglia da Asti, tirato da due i>lacidissimi 
manzi; e cento altre simili ideuzze infantili che la fan- 
tasia lusinghiera mi andava api)resentando alla mente, 
mi alleggerivano in gran ])arte il dolore del morto fra- 
tello, e dell'aiìlittissima madre. Ma ])ure, (piando si venne 
all'atto del dover ])artire. io mi ebbi (piasi a svenire, e 
mi addolorò di dover abbandonare il maestro don Ivaldi 
forse ancor ])iù che lo staccarmi dalla madre. — Incales- 
sato poi quasi ])er forza dal mio fattore, che era un vecchio 
destinato ])er accoin])agnarini a Torino in casa dello zio 
dove doveva andare da i)rima, ])artii finalmente scortato 
anche dal servitore destinatomi fisso, che era un certo 
Andrea, alessandrino, giovine di molta sagacità e di ba- 
stante educazione secondo il suo stato ed il nostro paese, 
dove il sa])er leggere e scrivere non era allora comune. 
Ivra di luglio nel 1758, non .so cpial giorno, ({uando io 
lasciai la casa materna la mattina di buonissima ora. 
Piansi durante tutta la prima posta; dove poi giunto, 
nel tempo che si cambiava i cavalli, io volli scendere nel 
cortile, e sentendomi molto assetato senza voler doman- 
dare un bicchiere, uè far altiugcr dcH'acvpia i)er me, acco- 
statomi all'abbeveratojo de' cavalli, e tullatovi rapida- 
mente il maggior corno del mio capi)ello, tanta ne bevvi 
(pianta ne attinsi. L'ajo fattore, avvisato dai postiglioni, 
subito \i accorse sgridandomi a.ssai; ma io gli ris])osi, 
che chi girava il mondo si doveva avvezzare a tai cose, 
e che un buon soldato non doveva bere altrimente. Dove 
poi avessi io pescate queste idee achillesche, non lo saprei: 






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20 Dalla u Vita »*; I, 5; li, i: 1758 



stante che la luadce mi aveva sempre educato assai mol- 
lemente, ed anzi con risi^uardi circa la salute aftatto risi- 
igli. Ivra (huHjue anche (|uesto in me un impetino di na- 
tura gloriosa, il ijuale si sviluppava t(jsto che mi veniva 
concesso di alzare un i)ocolino il cajx) da sotto il t^io^o. 
li qui darò fuie a (piesta ])rima I-'poci della uiia Pue- 
rizia, entrando ora in un mondo ahiuauto nun circo- 
scritto, e potendo con ma.^i^ior brevità, spero, andarmi 
dipingendo anche meglio. Onesto primo sipiarcio di una 
vita (che tutta forse è inulilissima da sapersi) riuscirà 
certamente inulilissimo per tutti coloro, clie stimandosi 
uomini si vamio scordando che l'uomo è una continua- 
zione del bambino. 



PARTI' Sl'CONDA: AUOl^l-SCICNZA. 

Aithraciid t'It'i (timi d' incdiuaziinic. 



CAPITOLO PRIMO. 

Pakticnza dai.i.a casa .mati:kna. 1:1 > incricsso \i:l- 
l'Accai)i:ml\ di Torino, r: dicscuizioxi: nr i:ssa. 

ICcc1)mi or duu(pie per le poste correndo a (pianto più 
si poteva; in grazia che io al pagar della prima posta 
aveva intercesso presso al pagante fattore a favore del 
primo postiglione per fargli dar grassa mancia; il che 
mi avea tosto guadagnato il cuor del secondo. ^)\\{\i.' 
costui andava come un fulmine, accennandomi di tempo 
in tempo con l'ocehio v un sorriso, chi' gli farri amhr dare 
lo stesso dal fattore; il (piale \)k:\ (.-ssur egli vecchio ed 
obeso, esauritosi nella i)rima posta nel raccontarmi delle 
.sciocche storiette per consolarmi, dormiva allora tena- 
cissimamente e russava c(nne un bue. Onci volar del ca- 
lesse mi dava intanto un piacere, di cui non avea. mai 
provato l'eguale: perchè nella carrozza di mia madre. 



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Dalla «Vita»; II, i: 1758 



21 



dove, anche di radis.simo avea posto il sedere, si andava 
di un quarto di trotticello da far morire; ed anche in car- 
rozza chiusa, non si gode niente dei cavalli: ma all'in- 
contro nel calesse nostro italiano uno ci si trova quasi 
su la groppa di essi, e si gode moltissimo anche della vista 
del i)aese. Così duncpie di jjosta in posta, con una con- 
tinua palpitazione di cuore ])el gran ])iacere di correre, e 
per la novità degli oggetti, arrivai finalmente a Torino 
verso l'una o le due dopo mezzo giorno. Ivra una giornata 
stupenda, e l'entrata di (ptella città per la Porta Nuova, 
e la piazza di San Carlo fino all'Annunziata i)resso cui 
abitava il mio zio, essendo tutto cpiel tratto veramente 
grandioso e lietissimo all'occhio, mi avea rapito, ed era 
come fuor di me stesso. Non fu poi cosi lieta la sera; 
perche ritrovandomi in nuovo albergo \ tra visi scono- 
sciuti, senza la madre, .senza il maestro, con la faccia 
dello zio che ai)i)ena avea visto una altra volta, e che mi 
riusciva assai meno accarezzante, e amoro.so, della madre; 
tutto questo mi fece ricadere nel dolore, e nel pianto, e 
nel desiderio vivissimo di tutte quelle cose da me abban- 
donate il giorno antecedente. Dopo alcuni dì, avvezza- 
tomi poi alla novità, ripigliai e l'allegria e la vivacità 
in un grado assai maggiore ch'io non avessi mostrata 
mai; ed anzi fu tanta, che allo zio parve assai troppa; 
e trovandomi essere un diavoletto, che gli metteva a 
socppiadro la casa, e che ])er non avere maestro che mi 
facesse far nulla, io perdeva assolutamente il mio tempo, 
in vece di aspettare a mettermi in Accademia all'ottobre 
come s'era detto, mi v'ingabbiò fin dal di i d'agosto del- 
l'anno 1758. 

In età di nove anni e mezzo io mi ritrovai duiupie ad 
un tratto trasjnantato in mezzo a persone scono.sciute, 
allontanato affatto dai ])arciiti, isolato, ed abbandonato 
l)er così dire a me stesso; perchè cpiella si)ecie di educa- 
zione pubblica (se chiamarla puj vorremo educazione) 
in nessuna altra cosa fuorché negli studj, e anche Dio sa 



1 Nella casa dello zio. 



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Dalia .«V'ita»; II, i: 175S 



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collie, iiillniva su raniino di (|iilÌ giovinetti. Nessuna mas- 
sinia di morale mai, nessun ammaestramento della vita 
ci veniva dato. Jv chi ce ravrel)l)e dato, se gli c-dueatori 
stessi non conoscevano il mondo uè per teoria uè j)er 
pratica ? 

Kra quell'Accademia un sontuosissimo edificio diviso 
ni (juatlro lati, in me//o di cui un immenso cortile. Due 
di essi lati erano occupati dagli educandi; i due altri dal 
Regio Teatro e dagli Arcliivj del re. In faccia a cpiesti 
per l'appunto era il lato che occupavamo noi, chiamati 
del Secondo è Terzo Appai tameuto; in faccia al teatro 
stavano epici del Primo, di cui parleiò a suo tempo. La 
galleria superiore del lato nostro, chiamavasi Terzo Ap- 
I)artamento. ed era destinata ai più ragazzi, ed alle scuole 
inferiori: hi galleria del primo piang, cliiamata Secondo 
era destinata ai più adulti; de' (juali una metà od un terze! 
studiavano all'università, altro edificio assai prossimo 
all'Accademia, gli altri attendevano in casa agli studj 
mihtan. Ciascuna galleria conteneva almeno cpiattio ca- 
merate di undici giovani cia.scheduna, cui presiedeva un 
inetuccio chiamato Assistente; per lo più un villan rive- 
stito, a cui non si dava salario nessuno; e con la tavola 
sola e l'alloggio si tirava innanzi a studiare anch'e<di 
la teologia, o la legge all'università: ovvero se non erano 
anch'essi studenti, erano dei vecchi ignoranti.ssimi e roz- 
zissimi i)reti. Un ter/o almeno del lato ch'io dissi desti- 
nato al Primo Appartamento, era occupato dai pag<M 
del re in numero di 2.). o 2.5. che erano totalmente .sepa- 
rati da noi. all'angolo opposto del vasto cortile, ed atti<mi 
agli accennati arcliivj. ^ 

Noi dunque giovani studenti èramo assai male col- 
locati cosi: fra un teatro, che non ci toccava di entrarvi 
se non se cnupie o sei .sere in tutto il carnovale; fra i pa«'gi 
che atteso il servizio di corte, le caccie, e le cavalcate" ci 
pareaiio godere di una vita tanto più libera e diva-ata 
della nostra; e tra i forestieri finalmente che occui)avan() 
il primo appartamento, ((uasi ad esclusione dei paesani' 
essendo una colluvie di tutti i boreali; Inglesi i)rincii)al- 
meiite. Russi, e Tedeschi, e d'altri stati d'Italia: e ciuesta 



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Dalla «Vita»; II, 1-2: 1758-1759 



23 



era più una Locanda che una educazione', poiché a iiiuiia 
regola erano astretti, se non .se al ritrovarsi la sera in casa 
prima della mezza notte. Del resto, andavano, e a corte, 
e ai teatri, e nelle buone e nelle cattive compagnie, a loro 
intero jnacimento. IC i)er sup])lizio maggiore di noi j)ove- 
rini del .secondo e terzo a])])artamento, la distribuzione 
locale portava clic ogni giorno j)er andare alla nostra caj>- 
pella alla messa, ed alle scuole di ballo, e di scherma, do- 
vevamo pa.ssare per le gallerie del i)riino appartamento; 
e quindi vederci continuamente in su gli occhi la sfrenata 
e insultante libertà di (piegli altri; durissimo ])aragone 
colla severità del nostro sistema, che chiamavamo andan- 
temente- galera. Chi fece (piella distribuzione era uno sto- 
lido, e non conosceva punto il cuore dell'uomo; non si 
accorgendo della funesta influenza che doveva avere in 
quei giovani animi «piella continua vista di tanti proi- 
biti i)omi. 

CAPITOLO SICCONDO. 

Primi studj, pkdaxtksciii, k mal fatti. 

lo era duiupie collocato nel terzo appartamento, nella 
camerata detta di mezzo; alfidato alla guardia di (juel 
servitore Andrea, che trovatosi cosi padrone di me senza 
avere nò la madre, uè lo Zio. uè altro mio parente che lo 
frenasse, diventò un diavolo scatenato. Costui duiKjue mi 
tiranneggiava per tutte le cose domestiche a siU) pieno 
arbitrio, li cosi l'assistente ]>oi faceva di me, come degli 
altri tutti, nelle co.se dello studio, e della condotta usuale. 
Il giorno dojK) il mio ingresso nell'Accademia, venne da 
(piei ])rofess()ri esaminata la mia cai)acità negli studj, e 
fui giudicato i)er un forte yuartano. da poter facilmente 
in tre mesi di assidua api)licazione entrare in Terza. JCd 
in fatti mi vi accinsi di assai buon animo, e conosciuta 



^ Lu()j»o «l'edura/ioiu', eonvitto. 
- Ili iiu>do spiccio, alla Linjiia. 



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Daixa «Vita»; II, 2: ij^i) 



Dalla «Vita»; li. 2: 1759 



25 



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ivi por hi priiiui volta rutilissiiiia gara (U-ireimiIazionc, 
a coiii])clciiza di alcuni altri anche niai^giori di me per 
età, ricevuto jxn un miovo esame nel novembre, fui as- 
sunto alla classe di terza. Ivra il ^hlestro di (pielhr im certo 
don Degiovanni; prete, di forse minor dottrina del mio 
buono Ivaldi; e che aveva inoltre assai minore affetto e 
sollecitudine per i fatti miei, dovendo e.C;li badare alla 
meglio, e badandovi alla i)e^ii:io, a (juindici. o sedici suoi 
scolari, che tanti ne a\ea. 

Tirandomi cosi innanzi in (juella sc(;luccia. asino, fra 
asini, e sotto un asino, io vi spie.u:ava il Cornelio Nipote, 
alcune c^Ioì^Ih' di N'ir^ilio, e simili: vi si facevano certi 
temi s^^uajati e sciocchissimi; talché in ogni altro collegio 
di scuole ben dirette, ({nella sarebbe stata al più più una 
pessima (Juarta. Io non era mai l'ultimo fra i compagni; 
l'emulazione mi spronava lincile avessi o suj)erato o ag- 
guagliato (piel giovine che passava per il i)rimo; ma ]jer- 
venuto poi io al i)rimato, tosto mi rintiepidiva e cadea 
nel torpore. Kd era io forse scusabile, in (pianto nulla 
poteva agguagliarsi alla iioja e insipidità di cosi fatti 
studj. vSi traducevano le l'/Vt' di Cornelio Nipote, ma nes- 
suno di n(;i, e forse neppure il maestro, sapeva chi si fos- 
sero stati fpiegli uomini di cui si traducevan le vite, uè 
dove fossero i loro paesi, ne in (piali tempi nù in (piali 
governi vivessero, né cosa si fosse un governo (pialuiHpie. 
Tutte le idee erano o circoscritte, o false, o confuse; nes- 
suno scopo in chi insegnava; nessunissimo allettamento 
in chi imparava. Erano insomma dei vergognosissimi 
perdigiorni '; non c'invigilando nessuno; o chi lo faceva, 
nulla intendendovi. ICd ecco in cpial modo si viene a 
tradire senza rimedio la gioventù. 

Passato (piasi che tutto l'anno iy^() in simili studj. 
verso il novembre fui promosso airi'manità. Il maestro 
di essa, don Amatis, era un prete di molto ingegno e sa- 
gacità, e di sulhciente dottrina. vSotto di (piesto. io feci 

' Onc^li studi mal fatti ci facevano perdere vir-oMiiosa- 
mente un iriiipo clu- sareldu- slato prezioso jur 1;, nostra edu- 
eazioiic. 



assai maggiore prohtto ; e per (pianto ({uel metodo di mal 
intesi studj lo comi)ortasse. mi rinforzai^ bastantemente 
nella lingua latina. L'emulazione mi si accrebbe, per l'in- 
contro di un giovine che competeva con me nel fare il 
tema; ed alcuna volta mi sui)erava; ma vieppiù ])oi mi 
vinceva sempre negli esercizi della memoria, recitando 
egli sino a 600 versi delle (georgiche di Virgilio d'un fiato, 
senza sbagUare una sillaba, e non potendo io arrivare 
iKjpimre a 400, ed anche non bene; cosa, di cui mi angu- 
stiava moltissimo. E ]m- (pianto mi vo ora ricordando 
dei moti del mio animo in (pielle battaglie puerili, mi pare 
che la mia indole non fosse di cattiva natura; i)erchè nel- 
l'atto dell'essere vinto da quei dugento versi di più. 10 
mi sentiva bensì soffocar dalla collera, e spesso prorom- 
peva in un dirottissimo pianto, e talvolta anche in atro- 
cis.sinie ingiurie contro al rivale; ma inire poi, o sia ch'egli 
si fosse migliore di me, o ch'io mi placassi non so come, 
essendo noi di forza di mano uguali all'incirca. non ci 
disputavamo però qnasi mai, e sul totale èramo quasi 
amici Io credo, che la mia non piccola ambizioncella 
ritrovasse consolazione e compenso dell'inferiorità della 
memoria, nel premio del tema ^ che (piasi sempre era mio; 
ed inoltre, io non gli poteva portar odio, perche egli era 
bellissimo; ed io, anche senza secondi lini, sempre sono 
stato as.sai propenso per la bellezza, sì degli ammali che 
degli uomini, e d'ogni cosa; a segno che la bellezza per 
alcun tempo nella mia mente preoccupa il giudizio, e 
pregiudica spesso al vero. . . 

In tutto (piell'aiino dell'Umanità, i miei costumi si 
cc^nservarono ancora hinocenti e purissimi; se non in 
(pianto la natura da se stessa, senza ch'io nulla sapessi, 
me li andava pure sturbando. iMi capite^ in (piell anno alle 
numi, e non mi i)oss(> riconhire il come, un Ariosto. 1 opere 
tutte in (luattro tometti. Non lo comprai certo, perche 
danari non avea; non lo rubai, perchè delle cose rubate 
ho conservata memoria vivissima: ho un certo barlume, 



' Nella gara pel coniimniiiieuto in latino. 







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linsuione, .o .u'el.bi „„ Ariosto. J,o andava kÌ. 

Sempre „,i ricorderò, cl>e .k- e ,. , u ' '" '."^"- 

Pra.u: non n.i orlai i^iln-^;,;;;:-;;;;''^^ '■•''■^" 



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DAI.I.A «Vita»; II, 3: 1759 



27 



CAPITOLO TURZO. 

A XJUAU DK* l»ARlvNTI DI ToKINO VlCNISSIv AFFIDATA I,A 
MIA ADOLESCENZA. 

Nello Spazio di questi due ])rinii anui d'Accademia, 
io imparai duu([ue pocliissiuio, e di grau hui^a peggiorai 
la salute del corpo, stante la total dilierenza e quantità 
dei cibi, ed il molto strapazzo, e il non abbastanza dor- 
mire; cose in tutto contrarie al primo metodo tenuto sino 
ai nove anni nella casa materna. Io non cresceva punto 
di statura, e pareva un candelotto di cera sottilissimo e 
pallidissimo. Molti malanni successivamente mi andarono 
travagliando. L'uno, tra gli altri, cominciò con lo scop- 
l)iarnii in più di venti luoghi la testa, uscendone un umore 
viscoso e fetente, preceduto da un tal dolor di capo, che 
le tempie mi si annerirono, e la pelle come incarbonita 
sfogliandosi più volte in diversi tenqìi mi si cambiò tutta 
in su la fronte e le tenqne. 11 mio zio i)aterno il cavalier 
Pellegrino Alfieri, era stato fatto governatore della città 
di Cuneo, dove risiedeva almeno otto mesi dell'anno: 
onde non mi rimaneva in Torino altri parenti che (luei 
della madre, la casa Tornone, ed un cugino di mio padre, 
mio semi-zio, chiamato il conte P>enedetto Alfieri. Ivra 
questi il primo architetto del re; ed alloggiava contigua- 
mente a quello stesso regio teatro da lui con tanta ele- 
ganza e maestria ideato, e fatto eseguire, lo andava 
(pialche volta a i)ranzo da lui, ed alcune altre volte a vi- 
sitarlo; il che stava totalmente nell'arbitrio di ((uel mio 
Andrea, che disi)oticamentei mi governava, allegando 
sempre degli ordini e delle lettere dello zio di Cuneo. 

Jùa (piel conte Ik-nedetto un veramente degn'uomo, 
ed ottimo di visceri \ l\gli mi amava ed accarezzava mol- 
tissimo; era appassionatissimo dell'arte sua; senq)licis- 
simo di carattere, e digiuno (piasi d'ogni altra cosa, che 



^ Di oli imo cuore. 



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Dalila « Vita »; II, 3: 1759 






Dau.a u Vita»; II, 3-4: 1759 



29 



non spettasse le belle arti. Tra molte altre cose, io argo- 
mento () nella sna jjassione smisnrata i)er l'architettnra, 
dal parlarmi spessissimo, e con entnsiasmo, a me ragaz- 
zaccio ignorante d'ogni arte ch'io m'era, del divino Mi- 
chelangelo Bnonarroti, ch'egli non nominava mai senza 
o ahì)assare il capo, o alzarsi la berretta, con nn rispetto 
ed una compunzione che non mi usciranno mai della 
mente \ Egli avea fatta gran i)arte della vita in Roma; 
era pieno del bello antico ; ma pure poi alle v^olte nel suo 
architettare i)revaric() dal buon gusto per adattarsi ai 
moderni. K di ciò fa fede ([uella sua bizzarra chiesa di 
Carignano, fatta a foggia di ventaglio. Ma tali picciole 
macchie ha egli ben ampiamente cancellate col teatro 
sopracitato, la volta dottissima ed audacissima della ca- 
vallerizza del Re, il salone di vStu])inigi. e la soda e di- 
gnitosa facciata del tempio di vSan Pietro in CUnevra. 
Mancava forse soltanto alla di lui facoltà architettonica 
una più larga borsa di ([nel che si fosse quella del re di 
Sardegna : e ciò testimoniano i molti e grandiosi disegni 
ch'egli lasciò morendo -, e che furono dal Re ritirati, in 
cui v'erano dei progetti variatissimi per diversi abbelli- 
menti da farsi in Torino, e tra gli altri per rifabbricare 
quel muro sconcissimo, che divide la piazza del Castello 
dalla piazza del Palazzo Reale; nutro che si chiama, non 
so perchè, il Padiglione '\ 

Mi compiaccio ora moltissimo nel parlar di quel mio 
zio, che sapea pure far qualche cosa; ed ora soltanto ne 
conosco tutto il pregio. Ma quando io era in Accademia, 
egli, benché amorevolissimo per me, mi riusciva pure 
noiosetto anzi che no; e, vedi stortura di giudizio, e forza 
di false massime, la cosa che di esso mi seccava il più 
era il suo benedetto parlar toscano, ch'egli dal suo sog- 
giorno di Roma in poi mai più non avea voluto smettere; 



^ Vedi i sonetti: Oh chi se' tu, che maestoso tanto {13 higlio 17S1), 
Immensa mole, che nel del torreggi (19 novembre 17S1). Del su- 
blime cantore, epico solo (8 settembre 17ÌS.S). 

- Nato a Roma nel I7<»n, morì nel I7<>7. 

2 Non esiste più. 



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ancorché il parlare italiano sia un vero contrabbando in 
Torino, città anfibia ^ Ma tanta é però la forza del bello 
e del vero, che la gente stessa che al ])rincipio quando il 
mio zio ripatriò. si burlav^a del di lui toscaneggiare, dopo 
alcun tempo avvistisi i)oi ch'egli veramente parlava tuia 
lingua, ed essi smozzicavano un barbaro gergo, ttitti poi 
a prova favellando con lui andavano anch' essi balbet- 
tando il loro toscano; e massimamente quei tanti signori, 
che volevano rabberciare un j^oco le loro case e farle 
assomigliar dei palazzi: opere futili in cui gratuitamente 
per amicizia quell'ottimo uomo buttava la metà del suo 
tempo comjnacendo ad altrui, e spiacendo, come gli sentii 
dire tante volte, a se stesso ed all'arte. Onde molte e 
molte case dei primi di Torino da lui abbellite o accre- 
sciute, con atri, e scale, e ])ortoni, e comodi interni, re- 
steranno im monumento della facile sua benignità nel 
servire gli amici, o quelli che se gli dicevano tali. 

Questo mio zio aveva anche fatto il viaggio di Naj^oli 
insieme con mio padre suo cugino, circa un par d'anni 
prima che questi si accasasse con mia madre; e da lui 
seppi poi varie cose concernenti mio padre. Tra l'altre, 
che essendo essi andati al \>suvio, mio i)adre a viva forza 
si era voluto far calar dentro sino alla crosta del cratere 
interno, assai ben j^rofonda: il che ])raticavasi allora i)er 
mezzo di certe fimi maneggiate da gente che stava sulla 
sonmiità della voragine esterna. Circa vent'anni dopo, 
ch'io ci fui per la i)rinia volta, trovai ogni cosa mutata, 
ed im])ossibile (piella calata. Ma è tempo, ch'io ritorni 
a bomba. 

CAPITOLO QUARTO. 

CoxTixr azioni: di oujci xox-studj. 

Non c'essendo ((nasi duncpie nessiuio de' miei che ba- 
dasse altrimenti a me. io andava perdendo i miei ]nù 



j ' Più giù. parlando del Piemonte, lo dire: (paese anfibio n, 

^, j mezzo italiano e mezzo francese. 



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30 



Daixa «Vita)»; II, 4: 1759-1760 



Dalla « Vita »; II, 4: 1760 



31 



begli anni non inii)aranclo quasi che nulla, e deteriorando, 
di giorno in giorno in salute; a tal segno, ch'essendo 
semi)re infermiccio, e ])iagato or (^ua or là in varie jxirti 
del corpo, io era fatto lo scherno continuo dei conii)agni, 
che mi denominavano col gentilissimo titolo di carogna; 
ed i i)iù si)iritosi ed umani ci aggiungevano anco l'einteto 
di fradicia. Quello stato di salute mi cagionava delle lie- 
rissime malinconie, e (juindi si radicava in me semi)re 
più l'amore della solitudine. Nell'anno lyho passai con 
tutto ciò in Rettorica. i)erchè quei mali tanto mi lascia- 
vano di quando in (juando studicchiare, e i)oco ci volea 
per far quelle classi. Ma il maestro di rettorica trovandosi 
essere assai meno abile di quello (rrmanità, benché ci 
spiegasse V Eneide, e ci faces.se far dei versi latini, mi ])arve, 
quanto a me, che sotto di lui io anda.ssi ])iutt()sto indietro 
che innanzi nell'intelligenza della lingua latina. Ma pure, 
poiché io non era l'ultimo tra ((uegli altri scolari, da ciò 
argomento che doves.se esser lo stesso di loro. In quel- 
l'anno di pretesa rettorica, mi venne fatto di ricuperare 
il mio Ariostino, rubandolo a un tomo ])er volta al sotto- 
priore, che se l'era innestato fra gli altri suoi libri in un 
suo scaffale esi)osto alla vi.sta. K mi i)restò oi)})ortunità 
di ciò fare, il tenijK) in cui andavamo in camera sua al- 
cuni privilegiati, per vedere dalle di lui tìnestre giuocare 
al pallon gro.sso, perchè dalla camera sua situata di faccia 
al battitore, si godeva as.sai meglio il giuoco che non dalle 
gallerie nostre che .stavangli di tianco. Io aveva l'avver- 
tenza di ben restringere i tomi vicini, tosto che ne avea 
levato uno; e cosi mi riusci in cpiattro giorni consecutivi 
di riavere i miei quattro tometti. dei (piali feci gran festa 
in me stesso, ma non lo di.s.si a chi che si fo.s.se. Ma trovo 
])ure riandando (piei tem])i fra me. che da (piella ricui)era- 
zione in poi, non lo lessi qua.si ])iii niente; e le due ragioni, 
(oltre for.se (piella della poca salute che era la i)riiicipale) 
I)er cui mi i)are che lo trascurassi, erano la difficoltà del- 
rintenderlo ])iuttosto accresciuta che scemata (vedi ret- 
torico!). e l'altra era (niella continua s])ezzatura delle 
storie ario.ste.sche. che nel meglio del fatto ti inanta li 
con un palmo di naso; cosa che me ne dispiace anco adesso, 



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perchè contraria al vero, e distruggitrice dell'effetto pro- 
dotto innanzi. E siccome io non saj^eva dove andarmi 
a raccapezzare il seguito del fatto, finiva col lasciarlo 
stare. Del Tasso, che al carattere mio si sarebbe adattato 
assai meglio, io non ne sa])eva nei)inire il nome. Mi ca- 
lcitò allora, e non mi sovviene nep])ure come. V Eneide 
dell'Annibal Caro, e la lessi con avidità e furore più d'una 
volta, ap])assionand()mi molto i)er Turno, e Camilla. E 
me ne andava ]xii anche i)revaleiido di furto, per la mia 
traduzione scolastica del tema datomi dal maestro; il 
che .sempre più mi teneva indietro nel mio latino. Di 
nessun altro ])oi de' i)oeti nostri aveva io cognizione; se 
non se di alcune oi)ere del ]\Ietastasi(), come il Catone, 
VArfaserse, l'Olimpiade, ed altre che ci capitavano alle 
mani come lil)retti deirOi)era di questo, o di cpiel car- 
novale. E (jueste mi dilettavano sommamente; fuorché 
al venir dell'arietta interronii)itrice dello sviluppo degli 
affetti, ai)i)unto quando mi ci cominciava a internare, 
io ])rovava un dispiacere vivissimo; e })iù noja ancora 
ne riceveva, che dagli interronqnmenti dell'Ariosto. Mi 
capitarono anche allora varie commedie del Goldoni, e 
queste me le prestava il maestro stes.so ; e mi divertivano 
molto. Ma il genio ])er le co.se drammatiche, di cui forse 
il germe era in me, si venne tosto a ricoprire o ad estin- 
guersi in me. per mancanza di pascolo, d'incoraggiamento, 
e d'ogni altra cosa. E, somma fatta, la ignoranza mia e 
di chi mi educava, e la trascuraggine di tutti in ogni cosa 
non potea andar i)iù oltre. 

In quegli .si)essi e lunghi intervalli in cui ])er via di 
salute io non poteva andare alla scuola con gli altri, un 
mio c()nii)agno, maggiore di età, e di forze, e di asinità 
ancor i)iù, si faceva fare di (juando in quando il suo com- 
ponimento da me. che era o traduzione, o amplificazione, 
o versi ecc. ; ed egli mi ci costringeva con ({uesto bellis- 
simo argomento: vSe tu mi vuoi fare il coin])onimento, io 
ti do due palle da giuocare; e me le mostrava, belline, 
di quattro colori, di un bel panno, ])en cucite, ed otti- 
mamente rim])alzanti; se tu non me lo vuoi fare, ti do 
due scappellotti; ed alzava in ciò dire la prepotente sua 



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32 



Dalla « Vita »; II, 4: 1 760-1 761 



mano, lasciandomela pendente sul capo. Io pigliava le 
due ])alle, e gli faceva il componimento. Da principio 
glie lo facea fedelmente quanto meglio sapessi ; e il maestro 
si stupiva un ])oco dei progressi inas])ettati di costui, che 
erasi fin allora mostrato una talpa. Ma io teneva religio- 
samente il segreto; ])iù ancora ])erchè la natura mia era 
di esser ])oco conununicativo. che non per la paura che 
avessi di quel Ciclope. Con tutto ciò, dopo avergli fatto 
molte composizioni, e sazio di tante palle, e nojato di 
quella fatica, e anche indispettito un tal poco che colui 
si abbellisse del mio, andai a poco a ])oco deteriorando 
in tal guisa il componimento, che finii col frapporvi di 
quei tali solecismi, come il poicham, e simili, che ti fanno 
far le fischiate dai colleglli, e dar le sferzate dai maestri. 
Costui dunque, vistosi così sbeffato in pubblico, e rive- 
stito per forza della sua naturai pelle d'asino, non osò 
pure apertamente far gran vendetta di me: non mi fece 
più lavorare per lui, e rimase frenato e fremente dalla 
vergogna che gli avrei potuta fare scoprendolo. Il che 
non feci ])ur mai: ma io rideva veramente di cuore nel 
sentire raccontare dagli altri come era accaduto il fatto 
del poteham nella scuola: nessuno però dubitav^a ch'io 
ci avessi avuto parte. Ivd io verisimilmente era anche 
contenuto nei limiti della discrezione, da ([uella vi.sta 
della mano alzatami sul capo, che mi rimaneva tuttora 
sugli occhi, e che doveva essere il naturale ricatto di tante 
palle mal inqnegate per farsi vituperare, (hide io imparai 
sin da allora, che la vicendevole paura era (juella che go- 
vernava il mondo ^ 

Fra queste puerili insi])ide vicende, io spesso infermo, 
e sempre mal sano, avendo anche consumato quell'anno 
di Rettorica, chiamato poi al solito esame fui giudicato 
caj^ace di entrare in iMlo.sofia. (Mi studj di codesta filo- 
sofia si facevano fuori dell'Accademia, nella vicina uni- 

' Dilln Tn-tiìNiii/r, I. y. « Disse il dolio Moiitcsquioii. ohe base 
e molla della iiioiiarehia ella era l'onore. Xon eoiioseendo io, e 
non cretlendo a codesta ideale monarchia, dico, e .spero di provare, 
che base e molla della tirannide, ella è la sola paura ». 



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Dalla « Vita »; II, 4: 1761 



33 



versità, dove si andava due volte il giorno; la mattina 
era la scuola di geometria; il giorno, quella di filosofia, 
o sia logica. Ed eccomi diuique in età di aimi tredici scarsi 
diventato filosofo; del qual nome io mi gonfiava tanto 
più, che mi collocava già quasi nella classe detta dei 
Grandi; oltre poi il piacevolissimo balocco dell'uscire di 
casa due volte il giorno ; il che poi ci somministrava spesso 
l'occasione di fare delle scorsarelle per le strade della 
città cosi alla sfuggita, fingendo di uscire di scuola per 
qtialche bisogno. Benché dunque io mi trovassi il piti 
piccolo di tutti quei grandi fra' (piali era sceso nella gal- 
leria del secondo a|)partamento, quella mia inferiorità 
di statura, di età e di forze mi prestava per l'appunto 
più animo ed impegno di volermi distinguere. Kd in fatti 
da prima studiai quanto bisognava per figurare alle ri- 
petizioni che si facevano poi in casa la sera dai nostri 
ripetitori accademici. Io rispondeva ai quesiti (pianto 
altri, e anche meglio talvolta: il che dovea es.sere in me 
un semplice frutto di memoria, e non d'altro; perchè a 
dir vero io certamente non intendeva nulla di quella filo- 
sofia pedantesca, insipida per se stessa, ed av^viluppata 
poi nel latino, col quale mi bisognava tuttavia contra- 
stare, e vincerlo alla meglio a forza di vocabolario. Di 
quella geometria, di cui io feci il corso intero, cioè spie- 
gati i primi sei libri d'Euclide, io non ho neppur mai 
intesa la quarta proposizione; come nejìpure la intendo 
adesso; avendo io sempre avuta la testa assolutamente 
anti-geometrica. Quella scuola poi di filosofia peripatetica 
che si faceva il dopo pranzo, era una cosa da dormirvi in 
piedi. Ed in fatti, nella prima mezz'ora si scriveva il corso 
a dettatura del professore; e nei tre (quarti d'ora rimanenti, 
dove si procedeva poi alla spiegazione fatta in latino. Dio 
sa quale, dal catedratico, noi tutti scolari, inviluppati in- 
teramente nei rispettivi mantelloni, saporitissimamente 
dormivamo; né altro suono si sentiva tra ({uei filosofi, 
se non se la voce del professore languente, che dormic- 
chiava egli pure, ed i diversi tuoni dei russatori, chi alto, 
chi basso, e chi medio; il che faceva un bellissimo con- 
certo. Oltre il potere irresistibile di quella papaverica 

Alfikri. H. 3 



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34 



Dalla «Vita»; II, 4-5: 1761-1762 



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Dalla «Vita»; II, 5: 1762 



35 



tìlosofia, contribuiva anche molto a farci dormire, prin- 
cipalmente noi accademisti, che avevamo due o tre panche 
distinte alla destra del professore, l'aver sempre i sonni 
interrotti la mattina dal doverci alzar troppo presto. 
K ciò, quanto a me, era la principal cagione di tutti i 
miei incomodi, i)erchè lo stomaco non aveva tempo di 
smaltir la cena dormendo. Del che poi avvistisi a mio ri- 
guardo i superiori, mi concederono tìnalmente in que- 
st'anno di fìlosotia di poter dormire fino alle sette, in 
vece delle cinque e tre quarti, che era l'ora fissata del 
doversi alzare, anzi essere alzati, per scendere in came- 
rata a dire le prime orazioni, e tosto poi mettersi allo 
studio fino alle 7 e mezzo. 



CAriTOLO QUINTO. 

\\\RIK INSULSE VICKXDi:, SU LO STESSO ANDAMICNTO DEL 
PRECEDENTE. 

Nell'inverno di quell'anno 1762, il mio zio, il gover- 
natore di Cuneo, tornò per alcuni mesi in Torino; e vi- 
stomi cosi tisicuzzo, mi ottenne anche alcuni piccoli pri- 
vilegi quanto al mangiare un po' meglio, cioè più sana- 
mente. Il che aggiunto ad alquanta più dissipazione ^ 
che mi i)rocacciava quell'uscirc ogni giorno di casa per 
andare all'università, e nei giorni di vacanza qualche pran- 
zuccio dallo zio, e quel sonnetto periodico dei tre quarti 
d'ora nella scuola; tutto questo contrihui a rimpannuc- 
ciarmi " un pochino, e cominciai allora a svilupparmi ed 
a crescere. Il mio zio pensò anche, come nostro tutore, 
di far venire in Torino la mia sorella carnale, Giulia, che 
era la sola di padre; e di porla nel monastero di vSanta 
Croce, cavandola da quello di Sant'Anastasio in Asti, 
dove era stata per ])iù di sei anni sotto gli auspicj di una 
nostra zia, vedova del marchese Trotti, che vi si era riti- 



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rata. La Giulietta cresceva in codesto monastero in Asti, 
ancor più ineducata di me; stante l'imperio assoluto', 
ch'ella si era usurpato su la buona zia, che non se ne potea 
giovare in nessuna maniera, amandola molto, e guastan- 
dola moltissimo. Ui ragazza si avvicinava ai quindici 
anni, essendomi maggiore di due e più anni. E (piell'età, 
nelle nostre contrade per lo più non è muta, ed altamente 
anzi già paria d'amore al facile e tenero cuore delle don- 
zelle', l'n qualche suo amoruccio, quale può aver luogo 
in un monastero, ancorché fosse pure verso i)ersone cìie 
convenientemente l'avrebl)e potuta sposare, dispiac(pie 
allo zio, e lo determinò a faria venire in Torino; affidandola 
alla zia materna, monaca in Santa Croce. La vista di 
questa sorella, già da me tanto amata, come accennai, 
e che ora tanto era cresciuta in bellezza, mi rallegrò anche 
molto; e confortandomi il cuore e lo spirito, mi restituì 
anche molto in salute. K la compagnia, o per dir meglio 
il rivedere di tempo in tempo la sorella, mi riusci\-a tanto 
più grato, quanto mi pareva che io la sollevassi alcun ])oco 
dalla sua afflizione d'amore; essendo stata così divisa 
dal suo innamorato, che pure si ostinava in dire di vo- 
lerio assolutamente in isposo. Io andava dunque otte- 
nendo dal mio custode Andrea, di visitare la mia sorella 
quasi tutte le domeniche e giovedì, che erano i nostri due 
giorni di rii)oso. E assai spesso io passava tutta la mia 
visita di un'ora e più, a i)ianger con essa alla grata; e 
quel piangere, parca che nù giovasse moltissimo: sicché 
io tornava sempre a casa i^iù sollevato, benché non lieto. 
Ed io, da quel filosofo ch'io m'era, le dava anche coraggio, 
e l'incitava a persistere in (piella sua scelta; e che final- 
mente essa poi la spunterebl)e con lo zio, che era cpiello 
che assolutamente vi si oi)poneva il ])iù. Ma il teni])o, 
che tanto opera anco su i i)iù saldi jjetti, non tardò jxA 



^ Svago, distrazione. 
- Rinvigorirmi. 



' Nel Decamevone le ragazze vanno a marito per lo più a 
quindici anni, ma anche a quattordici, a dodici, e fino a undici 
anni! Cfr. della mia edizione, Milano. Iloepli, 1914, le pp. 114, 
200, 251, 470, 327, 542. 394. 






DaTJvA «VlTAn; II, 5: 1762 



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Dalla «Vita»; II, 5: 1762 






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iiioltissimo a svolgere* (iitello di una giovanetta ; e la lon- 
tananza, gl'inipedinienti, le divagazioni, e oltre ogni cosa 
([nella nuova educazione di gran lunga migliore della 
l)rinia sotto la zia paterna, la guarirono e la consolarono 
dopo alcuni mesi. 

Nelle vacanze di quell'anno di tìUìSotìa, mi toccò di 
andare per la prima volta al Teatro di Carignano, dove 
si davano le oi)ere butte. Iv ({uesto fu un segnalato favore 
che mi volle fare lo zio arcliitetto, che mi dovè all)ergare 
fjuella notte in casa sua: stante che codesto teatro non 
si poteva assolutamente conil)inare con le regole della 
nostra Accademia. ])er cui ogni individuo dev'essere re- 
stituito in casa al più tardi a mezz'ora di notte; e nessun 
altro teatro ci era ])erniesso fuorché (piello del re, dove 
andavamo in corpo una volta per settimana nel solo 
carnevale. Quell'opera l)utta ch'io ebbi duncpie in sorte 
di sentire, mediante il sotterfugio del pietoso zio. che fece 
dire ai superiori che mi i)orterebbe per un giorno e una 
notte in una sua villa, era intitolata // Mercato di Mal- 
mantilc, cantata dai migliori buffi d'Italia, il Carratoli, 
il Baglioni. e le di lui figlie; composta da uno dei più ce- 
lebri "maestri '. Il brio, e la varietà di quella divina mu- 
sica mi fece una ])r()fondissima impressione, lasciandomi 
])er cosi dire un solco di armonia negli orecchi e nella 
imaginativa. ed agitandomi ogni più interna fibra, a tal 
segno che per più settimane io rimasi innnerso in una ma- 
linconia straordinaria ma non dispiacevole '; dalla quale 
un ridondava una totale svogliatezza e nausea per quei 
miei soliti studj, ma nel tempo stesso un singolarissimo 
bollore d'idee fantastiche, dietro alle ([uali avrei potuto 
far dei versi se avessi sa])uto farli, ed esprimere dei vivis- 
simi affetti, se non fossi stato ignoto a me stesso ed a chi 
dicea di educarmi. E fu questa la prima volta che un tale 



^ A far rixoluere a«l altri affetti. 

" Da (Giuseppe, nipote di Ale.s.saiidro e forse lìi^lio di Dome- 
nico Scarlatti. 11 poeta era Carlo (Goldoni. 

'^ Si ripensi al sonetto del 30 maggio i 798, composto u sotto 
I-'iesole vagante : Maliìiconia dolcissima, che ognora. 





effetto cagionato in me dalla nuisica, mi si fece osservare, 
e mi restò lungamente impresso nella memoria, perch'egli 
fu a.ssai maggiore d'ogni altro sentito prima. Ma andan- 
domi poi ricordando dei miei carnovali, e di quelle poche 
recite dell'opera seria ch'io aveva sentite, e i)aragonan- 
done gli effetti a quelli che ancora provo tuttavia, quando 
divezzatonn dal teatro ci ritorno dopo tm certo intervallo, 
ritrovo sempre non vi essere il i)iù potente e indomabile 
agitatore dell'animo, cuore, ed intelletto mio. di quel che 
lo siano i suoni tutti, e si)ecialmente le voci di ccmtralto 
e di donna. Nessuna cosa mi desta più affetti, e più varj. 
e terribili ^ l\ quasi tutte le mie tragedie sono state ideate 
da me o nell'atto del sentir nuisica, o poche ore dopo. 
Essendo scorso così il uno primo anno di studj nel- 
l'università, nel quale si disse dai ripetitori (ed io non 
saprei uè come ne ])ercliò) aver io studiato assai bene, 
ottenni dallo zio di Cuneo la licenza di venirio trovare 
in codesta città per ([inndici giorni nel mese d'agost(X 
Questo viaggetto, da Torino a Cuneo i)er quella fertilis- 
sima ridente pianura del bel Piemonte, essendo il secondo 
ch'io faceva da che era al mondo, un dilettò, e giovò 
moltissimo alla salute, perchè l'aria aperta ed il moto 
mi sono sempre stati elementi di vita. :\Ia il piacere di 
([tiesto viaggio mi venne pure amareggiato non i:>oco dal- 
l'esser costretto di farlo coi vetturini a passo a ])asso: 
io, che 405 anni prima, alla mia prima uscita di casa, 
aveva cosi rapidamente i)ercorso (pielle cin(pie poste che 
stanno tra Asti e Torino. Onde, nn pareva di essere tor- 
nato indietro invecchiando, e mi teneva molto avvilito 
di quella ignobile e gelida tardezza del passo d'asino di 
cui si andava; onde all'entrare in Carignano, Racconigi, 
vSavigHano. ed in ogni anche nnnimo borguzzo, io mi rin- 
tuzzava ■-' ben dentro nel più intimo del calessaccio, e 
chiudeva anche gli occhi ])er non vedere né esser visto; 



^ Anche per questo, dunque, egli somigliava al suo Saul. 
Cfr. Zt'MBIXI, // Saul, negli Studi di letteratura italiana, L'irenze, 
Le Mounier, 1906, p. 38 .ss. 

^ Rincantucciava. 



Dau^ « Vita »; II, 5: 1762 



DalIvA «Vita»; II, 5: 1762 



39 



(jiiasi che tutti mi dovessero conoscere per quello che 
avea altre volte corsa la i)osta con tanto brio, e sbeffarmi 
ora come condannato a sì umiliante lentezza. Erano 
eglino in me questi moti il prodotto d'un animo caldo 
e sul)lime, oppure leggiero e vanaglorioso ? Non lo so ; 
altri i)otrà giudicarlo dagli anni miei susseguenti. Ma so 
bene, che se io avessi avuto al fianco una qualche persona 
che avesse conosciuto il cuor dell'uomo in esteso, egli 
avrebbe forse potuto cavare fin da allora qualche cosa da 
me, con la ])otentissima molla dell'amore di lode e di 
gloria. 

In (piel mio l)reve soggiorno in Cuneo, io feci il primo 
sonetto, che non dirò mio. ])ercliè egli era un rifrittume 
di \'ersi o presi interi, o guastati, o riannestati insieme, 
dal Metastasio, e l'Ariosto, che erano stati i due soli 
jKìeti italiani di cui avessi un po' letto. Ma credo, che non 
vi fossero ne le rime debite, uè forse i piedi; stante che, 
benché avessi fatti dei versi latini esametri, e pentametri, 
niimo però mi avea insegnato mai ninna regola del verso 
italiano. Per quanto io ci abbia fantasticato poi per ritor- 
narmene in niente almeno uno o due versi, non mi è mai 
])iù stato possibile. vSolamente so, ch'egli era in lode d'una 
signora che (piel mio zio corteggiava, e che piaceva anche 
a me. Codesto sonetto, non i)oteva certamente esser altro 
che pessimo. Con tutto ciò mi venne lodato assai, e da 
(juella signora, che non intendeva nulla, e da altri simili: 
onde io già già quasi mi credei un poeta. Ma lo zio, che 
era uomo militare, e severo, e che bastantemente noti- 
ziato ^ delle cose storiche e politiche nulla intendeva né 
curava di nessuna poesia, non incoraggi punto questa 
mia Musa nascente ; e disapprovando anzi il sonetto e bur- 
landosene mi disseccò tosto (piella mia i)overa vena fin 
da radice; e non mi venne più voglia di poetare mai, sino 
all'età di 25 anni passati, (guanti o buoni o cattivi miei 
versi soffocò (piel mio zio, insieme con quel mio .sonet- 
taccio primogenito! 




AUf, 



.1 



A quella bestiale filosofia, succede l'anno dopo lo 
studio della fisica, e dell'etica; distribuite parimente 
come le due altre scuole anteriori; la fisica la mattina, 
e la lezione di etica per far la siesta. La fisica un cotal 
i:>oco allettavami; ma il continuo contrasto con la lingua 
latina, e la mia totale ignoranza della studiata geometria, 
erano impedimenti invincibili ai miei progressi. Onde 
con mia perpetua vergogna confesserò per amor del vero, 
che avendo io studiato un anno intero la fisica sotto il 
celebre padre Beccaria V, neppure una definizione me n'è 
rimasta in capo; e niente affatto so né intendo del suo 
dottissimo corso su l'elettricità, ricco di tante nobilis- 
sime di lui scoperte. P^d al solito accadde qui come mi 
era accaduto in geometria, che per effetto di sempUce 
memoria, io mi portava benissimo alle ripetizioni, e ri- 
scuoteva dai ripetitori più lode che biasimo. Ed in fatti, 
in quell'inverno del 176J lo zio si propose di farmi un re- 
galuccio; il che non m'era accaduto mai; e ciò, in premio 
di quel che gli veniva detto, che io studiava cosi bene. 
Questo regalo mi fu annunziato tre mesi prima con en- 
fasi profetica dal servitore Andrea; dicendomi che egli 
sapeva di buon luogo che lo riceverei poi continuando 
a portarmi bene ; ma non mi venne mai individuato ^ 
cosa sarebbe. 

Questa speranza indeterminata, ed ingranditami dalla 
fantasia, mi riaccese nello studio, e rinforzai molto la 
mia pappagallesca dottrina. Un giorno finalmente mi fu 
poi mostrato dal camerier dello zio, (luel famoso regalo 
futuro; ed era una spada d'argento non mal lavorata. 
Me ne invogliai molto dopo averla veduta; e sempre la 
stava aspettando, i)arendonii di ben meritarla; ma il 
dono non venne mai. Per quanto poi intesi, o combinai ^ 
in appresso, volevano che io la domandassi allo zio: ma 
quel mio carattere stesso, che tanti anni prima nella casa 



* Informato. 



1 G. B. Beccaria da Mondovì, delle Scuole Pie. 

2 Specificato, indicato precisamente. 

^ Compresi, coordinando i varii indi/ii. 






40 



DAI.LA «Vita»; II, 5-6: 1762-1763 



DAIJ.A « Vita »; II, 6: 1763 



41 



materna mi aveva inibito di chiedere alla nonna qua- 
Innque cosa volessi, sollecitato caldamente da lei di ciò 
fare, mi tioncò anco qui la parola; e non vi fu mai caso 
ch'io domandassi la spada allo zio; e non l'ebbi. 



CAPITOLO SKSTO. 

Debolezza dicij.a mia complessione; infermità con- 
tinue; ED incapacità d'ogni ESERCIZIO, l) MASSI- 
MAMENTIC DEL HALLO, K PERCHÈ. 

Passò in (juesto modo anche (iuell'anno della fisica; 
ed in quell'estate il mio zio essendo stato nominato 
viceré in vSardegna, si (lis})ose ad andarvi. Partito egli 
dunque nel settcml)re, e lasciatomi raccomandato agli 
altri ijochi parenti, od agnati ch'io aveva in Torino, 
quanto ai miei interessi pecuniari rinunziò, o accomunò 
la tutela con un cavaliere suo amico ; onde in allora inco- 
minciai subito ad essere un poco ])iù allargato nella fa- 
coltà di spendere, ed ebbi i)er la prima volta una piccola 
mensualità fissatami dal nuovo tutore; cosa, alla quale 
lo zio non avea voluto mai consentire; e che mi pareva, 
ed anche ora mi pare, sragionevolissima K l'orse vi si op- 
poneva quel servo Andrea, al (juale spendendo egli per 
conto mio (e suo. credo, ad un temi)o) tornava più comodo 
di far delle note, e di tenermi così in maggiore dipendenza 
di lui. Aveva codesto Andrea veramente l'animo di un 
princijx', (juali ne vediamo ai nostri tempi non pochi, 
illustri anche (luant'egli. Nel finire dell'anno 62, essendo 
io passato allo studio del dritto civile, e canonico; corso, 
che in quattr'anni conduce poi lo scolare all'apice della 
gloria, alla laurea avvocatesca; doi)o alcune settimane 
legali, ricaddi nella stessa malattia già avuta due anni 
prima, quello scoppio universale di tutta la pelle del 
cranio: e fu il doppio dell'altra volta, tanto la mia povera 



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testa era insofierente di fare in se conserva di definizioni, 
digesti, e simili apparati dell'uno e dell'altro Gius; né 
sa])rei meglio assimilare ^ lo stato fisico esterno di quel 
uno capo, che alla terra (piando riarsa dal sole si screpola 
per tutti i versi, asi)ettando la benefica pioggia che la 
rimargini^ ]VIa dal mio screpolìo usciva in copia un umore 
vi.scoso a tal segno, che questa volta non fu possibile 
ch'io salvassi i capelli dalle odiose fori nei; e dopo un mese 
uscii di quella sconcia malattia tosato ed imparruccato. 
Quest'accidente fu uno dei più dolorosi ch'io i)rovassi in 
vita mia; sì ])er la privazione dei capelli, che pel funesto 
acquisto di ([uella ])arrucca, divenuta innnediatamente 
lo scherno di tutti i compagni ])etulantissimi. Da i)rima 
io m'era messo a pigliarne a])ertamente le i)arti; ma ve- 
dendo poi ch'io non ])oteva a nessun j)atto salvar la par- 
rucca mia da (juello sfrenato torrente che da ogni parte 
assaltavala. e ch'io anda\'a a rischio di perdere anche 
con essa me stesso, tosto mutai di bandiera, e presi il 
partito il ])iù disinvolto, che era di sparruccarmi da me 
prima che nù venisse fatto quell'alironto, e di palleggiare 
io stes.so la mia infelice parrucca per l'aria, facendone 
ogni vitupero. Ivi in fatti, do])o alcuni giorni, sfogatasi 
l'ira juibblica in tal guisa, io rimasi i)oi la meno persegui- 
tata, e direi (piasi la ])iù ris])ettata, parrucca, fra le due 
o tre altre che ve n'erano in (piella stessa galleria. Allora 
imparai, che bisognava sempre parere di dare spontanea- 
mente, (piello che non si potea imi)edire d'esserti tolto. 
In (piell'anno mi erano anche stati accordati altri 
maestri; di cimbalo, e di geografia. l\ (piesta, andandomi 
molto a genio quel bahxxM) della sfera e delle carte, 
l'aveva imparata piuttosto bene, e mista un pocolino 
alla storia, e massimamente all'antica. Il maestro, che 
me l'insegnava in francese, essendo egli della \'al d'Aosta, 
mi andava anche prestando varj libri francesi, ch'io co- 
minciava anche ad intendere alquanto; e tra gli altri 
ebbi il Gil-Blas, che mi rapì veramente; e fu questo il 



' Sragioiievolissiina era, .s'intende, la pretesa dello zio, di 
negargli il piccolo assegno. 



' Ra.ssomigliare, paragonare. 



42 



Dalla «Vita»; II, 6: 176 



1 
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Dalla «Vita»; II, 6: 1763 



43 



primo libro ch'io leggessi tutto di seguito dopo VEncidc 
del Caro; e mi divertì assai più. Da allora in poi caddi nei 
Romanzi, e ne lessi molti, come Cassandre^, Alma- 
childe - etc, ed i più tetri e i più teneri mi facevano mag- 
gior forza e diletto. Tra gli altri poi, Ics Mémoires d'un 
homme de qiiaìité -^ ; ch'io rilessi alnien dieci volte. Quanto 
al cimbalo poi, benché io avessi una passione smisurata 
per la nmsica, e non fossi privo di disposizioni naturali, 
con tutto ciò non vi feci quasi nessun progresso, fuorché 
di essermi sveltita molto la mano su la tastiera. ^la la 
nuisica scritta non mi voleva entrare in capo; tutto era 
orecchia in me, e memoria, e non altro. Attribuisco al- 
tresì la cagione di quella mia ignoranza invincibile nelle 
note musicali, all'inopportunità dell'ora in cui i)rendeva 
lezione, immediatamente dopo il pranzo; tempo, che in 
ogni epoca della mia vita ho sempre palpabilmente visto 
essermi espressamente contrario ad ogni qualunque anche 
minima operazione della mente, ed anche alla senq^lice 
apphcazione degli occhi su qualun([ue carta od oggetto. 
Talché ([uelle note musicali e le lor cinque righe così 
fitte e parallele mi traballavano davanti alle pupille, ed 
io dopo quell'ora di lezione mi alzava dal ciml)alo che 
non ci vedeva ])iù, e rimaneva ammalato e stupido per 
tutto il rimanente del giorno. 

Le scuole parimente della scherma e del ballo, mi 
riuscivano infruttuosissime; quella, perché io era assolu- 
tamente troppo debole per poter reggere allo stare in 



^ Di r.aiiticr La Calprciicde, 1 610-1663. 

2 Forse YAlmahide deUa sij^nora di Scudéry. 1660. L'Alfieri 
chiamò Abmichilde un personagi^io della sua romanzesca A'o- 

smiinda. 

3 Dell'abate Trevost, l'autore della Mauon LescaiU. Confessa 
l'Alfreri nel Parere sulla Rosmiinda: «Il terribilissimo frangente 
in cui stanno due amanti che vedono l'amata sotto il pugnale 
della oltraggiata rivale, senza poterla salvare, è stato preso in 
parte da un romanzo francese, intitolato L'homme de qiialité. 
Gli spettatori giudicheranno poi un giorno quanto egli .sia stato 
bene o male adattato al teatro dall'autore >. 






^s 






guardia, e a tutte le attitudini di codest'arte; ed era anche 
il dopo pranzo, e spesso usciva dal cimbalo e dava di 
piglio alla spada; il ballo poi, perché io per natura già 
lo abborriva, e vi si aggiungeva per più contrarietà il 
maestro, francese, nuovamente' venuto di Parigi, che 
con una cert'aria civilmente scortese, e la caricatura per- 
petua dei suoi moti e discorsi, mi quadruplicava l'abbor- 
rimento innato ch'era in me per codest'arte burattinesca. 
E la cosa andò a segno, ch'io dopo alcuni mesi abbandonai 
affatto la lezione; e non ho mai saputo ballare neppure 
un mezzo Minile: questa sola parola mi ha sempre fin 
d'allora fatto ridere e fremere ad un tempo; che son i 
due effetti che mi hanno fatto ]>oi sempre in appresso i 
Francesi, e tutte le cose loro, che altro non sono che un 
perpetuo e spesso mal ballato Minile. Io attribuisco in 
gran parte a codesto maestro di ballo quel .sentimento 
disfavorevole, e forse anche im poco esagerato, che mi 
è rimasto nell'-ntimo del cuore, su la nazion francese, che 
pure ha anch( delle piacevoli e ricercabili " quaHtà. Ma 
le prime impressioni in quell'età tenera radicate, non si 
scancellano mai più, e ditficilmente s'indebohscono, cre- 
scendo gli anni: la ragione le va poi combattendo, ma 
bisogna sempre combattere per giudicare spassionata- 
mente, e forse non ci si arriva. Due altre cose parimente 
ritrovo, raccapezzando ^ cosi le mie idee primitive, che 
m'hanno persin da ragazzo fatto essere antigallo: l'una 
è, che essendo io ancora in Asti nella casa paterna, prima 
che mia madre ])assasse alle terze nozze, passò di quella 
città la duchessa di Parma, Francese di nascita, la quale 
o andava o veniva di Parigi. Quella carrozzata di lei e 
delle sue dame e donne ' , tutte impiastrate di quel ros- 
saccio che usavano allora esclusivamente le Francesi, 
cosa ch'io non avea vista mai, mi colpì singolarmente 
la fantasia, e ne parlai per più anni non i)otendonn per- 



* Testé, da poco. 

" Desiderabili. 

^ Rintracciando e mettendo insieme. 

^ Domestiche. 



42 



Dalila «Vita»; II, 6: 1763 



Dalila «Vita»; II, 6: 1763 



43 



primo libro ch'io leggessi tutto di seguito dopo V Eneide 
del Caro; e mi divertì assai più. Da allora in poi caddi nei 
Romanzi, e ne lessi molti, come Cassandre ^ Alma- 
childe - etc, ed i più tetri e i più teneri mi facevano mag- 
gior forza e diletto. Tra gli altri poi, Les Mémoires d'un 
ìiomme de qualité •' ; ch'io rilessi almen dieci volte. Quanto 
al cimbalo poi, benché io avessi una passione smisurata 
per la nuisica, e non fossi privo di disposizioni naturali, 
con tutto ciò non vi feci quasi nessun progresso, fuorché 
di essernù sveltita molto la mano su la tastiera. Ma la 
nuisica scritta non mi voleva entrare in capo; tutto era 
orecchia in me, e memoria, e non altro. Attribuisco al- 
tresì la cagione di (piella mia ignoranza invincibile nelle 
note musicali, all'inopportunità dell'ora in cui i)rendeva 
lezione, inmiediatamente dopo il pranzo; tempo, che in 
ogni epoca della mia vita ho sempre palpabilmente visto 
essermi espressamente contrario ad ogni qualunque anche 
minima operazione della mente, ed anche alla semplice 
applicazione degli occhi su qualunciue carta od oggetto. 
Talché ([uelle note nuisicali e le lor cinque righe così 
fitte e parallele mi traballavano davanti alle pu])ille, ed 
io dopo quell'ora di lezione mi alzava dal cimbalo che 
non ci vedeva \Ài\, e rimaneva ammalato e stupido per 
tutto il rimanente del giorno. 

Le scuole parimente della scherma e del ballo, mi 
riuscivano infruttuosissime; quella, perché io era assolu- 
tamente troppo debole per poter reggere allo stare in 



1 Di C.autier La Calprenède, 1610-1663. 

'- Forse VAlmahide <lella sij^Miora di Sciuléry. 1660. 1/ Alfieri 
chiamò Almuchilde \u\ persoiiagt^io della sua romanzesca Ko~ 
smiiuda. 

3 Dell'abate Prevost, l'autore della Manon Lescaut. Confessa 
l'Alfieri nel Parere sulla Rosmiinda: «Il terribilissimo frangente 
in cui stanno due amanti che vedono l'amata sotto il pugnale 
della oltraggiata rivale, senza poterla salvare, è stato preso in 
parte da un romanzo francese, intitolato L'homme de qualité. 
Gli spettatori giudicheranno poi un giorno quanto egli sia .stato 
bene o male adattato al teatro dall'autore •>. 



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guardia, e a tutte le attitudini di codest'arte; ed era anche 
il dopo pranzo, e spesso usciva dal cimbalo e dava di 
pigho alla spada; il ballo poi, perché io per natura già 
lo abborriva, e vi si aggiungeva per più contrarietà il 
maestro, francese, nuovamente' venuto di Parigi, che 
con una cert'aria civilmente scortese, e la caricatura per- 
petua dei suoi moti e discorsi, mi quadruplicava l'abbor- 
rimento innato ch'era in me per codest'arte burattinesca. 
E la cosa andò a segno, ch'io dopo alcuni mesi abbandonai 
affatto la lezione; e non ho mai saputo ballare neppure 
un mezzo Minuè: questa sola parola mi ha sempre fin 
d'allora fatto ridere e fremere ad un tempo; che son i 
due effetti che mi hanno fatto poi sempre in appresso i 
Francesi, e tutte le cose loro, che altro non sono che un 
]ìerpetuo e spesso mal ballato Minuè. Io attribuisco in 
gran parte a codesto maestro di ballo quel sentimento 
disfavorevole, e forse anche un poco esagerato, che mi 
è rimasto nell'intimo del cuore, su la nazion francese, che 
l)ure ha anche delle piacevoli e ricerca) )ili ' qualità. Ma 
le prime impressioni in quell'età tenera radicate, non si 
scancellano mai più, e dilficilmente s'indeboliscono, cre- 
scendo gli anni: la ragione le va poi combattendo, ma 
bisogna sempre combattere per giudicare spassionata- 
mente, e forse non ci si arriva. Due altre cose parimente 
ritrovo, raccapezzando ' così le mie idee primitive, che 
m'hanno persin da ragazzo fatto essere antigallo: l'una 
è, che essendo io ancora in Asti nella casa paterna, prima 
che mia madre passasse alle terze nozze, pas.sò di quella 
città la duchessa di Parma, Francese di nascita, la quale 
o andava o veni\'a di Parigi. Quella carrozzata di lei e 
delle sue dame e donne \ tutte impiastrate di quel ros- 
saccio che usavano allora esclusivamente le Francesi, 
cosa ch'io non avea vista mai, mi colpì singolarmente 
la fantasia, e ne parlai per più anni non i)otendonii ])er- 



* Testé, da poco. 
" Desiderabili. 

^ Rintracciando e mettendo insieme. 

* Domestiche. 



44 



T)au.a « Vita »; II, 6: 1763 



Dalla «Vita»; II, 7: 1763 



45 



snadere deiriiiteiizionc, nò dell'effetto di un ornamento 
cosi bizzarro, e ridicolo, e contro la natura delle cose; 
poiché quando, o j^er malattia, o per briachezza, o i)er 
altra cagione, un viso umano dà in codesto sconcio ros- 
sore, tutti se lo nascondono potendo, o mostrandolo 
fanno ridere o si fan compatire. Codesti ceffi francesi mi 
lasciarono ima lunga e profonda im])ressione di spiace- 
volezza, e di ribrezzo i)er la parte fennninina di quella 
nazione. L'altro ramo di disprezzo che germogliava in 
me per costoro, era nato, che imparando i)oi la geografia 
tanti anni dopo, e vedendo su la carta quella grandis- 
sima differenza di vastità e di popolazione che i)assava 
tra l'Inghilterra, o la Prussia e la l'Yancia, e sentendo jxn 
sem])re dire dalle nuove di guerra, che i Francesi erano 
battuti e i)er mare e i)er terra, aggiuntevi poi quelle i)rinie 
notizie avute sin dall'infanzia, che i l'rancesi erano stati 
padroni della città d'Asti \m\ volte; e che in ultimo vi 
erano poi stati fatti ])rigi()nieri in numero di 6, o 7 mila 
e più, presi come dei vigliacchi senza far punto difesa, 
essendovisi portati, al solito, cosi arrogantemente e tiran- 
nicamente ])rima di esserne scacciati^: (pieste diverse 
])articolarità, riunite i)oi tutte, e i)Oste sul viso di quel 
mio maestro di ])allo, della di cui caricatura e ridicolezza 
])arlai già sopra, mi lasciarono poi sempre in ai)presso 
nel cuore quel misto di abborrimento e disj^rezzo per quella 
nazione fastidiosa. Iv certamente, chi ricercasse poi in 
se stesso maturo le cagioni radicali degli odj od amori 
diversi i)er gl'individui o per i corpi collettizi, o per i 
diversi ])opoli, ritroverebbe forse nella sua i)iù acerba 
età i primi leggerissimi semi di tali affetti; e non molto 
maggiori, uè diversi da questi ch'io ho di me stesso alle- 
gati. Oh, picciola cosa è pur l'uomo ! 



ti 

1 

I 



^ Il 7 marzo 17 |}, il prtsi<li() francese ili Asti si arrese senza 
combattere all'esercito piemontese comandalo dal lian^ne di 
Lent-rnm. 



CAPITOLO SETTIMO. 

mortr: dello zio paterno. liberazione mia prima. 
Ingresso nel primo appartamento dell'Accademia. 

Lo zio, dopo dieci mesi di soggiorno in Cagliari, vi 
morì. Kgli era di circa 60 anni, ma di salute assai malan- 
dato, e sem])re mi diceva prima di questa sua partenza 
per la vSardegna, che io non l'avrei più riveduto. Il mio 
affetto per lui era tiepidissima cosa; atteso che io di ra- 
dissimo lo avea veduto, e sempre mostratomisi severo, 
e duretto, ma non però mai ingiusto. Egli era un uomo 
stimabile per la sua rettitudine e coraggio: avea mili- 
tato con distinzione; aveva un carattere scolpito e for- 
tissimo, e le qualità necessarie al ben comandare. Ebbe 
anche fama di molto ingegno, alquanto però soffocato da 
una erudizione disordinata, copiosa e loquacissima, spet- 
tante la storia sì moderna che antica. Io non fui dunque 
molto afflitto di questa morte lontana dagli occhi, e già 
ì)reveduta da tutti gli annci suoi, e mediante la quale io 
acquistava quasi pienamente la nùa libertà, con tutto il 
sufh cicute ])atrimonio paterno accresciuto anche dall'ere- 
dità non piccola di questo zio. Le leggi del Piemonte al- 
l'età dei 14 anni liberano il pupillo dalla tutela, e lo sotto- 
pongono soltanto al curatore, che lasciandolo padrone 
dell'entrate sue annuali, non gli i)uò impedire legalmente 
altra cosa che l'alienazione degh stabili. Questo nuovo 
mio stato di padrone del mio in età di 14 anni, mi innalzò 
dun(pie molto le corna, e mi fece con la fantasia spaziare 
assai per il vano. In quel frattempo mi era anche stato 
tolto il servitore ajo Andrea, i)er ordine del tutore;, e 
giustamente, perchè costui si era dato sfrenatamente alle 
donne, al vino, e alle risse, ed era diventato un pessimo 
soggetto pel troppo ozio, e non avere chi lo invigilasse. A 
me aveva semi)re usato mali termini, e quando era briaco, 
cioè 405 giorni per settimana, mi batteva per anche, e 
sempre poi mi maltrattava ; e in quelle spessissime ma- 
lattie ch'io andava facendo, egli, datomi da mangiare 



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46 



Dalila «Vita»; II, 7: 1763 



Dau^ « Vita »; II, 7: 1763 



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se n'andava, e mi lasciava chiuso in camera talvolta dal 
pranzo fino all'ora di cena: la qual cosa più d'ogni altra 
contribuiva a non farmi tornar sano, ed a triplicare in 
me quelle orribili malinconie che già avea sortite dal 
naturale mio temperamento 1. Eppure, chi'l crederebbe ? 
piansi e sospirai i)er la perdita di codest'Andrea più e 
più settimane; e non mi potendo opporre a chi giusta- 
mente voleva licenziarlo, e me 1' avea levato d'attorno, 
durai poi per più mesi ad andarlo io visitare - ogni giovedì 
e domenica, essendo egli inibito^ di porre i piedi in Acca- 
demia. Io mi facea condurre a vederlo dal nuovo came- 
riere che mi aveano dato, uomo piuttosto grosso, ma 
buono e di dolcissima indole. Gli somministrai anche per 
del tempo dei danari, dandogliene quanto ne aveva, il 
che non era molto: finalmente poi essendosi egli collo- 
cato in ser\'izio d'altri, ed io distratto dal tempo, e dalla 
mutazione di scena i)cr me dopo la morte dello zio, non 
ci pensai poi più. Dovendomi nei seguenti anni render 
conto in me stesso della cagione di quell'affetto mio sra- 
gionevole i)er un sì tristo soggetto, se mi volessi abbelHre, 
direi che ciò proveniva forse in me da una certa generosità 
di carattere: ma questa per allora non era la vera cagione: 
benché in appresso poi, quando nella lettura di Plutarco 
io cominciai ad infiammarmi dell'amor della gloria e 
della virtù, conobbi ed apprezzai, e praticai anche po- 
tendo, la soddisfacentissima arte del rendere bene per 
male. Quel mio affetto per Andrea che mi avea pur dato 
tanti dolori, era in me un nùsto della forza abituale del 
vederlo da sett'anni sempre dintorno a me, e della pre- 
dilezione da me concepita per alcune sue belle qualità; 
come la sagacità nel capire, la sveltezza e destrezza 



1 Cfr. i sonetti: Malinconia, perchè un tuo solo seggio (6 
luglio 1783), e Malinconia dolcissima, che ognora (30 mag- 
gio 1798). 

* Cosi l'autografo; ma forse è da leggere: « andarlo a visi- 
tare ». 

* Più correttamente: « essendo^/i inibito;-; e forse cosi è da 
leggere nell'autografo. 



// 



somma nell' eseguire ; le lunghe storiette e novelle ch'egli 
mi andava raccontando, ripiene di spirito, di affetti, e 
d'imagini: cose tutte, per cui, passato lo sdegno delle 
durezze e vessazioni ch'egli mi andava facendo, egli mi 
sapea sempre tornare in grazia. Non capisco però, come 
abborrendo tanto per mia natura l'essere sforzato e 
malmenato, mi fossi pure avvezzato al giogo di costui. 
Questa riflessione in appresso mi ha fatti talvolta compa- 
tire alcuni principi, che senza essere affatto imbecilli 
si lasciavano pure guidare da gente che avea preso il 
sopravvento sovr'essi nell'adolescenza: età funesta, per 
la profondità delle ricevute impressioni. 

Il primo frutto ch'io raccolsi dalla morte dello zio, 
fu di poter andare alla cavallerizza ; scuola che sino allora 
mi era stata sempre negata, e ch'io desiderava ardentis- 
simamente. Il priore dell'Accademia avendo saputa questa 
mia smaniosa brama d'imparare a cavalcare, pensò di 
approfittarsene per mio utile: onde egli pose per premio 
de' miei studj la futura equitazione, quand'io mi risol- 
vessi a pigliare all'università il primo grado della scala 
dottoresca, chiamato il ^lagistero, che è un esame pu- 
blico alla peggio dei due anni di logica, fisica, e geometria. 
Io mi vi indussi subito; e cercatomi un ripetitore a parte, 
che mi tornasse a nominare almeno le definizioni di co- 
deste mal fatte scuole, in quindici o venti giorni unsi 
assieme alla diavola ima dozzina di periodi latini tanto 
da risjjondere a quei pochi quesiti, che un verrebbero 
fatti dagli esaminatori. Divenni dunque io non so come 
in meno d'un mese Maestro matricolato dell'Arti, e cpùndi 
inforcai i)er la prima volta la schiena di un cavallo: arte, 
nella (piale divenni poi veramente maestro molti anni 
dopo. Ali trovavo allora essere di statura piuttosto pic- 
colo e assai graciletto, e di poca forza nei ginocchi che 
sono il perno del cavalcare: con tutto ciò la volontà e la 
molta ])assione supplivano alla forza, e in breve ci feci 
dei progressi bastanti, massime nell'arte della mano, e 
dell'intelletto reggenti d'accordo, e nel conoscere e indo- 
vinare i moti e l'indole della cavalcatura. A questo pia- 
cevole e nobilissimo esercizio io fui debitore ben tosto 



48 



Dalla «Vita»; II, 7: 1763 



Dalla «Vita»; II, 7: 1763 



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della salute, della cresciuta \ e d'una certa robustezza che 
andai acquistando a occhio vedente", ed entrai si può 
dire in una nuova esistenza. 

vSepolto dunque lo Zio, barattato il tutore in curatore, 
fatto :\laestro dell'Arti, liberato dal giogo di Andrea, ed 
inforcato un destriero, non è credibile quanto andassi 
ogni giorno più alzando la cresta. Cominciai a dire .schiet- 
tamente e al priore, ed al curatore, che ([uegli studj della 
legge mi tediavano, che io ci perdeva il mio tempo, e 
che in una i)arola non li voleva continuare altrimenti. 
Il curatore allora abboccatosi col governatore dell'Acca- 
demia, conchiusero di farmi passare al primo apparta- 
mento, educazione molto larga, di cui ho già parlato più 
sopra. 

\'i feci dunque il mio ingresso il dì 8 maggio 17^3. 
In (piell'estate mi ci trovai (piasi che solo; ma nell'au- 
tunno si andò rienqnendo di forestieri d'ogni paese quasi, 
fuorché Francesi; ed il numero che dominava era degli 
Inglesi. Una ottima tavola signorilmente .servita; molta 
dissipazione; pochissimo studio, il molto dormire, il ca- 
valcare ogni giorno, e l'andar senq)re jnù facendo a mio 
modo, mi aveano prestamente restituita e duplicata la 
salute, il brio e l'ardire. Mi erano ricresciuti i capelli, e 
sparruccatomi io mi andava vestendo a mio modo, e 
spendeva a.ssai negli abiti, per isfogarmi dei panni neri 
che per regola dell'Accademia impreteribile avea dovuti 
portare in ([uei cinijue anni del Terzo e Secondo A])par- 
tamento di essa. Il Curatore andava gridando su questi 
troppo ricchi e tropj)! abiti; ma il vSarto sai)endo ch'io 
poteva pagare mi facea credito quanto i' volessi, e rive- 
stiva credo anche sé a mie spese. Avuta l'eredità, e la 
libertà, ritrovai tosto degli amici, dei compagni ad ogni 
impresa, e degli adulatori, e tutto quello insomma che 
vien coi danari, e fedelmente con essi pur se ne va. In 
mezzo a cpiesto vortice nuovo e fervente, ed in età di 



1 Dell'esser cresciuto, dello sviluppo. 
' A vi.sta d'occhio. 



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anni 14 e mezzo, io non era con tutto ciò né discolo né 
sragionevole quanto avrei potuto e dovuto fors'essere. 
Di tempo in tempo avevo in me stesso dei taciti richiami 
a un qualche studio, ed un certo ribrezzo ed una mezza 
vergogna per l'ignoranza mia, su la quale non mi veniva 
fatto d'ingannare me stesso, né tampoco mi attentava 
di cercar d'ingannare gli altri. Ma non fondato in nessuno 
studio, non diretto da nessuno, non sapendo nessuna 
lingua bene, io non sapeva a quale applicazione darmi, 
né come. La lettura di molti romanzi francesi (che degli 
italiani leggibili non ve n'è) ; il continuo conversare con 
forestieri, e il non aver occasione mai né di parlare né di 
sentir parlare italiano, mi andavano a poco a poco scac- 
ciando dal capo quel poco di tristo toscano ch'io avessi 
potuto intromettervi in ([uei due o tre anni di studj buf- 
foni ' di umanità e rettoriche asinine. E sottentrava nel 
mio vuoto capo il francese a tal segno, che in un accesso 
di studio ch'io ebbi per due o tre mesi in quel prim'anno 
del primo appartamento, m'ingolfai nei 36 volumi della 
Storia ecclesiastica del T^leury, e li lessi quasi tutti con 
furore; e mi accinsi a farne anche degli estratti in lingua 
francese, e di questi arrivai sino al libro diciottesimo: 
fatica sciocca, noiosa, e risibile, che pure feci con molta 
ostinazione, ed anche con un qualche diletto, ma con quasi 
nessuni.ssimo utile. Fu quella lettura che cominciò a farmi 
cader di credito i preti, e le loro cose '. Ma presto posi da 
parte il l'ieury, e non ci pensai più. E que' miei estratti 
che non ho buttati sul fuoco sin a questi anni addietro, 
mi hanno fatto ridere assai quando li riscorsi un poco- 
lino, circa venti anni dopo averli stesi. Dall'istoria eccle- 
siastica mi ringolfai nei romanzi, e rileggeva molte volte 
gli stessi; tra gli altri, Lcs Mille et une Nitit ^. 

Intanto, essendomi stretto d'amicizia con parecchi 
giovanotti della città che .stavano sotto l'ajo, ci vede- 



* Buffoneschi, punto .serii. 

^ Non per nulla ({uella Storia era stata lodata e onorevol- 
mente citata dal Voltaire! 

^ Nella famosa e diffusissima traduzione del (ìalland. 

Alfieri. II. 4 



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50 



Dalla «Vita»; II, 7-8: 1763 



Dalla « Vita »; li, 8: 1764 



51 



vamo ogni giorno, e si facevano delle gran cavalcate su 
certi cavallucci d'affitto, cose pazze da fiaccarcisi il collo 
migliaia di volte non che una ; come quella di far correre 
all'in giù dall'Eremo di Camaldoli fin a Torino, ch'è una 
pessima selciata, erta a picco, che non l'avrei fatta poi 
neppure con ottimi cavalli per nessun conto; e di correre 
pe' boschi che stanno tra il Po e la Dora, dietro a quel 
mio cameriere, tutti noi come cacciatori, ed egli sul suo 
ronzino faceva da cervo; oppure si sbrigliava il di lui 
cavallo scosso ^ e si inseguiva con grand'urli, e scopi^ietti 
di fruste, e corni artefatti con la bocca, saltando fossi 
smisurati, rotolandovi spesso in ' bel mezzo, guadando 
spessissimo la Dora, e principalmente nel luogo dove ella 
mette nel Po; e facendo in sonuna ogni sorte di simili 
scapataggini, e tali che nessuno più ci voleva affittar dei 
cavalli, per (pianto si volessero strapagare. Ma questi 
stessi strapazzi mi rinforzavano notabilmente il corpo, 
e m'innalzavano molto la mente: e mi andavano prepa- 
rando l'animo al meritare e sopportare, e forse a ben v^a- 
lermi col tempo dell'acquistata mia libertà si fisica che 
morale. 

CAPITOLO OTTAVO. 

Ozio totale. Contrarietà incontrate, e fortemente 
sopportate. 

Non aveva altri allora che s'ingerisse de' fatti miei, 
fuorché quel nuovo cameriere, datomi dal curatore, quasi 
come un semi-ajo, ed aveva ordine di accompagnarmi 
sempre dapertutto. ]\Ia a dir vero, siccome egh era un 
buon sciocco ed anche interessatuccio, io col dargli molto 
ne faceva assolutamente ogni mio piacere, ed egli non 
ridiceva nulla. Con tutto ciò, l'uomo per natura non si 
contentando mai, ed io molto meno che niun altro, mi 
venne presto a noja anche quella piccola suggezione del- 



* Senz'alciin freno o conia. 
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l'avermi sempre il cameriere alle reni, dovunque i' m'an- 
dassi. E tanto più mi riusciva gravosa questa servitù, 
quanto ch'ella era una particolarità usata a me solo di 
quanti ne fossero in quel primo appartamento; poiché 
tutti gli altri uscivano da sé, e quante volte il giorno vo- 
levano. Né mi capacitai punto della ragione che mi si 
dava di questo, ch'io era il più ragazzo di tutti, essendo 
sotto ai quindici anni. Onde m'incocciai in quell'idea di 
volere uscir solo anche io, e senza dir nulla al cameriere, 
né a chi che sia, cominciai a uscir da me. Da prima fui 
ripreso dal governatore; e ci tornai subito: la seconda 
volta fui messo in arresto in casa, e poi liberato dopo al- 
cuni giorni, fui da capo all'uscir solo. Poi riarrestato ])iù 
strettamente, poi riliberato, e riuscito di nuovo ; e semi)re 
così a vicenda più volte, il che durò forse un mese, cre- 
scendomisi senq)re il gastigo, e sempre inutilmente. Alla 
per fine dichiarai in uno degli arresti, che mi ci doveano 
tenere in perpetuo, perché api)ena sarei stato liberato, 
immediatamente sarei tornato fuori da me; non volendo 
io nessuna particolarità né in bene né in male, che mi 
facesse essere o più o meno o diverso da tutti gli altri 
compagni; che codesta distinzione era ingiusta ed odiosa, 
e mi rendeva lo scherno degh altri ; che se pareva al signor 
governatore ch'io non fossi d'età né di costumi da poter 
far come gli altri del i)rinio, egli mi poteva rimettere nel 
secondo appartamento. Dopo tutte queste mie arroganze 
mi toccò un arresto cosi lungo, che ci stetti da tre mesi 
e più, e fra gli altri tutto l'intero carnevale del 1764. Io 
mi ostinai sempre più a non voler mai domandare d'esser 
liberato, e così arrabbiando e ])ersistendo, credo che vi 
sarei marcito, ma non ] negatomi mai. Quasi tutto il 
giorno dormiva; i)oi verso la sera mi alzava da letto, e 
fattomi portare una materassa vicino al camminetto, mi 
vi sdrajava su per terra; e non volendo più ricevere il 
pranzo solito dell'Accademia, che mi facevano ])ortar in 
camera, io mi cucinava da me a quel fuoco della i)olenta, e 
altre cose simili. Non mi lasciava jnù pettinare, né mi 
vestiva, ed era ridotto come un ragazzo salvatico. ]\Ii 
era inibito l'uscire di camera; ma lasciavano pure venire 



\\ 



52 



Dalla «Vita»; II, 8-9: 1764 



Dalla «Vita»; II, 9: 1764 



53 



quei miei amici di fuori a visitarmi; i fidi compagni di 
quelle eroiche cavalcate. Ma io allora sordo e muto, e 
quasi un corpo disanimato, giaceva sempre, e non rispon- 
deva niente a nessuno ([ualuiupie cosa mi si dicesse. E 
stava così delle ore intere, con gli occhi conficcati in terra, 
pregni di pianto, senza pur mai lasciare uscir una lagrima. 



CAPITOLO NONO. 

Matrimonio dklla sorella. Rkixtkgrazioxk dkl mio 
ONORE. Primo cavallo. 

Da questa vita di vero bruto bestia, mi liberò final- 
mante la congiuntura del matrimonio di mia sorella 
Giulia, col conte Oiacinto di Cumiana. Seguì il di primo 
maggio i7()4, giorno che mi restò impresso nella niente 
essendo andato con tutto lo sposalizio ' alla bellissima vil- 
leggiatura di Cumiana, distante dieci miglia da Torino; 
dove passai più d'un mese allegrissimamente, come dovea 
essere di uno scappato di carcere, detenutovi tutto l'in- 
verno. Il mio nuovo cognato ' avea impetrata la mia libe- 
razione, ed a più equi patti fui ristabilito nei dritti innati 
dei Primi Appartamentisti dell'Accademia; e cosi ot- 
tenni l'eguaglianza con i compagni mediante più mesi 
di durissimo arresto. Coll'occasione di -queste nozze aveva 
anche ottenuto molto allargamento nella facoltà di spen- 
dere il mio, il che non mi si poteva oramai legalmente 
negare. E da questo ne nacque la compra del mio primo 
cavallo, che venne anco meco nella villeggiatura di Cu- 
miana. Era questo cavallo un bellissimo sardo, di man- 
tello bianc(\ di fattezze distinte, massime la testa, l'in- 
collatura ed il petto. Lo amai con furore, e non me lo 
rammento mai senza una vivissima emozione. La mia 
passione per esso andò al segno di guastarmi la quiete, 



togliermi la fame ed il sonno, ogni qual volta egli aveva 
alcuno incommoduccio; il che succedeva assai spesso, 
perchè egli era molto ardente, e delicato ad un tempo; 
e quando poi l'aveva fra le gambe, il mio affetto non 
m'impediva di tormentarlo e malmenarlo anche tal volta 
quando non volea fare a modo mio. La delicatezza di 
questo prezioso animale mi servì ben tosto di pretesto 
per volerne un altro di più. e dopo cpiello due altri di 
carrozza, e poi uno di calessetto, e poi due altri di sella, 
e cosi in men d'un anno arrivai sino a otto, fra gli schia- 
mazzi del tenacissimo ^ curatore, ch'io lasciava i)ur can- 
tare a suo piacimento. E superato così l'argine della sti- 
tichezza e parsimonia di codesto mio curatore; tosto 
traboccai " in ogni sorte di spesa, e i)rincipalniente negli 
abiti, come già mi par d'avere più sopra accennato. 
V'erano alcuni di quegli Inglesi miei compagni, che spen- 
devano assai; onde io non volendo essere soverchiato, 
cercava pure e mi riusciva di soverchiare costoro. ]\Ia, 
per altra i)arte, quei giovinotti miei amici di fuori dal- 
l' Accademia, e coi (juali io conviveva assai più che coi 
forestieri di dentro, per essere essi soggetti ai lor padri, 
avevano i)ochi quattrini; onde benché il loro manteni- 
mento fosse decentissimo, essendo essi dei [)rimi signori 
di Torino, i)ure le loro spese di capriccio venivano ad 
essere necessariamente tenuissime. A risguardo dunque di 
questi, io debbo per amor del vero confessare ingenua- 
mente di aver allora ])raticata una virtù, ed ap])urato 
ch'ella era in me naturale, ed invincibile: ed era di non 
volere né potere soverchiar mai in nessuna cosa chi che 
.sia, ch'io conoscessi o che si tenesse per minore di me in 
forza di corpo, d'ingegno, di generosità, d'indole, o di 
borsa. Ed in fatti, ad ogni abito nuovo, e ricco o di ri- 
cami, o di nappe, o di pelli ch'io m'andava facendo, se 
mi veniva fatto di vestirmelo la mattina per andare a 
corte, o a tavola con i compagni d'Accademia, che riv^a- 



' Il corteo miziak'. 

" Divenuto tale reeeiiteiiientc 



^ Avaro, tirchio. 
' Trasmodai. 



54 



Daij,a (( Vita »; II, 9-10: 1 764-1765 



Dai^i^a «Vita»; II, io: 1765 



55 



leggiavano in queste vanezze con me, io poi me lo spo- 
gliava subito al dopo pranzo, ch'era l'ora in cui venivano 
quegli altri da me; e li faceva anzi nascondere perchè 
non li vedessero, e me ne vergognava in somma con essi, 
come di un delitto; e tale in fatti nel mio cuore mi pareva, 
e l'avere, e molto più il farne pompa, delle cose che gli 
amici ed eguali miei non avessero. E cosi pure, dopo avere 
con molte risse ottenuto dal curatore di farmi fare una 
elegante carrozza, cosa veramente inutilissima e ridicola 
per un ragazzaccio di sedici anni in una città così micro- 
scopica come Torino, io non vi saliva quasi mai, perchè 
gli amici, non l'avendo, se ne dov^evano andare a sante 
gambe sempre, li quanto ai molti cavalli da sella, io me 
li facea i)erdonare da loro, acconumandoli con essi; oltre 
che essi pure ne aveano ciascuno il suo, e mantenuto loro 
dai risi)ettivi genitori. Perciò questo ramo di lusso mi di- 
lettava anche più di tutti gli altri, e con meno misto di ri- 
brezzo \ i)erchè in nulla veniva ad offendere gli amici miei. 
Ivsaminando io spassionatamente e con l'amor del 
vero codesta mia prima gio\'entù, mi pare di ravvisarci 
fra le tante storture di un'età bollente, oziosissima, ine- 
ducata, e sfrenata, una certa naturale pendenza 2 alla 
giustizia, all'eguaglianza, ed alla generosità d'animo, che 
mi paiono gli elementi d'un ente libero, o degno di esserlo. 



CAPITOLO DECIMO. 

Primo amort'ccio. Primo viaccìictto. Ixiìricsso xkijjc 
TRirppi:. 

In una villeggiatura ch'io feci di circa un mese colla 
famiglia di due fratelli, che erano dei i)rincii)ali miei 
amici, e compagni di cavalcate, provai i)er la prima volta 



^ Rimorso, ripu^nianza. Più «,mù dirà, parlando della veneranda 
maestà del papa Clemente XIII, che essa « fece .sì che non gU ca- 
gionò punto ribrezzo la solita prosternazione e il bacio del piede ». 

2 Inclinazione. 



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sotto aspetto non dubbio la forza d'amore per una loro 
cognata, moglie del loro fratello maggiore. Era questa 
signorina ^ una brunetta piena di brio, e di una certa 
protervia che mi facea grandissima forza -. I sintomi di 
quella passione, di cui ho provato dappoi per altri oggetti 
cosi lungamente tutte le vicende, si manifestarono in me 
allora nel seguente modo. Una malinconia profonda e 
ostinata: un ricercar sempre l'oggetto amato, e trovatolo 
appena, sfuggirlo: un non saper che le dire, se a caso 
mi ritrovava alcuni i)ochi momenti (non solo mai, che 
ciò non mi veniva fatto mai, essendo ella assai stretta- 
mente custodita dai suoceri) ma alquanto in disparte 
con essa: un correre i)oi dei giorni interi (dopo che si 
ritornò di villa) in ogni angolo della città, per vederla 
passare in tale o tal via, nelle passeggiate pubbliche del 
Valentino e Cittadella, un non poterla neppure udir no- 
minare, non che parlar mai di essa: ed in somma tutti, 
ed alcuni più, quegli effetti si dottamente e affettuosa- 
mente scolpiti dal nostro divino maestro di questa divina 
pa.ssione, il Petrarca. Effetti, che poche persone inten- 
dono, e pochissime provano: ma a quei soli pochissimi 
è concesso l'uscir dalla folla volgare in tutte le umane 
arti. Questa prima mia fiamma, che non ebbe mai con- 
clusione alcuna, mi restò poi lungamente semiaccesa nel 
cuore, ed in tutti i miei lunghi viaggi fatti poi negli 
anni consecutivi, io sempre senza volerlo, e quasi senza 
avvedermene, l'avea tacitamente per norma intima 
d'ogni mio operare: come se una voce mi fosse andata 
gridando nel più segreto di esso: Se tu acquisti tale, o 
tal pregio, tu potrai al ritorno tuo piacer maggiormente 
a costei ; e cangiate le circostanze, potrai forse dar corpo 
a quest'ombra. 

Nell'autunno dell'anno 1765 feci un viaggetto di dieci 
giorni a Genova col mio curatore; e fu la prima uscita 
dal paese. I^a vista del mare mi rapi veramente l'anima, 



' Giovane signora. 

2 Anche più avanti, iir, 4: u e le leggiadre e [proterve donzelle 
mi piacquero sommamente alla prima ». 



56 



Daixa «Vita»; II, io: 1765-1766 



Daixa «Vita »; II, io: 1766 



57 



e non mi poteva mai saziare di contemplarlo. Cosi pure 
la posizione magnifica e pittoresca di quella superba città, 
mi riscaldò molto la fantasia. E se io allora avessi saputa 
una qualche lingua, ed avessi avuti dei poeti per le mani, 
avrei certamente fatto dei versi : ma da quasi due anni 
io non apriva più nessun libro, eccettuati di radissimo 
alcuni romanzi francesi, e qualcuna delle prose di Vol- 
taire, che mi dilettavano assai. Nel mio andare a Genova 
ebbi un sonnno jnacere di rivedere la madre e la città 
mia, di dove mancava già da sette anni, che in quell'età 
paiono secoli. Tornato i)oi di Genova, mi i)areva di aver 
fatta una gran cosa, e d'aver visto molto. Ma quanto io 
mi teneva di questo mio viaggio cogli amici di fuori del- 
l'Accademia (l)enchè non lo dimostrassi loro, per non 
mortificarli), altrettanto i)oi mi arrabbiava e rimpiccio- 
liva in faccia ai compagni di dentro, che tutti venivano 
di paesi lontani, come Inglesi, Tedeschi, PoUacchi, ^ 
Russi, ec. ; ed a cui il mio viaggio di Genova pareva, 
com'era in fatti, una babbuinata '. K questo mi dava una 
frenetica voglia di viaggiare, e di vedere da me i paesi 
di tutti costoro. 

In (juest'ozio e dissipazione continua, presto mi passa- 
rono gli ultimi diciotto mesi ch'io stetti nel primo appar- 
tamento, lui es.sendomi io fatto inscrivere nella lista dei 
postulanti impiego nelle trui)pe sin dal i)rini'anno ch'io 
v'era entrato, dopo esservi stato tre anni, in quel maggio 
del 1766, finalmente fui compreso in una promozione ge- 
nerale di forse 150 altri giovanotti. K benché io da più 
d'un anno mi fossi intiepidito moltissimo in questa voca- 
zione militare, pure non avendo io ritrattata la mia peti- 
zione, mi convenne accettare; ed uscii Porta-insegna nel 
reggimento provinciale d'Asti. Da prima io aveva chiesto 
d'entrare nella cavalleria, i)er l'amore innato dei cavalli; 
poi di lì a (lualche tempo, aveva cambiata la domanda, 
bastandomi di entrare in uno di quei reggimenti provin- 



[ 



ciali, i quali in tempo di pace non si radunando all'in- 
segne se non due volte Tanno, e per pochi giorni, lascia- 
vano così una grandissima libertà di non far nulla, che 
era appunto la sola cosa ch'io mi fossi determinato di 
voler fare. Con tutto ciò, anche questa milizia di ])ochi 
giorni mi spiacque moltissimo; e tanto più, perchè l'aver 
avuto quell'impiego mi costringeva di uscire dall'Ac- 
cademia, dove io mi trovava assai bene, e ci stava altret- 
tanto volentieri allora, quanto ci era stato male e a con- 
tragenio nei due altri ap])artamenti, e i primi diciotto 
mesi del primo. Bisognò pure ch'io m'adattassi, e nel 
corrente di quel maggio lasciai l'Accademia, do])o esservi 
stato quasi ott'anni. E nel settembre mi presentai alla 
prima rassegna del mio reggimento in Asti, dove conij^iei 
esattissimamente ogni dovere del mio impieguccio, abbor- 
rendolo; e non mi potendo assolutamente adattare a quella 
catena di di])endenze gradate, che si chiama subordina- 
zione; ed è veramente l'anima della disci])lina militare; 
ma non }joteva esser l'anima mai d'un futuro poeta tra- 
gico. All'uscire dell'Accademia, aveva appigionato un 
piccolo ma grazioso quartiere nella casa stessa di mia so- 
rella; e là attendeva a spendere il più che potessi, in ca- 
valli, sui)erfiuità d'ogni genere, e pranzi che andava fa- 
cendo ' ai miei amici, ed ai passati com])agni dell'Accade- 
mia. Iva smania di viaggiare, accresciutasi in me smisura- 
tamente col conversare moltissimo con codesti forestieri, 
m'indusse contro la mia indole naturale ad intelaiare un 
raggiretto ])er vedere di strap})are una licenza di viaggiare 
a Roma e a Napoli almeno per un anno. E siccome era 
troì)po certa cosa, che in età di anni 17 e mesi ch'io allora 
mi aveva, non mi avrebbero mai lasciato andar solo, 
m'ingegnai con un aio Inglese cattolico, che guidava im 
Fiammingo ed un Olandese a far questo giro, e coi (juali 
era stato già i)iù d'un anno nell'Accademia, a vedere 
s'egli voleva anche incaricarsi di me, e così fare il suddetto 
viaggio noi quattro. Tanto feci insomma, che invogliai 



^ Cosi dicevano e scrivevano, invece di Polacchi. 
* Cosa da nulla. 



Dando. 



58 



Dalila «Vita»; II, io: 1766 



Dai,i,a «Vita»; III, i: 1766 



59 



anche questi di avermi per compagno, e servitomi poi 
del mio cognato per ottenermi dal re la licenza di partire 
sotto la condotta del suddetto aio Inglese, uomo più che 
maturo, e di ottimo grido, finalmente restò fissata la par- 
tenza per i primi di ottobre di quell'anno. K questo fu 
il primo, e in seguito poi l'uno dei pochi raggiri ch'io 
abbia intrapresi con sottigliezza, e ostinazione di ma- 
neggio, per persuadere quell'aio, e il cognato, e più di 
tutti lo stitichissimo curatore. La cosa riuscì, ma in me 
mi vergognava e irritava moltissimo di tutte le pieghe- 
volezze, e simulazioni, e dissimulazioni che mi conveniva 
porre in o])era i)er ispuntarla. Il re, che nel nostro piccolo 
paese di ogni piccolissima cosa s'ingerisce, non si trovava 
essere niente propenso ai viaggi de' suoi nobili; e molto 
meno poi di un ragazzo uscito allora del guscio, e che in- 
dicava un certo carattere. Bisognò insomma ch'io mi pie- 
gassi moltissimo. Ma, grazie alla mia buona sorte, questo 
non mi tolse ])oi di rialzarmi in appresso interissimo. 
K qui darò fine a (questa seconda i)arte: nella quale 
m'avvedo benissimo che avendovi io intromesso con più 
minutezza cose forse anche più insi])ide che nella prima, 
consiglierò anche il Lettore di non arrestarvisi molto, 
o anche di saltarla a pie pari; poiché, a tutto ristringere 
in due parole, questi otto anni della mia adolescenza 
altro non sono che infermità, ed ozio, ed ignoranza. 



EPOCA TERZA: GIOVINEZZA. 

Abbraccia circa dieci anni di viaggi, e dissolutezze. 



CAPIT(3L() PRLMO. 
Primo viagcuo. Milano, Firknzic, Roma. 

La mattina del dì quattro ottol)re 1766, con mio 
indicibile trasporto, dopo aver tutta notte farneticato 
in pazzi pensieri senza mai chiuder occhio, partii per quel 
tanto sosjMrato viaggio. ICramo una carrozzata dei (piattro 



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padroni, ch'io individuai \ un calesse con due servitori, 
du' altri a cassetta della nostra carrozza, ed il mio came- 
riere a cavallo da corriere. Ma questi non era già quel 
vecchiotto datomi a guisa di aio tre anni prima, che quello 
lo lasciai a Torino. Era questo mio nuovo cameriere, un 
Francesco Elia, stato già quasi vent'anni col mio zio, e 
dopo la di lui morte in vSardegna, passato con me. Egli 
aveva già viaggiato col suddetto mio zio, due volte in 
Sardegna, ed in Plancia, Inghilterra, ed Olanda. Uomo 
di sagacissimo ingegno, di un'attività non conmne, e che 
valendo egli solo più che tutti i nostri quattro altri ser- 
vitori presi a fascio, sarà d'ora in poi l'eroe protagonista 
della commedia di questi miei viaggi; di cui egli si trovò 
immediatamente essere il solo e vero nocchiero, stante 
la nostra totale incapacità di tutti noi altri otto, o bam- 
bini, o vecchi rimbambiti. 

La prima stazione fu di circa quindici giorni in Mi- 
lano. Avendo io già visto Genova due anni i)rinia, ed es- 
sendo abituato al liellissimo locale - di Torino, la topo- 
grafia milanese non mi dovea, né potea piacer niente. 
Alcune cose che vi sarebìjero pur da vedersi, io o non vidi, 
o male ed in fretta, e da quell'ignorantissimo e svogliato 
ch'io era d'ogni utile o dilettevole arte. E mi ricordo tra 
l'altre, che nella Biblioteca Ambrosiana, datomi in mano 
dal bibliotecario non so più quale manoscritto autografo 
del Petrarca ^ da vero barbaro AUobrogo', lo buttai là, 



' Indicai più su. Avanti, nella Introduzione, aveva detto: 
« Della qiial pianta non possiamo mai individuare meglio i segreti 
che osservando ciascuno se stesso »; « Non nominerò dunque 
quasi mai nessuno, individuandone il nome, se non se nelle cose 
indifferenti e lodevoli ». E) ii, 5: « ma non mi venne mai indi- 
viduato cosa sarebbe ». 

^ Disposizione topografica. 

^ Si sarà assai probabilmente trattato del famoso Virgilio; su 
cui è da vedere A. Ratti, Ancora del celebre cod. ms. delle opere 
di Virgilio già di F. Petrarca edora della Biblioteca Ambrosiana, 
nel volume collettivo F. Petrarca e la Lombardia, Milano, 1904. 

^ Nella satira I viaggi, I, chiamerà i Ginevrini: « scimiotti 



h i 



60 



Daixa «Vita»; III, i: 1766 



Dalla «Vita»; III, i: 1766 



61 



dicendo che non me n'importava nulla. Anzi, in fondo 
del cuore, io ci aveva un certo rancore con codesto Pe- 
trarca; perchè alcuni anni prima, quando io era filosofo, 
essendomi capitato un Petrarca alle mani, l'aveva aperto 
a caso da capo, da mezzo, e da piedi, e per tutto lèttine, 
o comjHtati alcuni pochi versi, in nessun luogo aveva in- 
teso nulla, uè mai raccapezzato il senso; onde l'avea sen- 
tenziato * , facendo coro coi rVancesi e con tutti gli altri 
ignoranti presontuosi; e tenendolo per un seccatore, di- 
citor di arguzie e freddure, aveva poi cosi ben accolto 
i suoi i)reziosissinii manoscritti. 

Del resto, essendo io partito per (|uel viaggio d'un 
anno, senza pigliar meco altri libri che alcuni \^iaggi 
d'Italia, e questi tutti in lingua francese, io mi avviava 
sem])re i)iù alla total perfezione della mia già tanto inol- 
trata bar])arie. Coi compagni di viaggio si conversava 
sempre in francese, e così in alcune case milanesi dove io 
andava con essi, si parlava pur sempre francese; onde 
quel pochin pochino ch'io andava pur pensando e com- 
binando " nel mio povero capino '\ era pure vestito di cenci 
francesi; e alcune letteruzze ch'io andava scrivendo, erano 
in francese; ed alcune memoriette ridicole ch'io andava 
schiccherando su (juesti miei viaggi, eran pure in fran- 
cese: e il tutto alla peggio, non sapendo io questa lin- 
guaccia se non a caso; non mi ricordando j)iù di nessuna 
regola ove pur mai l'avessi saputa da prima; e molto 
meno ancora sapendo l'italiano, raccoglieva cosi il frutto 
dovuto della disgrazia primitiva del nascere in un paese 
anfibio *, e della valente educazione ricevutavi. 



Misti (li (iallo e Allohyogo ed Ivlvetico ». Cfr. IIoraT. Epod. xvi, 
6: « No\?is([ue rebus iiifidelis Allobrox « ; Jitvkxai,. vii, 214: 
'< Riifiim, ([Ili toties Ciceronem Allobroga dixit »; e la mia nota 
all'ode // doìio del Parini, nelle Poesie di (ì. Parini, 3* ediz., 
Milano, Iloepli, 1913, p. 170-71. 

* Giustiziato, condannato a morte. 

2 Dianzi, i, 2: « a quel che io combinai poi dopo»; e il, 5: 
« Per (pianto poi intesi, o combinai in appresso». 

^ Più su, I, 5: «idee ancora informi nel mio capicino ^k 

* Più su aveva detto : u in Torino, città anfibia ». 




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Dopo un soggiorno di due settimane in circa, si parti 
di Milano. Ma siccome quelle mie sciocche Memorie sul 
viaggio furono ben presto poi da me stesso corrette con 
le debite fiamme, non le rinnoverò io qui certamente, 
col particolarizzare oltre il dovere questi miei viaggi pue- 
rili, trattandosi di paesi tanto noti: onde, o nulla o pochis- 
simo dicendo delle diverse città, ch'io, digiuno di ogni 
bell'arte, visitai come un Vandalo ^ anderò parlando di 
me stesso, poiché pure questo infelice tema è quello che 
ho assunto in quest'opera. 

Per la via di Piacenza, Parma e Modena, si giunse 
in pochi giorni a Bologna; ne ci arrestammo in Parma 
che un sol giorno, ed in Modena poche ore, al solito senza 
veder nulla, o prestissimo e male quello che ci era da ve- 
dersi. Ed il mio maggiore, anzi il solo piacere ch'io rica- 
vassi dal viaggio, era di ritrovarmi correndo la posta su 
le strade maestre, e di farne alcune, e il più che poteva, 
a cavallo da corriere. Bologna, e i suoi portici e frati, 
non mi piacque gran cosa: dei suoi quadri non ne seppi 
nulla; e sempre incalzato da una certa impazienza di 
luogo, io era lo sprone perpetuo del nostro ajo antico, 
che sempre lo instigava a partire -. Arrivammo in lu- 
renze in fin d'ottobre; e quella fu la prima città, che a 
luoghi mi piacque, dopo la partenza di Torino; ma mi 
piacque pur meno di Genova, che aveva vista due anni 
prima. Vi si fece soggiorno per un mese; e là pure, sfor- 
zato dalla fama del luogo, cominciai a visitare alla peggio 
la Galleria, e il palazzo Pitti, e varie chiese; ma il tutto 
con molta nausea, senza nessun senso del bello; massime 



1 Nella satira / i'iaggi, I: «perchè m'era io Aiv^ìo- Va ndalo- 
Gallo per la vita»; e nella VI, L'educazione: « Tai ne usciani 
poscia Italici vSijjjnori J^rìgio-Vandala stirpe, irta e derisa ». 

2 Dice nella satira [ viaggi, I : 

Dall' Insubria me quindi or già rimuove 
L'agitator mio Demone, che pinge 
Nuovi ognora diletti in genti nuove. 

Oltre Parma, oltre Modena ei mi spinge. 
Oltre P><)l<)gna; senza jnu' ve<lerle; 
Couie del barbaro Attila si Unge. 



*y ^>*— ■yìi^Lii » ■ I 



62 



Dalla «Vita»; III, i: 1766 



Dalla «Vita»; III, i: 1766 



63 



in pittura; gli occhi miei essendo molto ottusi ai colori: 
se nulla nulla gustava un po' più era la scoltura, e l'ar- 
chitettura anche più; forse era in me una reminiscenza 
del mio ottimo zio, l'architetto. La tomba di Michelan- 
gelo in Santa Croce fu una delle poche cose che mi fer- 
massero: e su la memoria di quell'uomo di tanta fama 
feci una qualche riflessione: e fin da quel punto sentii 
fortemente, che non riuscivano veramente grandi fra gli 
uomini, che quei pochissimi che aveano lasciata alcuna 
cosa stabile fatta da loro. :\Ia una tal riflessione isolata 
in mezzo a quell'immensa dissipazione di mente nella 
quale io viveva continuamente, veniva ad essere per l'ap- 
punto come si suol dire, una goccia di acqua nel mare. 
Fra le tante mie giovenili storture, di cui mi toccherà 
di arrossire in eterno, non annovererò certamente come 
l'ultima quella di essermi messo in Firenze ad imparare 
la lingua inglese, nel breve soggiorno di un mese ch'io 
vi feci, da un maestruccio Inglese che vi era capitato; 
in vece di imparare dal vivo esempio dei beati Toscani 
a spiegarmi almeno senza barbarie nella loro divina lingua, 
ch'io balbettante str()pi)iava, ogni qual volta me ne do- 
veva prevalere '. H perciò sfuggiva di parlarla, il più che 
poteva : stante che la vergogna di non saperla potea pur 
qualche cosa in me; ma vi potea pure assai meno che la 
infingardaggine del non volerla imparare. Con tutto ciò, 
io mi era subito ripurgata la pronunzia di (juel nostro 



* Continua nella satira / viaggi, I: 

Eccomi all'Arno, ove in suonanti note 
La Plebe stessa atticizzando addita 
Come con lingua l'aria si percuote. 

Ma non mi fu, quanto il dovea, gradita 
L'alma Cantata allor, perchè m'era io 
Anglo- Vandalo-Gallo per la vita.... 

Quind'io Fiorenza già tenea per vista; 
K, muto e sordo e cieco a ogni arte bella, 
D'Anglo sermon quivi facea provvista; 

Ignaro appieu di mia futura stella. 
Che ricondurmi all'Arno un dì dovea 
IJalbettator dalla natia favella. 



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orribile U lombardo, o francese, che sempre mi era spia- 
ciuto moltissimo per quella sua magra articolazione, e 
per quella boccuccia che fanno le labbra di chi lo pro- 
nunzia, somiglianti in quell'atto moltissimo a quella ri- 
sibile smorfia che fanno le scimmie, allorché favellano. 
E ancora adesso, benché di codesto U, da cinque e più 
anni ch'io sto in Francia ne abbia pieni e foderati gH 
orecchi, pure egli mi fa ridere ogni volta che ci bado; e 
massime nella recita teatrale, o camerale (che qui la re- 
cita é per])etua), dove sempre fra questi labl)rucci con- 
tratti che paiono sempre sofiiare su la minestra bollente, 
campeggia princi])almente la jìarola Nature. 

In tal guisa io in Firenze, perdendo il mio tem- 
po, poco vedendo, e nulla inq)arando, presto tedian- 
domivi, rispronai l'antico nostro mentore, e si parti il 
di ])rimo decembre alla volta di Lucca i)er Prato e Pi- 
stoia. Un giorno in Lucca mi parve un secolo; e subito 
si riparti per Pisa. E un giorno in Pisa, benché molto mi 
piacesse il Camposanto, mi parve anche lungo. E subito, 
a Livorno. Questa città mi piacque assai e perché somi- 
gliava alquanto a Torino, e per via del mare, elemento 
del quale io non mi saziava mai. Il soggiorno nostro vi fu 
di otto o dieci giorni; ed io sempre barbaramente andava 
balbettando l'inglese, ed avea chiusi e sordi gli orecchi 
al toscano. Esaminando poi la ragione di una si stolta 
preferenza, ci trovai un falso amor proprio individuale, 
che a ciò mi spingeva senza ch'io pure me ne avvedessi.' 
Avendo per più di due anni vissuto con Inglesi; sentendo 
per tutto magnificare la loro potenza e ricchezza; veden- 
done la grande influenza politica: e per l'altra parte ve- 
dendo l'Itaha tutta esser morta; gl'Italiani, divisi, deboli, 
avviliti e servi; io grandemente mi vergognava d'essere,' 
e di parere ItaHano, e nulla delle cose loro non voleva né 
praticar, né sapere. 

Si parti di Livorno per Siena; e in quest'ultima città, 
benché il locale non me ne piacesse gran fatto, pure tanta 
é la forza del bello e del vero, ch'io mi sentii quasiché un 
vivo raggio che mi rischiarava ad un tratto la mente, e 
una dolcissima liLsinga agli orecchi e al cuore, nell'udire 



64 



Dalia «Vita»; III, i: 1766 



Dalla « Vita »; III, 1-2: 1766-1767 



65 



le più infime persone cosi soavemente e con tanta ele- 
ganza, proj^rietà e brevità favellare. Con tutto ciò non 
vi stetti che un giorno; e il tempo della mia conversione 
letteraria e politica era ancora lontano assai: mi biso- 
gnava uscire lungamente d'Italia per conoscere ed ap- 
prezzar gl'Italiani. Partii duncpie per Roma \ con una pal- 
pitazione di cuore quasiché continua, pochissimo dor- 
mendo la notte, e tutto il di ruminando in me stesso e 
il San Pietro, e il Coliseo, ed il Panteon; cose che io aveva 
tanto udite esaltare ' ; ed anche farneticav^a non poco 
su alcune località della storia romana, la quale (benché 
senza ordine e senza esattezza) così presa in grande mi 
era bastantemente nota ed in niente, essendo stata la 
sola istoria ch'io avessi voluto alquanto imparare nella 
mia prima gioventù. 

Finalmente, ai tanti di decembre dell'anno 1766 vidi 
la sospirata jwrta del Pojwlo; e benché l'orridezza e mi- 
seria del paese da Viterbo in poi mi avesse fortemente 
indisposto, pure ({uella superba entrata mi racconsolò, 
ed appagommi l'occhio moltissimo. Appena èramo di- 
scesi alla piazza di Spagna dove si albergò, subito noi 
tre giovanotti, lasciato l'ajo riposarsi, cominciammo a 
correre quel rimanente di giorno, e si visitò alla sfuggita, 
tra l'altre cose, il Panteon. I miei compagni si mostravano 
sul totale più maravigliati di (pieste cose, di quel che lo 
fossi io. Quando ])oi alcuni anni dopo ebbi veduti i loro 
paesi, mi son potuto dare facilmente ragione di (piel loro 



^ Nella .satira / viaggi, I: 

Ma, più che i Toschi io nullo, or lascio intanto 
Firenze, e Lucca già di voi trapasso, 
Senza pure assaggiarvi il \^olto Santo. 

Pisa Livorno e Siena mi dan passo, 
Perch'io sbrigarmi in fretta e furia vogUo 
Di veder questa Roma e il suo Papasso. 

" Nella satira / viaggi, I: 

(lià torno al Tebro, e un pocolin l'Antico 
Nella Rotonda e il Colisèo pur gusto; 
Ma il trop^x) odor di preti e a me nemico. 



stupore assai maggiore del mio. Vi si stette allora otto 
giorni soli, in cui non si fece altro che correre per disbra- 
mare quella prima impaziente curiosità. Io preferiva però 
molto di tornare fin due volte il giorno a San Pietro, al 
veder cose nuove. E noterò, che quell'ammirabile riu- 
nione di cose sublimi non mi colpì alla prima quanto 
avrei desiderato e creduto, ma successivamente poi la 
maraviglia mia andò sempre crescendo; e ciò, a tal segno, 
ch'io non ne conobbi ed apprezzai veramente il valore 
se non se molti anni dopo, allorché stanco della misera 
magnificenza oltramontana, mi venne fatto di dovermi 
trattenere in Roma degli anni. 



CAPITOIvO SECONDO. 
Continuazione dei viaggi, liberatomi anche di^l'ajo. 

Incalzavaci frattanto l'imminente inverno; e più an- 
cora incalzava io il tardissimo ajo, perché si partisse per 
Napoli, dove s'era fatto disegno di soggiornare per tutto 
il carnevale ^ Partimmo dunque coi vetturini, si perchè 
allora le strade di Roma a Napoli non erano quasi prati- 
cabili, si per via del mio cameriere Elia, che a Radico- 
fani essendo caduto sotto il cavallo di posta, si era rotto 
un braccio, e ricoverato poi nella nostra carrozza avea 
moltissimo patito negli strabalzi di essa, venendo cosi 
fino a Roma. Molto coraggio e presenza di spirito e vera 
fortezza d'animo avea mostrato costui in codesto acci- 
dente; poiché rialzatosi da sé, ripreso il ronzino per le 
redini, si avviò soletto a piedi sino a Radicofani distante 
ancora più d'un miglio. Quivi, fatto cercare un chirurgo, 
mentre lo stava aspettando si fece sparare la manica del- 
l'abito, e visitandosi il braccio da sé, trovatolo rotto, si 



* Nella satira / viaggi, 1: 

Ecco, alle falde io sto del Campidoglio: 
Ma il carneval che in NapoH mi chiama. 
Fa che per or di Roma io mi disvoglio. 

Alfieri. II. 



I 



66 



DAI.LA «Vita»; III, 2: 1767 



fece tenere ben saldamente la mano di esso stendendolo 
quanto più poteva, e coll'altra che era la man dritta se 
lo riattò si perfettamente, che il chirurgo, giunto quasi 
nel tempo stesso che noi sopraggiungevamo con la car- 
rozza, lo trovò rassettato a guisa d'arte in maniera che 
senza più altrimenti toccarlo, subito lo fasciò, e in meno 
d'un'ora noi ripartimmo, collocando il ferito in carrozza, 
il quale pure con viso baldo e fortissimo pativa non poco. 
Giunti ad Acquapendente si trovò rotto il timone della 
carrozza; del che trovandoci noi tutti impicciatissimi, 
cioè noi tre ragazzi, il vecchio ajo, e gli altri quattro sto- 
lidi servitori, quel solo Eha col braccio al collo, tre ore 
dopo la rottura, era più in moto, e più efficacemente di 
noi tutti adopera vasi per risarcire il timone; e cosi bene 
diresse quella provvisoria rappezzatura, che in meno di 
du' altre ore si riparti, e l'infermo timone ci strascinò 
senz'altro accidente poi sino a Roma. 

Io mi son compiaciuto d'individuare ^ questo fatto 
episodico, come tratto caratteristico di un uomo di molto 
coraggio e gran presenza di spirito, molto più che al suo 
umile stato non parca convenirsi. Ed in nessuna cosa mi 
compiaccio maggiormente, che nel lodare ed annnirare 
quelle semplici virtù di temperamento, che ci debbono 
pur tanto far piangere sovra i pessimi governi, che le tra- 
scurano, o le temono e le soffocano. 

Si arrivò dunque a Napoli la seconda festa del Natale, 
con un tempo quasi di primavera. L'entrata da Capo di 
China per gH Studj = e Toledo, mi presentò quella città 
in aspetto della più lieta e popolosa ch'io avessi veduta 
mai fin allora, e mi rimarrà sempre presente. Non fu poi 
lo stesso, quando mi toccò di albergare in una bettolaccia 
posta nel più bujo e sozzo chiassuolo della città: il che fu 
di necessità, perchè ogni puhto albergo ritrovavasi pieno 
zeppo di forestieri. Ma questa contrarietà mi amareggiò 
assai quel soggiorno, stante che in me la località lieta o 



^ Fermarmi a raccontare nei suoi particolari. 
^ Il palazzo del Museo di antichità, che anche ora volgar- 
mente si chiama gli Studi. 



Dai.l,a « Vita »; III, 2: 1767 



67 



no della casa, ha sempre avuto una irresistibile in- 
fluenza sul mio puerilissimo cervello, sino alla più innol- 
trata età. 

In pochi giornijper mezzo del nostro ministro fui in- 
trodotto in parecchie case; e il carnovale, si per gli spet- 
tacoli pubblici, che per le molte private feste e varietà 
d'oziosi divertimenti, mi riusciva brillante e piacevole 
più ch'altro mai ch'io avessi veduto in Torino. Con tutto 
ciò in mezzo a quei nuovi e continui tumulti, libero inte- 
ramente di me, con bastanti danari, d'età diciott'anni, 
ed una figura avvenente, io ritrovava per tutto la sazietà, 
la noja, il dolore. Il mio più vivo piacere era la musica 
burletta ^ del Teatro Nuovo; ma sempre pure quei suoni, 
ancorché dilettevoli, lasciavano nell'animo mio una lun- 
ghissima romba di malinconia ; e mi si venivano destando 
a centinaja le idee le più funeste e lugubri, nelle quali mi 
compiaceva non poco, e me le andava poi ruminando so- 
letto alle sonanti spiagge di Chiaja e di Portici. Con pa- 
recchi giovani signori Napoletani avea fatto conoscenza, 
amicizia con ninno -: la mia natura ritrosa anzi che no 
mi inibiva di ricercare; e portandone la viva impronta 



^ ly'opera buffa. In quel caruevale vi si rappresentavano / 
matrimoni per dispetto di Pasquale Aufossi, e L'idolo cinese e 
// furbo malaccorto del PaisieUo, su poesia di G. B. Lorenzi. 
Cfr. Fi^ORiMO, La Scuola musicale di Napoli e i suoi Conserva- 
iorii, Napoli, 1881, voi. iv, p. 120-27; e Schkrii<i<o, L'opera 
buffa napoletana, Napoli, 1883, p. 218 ss. 

2 Nella satira / viaggi. I, dice con una certa diversità: 

Bella Napoli, oh quanto, i primi dì ! 
Chiaja, e il Vesuvio, e Portici, e Toledo, 
Coi calessetti, che saettan li; 

E il gran chiavSso 'ì il gran moto, ch'io ci vedo, 
D'altra vasta città finor digiuno, 
Fan sì che fuggon l'ore e non m'avvedo. 

Ignoranti miei pari, assai più d'uno 
La neghittosa Napoli men presta, 
Con cui l'ozio mio stupido accomuno. 

Ma, sia pur bella, ha da finir la festa. 
Al picchiar di Quaresima, mi trovo 
Tra un fascio di ganasce senza testa. 



Dalla «Vita»; III, 2: 1767 



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Dalla «Vita»; III, 2: 1767 



sul viso, ella inibiva agli altri di ricercar me. Cosi delle 
donne, alle quali per natura era moltissimo inclinato, 
non mi piacendo se non le modeste, io non piaceva pure 
che alle sole sfacciate ^ : il che mi facea rimaner sempre 
col cuor vuoto. Oltre ciò, l'ardentissima voglia ch'io 
sempre nutriva in me di viaggiare oltre i monti, mi facea 
sfuggire di allacciarmi in nessuna catena d'amore; e così 
in quel primo viaggio uscii salvo da ogni rete. Tutto il 
giorno io correva in quei divertentissimi calessetti a veder 
le cose più lontane; e non per vederle, che di nulla avea 
curiosità e di nessuna intendeva, ma per fare la strada, 
che dell'andare non mi saziava mai, ma immediatamente 
mi addolorava lo stare. 

Introdotto a corte, benché (|uel re, Ferdinando IV, 
fosse allora in età di 15, o 16 anni, gli trovai pure una 
total somighanza di contegno con i tre altri sovrani ch'io 
avea veduti fin allora; ed erano il mio ottimo re Cario 
Emanuele, vecchione; il duca di Modena, governatore 
in Milano; e il granduca di Toscana Leopoldo, giovanis- 
simo anch'egli. Onde intesi benissimo fin da quel punto, 
che i principi tutti non aveano fra loro che un solo viso] 
e che le corti tutte non erano che una sola anticamera.' 
In codesto mio soggiorno di Napoli intavolai il mio se- 
condo raggiro per mezzo del nostro ministro di Sardegna, 
per ottenere dalla corte di Torino la permissione di la- 
sciare il mio ajo, e di continuare il mio viaggio da me. 
Benché noi giovanotti vivessimo in perfetta armonia, e 
che l'ajo non più a me che ad essi cagionasse il minimo 
fastidio, tuttavia siccome per le gite dall'una all'altra 
città bisognava pure combinarci ' per muovere insieme, 
e siccome quel vecchio era sempre irresoluto, mutabile^ 



» Veramente dianzi ha narrato, del suo u primo amoruccio ,, 
che la signora « brunetta piena di brio « era anche . di una certa 
protervia che gli facea grandissima forza « ! 

^ Accordarci. Curioso l'uso, e l'abuso, di questo verbo nell'Al- 
fieri ! Dianzi, p. 7: «a quel ch'io combinai poi dopo ,>; p. 39: « per 
quanto poi intesi, o combinai, in appresso ». 



«1,^ 






e indugiatore, quella dipendenza mi urtava. Convenne 
dunque ch'io mi piegassi a pregare il ministro di scrivere 
in mio favore a Torino, e di testimoniare della mia buona 
condotta e della intera capacità mia di regolarmi da me 
stesso, e di viaggiar solo. La cosa mi riuscì con mia somma 
soddisfazione, e ne contrassi molta gratitudine col mi- 
nistro, il quale avendomi preso anche a ben volere, fu 
il primo che nù mettesse in capo ch'io dovrei tirarmi in- 
nanzi a studiar la politica per entrare nell'aringo diplo- 
matico. La cosa mi piacque assai; e mi parve allora, che 
quella fosse di tutte le servitù la men serva ; e ci rivolsi 
il pensiero, senza però studiar nulla mai. Limitando il 
mio desiderio in me stesso, non l'esternai con chi che sia, 
e mi contentai di tenere frattanto una condotta regolare 
e decente per tutto, superiore forse alla mia età. Ma in 
questo mi serviva la natura mia assai più ancora che il 
volere; essendo io stato sempre grave di costumi e di 
modi (senza impostura però), ed ordinato, direi, nello 
stesso disordine; ed avendo quasi sempre errato sa- 
pendolo. 

Io viveva frattanto in tutto e per tutto ignoto a me 
stesso; non mi credendo vera capacità per nessuna cosa 
al mondo; non avendo nessunissimo impulso deciso, 
altro che alla continua malinconia; non ritrovando mai 
pace né requie, e non sapendo pur mai quello che io mi 
desiderassi. Obbedendo ciecamente alla natura mia, con 
tutto ciò io non la conosceva né studiava per niente; e 
soltanto molti anni dopo mi avvidi, che la mia infelicità 
proveniva soltanto dal bisogno, anzi necessità eh' era 
in me di avere ad un tempo stesso il cuore occupato da 
un degno amore, e la mente da un qualche nobile lavoro ; 
e ogni qual volta l'una delle due cose mi mancò, io ri- 
masi incapace dell'altra, e sazio e infastidito e oltre ogni 
dire angustiato. 

Frattanto, per mettere in uso la mia nuova indipen- 
denza totale, appena finito il carnovale volli assolutamente 
partirmene solo per Roma, atteso che il vecchio, dicendo 
di aspettar lettere di Fiandra, non fissava nessun tempo 
per la partenza dei suoi pupilli. Io, impaziente di lasciar 



I 



70 



Dalila « Vita »; III, 2-3: 1767 



Daij.a « Vita »; III, 3: 1767 



71 



Napoli, di rivedere Roma*; o, per dir vero, impazientis- 
simo di ritrovarmi solo e signore di me in una strada 
maestra, lontano trecento e più miglia dalla mia prigione 
natia; non volli differire altrimenti, e abbandonai i com- 
pagni: ed in ciò feci bene, perchè in fatti poi essi stettero 
tutto l'aprile in Napoli, e non furono per cnò più in tempo 
per ritrovarsi all'Ascensione in \'enezia, cosa che a me 
premeva allora moltissimo. 



CAPITOIvO TERZO. 
Proseguimento dei viaggi. Prima mia avarizia. 

Giunto in Roma, previo 2 il mio fidato Elia, azzeccai ^ 
a pie delle scalere' della Trinità de' Monti un grazioso 
quartierino molto gajo e pulito, che mi racconsolò della 
sudiceria di Napoli. Stessa dissipazione, stessa noja, stessa 
malinconia, stessa smania di rimettermi in viaggio. E il 
peggio era, stessissima ignoranza delle cose le più svergo- 
gnanti chi le ignora; e maggiore ogni giorno l'insensibi- 
lità per le tante belle e grandiose cose di cui Roma ri- 
donda; limitandomi a quattro e cinque delle principali 
che sempre ritornava a vedere. Ogni giorno i:>oi capitando 
dal conte di Rivera ministro di Sardegna, degnissimo 
vecchio, il quale ancorché sordo non mi veniva pur punto 
a noja, e mi dava degli ottimi e luminosi consigli; mi 
accadde un giorno che si trovò da lui su una tavola un 
bellissimo Virgilio in folio, aperto spalancato al sesto del- 
VEneide. Quel buon vecchio vedendomi entrare, accen- 
natomi d'accostarmi, cominciò ad intuonare con entu- 



* Cfr. la satira / viaggi, I: 

Nei giorni santi di vederla ho brama. 
Perchè i Britanni miei l'iisan cosi; 
K il mio appetito ratto si disfama'. 

2 Avendo spedito innanzi, perché provvede.s.se all'alloggio. 

^ Imbroccai. 

^ I^ungo ordine di scale, scalee. 



il 



y.4 



u 



siasmo quei bellissimi versi per Marcello cosi rinomati e 
saputi da tutti ^ Ma io, che quasi più punto non gli in- 
tendeva, benché gU avessi e spiegati e tradotti e saputi a 
memoria circa sei anni prima, mi vergognai sommamente 
e me ne accorai per tal modo, che per più giorni mi ru- 
minai il mio obbrobrio in me stesso, e non capitai più dal 
conte. Con tutto ciò la ruggine sovra il mio intelletto si 
andava incrostando si densa, e tale di giorno in giorno 
sempre più diveniva, che assai più tagliente scalpello ci 
voleva che un passaggiero rincrescimento, a volernela 
estirpare. Onde passò quella sacrosanta vergogna senza 
lasciare in me orma nessuna per allora, e non lessi altri- 
menti né Virgilio, né alcun altro buon libro in nessuna 
lingua, per degli anni parecchi. 

In questa mia seconda dimora in Roma fui introdotto 
al Papa, che era allora Clemente XIII, bel vecchio, e di 
una veneranda maestà; la quale, aggiunta alla magni- 
ficenza locale del palazzo di Monteca vallo ^, fece si che 
non mi cagionò punto ribrezzo ^ la solita prosternazione 
e il bacio del piede, benché io avessi letta la storia eccle- 
siastica, e sapessi il giusto valore di quel piede. 

Per mezzo poi del predetto conte di Rivera, io inta- 
volai, e riuscii, il mio terzo raggiro presso la corte paterna 
di Torino, per ottenere la permissione di un secondo anno 
di viaggi in cui destinava ' di vedere la Francia l'Inghil- 
terra e l'Olanda; nomi che mi suonavano maraviglia e 
diletto nella mia giovinezza inesperta. E anche questo 
terzo raggiretto mi riusci; onde, ottenuto quell'anno 



* È) degno di nota che quell'ambasciatore, conte Balbis Si- 
meoni di Rivera, nelle sue relazioni al governo sardo, dipingeva 
l'Alfieri come «un giovane di somma saviezza..., congiunta ad 
uno spirito ornato di bellissime cognizioni... ». Cfr. D. FERRERÒ, 
Note ed aggiunte alla Vita di V. Alfieri sopra nuovi documenti, nella 
Gazzetta letteraria, Torino, 1894, p. 112 ss. 

^ Il Quirinale. 

* Ripugnanza. Dianzi, 11, 9: «questo ramo di lusso mi di- 
lettava... con meno misto di ribrezzo ». 

* Mi proponevo, stabilivo. 



■*rE— ìbS^Sw^" '. - 



72 



DAI.LA « Vita »; III, 3: 1767 



Dalila « Vita »; III, 3: 1767 



n 



più, per tutto il 1768 in circa io mi trovava in piena li- 
bertà e certezza di poter correre il mondo. Ma nacque 
allora una piccola difficoltà, la quale mi contristò lunga- 
mente. Il mio Curatore, col quale non si era mai entrato 
in conti, e che non mi aveva mai fatto vedere in chiaro 
con esattezza quello ch'io m'avessi d'entrata; dandomi 
parole diverse ed ambigue, ed ora accordandomi danari, 
ora no; mi scrisse in quell'occasione dell'ottenuta per- 
missione, che pel second'anno mi avrebbe somministrata 
una credenziale di 1500 zecchini, non me ne avendo dati 
che soli 1200 pel primo viaggio. Questa sua intimazione 
mi sbigottì assai, senza però scoraggirmi. Udendo io 
sempre mentovare la gran carezza dei paesi oltramon- 
tani, mi riusciva assai dura cosa di dovermivi trovare 
sprovvisto, e di esservi costretto a far delle triste figure. 
Per altra parte poi, io non mi arrischiava di scrivere 
di buon inchiostro allo stitico curatore, perchè a quel 
modo l'avrei subito avuto contrario; e m'avrebbe intuo- 
nato la parola Re, la quale in Torino nei più interni affari 
domestici si suole sempre intrudere, fra il ceto dei nobili; 
e gli sarebbe stato facilissimo di divulgarmi ^ per discolo 
e scialacquatore, e di farmi come tale richiamar subito 
in patria. Non feci dunque nessuna querela col curatore, 
ma presi in me la risoluzione di risparmiare quanti più 
danari potrei in quel primo viaggio dai 1200 zecchini 
già assegnatimi, per cosi accrescere quanto più potrei 
ai 1500 da esigersi, e che mi pareano scarsissimi per un 
anno di viaggi oltramontani. In questo modo io per la 
prima volta, da un giusto e piuttosto largo spendere, 
ristrettomi alla meschinità, provai im doloroso accesso 
di sordida av^arizia. Ed andò questa tant 'oltre, che non 
solo non andava più a visitare nessuna delle curiosità 
di Roma per non dare le mancie, ma anche al mio fidato 
e diletto Elia, procrastinandolo d'un giorno in un altro, 
io venni a negargli i danari del suo salario e vitto, a segno 
ch'egli mi si protestò ch'io lo sforzerei a rubarmeli per 
campare. Allora, di mal animo, glie li diedi. 



•a 



Rimpicciolito cosi di niente e di cuore, partii verso 
i primi di maggio alla volta di Venezia; e la mia meschi- 
nità mi fece prendere il vetturino, ancorché io abborrissi 
quel passo mulare ^\ ma pure il divario tra la posta e la 
vettura essendo si grande, io mi vi sottoposi, e mi avviai 
bestemmiando. Io lasciava nel calesse Elia col servitore, 
e me n'andava cavalcando un umile ronzino, che ad ogni 
terzo passo inciampava; onde io faceva quasi tutta la 
strada a piedi, conteggiando cosi sottovoce e su le dita 
della mano quanto mi costerebbero quei dieci o dodici 
giorni di viaggio ; quanto, un mese di soggiorno a Venezia ; 
quanto sarebbe il risparmio all'uscir d'Itaha; e quanto 
questa cosa, e quanto quell'altra; e mi logorava il cuore 
e il cervello in cotali sudicerie. 

Il vetturino era patteggiato da me sino a Bologna per 
la via di Loreto; ma giunto con tanta noia e strettezza 
d'animo in Loreto, non potei più star saldo all'avarizia 
e alla mula, e non volli più continuare di quel mortifero 
passo. E qui la nascente gelata avarizia rimase vinta e 
sbeffata dalla bollente indole e dalla giovanile insofferenza. 
Onde, fatto a dirittura un grosso sbilancio, sborsai al 
vetturino quasi che tutto il pattuito importare di tutto 
il viaggio di Roma a Bologna, e piantatolo in Loreto, me 
ne partii per le poste tutto riavutomi; e l'avarizia diventò 
d'allora in poi un giusto ordine, ma senza spilorceria. 

Bologna non mi piacque nulla più, anzi meno al ritorno 
che non mi fosse piaciuta all'andare; Loreto non mi com- 
punse di divozione nessuna - ; e non sospirando altro che 
Venezia, della quale avea udito tante maraviglie già fin 
da ragazzo, dopo un solo giorno di stazione in Bologna 
proseguii per Ferrara. Passai anche questa città senza 
pur ricordarmi, ch'ella era la patria e la tomba di quel 



1 Non da cavallo, ma degno d'un mulo. 

2 Nella satira / viaggi, I: 

Spronando ver le Adriache maree, 
Rido in I^oreto dell'alata Casa, 
Pur men risibil che le antiche Dee. 



Spacciarmi. 



74 



Dalla «Vita»; III, 3: 1767 



Dalla «Vita»; III, 3: 1767 



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divino Ariosto di cui pure avea letto in parte il poema con 
infinito piacere, e i di cui versi erano stati i primi primis- 
simi che mi fossero capitati alle mani. Ma il mio povero 
intelletto dormiva allora di un sordidissimo sonno, e 
ogni giorno più s'inrugginiva quanto alle lettere. Vero è 
però, che quanto alla scienza del mondo e degli uomini, 
io andava acquistando non poco ogni giorno senza avve- 
dermene, stante la gran quantità di continui e diversi 
quadri morali che mi venivan visti e osservati giornal- 
mente. 

Al ponte di Lagoscuro m'imbarcai su la barca Cor- 
riera di Venezia i; e mi vi trovai in compagnia d'alcune 
ballerine di teatro, di cui una era bellissima; ma questo 
non mi alleggerì punto la noja di quell'imbarcazione, che 
durò due giorni e una notte, sino a Chiozza, atteso che 
codeste ninfe f accano le Susanne, e che io non ho mai tol- 
lerato la simulata virtù. 

Ed eccomi finalmente in Venezia. Nei primi giorni 
l'inusitata località mi riempi di maraviglia e di diletto ^; 
e me ne piacque perfino il gergo, forse perchè dalle com- 
medie del Goldoni ne avea sin da ragazzo contratta una 
certa assuefazione d'orecchio; ed in fatti quel dialetto 
è grazioso, e manca soltanto di maestà. La folla dei fore- 
stieri, la quantità dei teatri, ed i molti divertimenti e 
feste che, oltre le soUte farsi per ogni fiera dell 'Ascensa ^, 
si davano in quell'anno a contemplazione * del duca di 
Wirtemberg, e tra l'altre la sontuosa regata, mi fecero 
trattenere in \'enezia sino a mezzo giugno, ma non mi 



^ Cfr. Goldoni, Memorie, I, 5 e 18. 

* Nella satira / viaggi, I: 

Ma la Città che salda in mar s'imbasa, 
Già si appresenta agli avidi miei sguardi, 
E m'ha d'alto stupor l'anima invasa. 

^ L'Ascensione. Nella satira / viaggi, I: 

Tosto che il Doge antiquo dar per lei 
All'antiquo Nettuno anel di sposa 
Visto ebbi, ratta dipartenza io fei. 

* Per riguardo, per festeggiare. 



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tennero perciò divertito. La solita malinconia, la noja, 
e l'insofferenza dello stare, ricominciavano a darmi i loro 
aspri morsi tosto che la novità degh oggetti trovavasi 
ammorzata ^ Passai più giorni in Venezia solissimo senza 
uscir di casa; e senza pure far nulla che stare alla finestra, 
di dove andava facendo dei segnuzzi, e qualche breve 
dialoghetto con una signorina che mi abitava di faccia; 
e il rimanente del giorno lunghissimo, me lo passava o 
dormicchiando, o ruminando non saprei che, o il più 
spesso anche piangendo, né so di che; senza mai trovar 
pace, né investigare né dubitarmi ^ pure della cagione che 
me la intorbidava o toglieva. Molti anni dopo, osservan- 
domi un poco meglio, mi convinsi poi che questo era in 
me un accesso periodico d'ogni anno nella primavera, 
alle volte in aprile, alle volte anche sino a tutto giugno; 
e più o meno durevole e da me sentito, secondo che il 
cuore e la mente si combinavano ^ essere allora più o meno 
vuoti ed oziosi. Nell'istesso modo ho osservato poi, para- 
gonando il mio intelletto ad un eccellente barometro, 
che io mi trovava avere ingegno e capacità al comporre 
più o meno, secondo il più o men peso dell'aria; ed una 
totale stupidità nei gran venti solstiziali ed equinoziali; 
ed una infinitamente minore perspicacità la sera che la 
mattina; e assai più fantasia, entusiasmo, e attitudine 
all'inventare nel sommo inverno e nella somma state 
che non nelle stagioni di mezzo. Questa mia materialità *, 



' Scriveva di là, il i6 maggio 1767, alla sorella: « Je me 
port fort bien, mais je crois que je m'ennuyerois très fort ici, 
et que je n'y resterois pas longtems. Je ne S9ais que devenir 
tonte la journée, et le soir non plus, je ne connois aucun autre 
che Monsieur de Camerana, qui n'est pas une grande ressource. 
L,es nobles venitiens sont innaprochables, et je crois que si 
l'opera ne vient point à mon secours, je mourrois infalliblement 
d'ennuy. On nous promet à tous les etrangers qui sont ici des 
grandes fétes, mais je vois qu'il faut en faire la penitence 
d'avance ». 



> 



^ Sospettare. 

' S'accordavano, capitava che fossero. 



Disposizione fisica. 



76 



DAIJ.A « Vita »; III, 3-4: 1767 



Dalla «Vita»; III, 4: 1767 



77 



che credo pure in gran parte essere comune un po' più 
un po' meno a tutti gli uomini di fibra sottile \ mi ha poi 
col tempo scemato e annullato ogni orgoglio del poco bene 
ch'io forse andava alle volte operando, come anche mi 
ha in gran parte diminuito la vergogna del tanto più 
male che avrò certamente fatto, e massime nell'arte mia; 
essendomi pienamente convinto che non era quasi in me 
il potere in quei dati tempi fare altrimenti. 

CAPITOLO QUARTO. 

Fine del viaggio d'Italia; e mio primo arrivo a 
Parigi. 

Riuscitomi dunque il soggiorno di Venezia sul totale 
anzi nojoso che no; ed essendo perpetuamente incalzato 
dalla smania del futuro viaggio d'oltramonti, non ne cavai 
neppure il minimo frutto. Non visitai neppure la decima 
parte delle tante maraviglie si di pittura che d'architet- 
tura e scultura, riunite tutte in Venezia; basti il dire con 
mio infinito rossore, che né pure l'Arsenale. Non presi 
nessunissima notizia, anco delle più alla grossa, su quel 
governo che in ogni cosa differisce da ogni altro; e che, 
se non buono, dee riputarsi almen raro, poiché pure per 
tanti secoli ha sussistito con tanto lustro, prosperità, e 
quiete. Maio, digiuno sempre" d'ogni bell'arte, turpemente 
vegetava, e non altro. Finalmente partii di Venezia al 
solito con mille volte assai maggior gusto che non c'era 
arrivato^. Giunto a Padova, ella mi spiacque molto; non 



* Complessione delicata 

' Tuttavia. 
3 



Xella satira / viaggi, I, dichiara: 

Gran danno che cadaveri i Vep;liardi, 
Che la reggean sì saggi, ornai .sien fatti, 
Si ch'a vederla io viva or giungo tardi. 

Ma, o decrepita od egra o morta in fatti, 
Del senno uman la più longeva figlia 
Stata è pur questa: e Grecia vi si adatti: 

Tal, che s'agii orchi forbe sua quisquiglia. 
Può forse ancor risuscitar Costei 
Che sol se stessa e nuli' altra somigha. 






vi conobbi nessuno dei tanti professori di vaglia, i quali 
desiderai poi di conoscere molti anni dopo: anzi, allora 
al solo nome di professori, di studio, e di Università, io 
mi sentiva rabbrividire. Non mi ricordai (anzi neppur 
lo sapeva), che poche miglia distante da Padova giaces- 
sero le ossa del nostro gran luminare secondo, il Petrarca: 
e che m'importava egh di hii, io che mai non l'avea né 
letto, né inteso, né sentito, ma appena appena preso fra 
le mani talvolta, e non v'intendendo nulla, buttatolo? 
Perpetuamente così spronato e incalzato dalla noja e dal- 
l'ozio, passai Vicenza, Verona, Mantova, Milano, e in 
fretta e in furia mi ridussi in Genova, città che da me 
veduta alla sfuggita qualch'anni prima, mi avea lasciato 
un certo desiderio di sé. Io aveva delle lettere di racco- 
mandazione in quasi tutte le suddette città, ma per lo 
più non le ricapitava, o se pur lo faceva, il mio solito era 
di non mi lasciar più vedere; fuorché quelle persone non 
mi venissero insistentemente a cercare ; il che non accadea 
quasi mai, e non doveva in fatti accadere. Questa sì fatta 
selvatichezza era in me occasionata in parte da fierezza 
e inflessibilità d'ineducato carattere, in parte da una re- 
nitenza naturale e quasi invincibile al veder visi nuovi. 
Ed era pur cosa impossibile davvero di andar sempre 
cangiando paese senza che mi si cangiassero le persone. 
Avrei voluto per la parte del cuore convivere sempre con 
la stessa gente; ma sempre in luogo diverso. 

In Genova dunque, non vi essendo allora il ministro 
di Sardegna, e non conoscendovi altri che il mio banchiere, 
non tardai anche molto a tediarmi; e già aveva fissato 
di partirmene verso il fine di giugno, allorché un giorno 
quel banchiere, uomo di mondo e di garbo, venutomi a 
visitare, e trovatomi così soUtario, selvatico, e malin- 
conico, volle sapere come io passassi il mio tempo; e ve- 
dendomi senza Hbri, senza conoscenze, senza occupazione 
altra che di stare al balcone, e correre tutto il giorno per 
le vie di Genova, o di passeggiare pel lido in barchetta; 
gli prese forse una certa compassione di me e della mia 
giovinezza, e volle assolutamente portarmi da un cava- 
liere suo amico. Questi era il signor Carlo Negroni, che 



78 



Dalla « Vita »; III, 4: 1767 



Dalla «Vita»; III, 4: 1767 



79 



avea passata gran parte della sua vita in Parigi, e che ve- 
dendomi cotanto invogliato di andarvi, me ne disse quel 
vero e schietto, al quale non prestai fede se non se alcuni 
mesi dopo, tosto che vi fui arrivato. Frattanto quel gar- 
bato signore mi introdusse in parecchie case delle pri- 
marie; e all'occasione del famoso banchetto che si suol 
dare dal Doge nuovo, egli mi servi d'introduttore e com- 
pagno. K là fui quasi quasi sul punto d'innamorarmi 
d'una gentil signora, la quale mi si mostrava bastante- 
mente benigna. Ma per altra parte smaniando io di cor- 
rere il mondo e di abbandonar l'Italia, Amore non potè 
per quella volta afferrarmi, ma me la serbò per non molto 
dopo. 

Partito finalmente per mare in una feluchetta alla 
volta di Antibo, pareva a me d'andare all'Indie. Non mi 
era mai scostato da terra più che poche niigUa nelle mie 
passeggiate marittime; ma allora, alzatosi un venticello 
favorevole, si prese il largo; successivamente poi rinforzò 
tanto il vento, che fattosi pericoloso fummo costretti 
di pigliar porto in Savona, e soggiornarvi due di per aspet- 
tare buon tempo. Questo ritardo mi nojò ed afflisse mol- 
tissimo; e non uscii mai di casa, neppure per visitare quella 
famosissima Madonna di Savona. Io non voleva più asso- 
hitamente vedere né sentir nulla dell'Italia; onde ogni 
istante di più che mi ci dovea trattenere, mi pareva una 
dura difalcazione dai tanti diletti che mi aspettavano in 
Francia ^ l'rutto in me d'una sregolata fantasia, che tutti 
i beni e tutti i mali m'ingrandiva sempre oltremodo, 
prima di provarli; talché poi gli uni e gli altri, e princi- 
palmente i beni, all'atto pratico poi non mi parevano 
nulla. 

Giunto pure una volta in Antibo, e sbarcatovi, parca 
che tutto mi racconsolasse l'udire altra lingua, il vedere 
altri usi, altro fabbricato, altre f accie; e benché tutto 



* Xella satira / viaggi, I: 

Francia, Francia, esser vnol: più non ho posa: 
Balzo a Genova: imbarco: Antibo afferro; 
Ivi ogni sterco Gallo a me par rosa. 



TSJ-iOMBrt. 



fosse piuttosto diverso in peggio che in meglio, pure mi 
dilettava quella piccola varietà. Tosto ripartii per To- 
lone; e appena in Tolone, volli ripartir per Marsiglia, 
non avendo visto nulla in Tolone, città la cui faccia mi 
dispiacque moltissimo. Non cosi di Marsiglia, il cui ri- 
dente aspetto, le nuove, ben diritte e pulite vie, il bel 
corso, il bel porto, e le leggiadre e proterve donzelle, mi 
piacquero sommamente alla prima ^ ; e subito mi deter- 
minai di starvi un mesetto *, per lasciare sfogare anche 
gli eccessivi calori del luglio, poco opportuni al viaggiare. 
Nel mio albergo v'era giornalmente tavola rotonda, onde 
io trovaxidomi aver compagnia a pranzo e cena, senza 
essere costretto di parlare (cosa che sempre mi costò 
qualche sforzo, sendo di taciturna natura), io passava 
con soddisfazione le altre ore del giorno da me. E la mia 
taciturnità, di cui era anche in parte cagione una certa 
timidità che non ho mai vinta del tutto in appresso, si 
andava anche raddoppiando a quella tavola, attesa la 
costante garrulità dei Francesi, i quali vi si trovavano 
di ogni specie; ma i più erano uffiziali, o negozianti. Con 
nessuno però di essi né amicizia contrassi né famigliarità, 
non essendo io in ciò mai stato di natura liberale né fa- 
cile. Io li stava bensì ascoltando volentieri, benché non 
v'imparassi nulla; ma lo ascoltare é una cosa che non mi 
ha costato mai pena, anche i più sciocchi discorsi, dai 
quali si apprende tutto quello che non va detto. 

Una delle ragioni che mi aveano fatto desiderare mag- 
giormente la Francia, si era di poterne seguitatamente go- 
dere il teatro. Io avea veduto due anni prima in Torino 
una compagnia di comici francesi, e per tutta un' estate 
l'aveva assiduamente praticata; onde molte delle princi- 
pali tragedie, e quasi tutte le più celebri commedie, mi 



^ Più su, II, io: « una brunetta piena di brio, e di una certa 
protervia che mi facea grandissima forza ». 
2 Nella satira / viaggi, I: 

Marsiglia tienimi un mese, s'io non erro, 
Fra le sue Taidi a cinguettar francese 



/ 



8o 



Dalla «Vita»; III, 4: 1767 



Dalla «Vita)); III, 4-5: 1767 



81 



erano note. Io debbo però dire pel vero, che si in Torino 
che in Francia ; si in quel primo viaggio, come nel secondo 
fatto\n due anni e più dopo; non mi cadde mai nell'animo, 
né in pensiero pure, ch'io volessi o potessi mai scrivere 
delle composizioni teatrali. Onde io ascoltava le altrui 
con attenzione sì, ma senza intenzione nessuna; e, ch'è 
più, senza sentirmi nessunissimo impulso al creare: anzi 
sul totale mi divertiva assai più la commedia, di quello 
che mi toccasse la tragedia, ancorché ]:)2r natura mia 
fossi tanto più inclinato al pianto che al riso. Rifletten- 
dovi poi in appresso, mi parve che l'una delle princi- 
pali ragioni di questa mia indifferenza per la tragedia, 
nascesse dall'esservi in quasi tutte le tragedie francesi 
delle scene intere, e spesso anche degli atti, che dando 
luogo a personaggi secondar] mi raffreddavano la mente 
ed il cuore assaissimo, allungando senza bisogno l'azione, 
o per meglio dire interrompendola. Vi si aggiungeva poi, 
che l'orecchio mio, ancorché io non volessi essere Ita- 
liano, pur mi serviva ottimamente malgrado mio, e mi 
avvertiva della nojosa e insulsa unifornntà di quel ver- 
seggiare a pariglia a pariglia di rime, e i versi a mezzi 
a mezzi, con tanta trivialità di modi, e si spiacevole na- 
salità di suoni: onde, senza ch'io sapessi pur dire il perchè, 
essendo quegli attori eccellenti rispetto ai nostri iniquis- 
simi; essendo le cose da essi recitate per lo più ottime 
quanto all'effetto, alla condotta, e ai pensieri; io con tutto 
ciò vi andava provando una freddezza di tempo in tempo, 
che mi lasciava mal soddisfatto. Le tragedie che mi an- 
davano più a genio, erano la Fedra, VAlzira, il Maometto, 
e poche altre ^ 

Oltre il teatro, era anche uno de' miei divertimenti 
in Marsigha il bagnarmi quasi ogni sera nel mare. Mi era 
venuto trovato un luoghetto graziosissimo ad una certa 
punta di terra posta a man dritta fuori del porto, dove 
sedendomi su la rena con le spalle addossate a uno scoglio 






ben altetto che mi togUeva ogni vista della terra da tergo, 
innanzi ed intorno a me non vedeva altro che mare e 
cielo ; e cosi fra quelle due immensità abbellite anche molto 
dai raggi del sole che si tuffava nell'onde, io mi passava 
un'ora di delizie fantasticando ' ; e quivi avrei composte 
molte poesie, se io avessi saputo scrivere o in rima o in 
prosa in una Hngua qual che si fosse. 

Ma tediatomi pure anche del soggiorno di MarsigUa, 
perchè ogni cosa presto tedia gU oziosi; ed incalzato fero- 
cemente dalla frenesia di Parigi; partii verso il io d'agosto, 
e più come fuggitivo che come viaggiatore, andai notte 
e giorno senza posarmi sino a Lione. Non Aix col suo ma- 
gnifico e ridente passeggio; non Avignone, già sede pa- 
pale, e tomba della celebre Laura; non Valchiusa, stanza 
già si gran tempo del nostro divino Petrarca; nulla mi 
potea distornare dall'andar dritto a guisa di saetta in 
verso Parigi. In Lione la stanchezza mi fece trattenere 
due notti e un giorno; e ripartitone con lo stesso furore, in 
meno di tre giorni per la via della Borgogna mi condussi 
in Parigi ". 

CAPITOLO QUINTO. 
Primo soggiorno in Parigi. 

Era, non ben mi ricordo il di quanti di agosto, ma fra 
il 15, e' il 20, una mattinata nubilosa, fredda e piovosa; 



* La prima, come tutti sanno, di Racine; le altre due del 
Voltaire. 



> Questo brano richiama alla memoria, specialmente per 
quelle tm>t25nsi7à tra cui anche il pensiero dell'Alfieri s'annegava, 
L'infinito del Leopardi. Cfr. Zumbini. Studi di letteratura ita- 
liana, Firenze, Le Mounier, 1906, p. 47-8; e SCHERILLO, / Canti 
di G. Leopardi. Milano, lloepli. 191 1. 3* ediz., p. 446. 
2 Nella satira / viaggi. I: 

Precipitoso io poscia indi mi sferro; 
E son del gran Lutòpoli sì accese 
Le brame in me, ch'io uè mi mieto il pelo. 
Notte e di remigando ad ali tese. 

Alfieri. II. 



-~ < -~ 






82 



Dalla «Vita»; III, 5- ^1^1 



Dalla «Vita»; III, 5: 1767 



83 



io lasciava quel bellissimo cielo di Provenza e d'ItaUa; 
e non era mai capitato fra si fatte sudicie nebbie, mas- 
simamente in agosto ': onde l'entrare in Pangi pel sob- 
borgo miserissimo di San Marcello, e il progredire poi 
quasi in un fetido fangoso sepolcro nel sobborgo di San 
Germano, dove andava ad albergo, mi serrò si fortemente 
il cuore ch'io non mi ricordo d'aver provato m vita mia, 
per cagione si piccola, una più dolorosa impressione. 
Tanto affrettarmi, tanto anelare, tante pazze illusioni 
di accesa fantasia, per poi inabissarmi in quella fetente 
cloaca. Nello scendere all'albergo, già mi trovava piena- 
mente disingannato ; e se non era la stanchezza somma,^ 
e la non picciola vergogna che me ne sarebbe ridondata, 
io immediatamente sarei ripartito. Nell'andar poi suc- 
cessivamente dattorno per tutto Parigi, sempre più mi 
andai confermando nel mio disinganno. L'umiltà e bar- 
barie"^ del fabbricato; la risibile pompa meschina delle 
poche case che pretendono a palazzi; il sudiciume e 
goticismo' delle chiese ; la vandalica* struttura dei teatri 
d'allora; e i tanti e tanti e tanti oggetti spiacevoU che 
tutto di mi cadeano sott'occhio, oltre il più amaro di 
tutti, le pessimamente architettate' faccie impiastrate 
delle bruttissime donne" ; queste cose tutte non mi veni- 
vano poi abbastanza rattemperate dalla bellezza dei tanti 
giardini, dall'eleganza e frequenza degli stupendi pas- 
seggi pubblici, dal buon gusto e numero infinito di bei 
cocchi, dalla sublime facciata del Louvre, dagli innume- 



* l viaggi, I: 

Giungo al fin dove in nebuloso velo. 
Di mezzo dì. d'agosto, io mal vedeva 
vSozzo più ancor che il pavimento il cielo. 

« Cattivo gusto. 

« I/architettura non classica e severa. 

* Rozza, barbarica. 

^ Dai lineamenti irregolari. 

« Cfr. II, 6: «tutte impiastrate di quel rossaccio che usa- 
vano allora esclusivamente le Francesi ». 



^ ' 



rabili e quasi tutti buoni spettacoU^ e da altre si fatte 

cose. 

Continuava intanto con incredibile ostinazione il mal 
tempo, a segno che da 15 e più giorni d'agosto ch'io 
aveva passati in Parigi, non ne aveva ancora salutato 
il sole. Ed i miei giudizj morali, più assai poetici che filo- 
sofici^ si risentivano sempre non poco dell'influenza del- 
l'atmosfera. Quella prima impressione di Parigi mi si 
scolpi si fortemente nel capo, che ancora adesso (cioè 
23 anni dopo), ella mi dura negli occhi e nella fantasia, 
ancorché in molte parti la ragione in me la combatta e 

condanni. 

La Corte stava in Compiègne, e ci si dovea trattenere 
per tutto il settembre ; onde non essendo allora in Parigi 
l'Ambasciatore di Sardegna per cui aveva delle lettere, 
io non vi conosceva anima al mondo, altri che alcuni fo- 
restieri già da me incontrati e trattati in diverse città 
d'Italia. E questi neppure conosceano nessuna onesta 
persona' in Parigi. Dunque cosi passava io il mio tempo 
fra i passeggi, i teatri, le ragazze di mondo\ e il dolore 
quasi che continuo: e cosi durai sino al fin di novembre, 
tempo in cui da F ontainehleau si restituì l'Ambasciatore a 
dimora in Parigi. Introdotto io allora da esso in varie 
case, principalmente degli altri Ministri esteri, dall'Am- 
basciatore di Spagna dove c'era un Faraoncino', mi posi 
per la prima volta a giuocare. Ma senza notabile perdita 
né vincita mai, ben presto mi tediai anche del giuoco, 
come d'ogni altro mio passatempo in Parigi; onde mi 
determinai di partirne in gennaio per Londra; stufo di 



* Rappresentazioni teatrali. 

2 Più dovuti alla fantasia che non al ragionamento. 

« Galantuomini, gente di buona condizione sociale, homiétes 

^Mondane. Cfr. Dgcamerone Vili. 2: «Credete voi fare a 
me come voi faceste alla Bihnzza, che... ella n'è divenuta fe- 
mina di mondo pur per ciò?». 

* lì faraone era un giuoco d'azzardo, molto in uso. 



3 



84 



Dalla « Vita »; III, 5- ^1^1 



Datxa «Vita»; III, 5: 1767 



85 



Parigi, di cui non conoscea pure altro che le strade'; e 
sul totale già molto raffreddato nella smania di veder 
cose nuove ; tutte sempre trovandole di gran lunga infe- 
riori, non che agli enti immaginar] ch'io mi era andati 
creando nella fantasia, ma agli stessi oggetti reali già 
da me veduti nei diversi luoghi d'Italia: talché in Londra 
poi terminai d'imparare a ben conoscere e prezzare e Na- 
poli, e Roma, e Venezia, e Firenze. 

Prima ch'io partissi per Londra, avendomi proposto 
l'Ambasciatore di presentarmi a Corte in Versailles, 10 
accettai per una certa curiosità di vedere una Corte mag- 
giore delle già vedute da me sin allora, benché fossi pie- 
namente disingannato su tutte. Ci fui pel capo d'anno 
del 1768, giorno anche più curioso attese le vane fun- 
zioni= che vi si praticano. Ancorché io fossi prevenuto, 
che il re non pariava ai forestieri comuni, e che certo 
poco m'importasse di una tal privazione, con tutto ciò 
non potei inghiottire il contegno giovesco^ di quel regnante, 
Luigi XV, il quale squadrando l'uomo presentatogli da 
capo a piedi, non dava segno di riceverne impressione 
alcuna ; mentre se ad un gigante si dicesse : « Ecco ch'io 
gli^ presento una formica »: egli pure guardandola, o sor- 
riderebbe, o direbbe forse: « Oh che piccolo ammaluzzo! »; 
o se anche il tacesse, lo direbbe il di lui viso per esso. Ma 
quella negativa di sprezzo non mi afflisse poi più allor- 
quando pochi momenti dopo vidi che il re andava spen- 
dendo la stessa moneta delle sue occhiate sopra degli 
oggetti tanto più importanti che non m'era 10. Fatta 
una breve preghiera fra due suoi Prelati, di cui l'uno, 
se ben mi ricordo, era cardinale, il re si avviò per andare 



' Nella satira / viaggi, I : 

Cinque mesi mi pajon più che lamio. 

Tra Scimmio-pappaKalli omai soggiorno 
Più far non vo' : sol d'Albione avvampo: 
vSe Filogallo io fui, mei reco a scorno. 

- Cerimoniali. 

» Da Giove olimpico. 

* Dovrebbe dire ti o le. 



alla Cappella, e fra due porte gli si fece incontro il Pre- 
posto della Mercanzia, primo ufhziale della Municipalità 
di Parigi, e gli balbettò un compHmentuccio d'uso pel 
capo d'anno. Il taciturno sire gU rispose con un'alzata di 
testa: e rivoltosi ad uno de' suoi cortigiani che lo segui- 
vano domandò dove fossero rimasri les Echevins\ che 
sono'i consueti accoliti del suddetto Preposto. Allora una 
voce cortigianesca uscita cosi a mezzo dalla turba di 
essi% facetamente disse: Ils soni restés embourbés\ Rise 
tutta la corte, e lo stesso Monarca sorrise, e passò oltre 
verso la messa che lo aspettava. La incostante fortuna 
poi volle, che in poco più di vent'anni io vedessi in Parigi 
nel Palazzo della Città un altro Luigi re ricevere assai 
più benignamente un altro assai diverso complimento 
fattogli da altro Preposto sotto il titolo di Maire, il di 
17 luglio 1789' : ed erano allora rimasti emhonrhés i cor- 
tigiani nel venir di Versailles a Parigi, benché fosse di 
fitta estate: ma il fango su quella strada era fino a quel 
punto fatto perenne. E di aver visto tal cosa ne loderei 



* Gli Scabini. 

2 Di essi cortigiani, avendo detto « voce cortigianesca ». 

3 Sono rimasti nel pantano. ìv evidentemente un giuoco di 
parole; scambiando forse gli echevins con le ecrevisses, i gamberi. 

* Il primo maire di Parigi fu l'astronomo Bailly; il quale, 
tre giorni dopo la demolizione della Bastiglia, andò a incon- 
trare il re Luigi XVI, richiamato da Versailles, alla barriera 
di Passy. mentre il popolo non più gridava Vive le roy ! . ma 
Vive la nation! Nell'ode Parigi sbastigUato, st. 12 e 13. l'Al- 
fieri aveva cantato : 

Ma quale 
Pompa diversa oggi rischiara il sole 
Nelle affollate parigine vie ? 
Ecco inerme e soletto il Franco Giove: 
Ei di sua reggia muove, 
Ripieno il cor di cittadine pie 
Brame, in lui figlie di assoluto invito 
Che al venir gli vien fatto in fogge nuove. 
Fiede il regale orecchio un non pria udito 
Alto e libero Evviva, 



86 



Dalla «Vita»; III, 5-6: 1768 



Dalla «Vita»; III, 6: 1768 



37 



forse Dio^ se non temessi, e credessi pur troppo, che gli 
effetti e influenza di questi re plebei' siano per essere 
ancor più funesti alla Francia ed al mondo, che quelli 
dei re ca])etini\ 



CAPITOLO vSKSTO. 
Viaggio in Inghilterra k in Olanda. Primo intoppo 

AMOROSO. 

Partii dunque di Parigi verso il mezzo gennaio, in 
compagnia di un cavaliere mio i)aesano, giovane di bellis- 
simo aspetto, di età circa dieci o dodici anni più avan- 
zato di me, di un certo ingegno naturale; ignorante, 
{[uanto me; riflessivo, assai meno, e più amatore del gran 
mondo che conoscitore o investigatore degli uomini. Egli 
era cugino del nostro Ambasciatore in Parigi, e nipote 
del Princii)e di Masserano allora Ambasciatore di Spagna 
in Londra, in casa del quale egli doveva alloggiare. 
Benché io non amassi gran fatto di legarmi di conijiagnia 



Cui non più Re ina Naz'ion vi aggiunge 

Ouella sovrana Diva 

Che <lai bruti il verace uomo disgiunge. 
Fra il nobil grido il re procede intanto. 

Da Franche armi non compre attorniato, 

Vèr la magione urbana. 

Di duolo e gioia vario-misto un pianto 

Cui da pria '1 pentimento ha in lui destato. 

D'ogni uom lo sdegno appiana. 

Ma d'ora in poi quello ingigliato ammanto 

K a chi '1 porta e a chi 1 dona assai men greve 

(vSpero) sarà. - Giunto è già il prence.... 
* Come Dante, per aver visto lo strazio che ìe fangose genti 
fecero di FiHppo Argenti (/«/. VIIL 6o) : 

Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. 
' I capoccia della Rivoluzione. 

' Discendenti di Ugo Capeto o Ciapetta, la « radice della 
mala pianta - {Purg. XX, 43 ss.). 



ì, 



per viaggio, pure per andare a un determinato luogo e 
non più, mi ci accomodai volentieri. Questo mio nuovo 
compagno era di un umore assai lieto e loquace, onde 
con vicendevole soddisfazione io taceva e ascoltava, egh 
parlava e lodavasi; essendo egli fortemente innamorato 
di se, per aver piaciuto molto alle donne: e mi andava 
annoverando con pompa i suoi trionfi amorosi, ch'io 
stava a sentire con diletto, e senza invidia nessuna. La 
sera all'albergo, aspettando la cena, giuocavamo a scacchi, 
ed egli sempre mi vinceva, essendo io stato sempre ot- 
tusissimo a tutti i giuochi. Si fece un giro più lungo per 
Ivilla, e Douav, e Sant'Omero, per renderci a Calais' ; ed 
era il freddo "^si eccessivo, che in un calesse stivatissimo 
coi cristalli, ed inoltre un candelotto che ci tenevamo 
acceso, ci si agghiacciò in una notte il pane, ed il vino 
stesso; e quest'eccesso mi rallegrava, perchè io per na- 
tura poco gradisco le cose di mezzo. 

Lasciate finalmente le rive della Francia, appena 
sbarcavamo a Douvres, che quel freddo si trovò scemato 
per metà, e non trovammo quasi punta neve fra Douvres 
e Londra! Quanto mi era spiaciuto Parigi al primo aspetto, 
tanto mi piacque subito e l'Inghilterra, e Londra massi- 
mamente. Le strade, le osterie, i cavalli, le donne, il ben 
essere universale, la vita e l'attività di quell'isola, la pu- 
lizia e comodo delle case benché picciolissime, il non vi 
trovare pezzenti, un moto perenne di danaro e d'industria 
sparso egualmente nelle province che nella capitale ; tutte 
queste doti vere ed uniche di quel fortunato e libero 
paese mi rapirono l'animo a bella prima, e m due altri 
viaggi oltre quelli ch'io vi ho fatti finora, non ho variato 
mai più di parere, troppa essendo la differenza tra 1 In- 



* Nella satira 1 viaggi, I: 

Arras Do àggio Lilla, come un lampo, 
Di bel gennaio, assiderato, io varco. 
Né in Sanf Omero Celtico mi accampo, 

A Calesse, a Calesse: e pronto imbarco: 
Degli Qui già so' stufo a più non posso: 
Ogni Olà ch'io v' aggiungo, emmi rammarco. 



88 



Daixa «Vita»; III, 6: 1768 



DA1.1.A «Vita»; III, 6: 1768 



89 



II 



ghilterra e tutto il rimanente dell'Europa in queste tante 
diramazioni della pubblica felicità, provenienti dal 
miglior governo. Onde, benché io allora non ne studiassi 
profondamente la costituzione, madre di tanta prospe- 
rità, ne seppi però abbastanza osservare e valutare gli 
effetti divini ^ 

In Londra essendo molto maggiore la facilità per i 
forestieri di essere introdotti nelle case, di quel che non 
sia in Parigi ; io, che a quella difficoltà parigina non avea 
mai voluto piegarmi per ammollirla, perchè non mi curo 
di vincere le difficoltà da cui non me ne ridonda ni un bene, 
mi lasciai allora per qualche mesi' strascinare da quella 



' Nella satira / viaggi, I: 

Già navigo: e mi par tolta di dosso 
Essermi tutta 1' ammorbata Francia, 
Che d' ira e tedio hammi smidollo ogni osso. 

Ecco Dover : si butta in mar la lancia : 
Mi vi precipit' io fra i remiganti, 
E il suol Britanno appien già mi disfrancia. 

Dopo e voti e sospiri e passi tanti 
Ti trovo e calco alfin, libera terra, 
Cui son di Francia e Italia ignoti i pianti. 

Qui leggi han regno, e niun le leggi atterra : 
E ad ogni istante il frutto almo sen vede ; 
I^a ricchezza e lo stento non far guerra. 

Il beato ben essere che eccede, 
E il non veder mai là nulla di zoppo. 
Fan eh' ivi 1' uom sognar spesso si crede. 

Né il ciel di nebbie e di carbone intoppo 
Dammi a letizia ; che, se il fumo è molto. 
Tanto è 1' arrosto che fors' anco è troppo. 

Uomini or veggio, ai fatti al par che al volto : 
E, se i lor modi han soverchietto il peso. 
Dal candor di lor alme ei mi vien tolto. 

Più che il fossi mai stato, or dunque acce.so 
Son d'ogni uso Britannico: e m' irrita 
Vieppiù il servaggio, onde il mio suol m' ha offeso. 

Deh potess' io qui tutta trar mia vita ! 
Grida il giusto mio sdegno generoso, 
Qual d'uom che liber' alma ha in sé nutrita. 
- Cfr. Cino da Pistoia, son. Gentil donne valenti... : 

Ched altro già il mio cor non disia. 

Se non che veggia lei qualche fiate. 



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facilità, e da quel mio compagno di viaggio, nel vortice 
del gran mondo. Contribuì anche non poco ad infrangere 
la mia naturale rusticità e ritrosia la cortese e paterna 
amorevolezza verso di me del Principe di Masserano, 
Ambasciatore di Spagna, ottimo vecchio, appassionatis- 
simo dei Piemontesi, essendo il Piemonte la sua patria, 
benché il di lui padre si fosse già traspiantato in Ispagna. 
Ma dopo circa tre mesi, avvedendomi che in quelle veglie 
e cene e festini io mi ci seccava purtroppo^ e niente im- 
paravaci, scambiatami allora la parte, in vece di reci- 
tare da cavaliere nella veglia, mi elessi di far da cocchiere 
alla porta di essa, e incarrozzava e scarrozzava di qua 
e di là per tutto Londra il mio bel Ganimede compagno, 
a cui solo lasciava la gloria dei trionfi amorosi ; e mi era 
ridotto a far sì bene e disinvoltamente il mio servizio 
di cocchiere, che anche di alcuni di quei coml^attimenti 
a timonate che usano tra i cocchieri inglesi all'uscire 
del Renelawglr, e dei Teatri, ne uscii con qualche onore, 
senza rottura di legno né danno dei cavalli. In tal guisa 
dunque terminai i miei divertimenti di quell'inverno, 
col cavalcare quattro o cinqu'ore ogni mattina, e stare 
a cassetta due o tre ore ogni sera a guidare, per qualunque 
tempo facesse. Nell'aprile poi col mio solito compagno 
si fece una scorsa per le più belle province d'Inghilterra. 
Si andò a Portsmouth e Salsbury, a Bath, Bristol, e si 
tornò per Oxford a Londra. Il paese mi piacque molto, 
e l'armonia delle cose diverse, tutte concordanti in quel- 
l'isola al massimo ben essere di tutti, m'incantò sempre 
più fortemente; e fin d'allora mi nascea il desiderio di 
potervi stare per sempre a dimora ; non che gli individui 
me ne piacessero gran fatto (benché assai più dei Fran- 
cesi perchè più buoni e alla buona), ma il locai del paese, 
i semplici costumi, le belle e modeste donne e donzelle, 
e sopra tutto l'equitativo^ governo, e la vera libertà che 



» Anche troppo, più del giusto. 

« Il parco di Londra. 

3 Che ha per norma 1' equità. 



Il 



90 



Datja «Vita»; III, Cx 1768 



Daixa «Vita»; III, 6: 1768 



91 



n'è figlia : tutto questo me ne faceva affatto scordare la 
spiacevolezza del clima, la malinconia che sempre vi ti 
accerchia; e la rovinosa carezza del vivere. 

Tornato poi da quel giretto che mi avea rimesso su le 
mosse, io già di bel nuovo mi sentiva incalzato dal furore 
dell'andare, e con gran pena differii ancora sino ai primi 
di giugno la mia partenza per l'Olanda. E allora poi. per 
la via di Harwich imbarcatomi per Helvoetivys, con un 
rapidissimo vento in dodici ore vi approdai ^ 

La Olanda è nell'estate un ameno e ridente paese; ma 
mi sarebbe piaciuta anche più, se l'avessi visitata prima 
dell'Inghilterra; atteso che quelle stesse cose che vi si 
ammirano, popolazione, ricchezza, lindura, savie leggi, 
industria ed attività somma, tutte vi si trovano alquanto 
minori che in Inghilterra. Ed in fatti poi, dopo molti 
altri viaggi e molta più esperienza, i due soli paesi del- 
l'Europa che mi hanno sempre lasciato desiderio di sé, 
sono stari l'Inghilterra e l'Italia; quella, in quanto l'arte 
ne ha per così dire soggiogata e trasfigurata la natura; 
questa, in quanto la natura sempre vi è robustamente 
risorta a fare in mille diversi modi vendetta dei suoi 
spesso tristi e sempre inoperosi governi. 

Nel mio soggiorno nell'Haja. che riuscì assai più 
lungo che non avea disegnato, io incappai finalmente 
nell'amore, che mai fin allora non mi avea potuto rag- 
giungere ne afferrare. Una gentil signorina^ sposa da un 
anno piena di grazie naturali, di modesta bellezza, e 
di una soave ingenuità, mi toccò vivissimamente nel 
cuore; ed il paese essendo piccolo, e poche le distrazioni, 
nel rivederia io assai più spesso che non avrei voluto da 



> Nella satira / viaggi, I : 

Ma, per disciormi dal Tutore annoso, 
Il già spirante ornai mio quarto lustro 
Vuol che in patria men torni frettoloso. 

Sol di passo, in Olanda io m'impalustro ; 
Dove la industre libertade ammiro. 
Per cui terra sì poca ha sì gran lustro. 

2 Giovane signora. 










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l 



prima, tosto poi mi venni a dolere di non poteria veder 
abbastanza. Mi trovai preso, senza quasi avvedermene, 
in una terribil maniera; talché già stava ruminando in 
me stesso niente meno che di non muover mai più né 
vivo né morto dall'Haja, persuadendomi che mi sarebbe 
impossibilissima cosa di vivere senz'essa. Apertosi il mio 
indurito cuore agli strali d'Amore, egli avea ad un tempo 
stesso dato adito alle dolci insinuazioni dell'amicizia. Ed 
era il mio nuovo amico, il signor don José d'Acunha, 
ministro allora di Portogallo in Olanda. Egli era uomo 
di molto ingegno e più originalità, di una bastante col- 
tura, e di un ferreo carattere; magnanimo di cuore, di 
animo bollente ed alrissimo. Una certa simpatìa fra le 
nostre due taciturnità ci avea già quasi allacciari vicen- 
devolmente, senza che ce ne avvedessimo : la franchezza 
poi e il calore dei nostri due animi ben tosto ebbe operato 
il di più. Io dunque mi trovava felicissimo nell'Haja, dove 
per la prima volta in vita mia mi occorreva di non desi- 
derare altra cosa al mondo nessuna, oltre l'amica, e l'amico. 
Amante io ed amico, riamato da entrambi i soggetti, 
traboccava da ogni parte gli affetti, pariando dell'amata 
all'amico, e dell'amico all'amata; e gustava così dei pia- 
ceri vivissimi incomparabili, e fino a quel punto ignoti 
al mio cuore, benché tacitamente pur sempre me li fosse 
egli andato richiedendo, e additando come in confuso. 
Mille savi consigU mi dava continuamente quel degnis- 
simo amico; e quello massimamente, di cui non perderò 
mai la memoria, si fu del farmi con destrezza ed efiicacia 
arrossire della mia stupida oziosa vita, del non mai aprir 
un libro qualunque, dell'ignorar tante cose, e più che 
altro i nostri, pur tauri e sì ottimi, italiam poeti ed 1 più 
disrinri (ancorché pochi) prosatori e filosofi. Tra questi, 
l'immortal Niccolò Machiavelli, di cui nuU'altro sapeva 
io che il semplice nome, oscurato e trasfigurato da quei 
pregiudizi con cui nelle nostre educaziom ' ce lo deftini- 
scono senza mostrarcelo, e senza averio 1 detrattori di 



' I.uoghi d'educazione, scuole. 



1 



92 



Dalla «Vita»; III, 6: 1768 



Dalla «Vita»; III, 6: 1768 



93 



esso né letto, né inteso se pur mai visto l'hanno. L'amico 
D'Acunha me ne regalò mi esemplare, che ancora con- 
servo, e che poi molto lessi, e alcun poco postillai, ma dopo 
molti e molti anni ^ Una stranissima cosa però (la quale 
io notai molto dopo, ma che allora vivamente sentii 
senza pure osservarla) si era. che io non mi sentiva mai 
ridestare in mente e nel cuore un certo desiderio di studj 
ed un certo impeto ed effervescenza d'idee creatrici, se 
non se in quei tempi in cui mi trovava il cuore fortemente 
occupato d'amore; il quale, ancorché mi distornasse da 
ogni mentale applicazione, ad un tempo stesso me ne 
invogliava: onde io non mi teneva mai tanto capace di 
riuscire in qualche ramo di letteratura, che allorquando 
avendo un oggetto caro ed amato mi parca di potere 
a quello tributare anco i frutti del mio ingegno. 

Ma quella mia felicità olandese non mi durò gran 
tempo. Il marito della mia donna era un ricchissimo in- 
dividuo, il di cui padre era stato governatore di Batavia; 
egli mutava spessissimo luogo, ed avendo recentemente 
comprata una baronia negli Svizzeri, voleva andarvi a 
villeggiare in quell'autunno. Nell'agosto egli fece colla 
moglie un viaggetto all'acque di Spa; ed io dietro loro, 
non essendo egli gran fatto geloso. Nel tornare poi di 
Spa verso l'Olanda, si venne insieme sino a Mastrtchf, 
e là mi fu forza lasciarla, perchè ella dovea andar in villa 
con la di lei madre, mentre il marito andava egli solo 
verso la Svizzera. Io non conosceva la di lei madre, e 
non v'era né pretesto né mezzo decente e plausibile per 
intromettermi in casa altrui. Codesta prima separazione 
mi spaccò veramente il cuore ; ma rimanevaci pure ancora 
una qualche speranza di rivederci. Ed in fatti, tornato io 
all'Haja, e partito il marito per la Svizzera, di li a pochi 
giorni ricompari l'adorata donna nell'Haja. La mia con- 






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tentezza fu somma, ma fu un lampo momentaneo. Dopo 
dieci giorni, in cui veramente mi tenni ed era beato 
sopra ogni uomo, non sentendosi ella il cuore di dirmi 
qual giorno dovesse ripartire per la villa, né avendo io 
il coraggio di domandarglielo; una mattina ad un tratto 
mi venne a vedere l'amico D'Acunha, e nel dirmi ch'ell'era 
sforzatamente dovuta partire, mi diede una sua letterina 
che mi colpi a morte, benché tutta spirasse affetto ed 
ingenuità nell'annunziarmi l'indispensabile necessità in 
cui si trovava, di non poter più senza scandalo differire 
la di lei partenza alla volta del marito, che le avea in- 
giunto di raggiungerlo. L'amico soavemente aggiungeva 
in voce, che non v'essendo rimedio, bisognava dar luogo 
alla necessità ed alla ragione. 

Non sarei forse reputato veridico, se io volessi anno- 
verare tutte le frenesie dell'addolorato disperato mio 
animo. A ogni conto voleva io assolutamente morire, ma 
non articolai però mai tal parola a nessuno ; e fìngendomi 
ammalato perchè l'amico mi lasciasse, feci chiamare il 
chirurgo perché mi cavasse sangue; venne, e me lo cavai. 
Uscito appena il chirurgo, io finsi di voler dormire, e 
chiusomi fra le cortine del letto io stava qualche minuti' 
fra me ruminando a quello" ch'io stava per fare, poi prin- 
cipiai a sfasciare la sanguigna^ avendo fermo in me di 
così dissanguarmi e perire. Ma quel non meno sagace che 
fido Elia, che mi vedeva in tale violento stato, e che anche 
dall'amico era stato addottrinato prima di lasciarmi, si- 
mulando che io lo avessi chiamato mi tornò alla sponda 
del letto rialzando la cortina ad un tratto : onde io sor- 
preso e vergognoso ad un tempo, forse anche pentito o 
mal fermo nel mio giovenilc proposto, gli dissi che la 
fasciatura mi s'era disfatta; egli finse di crederlo, e me la 
rifasciò, né più mi volle perder di vista un momento. Ed 
anzi, fatto di nuovo cercar l'amico, egli corse da me, ed 



» Codeste Opere del Machiavelli donate dal D'Acunha al- 
l'Alfieri, si conservano ora nella biblioteca del Museo Fabre a 
MontpeUier. V'è nel primo foglio una dichiarazione dell'Alfieri. 
con la data di Firenze. 14 dicembre 1779. 



/, 



* Più su, p. 88: 't per qualche mesi ». 

* Intorno a quello. 

* Ferita del salasso. 



, ■ -3KjHc»,Ì1^1 ■■■tóW.-lSSJ'^*^:^'^ 



94 



Dalm. «Vita»; III, 6: 1768 



Dalla «Vita»; III, 6-7: 1768-69 



95 



ambedue quasi mi sforzarono ad alzarmi da letto, e 
l'amico mi volle portare a casa sua, dove mi vi trattenne 
per più giorni, nei quali mai non mi abbandonò. Il mio 
dolore era cupo e taciturno; o sia che mi vergognassi, 
o che mi diffidassi^ non l'ardiva esternare; onde o taceami, 
ovvero piangeva. Frattanto ed il tempo, e i consigli del- 
l'amico, e le piccole divagazioni a cui egli mi costringeva, 
e un qualche raggio d'incerta speranza di poterla rivedere; 
di ritornare in Olanda l'anno dopo, e più ch'ogni cosa 
forse la naturai leggerezza di quella età di anni diciannove, 
mi andarono a poco a poco sollevando. Ed ancorché il mio 
animo non si risanasse per assai gran tempo, la ragione 
mi rientrò pure intera nello spazio di pochi giorni. 

Cosi alquanto rinsavito, ma dolentissimo, fermai di 
partire alla volta d'Italia, riuscendomi ingratissima la 
vista di un paese e di luoghi ai quali io ridomandava il 
mio bene perduto quasi ad un tempo che posseduto. Mi 
doleva però assaissimo di staccarmi da un tale amico; 
ma egli stesso, vedendomi si gravemente piagato, mi in- 
coraggi al partire, essendo ben convinto che il moto, la 
varietà degli oggetti, la lontananza ed il tempo infalli- 
bilmente mi guarirebbero. 

Verso il mezzo settembre mi separai dall'amico in 
Utrecht, dove mi volle accompagnare, e di donde per la 
via di Bruxelles, per la Lorena, Alsazia, Svizzera e Savoja" 
non mi arrestai più sino in Piemonte, altro che per dor- 
mire; ed in meno di tre settimane mi ritrovai in Cumiana 
nella villa di mia sorella, dove andai subito da Susa senza 



^ Temessi, mancassi di fiducia. 
^ Nella satira / viaggi, I: 

Quindi l'Austriaco Belgio pingue miro; 
Ma qui di Francia il puzzo già mi ammorba, 
Tanto è Brussella di Parigi a tiro. 

Eppur egli è mestier ch'io ancor mi sorba 
Della schifosa Gallia altro gran squarcio. 
Fiandra, Lorena, e Alsazia pur tropp'orba: 

Poiché a dispetto di sua lingua marcio 
E d'ogni suo costume e privilegio, 
Soffre i Galli tiranni, e non fa squarcio. 



I 



passar per Torino, per isfuggire ogni consorzio umano, 
avendo bisogno di digerire la mia febbre nella piena soli- 
tudine. E durante tutto il viaggio, nulla vidi in tutte quelle 
città di passo S Nancy, Strasborgo, Basilea, e Ginevra, 
altro che le mura; né mai aprii bocca col fidato Elia, che 
adattandosi alla mia infermità, mi obbediva a cenni, e 
antiveniva ogni mio bisogno. 



CAPlTOIvO SETTIMO. 

RlPATRIATO PER UN MEZZ'aNNO, MI DÒ AGU STUDJ FI- 
LOSOFICI. 

Tale fu il primo mio viaggio, che durò due anni e 
qualche giorni. Dopo circa sei settimane di villeggiatura 
con mia sorella, restituendosi ella in città, tornai in To- 
rino con essa. Molti non mi riconoscevano quasi più, 
attesa la statura che in quei due anni mi si era infinita- 
mente accresciuta; tanto era il bene che mi aveva fatto 
alla complessione quella vita variata, oziosa, e strapazza- 
tissima. Nel passar di Ginevra io avea comprato un pieno 
baule di libri. Tra quelli erano le opere di Rousseau, di 
Montesquieu, di Helvetius, e simili. Appena dunque 
ripatriato, pieno traboccante il cuore di malinconia e 
d'amore, io mi sentiva una necessità assoluta di forte- 
mente applicare la mente in un qualche studio; ma non 
sapeva il quale', stante che la trascurata educazione co- 
ronata poi da quei circa sei anni di ozio e di dissipazione, 
mi avea fatto egualmente incapace di ogni studio qua- 
lunque. Incerto di quel che mi farei, e se rimarrei in patria, 
o se viaggerei di bel nuovo, mi posi per quell'inverno 
a stare in casa di mia sorella, e tutto il giorno leggeva, 
un pochino passeggiava, e non trattava assolutamente 
con nessuno. I^e mie letture erano sempre di libri francesi. 



* Per le quali dovevo passare per necessità del viaggio. 
^ Quale: francese lequel. 



96 



Dalla «Vita»; III, 7: 1769 



Dalla « Vita »; III, 7: 1769 



97 



Volli leggere l'Eloisa di Rousseau; più volte mi ci provai; 
ma benché io fossi di un carattere per natura appassio- 
natissimo, e che mi trovassi allora fortemente innamorato, 
io trovava in quel libro tanta maniera, tanta ricercatezza, 
tanta affettazione di sentimento, e si poco sentire, tanto 
calor comandato di capo, e si gran freddezza di cuore, 
che mai non mi venne fatto di poterne terminare il primo 
volume. Alcune altre sue opere politiche, come il Con- 
tratto sociale, io non le intendeva, e perciò le lasciai. Di 
Voltaire mi allettavano singolarmente le prose, ma i 
di lui versi mi tediavano. Onde non lessi mai la sua Eri- 
riade, se non se a squarcetti ; poco più la Piiccllc, perchè 
l'osceno non mi ha dilettato mai; ed alcune delle di lui 
tragedie. Montesquieu all'incontro lo lessi di capo in 
fondo ben due volte, con maraviglia, diletto, e forse 
anche con un qualche mio utile. L'Esprit d'Helvetius 
mi fece anche una profonda ma sgradevole impressione. 
Ma il libro dei libri per me, e che in quell'inverno mi fece 
veramente trascorrere dell'ore di rapimento e beate, fu 
Plutarco, le Vite dei veri grandi. Ed alcune di quelle, 
come Timoleone, Cesare, Bruto, Pelopida, Catone, ed 
altre, sino a quattro e cinque volte le rilessi con un tale 
trasporto cU grida, di pianti, e di furori pur anche, che 
chi fosse stato a sentirmi nella camera vicina mi avrebbe 
certamente tenuto per impazzato. All'udire certi gran 
tratti di quei sommi uomini, spessissimo io balzava in 
piedi agitatissimo, e fuori di me, e lagrime di dolore e di 
rabbia mi scaturivano del vedermi nato in Piemonte ed 
in tempi e governi ove ninna alta cosa non si poteva né 
fare né dire, ed inutilmente appena forse ella si poteva 
sentire e pensare. In quello stesso inverno studiai anche 
con molto calore il sistema planetario, ed i moti e leggi 
dei corpi celesti, fin dove si può arrivare a capirle senza 
il soccorso della per me inapprendibile geometria. Cioè 
a dire ch'io studiai malamente la parte istorica di quella 
scienza tutta per sé matematica. Ma pure, cinto di tanta 
ignoranza, io ne intesi abbastanza per sublimare il mio 
intelletto alla immensità di questo tutto creato; e nes- 



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i 



suno studio mi avrebbe rapito e riempiuto più l'animo 
che questo, se io avessi avuto i debiti principii per pro- 
seguirlo. 

Tra queste dolci e nobili occupazioni, che dilettan- 
domi pure, accresceano nondimeno notabilmente la mia 
taciturnità, malinconia e nausea d'ogni comune diver- 
timento; il mio cognato mi andava continuamente isti- 
gando di pigliar moglie. Io, per natura, sarei stato incli- 
natissimo alla vita casereccia^ ; ma l'aver veduta l'Inghil- 
terra in età di 19 anni, e l'aver caldamente letto e sen- 
tito Plutarc© all'età di 20 anni, mi ammonivano, ed ini- 
bivano di pigliar moglie e di procrear figli in Torino". 
Con tutto ciò la leggerezza di quella stessa età mi piegò 
a poco a poco ai replicati consigli, ed acconsentii che il 
cognato trattasse per me il matrimonio con una ragazza 
erede', nobilissima, e piuttosto bellina, con occhi neris- 
simi che presto mi avrebl^ero fatto smettere il Plutarco, 
nello stesso modo che Plutarco forse avea indebolito in 
me la passione della bella olandese. Ed io confesserò di 
aver avuto in quel punto la viltà di desiderare la ricchezza 
più ancora che la bellezza di codesta ragazza; speculando 
in me stesso, che l'accrescere circa di metà la mia entrata 
mi porrebbe in grado di maggiormente fare quel che si 
dice nel mondo buona figura. Ma la mia buona sorte mi 
servi in questo affare assai meglio che il mio debile e 
triviale giudizio, figlio d'infermo animo. La ragazza, che 
da bel principio avrebbe inclinato a me, fu svolta da una 



^ Casalinga, domestica. 

- Della Tirannide, 1, 14: «... Dico dunque, che chi pensa, 
e può campare senza guadagnarsi il vitto, non dee mai pighar 
mogUe nella tirannide; perchè, pigliandovela, egli tradisce il 

proprio pensare, la verità, sé stesso, e i suoi figli Ora. che 

dirò io dei figU ? Quanto più cari essere sogliono i figli che la 
moglie, tanto più grave e funesto è l'errore di chi procrean- 
doli somministra al tiranno un sì possente mezzo di più per 
offenderlo, intimorirlo, ed opprimerlo; come a se stesso pro- 
caccia un mezzo di più jper esserne offeso ed oppresso...... 

' Ereditiera. 

Al.FIlìRI. II. ^ 



98 



Dalla «Vita«; III, 7: 1769 



Dalla «Vita»; III, 7-S: 1769 



9a 



sua zia a favore d'altro giovinotto signore, il quale es- 
sendo figlio di famiglia con molti fratelli, e zii, veniva 
ad essere allora assai men comodo' di me, ma godeva di 
un certo favore in corte presso il duca di Savoja erede 
presuntivo del trono, di cui era stato paggio, e dal quale 
ebbe in fatti poi quelle grazie che comporta il paese. 
Oltre ciò, il giovine era di un'ottima indole, e di un'ama- 
bile costumatezza. Io, al contrario, aveva taccia di uomo 
straordinario in mal senso, i)oco adattandomi al pensare, 
ai costumi, al pettegolezzo, e al servire del mio paese, 
e non andando abbastanza cauto nel biasimare e scher- 
nire quegli usi; cosa, che (giustamente a dir vero) non 
si perdona. Io fui dunque solennemente ricusato, e mi 
fu preferito il su detto giovine. I^a ragazza fece ottima- 
mente per il bene suo, poiché ella felicissimamente passò 
la vita in quella casa dove entrò; e fece pure ottimamente 
per l'util mio, poiché se io incappava in codesto legame 
di moglie e figli, le Muse per me certamente eran ite. Io 
da quel rifiuto ne ritrassi ad un tempo pena e piacere; 
perché mentre si trattava la cosa, io spessissimo provava 
dei pentimenti, e ne avea una certa vergogna di me stesso 
che non esternava, ma non la sentiva perciò meno; ar- 
rossendo in me medesimo di ridurmi per danari a far 
cosa che era contro il mio intimo modo di pensare. Ma 
una i)icciolezza ne fa due, e sempre poi si moltiplicano. 
Cagione di questa mia non certo filosofica cupidità, si 
era l'intenzione che già dal mio soggiorno in Napoli 
avea accolta nell'animo, di attendere quando che fosse 
ad impieghi diplomatici. Questo pensiere veniva fomen- 
tato in me dai consigli del mio cognato, cortigiano inve- 
terato; onde il desiderio di quel ricco matrimonio era 
come la base delle future ambascerie, alle quali megUo 
si fa fronte quanto i)iii si ha danari. Ma buon per me, che 
il matrimonio ito in fumo, mandò pure in fumo ogni mia 
ambasci at Oria velleità; né mai feci chiesta' nessuna di 
tale impiego, e per mia minor vergogna questo mio stu- 

' Agiato. 

- Kichiesta, sollev-itazioiic. 



i 



pido e non alto desiderio, nato e morto nel mio petto, 
non fu (toltone il mio cognato) noto a chi che sia. 

Appena iti a vuoto questi due disegni, mi rinacque 
subito il pensiero di proseguire i miei viaggi per altri tre 
anni, per veder poi intanto quello che vorrei fare di me. 
L'età di 20 anni mi lasciava tempo a pensarci. Io aveva 
aggiustati i miei interessi col curatore, dalla di cui po- 
destà si esce nel mio paese al suonar dei venti anni. Ve- 
nuto più in chiaro delle cose mie, mi trovai essere molto 
più agiato che non ni'avea detto il curatore fino a quel 
punto. Ed egli in questo mi giovò non poco, avendomi 
piuttosto avvezzato al meno che al più. Perciò d'allora 
in poi quasi sempre fui giusto nello spendere. Trovandomi 
dunque allora circa 2500 zecchini di effettiva spendibile 
entrata, e non poco danaro di risparnùo nei tanti anni di 
minorità, mi parve pel mio paese e per un uomo solo 
di essere ricco abbastanza, e deposta ogni idea di molti- 
plico' mi disposi a questo secondo viaggio, che volli fare 
con più spesa e maggiori comodi ". 



CAPITOIvO OTTAVO. 

Secondo viaggio, pkr la Germania, la Danimarca 
E LA Svezia. 

Ottenuta la solita indispensabile e dura permissione 
del re, partii nel maggio del 1769 a bella ])rinia alla volta 
di Vienna. Nel viaggio, abbandonando l'incarico noioso 
del pagare al mio fidatissimo Elia, io cominciava a for- 
temente riflettere su le cose del mondo ; ed in vece di una 
malinconia fastidiosa ed oziosa, e di quella mera impa- 
zienza di luogo, che mi aveano sempre incalzato nel 



' Di accrescere la mia fortuna. 

* Nella satira / viaggi, I: 

^li stutorizzo in pochi mesi, e a stallo 
Non vuol ch'io resti la bastante borsa: 
Pasciuto e giovin, correr de' il cavallo. 



j 



100 



Dalla «Vita»; III, 8: 1769 



Dalla «Vita»; III. 8: 1769 



lOI 



primo viaggio, in parte da quel mio innamoramento, in 
parte da quella applicazione continua di sei mesi in cose 
di qualche rilievo, ne avea ricavata un'altra malinconia 
riflessiva e dolcissima. Mi riuscivano in ciò di non picciolo 
aiuto (e forse devo lor tutto, se alcun poco ho pensato 
dappoi) i sublimi Safif^i del familiarissimo^ Montaigne, 1 
quali divisi in dieci tometti. e fattisi miei fidi e continm 
compagni di viaggio, tutte esclusivamente riempivano 
le tasche d.lla mia carrozza. Mi dilettavano ed instrui- 
vano, e non poco lusingavano anche la mia ignoranza 
e pigrizia, 1 erchè aperti cosi a caso, qual che si fosse il 
volume, lettane una pagina o due, lo richiudeva, ed assai 
ore poi su quelle due pagine sue io andava fantasricando 
del mio. Ma mi facea bensì molto scorno qiiell' incontrare 
ad ogni pagina di Montaigne uno o più passi larini, ed 
essere costretto a cercarne l'interpretazione nella nota, 
per la totale impossibihtà in cui mi era ridotto d'inten- 
dere neppure le più triviali"' citazioni di prosa, non che le 
tante dei più sublimi poeti. E già non mi dava neppur 
più la briga di provarmici, e asinescamente leggeva a 
dirittura la nota. Dirò più; che quei si spessi squarci 
dei nostri poeri primarii italiani che vi s'incontrano, 
anco venivano da me saltati a pie pari, perchè alcun poco 
mi avrebbero costato fatica a benissimo intenderii. Tanta 
era in me la primiriva ignoranza, e la desuetudine poi 
di questa divina lingua, la quale io ogni giorno più an- 
dava perdendo. 

Per la via di Milano e Venezia, due città eh 10 volli 
rivedere; poi per Trento, Inspntck, Augusta e Monaco, 
mi rendei a Vienna, pochissimo trattenendomi in tiitri 
i suddetti luoghi.' Vienna mi parve avere gran parte delle 
picciolezze di Torino, senza averne il bello della località. 



' Divenuto familiarissimo a lui. 

^ Semplici, facili. 

' Nella satira / viaggi, II: 

Di me stesso signor, signor del mondo 
Farmi esser or: né loco alcun mi cape, 
Se pria non vo dell'universo al fondo. 



Mi vi trattenni tutta l'estate, e non vi imparai nulla. 
Dimezzai il soggiorno, facendo nel luglio una scorsa fino 
a Buda, per aver veduta una parte dell'Ungheria. Ridi- 
venuto oziosissimo, altro non faceva che andare attorno 
qua e là nelle diverse compagnie; ma sempre ben armato 
contro le insidie d'Amore. E mi era a questa difesa un 
fidissimo usbergo il praticare il rimedio commendato da 
Catone^ Io avrei in quel soggiorno di Vienna potuto fa- 
cilmente conoscere e praticare il celebre poeta Metastasio, 
nella di cui casa ogni giorno il nostro ministro, il degnis- 
simo conte di Canale, passava di molte ore la sera in com- 
pagnia scelta di altri pochi letterari, dove si leggeva se- 
ralmente alcuno squarcio di classici o greci, o latini, o 
italiani. E quell'ottimo vecchio conte di Canale, che mi 
affezionava', e moltissimo compativa i miei perditempi, 
mi propose più volte d'introdurmivi. Ma io, oltre all'es- 
sere di natura ritrosa, era anche tutto ingolfato nel fran- 



Già Vinegia riveggio: e tal mi sape 
Quella sua oscena libertà posticcia, 
Qual dopo ameni fichi ostiche rape. 

Uom che ha visto i Britanni, gli si aggriccia 
Tutto il sangue in udir libera dirsi 
Gente che ognor di tema raccapriccia. 

Passo, e son dove il Trivigiano unirsi 
Incomincia al Trentin: seguo, ed Insprucche 
Già m'intedesca in suono aspro ad udirsi. 
Pur mi attalentan quelle oneste zucche, 
K i lor braconi, e il loro urlar più assai. 
Che i nasucci dei Galli e lor parrucche. 

Già varco e Augusta e Monaco; né mai, 
Finche la Sede Imperiai mi appare, 
Resto dal correr che mi ha stufo ornai. 

Qui poserommi un po'; che un dolce stare 
Questa Vienna esser debbe. almen pel corpo; 
Che già so v'esser poco da osservare. 
^ Cfr. HOKAT. Serm.. 1, 2. 31 ss.: 

Quidam notus homo quum exiret fornice: « Macte 
Virtute esto », inquit sententia dia Catonis; 
tt Nam simul ac venas inflavit tetra libido, 
Huc juvenes aequum est descendere; non alienas 
Permolere uxores ». 
* Aveva affezione per me, mi amava. 



/ 



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Dalla « Vita »; III', 8: 1769 



Dalla «Vita»; III, 8: 1769 



103 



«* 

) 



I 



cese, e sprezzava ogni libro ed autore italiano. Onde quel- 
l'adunanza di letterati di libri classici' mi parca dover 
essere una fastidiosa brigata di pedanti. Si aggiunga, che 
io avendo veduto il Metastasio a Schoenhritnn, nei giar- 
dini imperiali, fare a Maria Teresa la genutlessioncella 
di uso, con una faccia si servilmente lieta e adulatoria, 
ed io giovenilmente plutarchizzando, mi esagerava tal- 
mente il vero in astratto, che io non avrei consentito mai 
di contrarre né amicizia né familiarità con una Musa ap- 
pigionata o venduta all'autorità despotica da me si cal- 
damente abborrita"-. In tal guisa io andava a poco a poco 
assumendo il carattere di un salvatico pensatore; e queste 
disparate accopi)iandosi ])oi con le ])assioni naturali al- 
l'età di vent'anni e le loro conseguenze naturalissime, 
venivano a formar di me un tutto assai originale e risibile. 
Proseguii nel settembre il mio viaggio verso Praga 
e Dresda, dove mi trattenni da un mese' ; indi a Berlino, 



* (rente che si pasceva di libri classici. 
'^ Nella satira / viaggi, II: 

Ma troppo più ch'io mei credeva io torpo 
V, d'intelletto e d'animo, fra K'ente 
Cni si aj^uhiaccia il cervello e bolle il corpo. 

Viva sepolta in corte avea sna mente 
Vedev'io là 1' irapare.^giabil nostro 
Operista, agli Angusti blandiente: 

E il mal venduto profanato inchiostro 
Sprezzar mi fea il Cesareo Poeta: 
Tai due nomi accoppiati a me fan mostro. 

Bench'io di Pindo alla superba meta 
Il piede allor né in sogno anco drizzassi. 
Doleami pur Palla scambiata in Peta: 

Diva, ond' aulico vate minor fassi, 
Non che dell' arte sua che a tutte è sopra. 
Ma di se stesso, ov'a incensarla ei dassi. 

Ma in dir tai cose or perdo e il tempo e l'opra: 
Andiamo a Buda. Io vado, e torno, e parto. 
Cora' uom che frusta e spron più eh' altro adopra. 

* Nella satira / viaggi, II: 

Inaustriato e Ungarizzato. un quarto 
D'ora neppur vo' Imhdemarmi in Praga: 
Iva Germania Cattolica già scarto. 



tr 



m 



dove dimorai altrettanto. All'entrare negli stati del gran 
Federico, che mi parvero la continuazione di un solò 
corpo di guardia, mi sentii raddoppiare e triplicare l'or- 
rore per quell'infame mestier militare, infamissima e sola 
base dell'autorità ar])itraria, che sempre é il necessario 
frutto di tante migliaia di assoldati satelliti ^ Fili presen- 
tato al re. Non mi sentii nel vederlo alcun moto né di 
maraviglia, né di ris])etto, ma d'indegnazione bensì e di 
rabbia: moti che si andavano in me ogni giorno affor- 
zando e moltiplicando alla vista di quelle tante e poi 



Dresda, beuch'egra di recente piaga 
Che i Borussi satelliti le han fatta, 
Parmi dell* PUba a specchio seder vaga. 

Un certo che di lindo ha, cui s'adatta 
L'occhio mio: la favella appien rotonda. 
Benché ignota, 1' orecchio mi ricatta. 

Ma fatai cosa eli' è; ch'ove più abbonda 
Un bel parlare, ivi la specie imiana 
Sia seccatrice almen quant'è faconda 

* Per questi sentimenti antimihtaristi dell'Alfieri, si vegga 
Della Tirannide, I, 7 « Della milizia », e la satira XIV, La mi- 
lizia. Nella satira / viaggi, II, continua: 

Già l'orribil lUandinburgo, 
Con sue arene ed Abeti m' infunesta. 

Re quivi siede un Uom semi-Licurgo, 
Semi- Alessandro, e in un semi- Volterò: 
Chi grecizzasse, il nomeria Panurgo. 

Ei scrivucchia; ei fa leggi; ei fa il guerriero: 
Ma, tal ch'egli é, .sta dei Regnanti al volgo, 
Come sta il Mille al solitario Zero. 

Non vi par bello il paragon ch'io avvolgo 
Nella moderna scorza geometrica, 
Da cui sì dotta l'evidenza or colgo? 

Ma già la numerai frase simmetrica 
Lascio, e il suo gelo; e sfogherò il mio dire. 
Sciolto dalla Ragione Inversa tetrica. 

Quel Federigo, ch'or ci tocca udire 
Denominar col titolo di Grande, 
A me più eh' un Re picciol movea l'ire. 

Che quanti guai per l'universo spande 
La Protei-forme infame Tirannia, 
Tutti 6on fiori onde ha quel Sir ghirlande. 



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Dalila «Vita»; III, 8: 1769 



DA1.1.A «Vita»; HI, 8: i769-7V___J^ 



tante diverse cose che non istanno come dovrebbero stare, 
e che essendo false si usurpano pure la faccia e la fama 
di vere. Il conte di Finch, ministro del re, il quale mi pre- 
sentava, mi domandò perchè io, essendo pure in servizio 
del mio re, non avessi quel giorno indossato l'uniforme. 
Risposigli : perchè in quella corte mi parea ve ne fossero 
degli uniformi abbastanza. Il re mi disse quelle quattro 
solite parole di uso; io l'osservai profondamente, fìccan- 
dogU rispettosamente gli occhi negli occhi; e ringraziai 
il cielo di non mi aver fatto nascer suo schiavo^ Uscii 
di quella universal caserma prussiana verso il mezzo no- 
vembre, abborrendola quanto bisognava. 



Balzelli, oppression, salda feria, 
Brutalità, stupidità, Gallume, 
Teutonizzata la pederastia. 

K in somma il più schifoso putridume 
Di quanti darian vizj Ivurope sei. 
Quivi eran frutto di quel regio acume. 

* Nella satira / viaggi. II: 

A tal Sacra Corona inchino io fei, 
Che pueril vaghezza mi vi spinse 
Per vederlo: or per visto il mi terrei. 

Ma il Monarchesco suo fulgor non vinse 
Miei sguardi sì, ch'io ne* suoi sguardi addentro 
Non penetrassi l'arte ond'ei si cinse. 

riù eh' altr' uomo, il Tiranno asconde in centro 
Del doppio cuore il marchio di sua vaglia: 
Ma, s'io di Vate ho l'occhio, ivi pur entro; 

E scopro il come avvien che altrui prevaglia 
(Se d'armi ha possa) il mediocre ingegno, 
Che si svela più in carta che in battaglia. 

Ogni scrupol di sale in uora che ha regno, 
Stupir fa tutti, o sia ch'ei nuoca o giovi: 
Ma chi lo ammira, di ammirarlo è degno. — 

Tutto è Corpo di guardia, ovunque muovi 
Ter l'erma Prussia a ingrati passi il piede : 
Né profumi altri, che di pipa, trovi. 

Là tutti i sensi Tirannia ti fiede; 
Che il tabacchesco fumo e i tanti sgherri 
Fan che ognor l'uom la odora e porta e vede. 



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Partito alla volta di Amburgo, dopo tre giorni di di- 
mora tripartii perlaDanimarca'. Giunto a Copcnhaguen 
Sprlmt i decembre, quel paese mi piacque bastante- 
mente perchè mostrava una certa somiglianza co- 
manda ed anche v'era una certa attività, commercio, 

e? industria come non si sogliono vedere nei goverm 
ea inausma, cui ridonda un 

pretti monarchici : cose tutte, aalie quau ^„^- „„= 

certo ben essere universale, che a primo aspetto previene 
chf arriva e fa un tacito elogio di chi vi comanda: cose 

u te ^ui neppur una se ne vede "egh^^Sta^ P-siam^ 
benché il gran Federico vi comandasse alle ettere e a e 
^Tr^ n mosnerità di fiorire sotto all'uggia sua. Onde 
L irInS X7one P^r cui non mi dispiacea Copenha,r,en 
si er" n non elser Berlino ne Prussia: paese, d. cui mun 

altro li ha lasciato una più spiacevole e dolorosa impres- 

trovava essere pisano, il c^^^^,.^''^^'''^'' ^/.p_.,cci dà 

!S:srrnS:rSà^Sa.x^^^^^^^^ 

parare e là ronunzia toscana, massimamente parago- 
Tando a col piagnisteo nasale e g""urale del d, le to 
danese che mi toccava di udire per forza, ma senza 



» Nella satira / viaggi. II: . , ■ 

Fuggiamo, anche carpon; purch'io mi sferri 

Da un tal Profosso 

Fuggiam. fuggiam da un Re filosofante. 

Rimpannucciante alcun ktteratuzzo. 

Nemici e amici e sudditi spoghante. 

Respiro alfin: sto in salvo. Un Sindacuzzo 
Del pacifico Amburgo mi ristora 
Del BerUnal filantropesco puzzo. 

2 Dispone favorevolmente l'animo. 



io6 



Daixa «Vita»; III, 8: 1770 



DA1.1.A «Vita»; III, 8: 1770 



107 



tenderlo, la Dio grazia. Io malamente mi spiegava col 
prefato conte Catanti, quanto alla proprietà dei termini, 
e alla brevità ed efficacia delle frasi, che è somma nei To- 
scani ; ma quanto alla pronunzia di quelle mie parole bar- 
bare italianizzate, ell'era bastantemente pura e toscana; 
stante che io deridendo sempre tutte le altre pronunzie 
italiane, che veramente mi offendeano l'udito, mi era 
avvezzo a pronunziar quanto meglio poteva e la it, e 
la z, e gi, e ci, ed ogni altra toscanità. Onde alquanto ina- 
nimito dal su detto conte Catanti a non trascurare una 
sì bella lingua, e che era pure la mia, dacché di essere io 
francese non acconsentiva a niun modo, mi rimisi a leg- 
gere alcuni libri italiani. Lessi, tra' molti altri, i Dialoghi* 
dell'Aretino, i (|uali benché mi rii)Ugnassero per le osce- 
nità, mi rapivano ])ure per l'originalità, varietà, e pro- 
l)rietà dell' es])ressioni. K mi baloccava cosi a leggere, 
l)erchè in quell'inverno mi toccò di star molto in casa ed 
anche a letto, atteso i replicati incomoducci che mi so- 
pravvennero per aver troppo sfuggito l'amore sentimen- 
tale. Rijngliai anche con piacere a rileggere per la terza 
e quarta volta il Plutarco; e semi)re il Montaigne; onde 
il mio capo era una strana mistura di filosofia, di politica, 
e di discoleria. Quando gl'incomodi \m permetteano 
d'andar fuori, uno dei maggiori miei divertimenti in quel 
clima boreale era l'andare in slitta; velocità poetica, che 
molto mi agitava e dilettava la non men celere fantasia. 
Verso il fin di marzo partii per la Svezia; e benché 
io trovassi il passo del Sund affatto libero dai ghiacci, 
indi la Scania libera dalla neve; tosto cli'el)bi oltrepassato 
la città di Xorkoping, ritrovai di bel nuovo un ferocissimo 
inverno, e tante braccia di neve, e tutti i laghi rappresi", 
a segno che non potendo i)iii proseguir colle ruote, fui 
costretto di smontare il legno e adattarlo come ivi s'usa 
sopra due slitte; e cosi arrivai a Stockolm. La novità di 
quello spettacolo, e la greggia maestosa natura di quelle 






immense selve, laghi, e dirupi, moltissimo mi trasporta- 
vano' • e benché non avessi mai letto 1 Ossian, molte di 
quelle' sue immagini mi si destavano ruvidamente scol- 
pite e quali le ritrovai poi descritte, allorché più anm 
dopò lo lessi studiando i ben architettati versi del celebre 

Cesarotti. . , ., ^ . ,. ■ 

La Svezia locale', ed anche i suoi abitatori d ogm 
classe mi andavano molto a genio ; o sia perche io mi 
dilettò molto più degli estremi, o altro sia ch'io non saprei 
dire; ma fatto si è, che s'io mi eleggessi di vivere nel set- 
tentrione, preferirei quella estrema parte a tutte 1 altre 
a me cognite. La forma del governo della Svezia, rime- 
stata ed equilibrata in un certo tal qual modo che pure 
una semilibertà vi trasparisce, mi destò qualche curiosità 
di conoscerla a fondo. Ma incapace poi di ogni sena e 
continuata applicazione, non la studiai che alla grossa. 
Ne intesi pure abbastanza \^x formarne nel mio capino 
un'idea: che stante la povertà delle quattro classi vo- 
tanti e l'estrema corruzione della classe dei nobili e di 
quello dei cittadini, donde nasceano le venali influenze 
dei due corruttori paganti, la Russia e la l' mancia non 
vi potea allignare né concordia fra gli ordini, ne efticacita 
di determinazioni, né giusta e durevole libertà. Contiiuiai 
il divertimento della slitta con furore, per quelle cupe 
selvone, e su quei lagoni crostati, tino oltre ai venti d. 
aprile ; ed allora in soli quattro giorni con una rapidità 
incredibile seguiva il dimoiare d'ogni qualunque gelo, 
attesa la lunga permanenza del sole su 1 orizzonte, e 1 et- 
fi"ada dei vinti marittimi ; e allo sparir delle nevi acca- 



^ I Ragionameììli. 
" Gelati 



< Nella satira I viaggi. II: 

Svezia, ferrigna ed animosa e parca. 
Coi monti e selve e laghi mi diletta; 
Gente, men eh' altra di catene carca: 

Ma poco io stovvi, perchè nacqui in fretta. 

2 La configurazione fisica della Svezia. 
' Testolina. 
* Efficacia. 



io8 



Dalila «Vita»; III, 8-9: 1770 



Dalla « Vita »; III, 9: 1770 



loq 



tastate forse in dieci strati l'una su l'altra, compariva la 
fresca verdura: spettacolo veramente bizzarro, e che mi 
sarebbe riuscito poetico se avessi saputo far versi. 



CAPlTOIvO NONO. 

Proseguimento di viaggi, Russia, Prussia di bel 
NUOVO, vSpa, Olanda e Inghilterra. 

Io sempre incalzato dalla smania dell'andare, benché 
mi trovassi assai bene in Stockolm, volli partirne verso 
il mezzo maggio ])er la l'inlandia alla volta di Pietro- 
burgo*. Nel fin d'aprile aveva fatto un giretto sino ad 
Upsala, famosa Università, e cammin facendo aveva vi- 
sitate alcune cave del ferro, dove vidi varie cose curio- 
sissime; ma avendole poco osservate, e molto meno no- 
tate, fu come se non le avessi mai vedute. Giunto a Gris- 
selhamna, porticello della Svezia sulla spiaggia orientale, 
posto a rimpetto dell'entrata del golfo di Botnia, trovai 
da capo l'inverno, dietro cui pareva ch'io avessi appo- 
stato' di correre. Era gelato gran parte di mare, e il tra- 
gitto dal continente nella prima isoletta (che per cinque 
isolette si varca quest'entratura del su detto golfo) attesa 
l'immobilità totale dell'acque, riusciva per allora impos- 
sibile ad ogni specie di barca. Mi convenne dunque aspet- 
tare in quel tristo luogo tre giorni, finché spirando altri 
venti cominciò (juella densissima crostona a screpolarsi 
qua e là, e far crich, come dice il Poeta nostro; quindi a 



* Nella satira / viaggi, II: 

Già mezzo è il maggio; e sì del Botnio golfo 
Il ghiaccio ancor dà inciampo a mia barchetta. 

Pur fa arrischiarmi il giovami mio zolfo: 
Salpo: e spesso è mestier far via coli' ascia, 
Quanto in Finlandia più la prora ingolfo. 

- Mi fossi proposto. 



poco a poco a disgiungersi in tavoloni galleggianti che 
alcuna viuzza pure dischiudevano a chi si fosse arrischiato 
d'intrometterv?! una harcuccia. Ed in fatti il giorno dopo 
approdò a Grissdhamna un pescatore vendite in un bat- 
telletto da quella prima isola a cui doveva approdar io, 
a prTnia; e disseci il pescatore che si passerebbe, ma con 
quakhe stento. Io subito volli tentare, benché avendo una 
barca assai più spaziosa <li «luella peschereccia, poiché 
in essa vi trasportava la carrozza, l'ostacolo vemva ad 
essere maggiore; ma però era assai minore il pencolo, 
poTchè "colpi di quei massi nuotanti di ghiaccio dovea 
Più robustamente far fronte un legno grosso che non un 
piccolo. E cosi per l'appunto accadde. Quelle t-te gal eg- 
eianti isolette rendevano stramssimo 1 aspetto di quel- 
f orrido mare che parca piuttosto una terra scompaginata 
e disciolta, che non un volume di acque: ma il vento es- 
sendo la Dio mercè, tenuissimo, le percosse di quei ta- 
voloni nella mia barca riuscivano piuttosto carezze che 
urti • tuttavia la loro gran copia e mobilità spesso li facea 
da parti opposte incontrarsi davanti alla mia prora, e 
combaciandosi, tosto ne impedivano il solco, e subito 
altri ed altri vi concorreano, ed ammontandosi facean 
cenno di rimandarmi nel continente. Rimedio efhcace, ed 
unico, veniva allora ad essere l'ascia; cast.gatnce d ogni 
insolente Più d'una volta i mannari miei, ed anche io 
stesso scendemmo dalla barca sovra quei massi, e con 
delle ;curi si andavano partendo, e staccando dolile pa- 
reti del legno, tanto che desser luogo ai remi e alla prora, 
^i risaltiti noi dentro coU'impulso della risorta nave, 
si andavano cacciando dalla via quegli insistenti accom- 
pagnaton'; e in tal modo si navigò il tragitto pnmo d, 
sette miglia svezzesi in dieci e più ore. La novità di un 
tal viaggio mi divertì moltissimo; ma forse troppo fasti- 



li 



1 Nella satira / viaggi, II; 

Se un tavolon di ghiacci il legno fascia. 
Fuor del legno su i ghiacci io tosto balzo, 
Né pel mio peso l' isola si accascia. 



^i m - im a m^i'm hi^M 



HO 



Dalla «Vita»; III, 9- ^77^ 



Dalla «Vita»; III, 9: 1770 



III 



diosamente sminuzzandolo io nel raccontarlo, non avrò 
egualmente divertito il lettore. La descrizione di cosa 
insolita per gl'Italiani, mi vi ha indotto. Fatto in tal guisa 
il primo tragitto, gli altri sei passi molto più brevi, ed 
oltre ciò oramai fatti più liberi dai ghiacci, riuscirono assai 
più facili. Nella sua salvatica ruvidezza quello è un dei 
paesi d'Europa che mi siano andati più a genio, e destate 
più idee fantastiche, malinconiche, ed anche grandiose, 
per un certo vasto indefinibile silenzio che regna in quel- 
l'atmosfera, ove ti parrebbe quasi di essere fuor del globo. 

Sbarcato per l'ultima volta in Abo, capitale della 
Finlandia svezzese, continuai per ottime strade e con ve- 
locissimi cavalli il mio viaggio sino a Pietroborgo\ dove 
giunsi verso gli ultimi di maggio; e non saprei dire se 
di giorno vi giungessi o di notte ; perchè sendo in quella 
stagione annullate quasi le tenebre della notte in quel 
clima tanto boreale, e ritrovandomi assai stanco del non 
aver per più notti riposato se non se disagiatamente in 
carrozza, mi si era talmente confuso il capo, ed entrata 
una tal noia del veder sempre quella trista luce, ch'io 
non sapea più né qual di della settimana, né qual ora del 
giorno, né in qual parte del mondo mi fossi in quel P^nto; 
tanto più che i costumi, abiti, e barbe dei Moscoviti' 
mi rapi)resentavano assai più Tartari che non Europei. 

Io aveva letta la storia di Pietro il (brande nel Voltaire' ; 
mi era trovato nell'Accademia di Torino con vari mosco- 
viti, ed avea udito magnificare assai quella nascente na- 



* Nella satira / viaggi, II: 

Così, ruzzando e perigliando, incalzo 
La strada e il tempo; infin eh' Abo mi accoglie, 
Ma non più tempo che la palla al balzo. 

Tutte son tese le mie ardenti voglie 
A' veder la gran gelida Metropoli, 
ler r altro eretta in su le Sueche spoglie. 

- Nella satira / viaggi, II: 

Già incomincio a trovar barbuti popoli. 

' Histoire de l'Empire de Roussie soiis Pierre le Grand. 



zione. Onde, queste cose tutte, ingrandite poi anche dalla 
mia fantasia che sempre mi andava accattando nuovi 
disinganni, mi tenevano al mio arrivo in Pietroborgo 
in una certa straordinaria palpitazione dall'espettativa. 
Ma, oimé, che appena io posi il piede in quell'asiatico 
accampamento di allineate trabacche, ricordatomi al- 
lora di Roma, di Genova, di Venezia, e di Firenze, mi 
posi a ridere. E da quant'altro poi ho visto in quel paese, 
ho sempre più ricevuta la conferma di quella prima im- 
pressione; e ne ho riportato la preziosa notizia ch'egli 
non meritava d'esser visto^ E tanto mi vi andò a contra- 
genio ogni cosa (fuorché le barbe e i cavalli), che in quasi 
sei settimane ch'io stetti fra quei barbari mascherati 
da Europei, ch'io non vi volli conoscere chi che sia, nep- 
pure rivedervi due o tre giovani dei primi del paese, con 
cui era stato in Accademia a Torino, e neppure mi volli 
far presentare a quella famosa autocratrice Caterina Se- 
conda: ed in fine neppure vidi materialmente il viso di 
codesta regnante', che tanto ha stancata a' giorni nostri 



* Nella satira / viaggi, II: 

(iiuugo: e in fatti, un simmetrico nojoso 
Di sperticate strade e nane case, 
S'i'yuropa od Asia sia mi fa (Hibljioso. 

Presto mi avveggo io poi, che n<m men rase, 
Di orgoglio no, ma di valor verace 
Le piante son di queir infetto vase. 

Ogni esotico innesto a me dispiace ; 
:\Ia il (iaUizzato Tartaro è un miscuglio, 
Che i Galli quasi ril)ramar mi face. 

- Nella satira / viaggi, II : 

Mi basta il saggio di un tal guazzabuglio: 
Non vo' veder più Mosca né Astracano: 
Ben si sa che v'è il Bue, dov' odi il muglio, 

Né vo' veder Costei che il brando ha in mano. 
Di sé, d'altrui, di tutto Autocratrice, 
K spuria erede d'un poter insano.... 

Inorridisco, e fuggo: e cotant' ardo 
Di tornare in Kuropa, che in tre giorni 
Son fuor del Moscovita suol bugiardo. 



112 



Dalla « Vita »; III, 9: 1770 



Dalla «Vita»; III, 9: 1770 



113 



la fama. Esaminatomi poi dopo, per ritrovare il vero 
perchè di una cosi inutilmente selvaggia condotta, mi 
son ben convinto in me stesso che ciò fu una mera intol- 
leranza di inflessibil carattere, ed un odio purissimo 
della tirannide in astratto, appiccicato poi sopra una per- 
sona giustamente tacciata del più orrendo deUtto, la 
mandataria e proditoria uccisione dell'inerme manto. 
E mi ricordava benissimo di aver udito narrare, che tra 
i molti pretesti addotti dai difensori di un tal delitto, si 
adduceva anche questo: che Caterina vSeconda, nel suben- 
trare all'impero, voleva, oltre i tanti altri danni fatti dal 
marito allo vStato, risarcire anche in parte i diritti del- 
l'umanità lesa sì crudehiiente dalla schiavitù universale 
e totale del popolo in Russia, col dare una giusta costi- 
tuzione. Ora, trovandoli io in una servitù cosi intera dopo 
cinque o sei anni di regno di codesta Clitennestra filoso- 
fessa; e vedendo la maladetta genìa soldatesca sedersi 
sul trono di Pietroborgo più forse ancora che su quel di 
Berlino; questa fu senza dubbio la ragione che mi fé' 
pur tanto dispregiare quei popoli, e sì furiosamente ab- 
borrirne gli scellerati reggitori'. vSpiaciutami dunque ogni 
moscoviteria, non volli altrimenti portarmi a Mosca, 
come avea disegnato di fare, e mi sapea mill'anni di rien- 
trare in Europa. Partii nel finir di giugno, alla volta di 
Riga per Narva, e Rcivel\ nei di cui piani arenosi ignudi 
ed orril)ili scontai largamente i diletti che mi aveano 
dati le epiche selve immense della Svezia scoscesa. Pro- 
seguii per Konisberga e Danzica ; questa città, fin allora 
libera e ricca, in quell'anno per l'appunto cominciava 
ad essere straziata dal mal vicino despota prussiano, 



1 Nella satira / viaggi, II: 

Di epistole al Volterò anch'essa autrice 
E del gran Russo Codice, che scritto 
Fia in sei parole: « S'ei ti giova, ei lice », 

Indiademato abbellisi il delitto, 
Quant' ei più sa, dei loschi e tristi al guardo; 
Ma lo abborra vieppiù chi ha il cuor più invitto, 



'l 



che già vi avea intrusi a viva forza i suoi vili sghern . 
Onde io bestemmiando e Russi e Prussi, e quanti altri 
sotto mentita faccia di uomini si lasciano più che bruti 
malmenare in tal guisa dai loro tiranni ; e sforzatamente 
seminando il mio nome, età, qualità, e carattere, ed in- 
tenzioni (che tutte queste cose in ogni villaggiuzzo ti 
son domandate da im sergente all'entrare, al trapassare, 
allo stare, e all'uscire), mi ritrovai finalmente esser giunto 
una seconda volta in Berlino, dopo circa un mese di 
viaggio il più spiacevole, tedioso e oppressivo di quanti 
mai se 'ne possano fare; inclusive lo scendere all'orco, 
che più buio e sgradito ed inospito non può esser mai. 
Passando per Zorcndorff, visitai il campo di battaglia 
tra' Russi e Prussiani, dove tante migliaia dell uno e del- 
l'altro armento rimasero liberate dal loro giogo lascian- 
dovi l'ossa\ Le fosse sepolcrali, vastissime, vi erano ma- 
nifestamente accennate dalla folta e verdissima bellezza 
del grano, il quale nel rimanente terreno arido per se 
stesso ed ingrato vi era cresciuto e misero e rado. Dovei 
fare allora una trista ma pur troppo certa riflessione; che 
gli schiavi son veramente nati a far concio, 'iutte queste 
prussianerie mi faceano sempre più e conoscere e desi- 
derare la beata Inghilterra. . 

Mi sgaì)ellai dunque in tre giorni di questa mia ber- 
linata seconda; né per altra ragione mi vi trattenni che 
per riposarmi vi un poco di un si disagiato viaggio. 1 arti 1 
sul finir di luglio per Ma-dcboitr-, Brunswick, (rottinga, 
Cassel e Francfort. Nell'entrare in Gottinga, citta come 
tutti sanno di Università fioritissima, mi aì^battei in un 
asinelio ch'io moltissimo festeggiai per non averne più 
visti da circa un anno dacché m'era ingolfato nel setten- 
trione estremo, dove quell'animale non può né generare, 
né campare. Di codesto incontro di un asino italiano con 



?s 



^ Nella satira / viaggi, H: . . 

Né punto avvien eh' io in Dànzica soggiorni, 
l'erchè assaggiata è dal Prussian Tiranno 
Che spolonizza già i suoi be' contorni. 

2 La battaglia fu vinta da Federico II nel 1758. 

Alfieri. 11. 



Dalla « Vita »; III, 9: 1770 



115 



114 



Dalla « Vita »', III, 9: 1770 



un asinelio tedesco in una cosi famosa Università, ne 
avrei fatto allora una qualche lieta e bizzarra poesia, se 
la lingua e la penna avessero in me potuto servire alla 
mente, ma la mia imi)otenza scrittoria era ogni dì più 
assoluta. ]\Ii contentai dunque di fantasticarvi su fra me 
stesso, e passai cosi una festevolissima giornata, soletto 
sempre, con me e il mio asino. E le giornate festive per 
me eran rare, passandomele io di continuo solo solissimo, 
per lo più anche senza leggere né far nulla, e senza mai 
schiuder bocca. 

Stufo oramai di ogni qualunque tedescheria, lasciai 
dopo due giorni Fraucfort, e avviatomi verso Magonza, 
mi v'imbarcai sopra il Reno, e disceso con (quell'epico 
fiumone sino a Colonia, un (jualche diletto lo ebbi navi- 
gando fra quelle amenissime sponde. Di Colonia per 
Aquisgrana ritornai a Spa, dove due anni prima aveva 
passato qualche settimane; e quel luogo mi avea sempre 
lasciato un (jualche desiderio di rivederlo a cuor libero; 
parendomi quella essere una vita adattata al mio umore, 
perchè riunisce nmiore e solitudine, onde vi si può stare 
inosservato ed ignoto infra le pubbliche veglie e festini. 
Kd in fatti talmente mi vi compiacqui, che ci stetti sin 
quasi al fin di settembre dal mezzo agosto: spazio lun- 
ghissimo di tempo per me che in nessun luogo mi potea 
l)osar mai^ Comprai due cavalli da un Irlandese, dei quali 
l'uno era di non conume bellezza, e vi ])osi veramente il 
cuore. Onde cavalcando mattina e giorno e sera, pran- 
zando in compagnia di otto o dieci altri forestieri d'ogni 
paese, e vedendo seralmente ballare gentili donne e don- 
zelle, io passava (o per dir meglio logorava) il mio tempo 
benissimo. Ma guastatasi la stagione, ed i più dei bagnanti 



* Nella satira / viaggi, II: 

Dei Tcdesciinii tutti esuberato, 
In Afiuisgrana trovomi d'un salto, 
Dall' un Francforte all' altro rimbalzato. 

Quindi Spà, che può dirsi il Capo appalto 
Dei vizj tutti dell'Kuropa, un mese 
Mi fa, bendi' io non giuochi, in sé far alto. 



\ 



u 



cominciando ad andarsene, partii anch'io e volH ritornare 
in Olanda per rivedervi l'amico D'Acunha, e ben certo 
di non rivedervi la già tanto amata donna, la quale sa- 
peva non essere più all'Haja, ma da più d'un anno es- 
sere stabilita con il marito in Parigi. Non mi potendo stac- 
care dai miei due ottimi cavalli, avviai innanzi Elia con 
il legno, ed io, parte a piedi parte a cavallo, mi avviai 
verso Liegi. In codesta città, presentandomisi l'occasione 
di un ministro di Francia mio conoscente, mi lasciai da 
esso introdurre al principe vescovo di Liegi, per condi- 
scendenza e stranezza ; che se non avea veduta la famosa 
Caterina Seconda, avessi almeno vista la corte del prin- 
cipe di Liegi. E nel soggiorno di Spa era anche stato in- 
trodotto ad un altro principe ecclesiastico, assai più mi- 
croscopico ancora, l'abate di Stavelò nell'Ardenna. IvO 
stesso ministro di Francia a Liegi mi avea presentato 
alla corte di Stavelò, dove allegrissimamente si pranzò, 
ed anche assai bene. E meno mi ripugnavano le corti del 
pastorale che quelle dello schioppo e tamburo, perchè 
di questi due flagelli degli uomini non se ne può mai rider 
veramente di cuore. Di Liegi proseguii in comi)agnia de' 
miei cavalli a Brusselle, Anversa, e varcato il passo del 
Mordick, a Roterdamo, ed all'Haja. L'amico, col quale 
io senii)re avea carteggiato dappoi, mi ricevè a ì)raccia 
aperte; e trovandomi un pocolin migliorato di senno, 
egli sempre più mi andò assistendo de' suoi amorevoli, 
caldi e luminosi consigli. Stetti con esso circa due mesi, 
ma poi infiammato come io era della smania di riveder 
l'Inghilterra, e stringendo anche la stagione, ci separannno 
verso il fin di novembre. Per la stessa via fatta da me 
due e più anni prima, giunsi, felicemente sbarcato in 
Harwich, in pochi giorni a Londra^ Ci ritrovai quasi tutti 



:| 



* Nella satira / viaggi, 11: 

Poi, le già viste Fiandre e l'Olandese 
Anfibio suolo rivarcati, approdo 
Un'altra volta al libero paese: 

Cui vieppiù sempre bramo e invidio e lodo. 
Viste or tante altre carceri Huropee 
Tutte affamate e attenebrate a un modo. 



ii6 



Dalla «Vita»; III, 9-10: 1770-71 



Dalla «Vita»; ITI, io: 1771 



117 



quei pochi amici che io avea praticati nel primo viaggio ; 
tra i quah' il principe di Masserano ambasciator di Spagna, 
ed il marchese Caraccioli ministro di Napoli, uomo di 
alto, sagace e faceto ingegno. Queste due persone mi fu- 
rono più che padre in amore nel secondo soggiorno ch'io 
feci in Londra di circa sette mesi, nel quale mi trovai 
in alcuni frangenti straordinari e scabrosi, come si vedrà. 



CAPITOLO DECIMO. 

Secondo fierissimo intoppo amoroso a Londra. 

Fin dal primo mio viaggio èrami in I^ondra andata 
sommamente a genio una bellissima signora delle pri- 
marifc^ la di cui immagine, tacitamente forse nel cuore 
mio introdottasi, mi avea fatto in gran parte trovare si 
bello e piacevole quel paese, ed anche accresciutami ora 
la voglia di rivederlo. Con tutto ciò, ancorché quella bel- 
lezza mi si fosse mostrata fin d'allora piuttosto benigna, 
la mia ritrosa e selvaggia indole mi avea jìreservato dai 
di lei lacci. Ma in questo ritorno, ingentilitomi io d'al- 
quanto, ed essendo in età più suscettibil d'amore, e non 
abbastanza rinsavito dal primo accesso di quell'infausto 
morbo, che si male mi era riuscito nell'Haja, caddi al- 
lora in quest'altra rete, e con sì indicibil furore mi ap- 
passionai, che ancora rabbrividisco pensandovi adesso 
che lo sto descrivendo nel primo gelo del nono mio lustro. 
Mi si presentava spessissimo l'occasione di veder qu_lla 
bella inglese, massimamente in casa del principe di Mas- 
serano, con la di cui moglie* essa era compagna di palco 



* Penelope I*itt, fij^lia di sir Giorgio, .e moglie del visconte 
Edoardo Ligonier. Su di essa cfr. NovATi, Penelope, ora nel 
voi. A ricolta, Bergamo, 1907, p. 117 ss. 

' Carlotta di Rohan, appartenente alla più alta nobiltà 
francese. 



(^ 



al teatro dell'opera italiana. Non la vedeva in casa sua, 
perchè allora le dame inglesi non usavano ricevere visite, 
e principalmente di forestieri. Oltre ciò, il marito ne era 
gelosissimo, per quanto il possa e sappia essere un oltre- 
montano. Questi ostacoletti vieppiù mi accendevano; 
onde io ogni mattina, ora dWHyde-park, ora in qualche 
altro passeggio, mi incontrava con essa; ogni sera in quelle 
affollate veglie, o al teatro, la vedea parimente ; e la cosa 
si andava sempre più ristringendo. K venne finalmente 
a tale, che io, felicissimo dell'essere o credermi riamato, 
mi teneva pure infelicissimo, ed era dal non vedere modo 
con cui si potesse con securità continuare gran tempo 
quella pratica. Passavano, volavano i giorni ; inoltratasi 
la primavera, il fin di giugno al più era il termine, in cui 
attesa la partenza per la campagna, dove ella solca stare 
sette e più mesi, diveniva assolutamente impossibile il 
vederla né punto uè poco. Io quindi vedeva arrivare quel 
giugno come l'ultimo termine indubitabilmente della 
mia vita; non ammettendo io mai nel mio cuore, né nella 
mente mia inferma, la possibilità fisica di sopravvivere 
a un tale distacco, sendosi in tanto più lungo spazio di 
tempo rinforzata questa mia seconda passione tanto 
superiormente alla prima. In questo funesto pensiere del 
dover senza dubbio perire quando la dovrei lasciare, mi 
si era talmente inferocito l'animo, ch'io non procedeva 
in quella mia pratica altrimenti che come chi non ha 
oramai più nulla che perdere. Ed a ciò contribuiva pari- 
mente non poco il carattere dell'amata donna, la quale 
pareva non gustar punto né intendere i partiti di mezzo. 
Essendo le cose in tal termine, e raddoppiandosi ogni 
giorno le imprudenze si mie che sue, il di lei marito, avvi- 
stosene già da qualche tempo, avea più volte accennato 
di volermene fare un qualche risentimento; ed io nes- 
sun'altra cosa al mondo bramava quanto questa, poiché 
dal solo uscir esso dei gangheri potea nascere per me o 
alcuna via di salvamento, ovvero una total perdizione. 
In tale orribile stato io vissi circa cinque mesi, finché 
finalmente scoppiò la bomba nel modo seguente. Più 



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volte già in diverse ore del giorno, con grave rischio d'am- 
bedue noi. io era stato da essa stessa introdotto in casa; 
inosservato sempre, attesa la piccolezza delle case di 
Londra, e il tenersi le porte chiuse, e la servitù stare per 
lo più nel i)iano sotterraneo, il che dà campo di aprirsi 
la porta di strada da chi è dentro, e facilmente introdursi 
l'estraneo ad una qualche camera terrena contigua imme- 
diatamente alla porta. Quindi quelle mie introduzioni di 
contrabbando erano tutte francamente' riuscite; tanto 
più ch'era in ore ove il marito era fuor di casa, e per 
lo più la gente di servizio a mangiare. Questo prospero 
esito ci inanimì a tentare maggiori rischi. Onde, venuto il 
maggio, avendola il marito condotta in una villa vicina', 16 
miglia di Londra, per starci otto o dieci giorni e non più, 
subito si ai)puntò il giorno e l'ora in cui parimente nella 
villa verrei introdotto di furto; e si colse il giorno d'una 
rivista delle tru])pe a cui il marito, essendo uffìziale delle 
guardie, dovea intervenir senza fallo, e dormire in Londra. 
Io dimque mi ci avviai quella sera stessa, soletto, a 
cavallo; ed avendo avuto da essa l'esatta toi)ografìa del 
luogo, lasciato il mio cavallo ad un'osteria distante circa 
un miglio dalla villa, ])roseguii a piedi, scudo già notte, 
fino alla porticella del ])arco. di dove introdotto da essa 
stessa passai nella casa, non essendo, o credendomi tut- 
tavia non essere, stato osservato da chi che fosse. Ma co- 
tali visite erano zolfo sul fuoco, e nulla ci bastava se non 
ci assicurava del sempre. Si ])resero dunque alcune mi- 
sure ])er replicare e spesseggiar quelle gite, finché durasse 
la villeggiatura breve, dis])eratissinii poi se si pensava 
alla villeggiatura imminente e lunghissima che ci sovra- 
stava. Ritornato io la mattina do])o in Londra, fremeva 
e impazziva })ensando che altri due giorni dovrei stare 
senza vederla, e annoverava l'ore e i momenti. Io viveva 
in un continuo delirio, inesprimibile quanto incredibile 
da chi provato non l'abbia, e pochi certamente l'avranno 



' Facilineiite, siciirameiitr. 
' A vStrathtìeldsaye, 



1) provato a un tal segno. Non ritrovava mai pace se non 
se andando sempre, e senza saper dove; ma appena que- 
tatomi o per riposarmi, o per nutrirmi, o per tentar di 
dormire, tosto con grida ed urli orribili era costretto di 
ribalzare in piedi, e come un forsennato mi dibatteva al- 
meno per la camera, se l'ora non i)ermetteva di uscite. 
Aveva più cavalli, e tra gli altri quel bellissimo conq^rato 
a Spa, e fatto poi trasportare in Inghilterra. K su quello 
io andava facendo le più pazze cose, da atterrire i più 
temerari ca\'alcatori di quel paese, saltando le più alte 
e larghe siepi di slancio, e fossi stralarghi, e barriere quante 
mi si affacciavano. Una di (pielle mattine intermedie 
tra una e l'altra mia gita in quella sospirata villa, caval- 
cando io col marchese Caraccioli, volli fargli vedere 
quanto bene saltava quel mio stupendo cavallo, e adoc- 
chiata una delle più alte barriere che separava un vasto 
prato dalla pubblica strada, ve lo cacciai di carriera; 
ma essendo io mezzo alienato, e poco badando a dare in 
tempo i debiti aiuti e la mano al cavallo, egli toccò coi 
pie davanti la sbarra, ed entrambi in un fascio precipi- 
tati sul prato, ribalzò egli primo in i^edi, io poi; né mi 
parve di essermi fatto male alcuno. Del resto il mio pazzo 
amore mi avea quadruplicato il coraggio, e pareva ch'io 
a bella posta mendicassi ogni occasione di ronq)ermi il 
collo. Onde, per quanto il Caraccioli, rimasto su la strada 
idi là dalla mal per me saltata barriera, gridassemi di 
i'non far altro, e di andar cercare l'uscita naturale del 
■ prato per riunirmi a lui, io che i)oco sa])eva quel che mi 
^ facessi, correndo dietro il cavallo che accennava di voler 
1' fuggire i)el prato, ne afferrai in tenq)o le redini, e salta- 
tovi su di bel nuovo, lo risi)insi si)ronando contro la 
stessa barriera, e ristorando egli ampiamente il mio onore 
ed il suo, la passò di volo. La giovenile superbia mia non 
godè lungamente di quel trionfo, che dopo fatti alcuni 
passi adagino, freddandomisi a poco a poco la mente ed 
il corpo, cominciai a provare un fiero dolore nella sinistra 
spalla, che era in fatti slogata, e rotto un ossuccio che 
collega la punta di essa col collo. Il dolore andava ere- 



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scendo, e le poche miglia che mi trovava esser distante 
da casa mi parvero fieramente lunghe prima di ricondur- 
mivi a cavallo ad oncia ad oncia. Venuto il chirurgo, e 
straziatomi per assai tempo, disse di aver riallogato ogni 
cosa, e fasciatomi, ordinò ch'io stessi in letto. Chi intende 
d'amore si rappresenti le mie smanie e furore nel vedermi 
io cosi inchiodato in un letto, la vigilia per l'appunto di 
quel beato giorno ch'era prefisso alla mia seconda gita 
in villa. La slogatura del braccio era accaduta nella mat- 
tina del sabato; pazientai per quel giorno, e la domenica 
sino verso la sera, onde quel poco di riposo mi rendè alcuna 
forza nel braccio, e più ardire nell'animo. Onde verso le 
ore sei del giorno mi volli a ogni costo alzare, e per quanto 
mi dicesse il mio semi-ajo Elia, entrai alla meglio in un 
carrozzino di posta soletto, e mi avviai verso il mio de- 
stino. Il cavalcare mi si era fatto impossibile atteso il 
dolore del braccio, e l'impedimento della stringatissima 
fasciatura; onde non dovendo né potendo arrivare sino 
alla villa in quel carrozzino col postiglione, mi determinai 
di lasciare il legno alla distanza di circa due miglia, e 
feci il rimanente disila strada a piedi con l'un braccio im- 
pedito, e l'altro sotto il pastrano con la spada impugnata, 
andando solo di notte in casa d'altri, non come amico. 
La scossa del legno mi avea frattanto rinnovato e rad- 
doppiato il dolore della spalla, e scompostane la fasciatura 
a tal segno che la spalla in fatti non si riallogò poi in ap- 
presso mai più. Pareami pur tuttavia di essere il più fe- 
lice uomo del mondo avvicinandomi al sospirato oggetto. 
Arrivai finalmente, e con non poco stento (non avendo 
l'aiuto di chicchessia, poiché dei confidenti non v'era) 
pervenni pure ad accavalciare gli stecconi del parco per 
introdurmivi, poiché la porti cella che la prima volta 
ritrovai socchiusa, in quella seconda mi riuscì inapribile. 
Il marito, al solito per cagione della rivista dell'indomani 
lunedi, era ito anche quella sera a dormire in Londra. 
Pervenni dunque alla casa, trovai chi mi vi aspettava, 
e senza molto rifiettere né essa né io all'accidente dell'es- 
sersi ritrovata chiusa la porticella ch'essa pure avea già 



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più ore prima aperta da sé, mi vi trattenni fino ali alba 
nascente. Uscitone poi nello stesso modo, e tenendo per 
fermo di non essere stato veduto da anima vivente, per 
la stessa via fino al mio legno, e poi salito in esso mi ri- 
condussi in Londra verso le sette della mattina, assai mal 
concio fra i due cocentissimi dolori dell'averla lasciata 
e di trovarmi assai peggiorata la spalla. Ma lo stato del- 
l'animo mio era si pazzo e frenetico, ch'io nulla curava 
qualunque cosa potesse accadere, prevedendole pure tutte. 
Mi feci dal chirurgo ristringere di nuovo la fasciatura 
senza altrimenti toccare al riallogamento o slogamento 
che fosse. Il martedì sera, trovatomi alquanto meglio, 
non volli neppur più stare in casa, e andai al teatro ita- 
liano nel solito palco del principe di Masserano, che vi 
era con la sua moglie, e che credendomi mezzo stroppio 
ed in letto, molto si maravigliarono di vedermi col solo 

braccio al collo. 

Frattanto io me ne stava, in apparenza tranquillo, 
ascoltando la musica, che mille tempeste terribili mi rin- 
novava nel cuore; ma il mio viso era, come suol essere, 
di vero marmo. Quand'ecco ad un tratto 10 sentiva, o 
pareami. pronunziato il mio nome da qualcuno, che sem- 
brava contrastare con un altro alla porta del chiuso palco. 
Io per un semplice moto macchinale, balzo alla porta, 
l'apro e richiudola dietro me in un attimo, e agh occhi 
mi si presenta il marito della mia donna, che stava aspet- 
tando che di fuori gli venisse aperto il palco chiuso a chiave 
da quegli usati custodi dei palchi, che nei teatri inglesi 
si trattengono a tal effetto nei corridori. Io già più e più 
volte mi era aspettato a quest'incontro, e non potendolo 
onoratamente provocare io primo, l'avea pure desiderato 
più che ogni cosa al mondo. Presentatomi dunque in un 
baleno fuori del palco, le parole furon queste brevissime. 

— Eccomi qua, gridai io; chi mi cerca? 

— Io, mi rispos'egli, la cerco, che ho qualche cosa da 

— Usciamo, io repUco; sono ad udirla. 

Né altro aggiungendovi, uscimmo immediatamente 



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V 



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Dalila « Vita»; III, io: 1771 



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dal teatro. Erano circa le ore ventitré e mezza d'Italia; 
nei lunghissimi giorni di maggio cominciando in Londra 
i teatri verso le ventidue. 

Dal teatro dell' Hay market per un assai buon tratto di 
strada andavamo al Parco di vSan Giacomo, dove i)er un 
cancello si entra in un vasto ])rato, chiamato Grcen-park. 
Quivi, già quasi annottando, in un cantuccio ai)])artato si 
sguainò senza dir altro le si)ade. Era allor d'uso il portarla 
anch 'essendo in frack, onde io mi era trovato d'averla, ed 
egli ai^pena tornato di vilhi era corso da uno spadajo a 
provvedersela. A mezzo la via di Pallmall che ci guidava 
al Parco vSan Giacomo, egli due o tre volte mi andò rimpro- 
verando ch'io era stato più volte in casa sua di nascosto, 
ed interrogavami del come. Ma io, malgrado la frenesia 
che mi dominava, presentissimo a me, e sentendo nell'in- 
timo del cuor mio (guanto fosse giusto e sacrosanto lo 
sdegno dell'avversario, null'altro mai mi veniva fatto di 
rispondere, se non se : Non è vera tal cosa ; ma quand'ella 
pure la crede, son qui per dargliene huon conto. - Ed 
egli ricominciava ad affermarlo, e massimamente di 
quella mia ultima gita in villa egli ne sminuzzava si bene 
ogni particolarità, ch'io rispondendo sempre — Non è 
vero, vedea i)ure benissimo ch'egli era informato a 
puntino di tutto. iMualmente egli terminava col dirmi: 

A che vuol ella negarmi ([uanto mi ha confessato 
e narrato la stessa mia moglie ? 

Strasecolai di un sì fatto discorso, e risposi (l)enchè 
feci male, e me ne pentii poi dopo) : 

Quand'ella il confessi, non lo negherò io. 
Ma queste parole articolai, i)erchè oramai era stufo 
di stare sì lungamente sul negare una cosa patente e 
verissima; i)arte che tropi)o mi ripugnava in faccia ad 
un nemico offeso da me; ma pure violentandomi, lo fa- 
ceva per salvare, se era possibile, la donna. 

Questo era stato il discorso tra noi i)rima di arrivar 
sul luogo ch'io accennai. Ma allorché nell'atto di sguainar 
la spada, egli osservò ch'io aveva il manco braccio so- 
speso al collo, egli ebbe la generosità di domandarmi se 



•-aaigi 



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questo non m'impedirebbe di battermi. Risposi ringra- 
ziandolo, ch'io sperava di no, e subito lo attaccai. 

Io sempre sono stato un pessimo schermidore; mi ci 
buttai dunque fuori d'ogni regola d'arte come un dispe- 
rato; e a dir vero io non cercava altro che di farmi ammaz- 
zare.' Poco saprei descrivere quel ch'io mi facessi, nia con- 
vien pure che assai gagliardamente lo investissi, poiché 
io al principiare mi trovava aver il sole, che stava i)er 
tramontare, direttamente negli occhi a segno che quasi 
non ci vedeva; e in forse sette o otto minuti di tempo, 
io mi era talmente spinto innanzi ed egli ritrattosi e 
nel ritrarsi descritta una curva si fatta, ch'io mi ritrovai 
col sole direttamente alle spalle. Cosi martellando gran 
tempo, io sempre portandogli colpi, ed egli sempre ribat- 
tendoli, giudico che egli non mi uccise perché non volle, 
e ch'io non l'uccisi perché non seppi. Finalmente egli, nel 
parare una botta, me ne allungò un'altra e mi colse nel 
braccio destro tra l'impugnatura ed il gomito, e tosto 
avvisommi ch'io era ferito; io non me n'era i)uiito av- 
visto, né la ferita era in fatti gran cosa. Allora al)bassando 
egli primo la punta in terra, mi disse ch'egli era soddi- 
sfatto, e domanda vanii se lo era anch'io. Risposi, che io 
non era l'offeso, e che la cosa era in lui. Ringuainò egli 
allora, ed io pure. Tosto egU se n'andò; ed io, rimasto 
un altro poco sul luogo, voleva appurare cosa fosse quella 
mia ferita ; ma osservando l' abito essere squarciato per 
lo lungo, e non sentendo gran dolore, né sentendomi sgoc- 
ciolare gran sangue, la giudicai una scalfittura più che 
una piaga. Del resto non mi potendo aiutare del braccio 
sinistro, non sarebbe stato possibile di cavarmi l'abito 
da me solo. Aiutandomi dunque co' denti, mi contentai 
di avvoltolarmi alla peggio un fazzoletto e annodarlo sul 
braccio destro per dinùnuire cosi la perdita del sangue. 
Quindi uscito dal parco, per la stessa strada di Pali- 
mail, e ripassando davanti al Teatro, di donde era uscito 
tre quarti d'ora innanzi, ed al lume di alcune botteghe 
avendo veduto che non era insanguinato né l'abito, né le 
mani, scioltomi coi denti il fazzoletto dal braccio e non 



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provatone più doiore, mi veline la pazza voglia puerile di 
rientrare al teatro, e nel palco donde avea preso le mosse. 
Tosto entrando fui interrogato dal principe di Masserano, 
perchè io mi fossi scagliato cosi pazzamente fuori del suo 
palco, e dove fossi stato. Vedendo che non aveano udito 
nulla del breve diverbio seguito fuori del loro palco, 
dissi che mi era sovvenuto a un tratto di dover parlar 
con qualcuno, e che perciò era uscito cosi: né altro dissi. 
Ma per quanto mi volessi far forza, il mio animo trovavasi 
pure in una estrema agitazione, pensando qual potesse 
essere il sèguito di un tal affare, e tutti i danni che sta- 
vano per accadere all'amata mia donna. Onde dopo un 
quarticello me n'andai, non sapendo quel che farei di me. 
Uscito del teatro mi venne in pensiero (già che quella 
ferita non m'impediva di camminare) di portarmi in 
casa d'una cognata della mia donna, la quale ci secondava, 
e in casa di cui ci èramo anche veduti qualche volta. 

Opportunissimo riusci quel mio accidentale pensiero, 
poiché entrando in camera di quella signora, il primo og- 
getto che mi si presentò agli occhi, fu la stessa stessissima 
donna mia. Ad una vista sì inaspettata, ed in tanto e si 
diverso tumulto di affetti, io m'el)bi quasi a svenire. Tosto 
ebbi da lei pienissimo schiarimento del fatto, come pa- 
reva dover essere stato; ma non come egli era in effetto; 
che la verità poi mi era dal mio destino riserbata a sa- 
persi per tutt 'altro mezzo. Ella dunque mi disse, che il 
marito sin dal primo mio viaggio in villa n'avea avuta la 
certezza, dalla persona in fuori ; avendo egli saputo sol- 
tanto che qualcun c'era stato, ma nessuno mi avea cono- 
sciuto. Egli avea appurato, che era stato lasciato un ca- 
vallo tutta la notte in tale albergo, tal giorno, e ripigliato 
poi in tal ora da persona che largamente avea pagato, 
né articolato una sola parola. Perciò all'occasione di 
questa seconda rivista, avea segretamente appostato 
alcun suo familiare perchè vegliasse, spiasse, ed a puntino 
poi lunedì sera al suo ritorno gli desse buon conto d'ogni 
cosa. Egli era partito la domenica il giorno^ per Londra; 

* Nel pomeriggio della domenica. Più giù: «il lunedì giorno». 






ed io, come dissi, la domenica al tardi di Londra per la 
villa sua, dove era giunto a piedi su l'imbrunire. La spia 
(o uno o più ch'ei si fossero) mi vide traversare il cimi- 
tero del luogo, accostarmi alla porticella del parco, e 
non potendola aprire, accavalciarne gli stecconi di cinta. 
Cosi poi m'avea visto uscire su l'alba, ed avviarmi a piedi 
su la strada maestra verso Londra. Nessuno si era atten- 
tato né di mostrarmisi pure, non che di dirmi nulla; forse 
perchè vedendomi venire in aria risoluta con la spada 
sotto il braccio, e non- ci avendo essi interesse proprio, 
gli spassionati non si pareggiando mai cogli innamorati, 
pensarono esser meglio di lasciarmi andare a buon viaggio. 
Ma certo si è, che se all'entrare o all'uscire a quel modo 
ladronesco dal parco, mi avessero voluto in due o tre 
arrestare, la cosa si riducea per me a mal parato ; poiché 
se tentava fuggire, avea aspetto di ladro, se attaccarU 
o difendermi, aveva aspetto di assassino: ed in me stesso 
io era ben risoluto di non mi lasciar prender vivo. Onde 
bisognava subito menar la spada, ed in quel paese di 
savie e non mai deluse leggi, ([ueste cose hanno immanca- 
bilmente severissimo gastigo. Inorridisco anche adesso, 
scrivendolo: ma punto non titubava io nell'atto di espor- 
mivi. Il marito dunque nel ritornare il lunedi giorno in 
villa, già dallo stesso mio postiglione, che alle due miglia 
di là mi avea aspettato tutta notte, gli venne raccontato 
il fatto come cosa insolita, e dal ritratto che gli avea fatto 
di mia statura, forme, e capelli, egli mi avea benissimo 
riconosciuto. Giunto poi a casa sua, ed avuto il referto 
della sua gente, ottenne al fine la tanto desiderata cer- 
tezza dei danni suoi. 

Ma qui, nel descrivere gli effetti stranissimi di una 
gelosia inglese, la gelosia italiana si vede costretta cU 
ridere: cotanto son diverse le passioni nei diversi carat- 
teri e climi, e massime sotto diversissime leggi. Ogni let- 
tore italiano qui sta aspettando pugnali, veleni, battiture, 
o almeno carcerazion della moglie, e simili ben giuste 
smanie. Nulla di questo. L'inglese marito, ancorché assais- 
simo al modo suo adorasse la moglie, non perde il tempo 



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in invettive, in minacce, in querele. Subito la raffrontò 
con quei testimonj di vista, che facilmente la convinsero 
del fatto innegabile. Venuta la mattina del martedì, il 
marito non celò alla moglie, ch'egli già da quel punto 
non la tenea jmù ì)er sua, e che ben to.sto il divorzio legit- 
timo' lo libererebbe di lei. Aggiunse, che non gli bastando 
il divorzio, voleva anche che io scontassi amaramente 
l'oltraggio fattogli; ch'egli in quel giorno ripartirebbe 
per Londra, dove mi trov^erebbe senz'altro. Allora essa 
immediatamente per mezzo di un qualche suo affidato'' 
mi avea segretamente scritto, e spedito l'avviso di quanto 
seguiva. Il messaggiero, largamente pagato, avea quasi 
che ammazzato il cavallo venendo a tutt 'andare in meno 
di du'ore a Londra, e certamente vi giunse forse un'ora 
l)rima che non giungesse il marito. ;Ma per mia somma for- 
tuna, non avendomi più trovato in casa né il messaggiero, 
né il marito, io non fui avvisato di nulla, ed il marito ve- 
dendomi uscito, s'immaginò ed indovinò ch'io fossi al 
teatro italiano; e là, come io narrai, mi trovò. La fortuna 
in quest'accidente mi fece due sommi benefìcii: che io 
non mi fo.ssi slogato il braccio destro in vece del manco; 
e ch'io non ricevessi quella lettera dell'amata donna, se 
non se dopo l'incontro. Non so se non avrei in qualche 
parte forse o])erato men bene, ove l'una di queste due 
cose" mi fos.se accaduta. Ma intanto, partito appena il 
marito i)er Londra, per altra via era anche partita la 
moglie, e venuta direttamente a Londra in casa di quella 
sua cognata, che non molto lontana abitava dalla casa 
del suo marito; quivi già avea saputo che il marito meno 
d'un'ora prima era tornato a casa in un fiacre; dal quale 
slanciatosi dentro si era chiuso in camera, senza voler né 
vedere, né favellare con chi diesi fosse di casa. Onde essa 
tenea per fermo ch'egli mi avesse incontrato, ed ucciso. 
Tutta questa narrazione a pezzi e bocconi mi ve- 
niva fatta da lei; interrotta, come si può credere, dall'im- 



^ Legale. 

2 Fido domestico. 




mensa agitazione dei si diversi affetti che ambedue ci 
travagliavano. Ma per allora però, il fine di tutto questo 
schiarimento scioglievasi in una felicità per noi inaspet- 
tata e quasi incredibile; poiché, atteso l'inuninente ine- 
vitabil divorzio, io mi trovava nell'impegno (e nuli 'altro 
bramava) di sottentrare ai lacci coniugali ch'ella stava 
per rompere. Ebro di un tal pensiero, quasi non mi ricor- 
dava più punto della mia ferituccia: ma in somma poi, 
alcune ore dopo, visitatomi il braccio in presenza del- 
l'amata donna, si trovò la pelle scalfitta in lungo, e molto 
sangue raggrumato nei pieghi^ della camicia, senz'altro 
danno. Medicato il braccio, ebbi la giovenile curiosità, 
di visitare anche la mia spada, e la trovai, dalle gran ri- 
battiture di colpi fatte dall'avversario, ridotta dai due 
terzi in giù della lama a guisa d'una sega addentellatis- 
sima ; e la conservai poi quasi trofeo per più anni in ap- 
presso. 

Separatomi finalmente in quella notte del martedì 
a.ssai inoltrata dalla mia donna, non volli tornare a casa 
mia senza passare dal marchese Caraccioli, per informarlo 
d'ogni cosa. Ed egli pure, dal modo in cui avea saputo 
il fatto in confuso, mi tenea fermamente i)er ucciso, e 
che fossi rimasto nel parco, che verso la mezz'ora di notte 
suol chiudersi. Come risuscitato dunque mi accolse, ed 
abbracciò caldamente, ed in varj discorsi si passarono 
ancora forse du 'altre ore più della notte; talché arrivai 
a casa quasi al giorno. Corcatomi dopo tante e si strane 
peripezie d'un sol giorno, non ho dormito mai d'un sonno 
più tenace e più dolce. 

CAPITOLO UNDECIMO. 
Disinganno orribile. 

Ecco intanto a puntino come erano veramente acca- 
dute le cose del giorno dianzi. Il fidato mio Elia, avendo 
veduto arrivare quel messaggiero col cavallo fradicio 



^ Nelle pieghe o piegature. 



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Dalla «Vita»; III, ti: 1771 



Dalla «Vita»; IH, 11: 1771 



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di sudore e trafelatissimo, e che tanto e poi tanto gli avea 
raccomandato di farmi avere immediatamente quella 
lettera, era subito uscito per rintracciarmi; e cercatomi 
prima dal principe di Masserano dove mi credeva esser 
ito, poi dal Caraccioli, che abitavano a più miglia di di- 
stanza, avea cosi consumato più ore; finalmente riacco- 
standosi verso casa mia che era in Suffolk strect, vicinis- 
sima aWHaymarkef dov'è il teatro dell'opera italiana, 
gli venne in capo di veder se io ci fossi; benché non lo 
credesse, atteso che avea tuttora il braccio slogato fa- 
sciato al collo. Appena entrato egli al teatro, e chiesto 
di me a quei custodi dei palchi che benissimo mi cono- 
scevano, gli fu detto che un dieci minuti prima era uscito 
con tal persona, che era venuta a cercarmi espressamente 
nel palco dov'io era. iClia sapeva benissimo (benché non 
lo sapesse da me) quel mio disperato amore; onde udito 
appena il nome della persona che mi era venuta a cer- 
care, e combinato la lettera di donde venivaS subito entrò 
in chiaro d'ogni cosa. Allora Elia, sapendo benissimo 
quanto mal destro spadaccino io mi fossi, ed inoltre ve- 
dendomi inq)edito il braccio sinistro, mi reputò anch'egli 
certamente per un uomo morto; e subito corse al Parco 
San Giacomo, ma non essendosi rivolto verso il Green-park, 
non ci rinvenne; intanto annottò; ed egli fu costretto di 
uscir del parco, come ogni altra persona. Non sapendo che 
si fare per venir in chiaro della mia sorte, si avviò verso 
la casa del marito, credendo quivi poter raccapezzare 
qualcosa ; e forse avendo egli azzeccato" cavalli migliori 
al suo fiacre, che non erano stati quelli del marito ; o che 
questi forse in quel frattempo fosse andato in qualch'altro 
luogo; fatto si è, che Elia si combinò di arrivar^ egU nel 
suo fiacre vicino alla porta del marito, nel punto istesso 
in cui esso marito era giunto a casa sua; e l'avea benis- 
simo veduto ritornare colla spada, e slanciarsi in casa, 



' Messo in rapporto quel nome con quella provenienza. 

- Attaccato. 

^ Avvenne per caso che Klia arrivasse. 



I 



e far chiuder la porta subito, ed in aspetto e modi molto 
turbati. Sempre più si confermò Elia nel sospetto, eh egli 
m'avesse ucciso, e non potendo più far altro, era corso 
dal Caraccioli, e gli avea dato conto d. quanto sapeva, 

e di quel che temeva. . . ■ e ^„ 

Io dunque, dopo una sì penosa giornata, rinfrancato 
da molte ore di placidissimo sonno, rimedicate alla meglio 
le mie due ferite, di cui (piella della spada mi dolca pui 
che mai e l'altra sempre meno, subito corsi dalla una 
donna, è vi passai tutto intero .piel giorno. Per via dei 
servitori si andava sentendo <iuello che faceva '1 ma"to, 
la di cui casa, come dissi, era assai vicina di quella della 
cognata, dove abitava per allora la mia donna, h benché 
io riputassi in me stesso ogni nostro guai' terminato col 
prossimo divorzio; e ancorché il padre di lei (persona a 
me già notissima da più anni)^ fosse venuto in quel giorno 
del mercoledì a veder la figlia, e nella di lei disgrazia si 
congratulasse pur seco, che almeno ad uom degno (cosi 
volle' dire) le toccasse di riunirsi in un secondo matri- 
monio ; con tutto ciò io scorgeva una foltissima nul>e su la 
bellissima fronte della mia donna, che un qualche sinistro 
mi vi parca presagire. Ed ella, sempre piangente, e sempre 
protestandomi che mi amava più d ogni cosa; che lo 
scandalo dell'avvenimento suo e il disonore che glie ne 
ridondava nella di lei patria, le venivano largamente 
compensati s'ella potea pur vivere per sempre con me; 
ma ch'ella era più che certa che io non 1 avrei mai presa 
per moglie mia. Questa sua perseverante e stranissima 
asserzione mi disperava' veramente; e sapendo io benis- 
simo ch'ella non mi reputava né mentitore ne «'"'"lato, 
non poteva assolutamente intendere questa sua diffi- 
denza di me. In queste funeste perplessità, che pur troppo 
turbavano ed annichilavano ogni mia soddisfazione del 



1 Cosi nel manoscritto. Come se dicesse: « tutti i nostri guai ». 
» Sir Giorgio Pitt era stato ambasciatore alla corte di Termo, 

' Gli piacque. 

» Metteva alla disperazione. 

Alfieri. II. 



130 



Dalla « Vita »; III, ii: 1771 



Dalla «Vita^; ITI, 11: 1771 



i^i 



vederla liberamente dalla mattina alla sera; ed inoltre 
fra le angustie d'un processo già intavolato, ed assai 
spiacente per chiunque abbia onore e pudore; cosi si 
passarono i tre giorni dal mercoledì a tutto il venerdì, 
finché il venerdì sera insistendo io fortemente per estrarre 
dalla mia donna una qualche più luce nell'orrido enimma 
dei di lei discorsi, delle sue malinconie, e diffidenze; final- 
mente con grave e lungo stento, previo un doloroso 
proemio interrotto da sospiri e singhiozzi amarissimi, 
ella mi veniva dicendo che sapea pur troppo non poter 
essere in conto nessuno omai degna di me; e che io non 
la dovea né poteva né vorrei sposar mai... perchè già 
prima... di amar me... ella avea amato... 

— E chi mai ? soggiungeva io interrompendo con 
impeto. 

— Un Jockey (cioè un palafreniere)... che stava... in 
casa... di mio marito. 

— Ci stava ? e quando ? ( ) Dio, mi sento morire ! Ma 
perchè dirmi tal cosa ? crudel donna ; meglio era uccidermi ! 

Qui m'interrompe ancor essa; e a poco a poco alla 
per fine esce l'intera confessione sozzissima di quel 
])rutto suo amore; di cui sentendo io le dolorose incredi- 
bili particolarità, gelido, immobile, insensato mi rimango 
qual pietra. Quel mio degnissimo rivai precursore stava 
tuttavia in casa del marito in quel punto in cui si parlava; 
egli era stato quello che avea i)rimo spiato gli andamenti 
della amante padrona; egli avea scoperto la mia prima 
gita in villa, e il cavallo lasciato tutta notte nell'albergo 
di campagna; ed egli, con altri di casa, mi avea poi visto 
e conosciuto nella seconda gita fatta in villa la domenica 
sera. Egli finalmente, udito il duello del marito con me, e 
la disperazione di esso di dover far divorzio con una donna 
ch'egli mostrava amar tanto, si era indotto nel giorno 
del giovedì a farsi introdurre presso al padrone, e ])er di- 
singannar lui, vendicar sé stesso, e punire la infida donna 
e il nuovo rivale, quell'amante palafreniere avea spiat- 
tellatamente confessato e individuato' tutta la storia de' 



m 



( 



suoi triennali amori con la padrona, ed esortato avea cal- 
damente il padrone a non si disperar più a lungo per aver 
perduta una tal moglie, il che si dovea anzi recare a ven- 
tura. Queste orribili e crudeli particolarità, le seppi poi 
dopo ; da essa non seppi altro che il fatto, e menomato^ 
quanto più si potea. 

Il mio dolore e furore, le diverse mie risoluzioni, e 
tutte false e tutte funeste e tutte vanissime ch'io andai 
quella sera facend/) e disfacendo, e bestemmiando, e ge- 
mendo e ruggendo, ed in mezzo a tant'ira e dolore amando 
pur sempre perdutamente un così indegno oggetto; non 
si possono tutti questi affetti ritrarre con parole: ed an- 
cora vent'anni dopo mi sento ribollire il sangue pensandovi. 
La lasciai quella sera, dicendole: ch'ella troppo bene 
( mi conosceva nell 'avermi detto e replicato si spesso che 
j io non l'avrei fatta mai mia moglie: e che se io mai fossi 
/ venuto in chiaro di tale infamia dopo averla sposata, 
/ l'avrei certamente uccisa di mia mano, e me stesso forse 
sovr'essa, se pure l'avessi ancor tanto amata in quel 
punto, quanto purtroppo in questo l'amava. Aggiunsi: 
che io pure la dispregiava un po' meno, per l'aver essa 
avuta la lealtà e il coraggio di confessarmi spontaneamente 
tal cosa; che non l'abbandonerei mai come amico, e che 
in qualunque ignorata parte d'Europa o d'America io 
era pronto ad andare con essa e conviverci, purch'essa 
non mi fosse né paresse mai d'esser moglie. 

Cosi lasciatala il venerdì sera, agitato da mille furie 
alzatomi all'alba del sal)ato, e vistomi sul tavolino uno 
di quei tanti foglioni pubblici che usano in Londra, vi 
slancio così a caso i miei occhi, e la i)rima cosa che mi vi 
capita sotto è il mio nome. CAi spalanco, leggo un ben 
lunghetto articolo, in cui tutto il mio accidente è narrato, 
individuato minutamente e con verità, e vi imparo di 
più le funeste e risibili particolarità del rivale palafre- 
niere, di cui leggo il nome', l'età, la figura, e l'ampissima 



* Specificandone tutti i particolari. 



^ Attenuato. 
* John Doe. 



DALI.A «Vita»; IH, 11-2: 1771 



133 



132 



Dalila «Vita»; III, 11: 1771 



confessione da lui stesso fatta al padrone. Io ebbi a cader 
morto ad una tal lettura; ed allora soltanto riacquistando 
la luce della niente, mi avvidi e toccai con mano, che la 
perfida donna mi avea spon/ancafncntc confessato ogni 
cosa dopo che il gazzettiere, in data del venerdì mattina, 
l'avea confessata egli al pubblico. Perdei allora ogni 
freno e misura, corsi a casa sua, dove dopo averla invet- 
tivata* con tutte le ])iù amare furibonde e spregi anti 
espressioni, miste sempre di amore, di dolor mortalissimo, 
e di disperati partiti, ebbi pure la vii debolezza di ritor- 
narvi qualche ore dopo averle giurato ch'ella non mi rive- 
drei)! )e mai j)iù. H tornatovi, mi vi trattenni tutto quel 
giorno: e vi tornai il susseguente, e più altri, finché risol- 
vendosi essa di uscir d'Inghilterra, dove ell'era divenuta 
la favola di tutti, e di andare in TVancia a porsi per alcun 
tempo in un monastero", io l'accompagnai, e si errò in- 
tanto per varie ])rovince dell'Inghilterra per prolungare 
di stare insieme, fremendo io e bestennniando dell'esservi, 
e non me ne potendo ])ure a niun conto se])arare. Colto 
finalmente un istante in cui potè più la vergogna e lo 
sdegno che l'amore, la lasciai in Rochester, di dove essa 
con quella di lei cognata si avviò per Doiwres in Francia, 
ed io me ne tornai a Londra. 

Giungendovi seppi che il marito avea i)roseguito il 
processo divorziale in mio nome, e che in ciò mi avea ac- 
cordata la preferenza sul nostro triumviro terzo, il proprio 
palafreniere; che anzi gli stava ancora in servizio: tanto 
è veramente generosa ed evangelica la gelosia degli In- 
glesi. ]\Ia ed io pure mi debbo non ])oco lodare del proce- 
dere di quell'offeso marito. Non mi volle uccidere, poten- 
dolo verisimilmente fare: né mi volle nuiltare in danari, 
come portano le leggi di quel paese, dove ogni offesa 
ha la sua tariffa, e le corna ve l'hanno altissima^" a segno 



* Fatta sejijno d'iuvettive. 
- Essa, come irlandese, era cattolica. 

' Disse l'Altieri stesso in un epit^ranima (// Misogallo ecc., 
per cura di R. Rknikr, Firenze, 1884, p. 309): 

Tutto a contanti recano i Britanni; 

Le corna stesse, e i maritali danni. 



% 






fsa^. 



^*. 



che s'egli in vece di farmi cacciar la spada mi avesse vo- 
luto faf cacciar la borsa, mi avrebbe impovento o disse- 
tato di molto; perchè tassandosi ^f -mta mpro^or- 
vintif^ del danno egli l'avea ricevuto si grave atteso 
S:retis:e"rato c'h'egli portava alla ^-^^ 
anche l'aggiunta del danno recatogli da palaf emtre, 
che per essere niillatenente non glie l'avrebbe potuto n- 
or "e ch'io tengo per fermo che a --U a zecc^m 
io non ne sarei potuto uscir netto a meno di dieci o dodici 
mi a ècchini. \ forse anche più. Quel bennato e mode- 
rato giovine si comportò duiuiue meco in questo sgrade 
vole affare assai meglio ch'io non aveva meritato M«o- 
seeuitosi in mio nome il processo, la cosa essendo troppo 
pahabne dai molti tcstimonj. e dalle confessioni dei d - 
^^Id personaggi, senza neppure ^ f^ ^^^^^^^ 
menomo impedimento alla mia partenza ^ ;^ ' "^ 't';^ •^' 
seppi poi dopo ch'era stato ratihcato il totale '''^ "Y' °; 
'indiscretamente forse, ma pure a beli m^^ 
voluto sminuzzare in tutti i suoi -^---^'^^:^l^l, 
dinario e per me importante accidente, si l^rche se ne 
fece gran rumore in quel tempo, si perche essendo stata 
quest'i una delle principali occasioni in '^-^ ^^^^^^ 
fatto di ben conoscere e porre alla prova hversamente 
me stesso mi è sembrato che analizzandolo con ver-ta 
e nnutez'za verrei anche a dar luogo a chi v.^esse^>.« 
intimamente conoscermi, di ritrovarne in cpiesto fatto 
un ampissimo mezzo. 

CAPITOLO DUODECIMO. 

Ripreso ii. vi.xnnio in Olanda, 1'-RANCIa, Spagna, Por- 

TOG.M.I.O, K RITORNO IN P.VrRIA. 

Dopo aver sopportata una sì feroce borrasca, non po- 
tenrio più trovar pace finche mi cadeano giornalmente 

'^Inel manoscritto; ma sarebbe da scrivere: « a bella 
posta L'Alfieri ha confuse insieme le due forme: . a posta » 
e « a bella posta ». 



134 



Dalla « Vita »; III, 12: 1771 



Dalla «Vita»; III, 12: 177^ 



135 



sotto gli occhi quei luoghi stessi ed oggetti, mi lasciai 
facilmente persuadere da quei pochi che sentivano una 
qualche amichevole ])ietà del mio violentissimo stato, e 
mi indussi al partire. Lasciai dunque l'Inghilterra verso 
il finir di giugno, e così infermo di animo come io mi sen- 
tiva, ricercando pur (lualche api)oggio, volli dirigere i miei 
primi i)assi verso l'amico D'Acunha in Olanda, (xiunto nel- 
l'Haja, alcune settimane mi trattenni con lui, e non ve- 
deva assolutamente altri che lui solo; ed egli alcun poco 
mi consolava ; ma era profondissima la mia piaga. Sen- 
tendomi dun(|ue di giorno in giorno anzi crescere la ma- 
linconia che scemare, e pensando che il moto macchinale, 
e la divagazione insejxirabile dal mutar luogo continua- 
mente ed oggetti, mi dovrebbero giovare non poco, mi 
rimisi in viaggio alla volta di Spagna; gita, che fin da 
prima mi era ])refisso di fare, essendo (jnel paese quasi 
il solo dell'Europa che mi rimanesse da vedere. Av^via- 
tomi verso Bruxelles per luoghi che rinacerbivano sempre 
più le ferite del mio troppo lacerato cuore, massimamente 
allorché io metteva a confronto quella mia prima fiamma 
olandese con questa seconda inglese, sempre fantasti- 
cando, delirando, piangendo e tacendo, arrivai final- 
mente soletto in Parigi. Né quella immensa città mi 
piacque più in (piesta seconda visita che nella prima; 
né punto né ])oco mi divagò. Ci stetti i)ure circa un mese 
per lasciare sfogare i gran caldi prima d'ingolfarmi nelle 
Spagne ^ In questo mio secondo soggiorno in Parigi avrei 
facilmente potuto vedere ed anche trattare il celebre 
Gian-Ciiacomo Rousseau, per mezzo d'un italiano mio 
conoscente che avea contratto seco una certa familia- 



^ Nella satira / viaggi, II: 

Quivi allacciato in malaccorti amori 
Quasi otto lune io stava ; usato frutto 
Degli oziosi j^iovanili errori. 

Spastojatonii alfin dal vischio brutto, 
Ripij^lio il voi : Hatavi e Belgi e Senna 
Tocco e rivarco e lascio, a ciglio asciutto: 

E la noia più sempre ali m' impenna. 









rità e dicea di andar egli molto a genio al suddetto 
Rousseau Quest'itaUano mi ci volea assolutamente in- 
trodurre, entrandomi mallevadore che ci saremmo scam- 
bievolmente piaciuti l'un l'altro, Rousseau ed 10. Ancorché 
io avessi infinita stima del Rousseau, più assai per il 
suo carattere puro ed intero e per la di lui sublime e 
indipendente condotta, che non pe' suoi libri, di cm que 
pochi che avea potuti pur leggere mi aveano piuttosto 
tediato come figli di aftettazione e di stento; con tutto 
ciò non essendo io per mia natura molto curioso ne 
punto sofferente, e con tanto minori ragiom sentendomi 
in cuore tanto più orgoglio e inflessibilità di Im ; non mi 
volli piegar mai a quella dubbia presentazione ad un 
uomo superbo e bisbetico, da cui se mai avessi ricevuta 
una mezza scortesia glie n'avrei restituite dieci, perche 
sempre cosi ho operato per istinto ed impeto di natura, 
di rendere con usura si il male che il bene. Onde non se 

ne fece altro. 

Ma in vece del Rousseau, intavolai bensì allora una 
conoscenza per me assai più importante con sei o otto dei 
primi uomini dell'Italia e del mondo. Comprai m I angi 
una raccolta dei principali poeti e prosatori italiam in 
36 volumi di picciol sesto, e di graziosa stampa, dei quali 
neppur uno me ne trovava aver meco dopo cpiei due anni 
• del secondo mio viaggio. K questi illustri maestri mi ac- 
compagnarono poi sempre da allora in poi dappertutto ; 
benché in quei primi due o tre anni non ne facessi a dir 
vero grand'uso. Certo che allora comprai la raccolta 
più per averla che non per leggerla, non mi sentendo nes- 
suna né voglia né possibilità di applicar la mente in nulla. 
E quanto alla lingua italiana, sempre più m'era uscita 
dall'anima e dall'incendimeiito, a tal segno, che ogni 
qualunque autore sopra' il IVIetastasio mi dava molto im- 
broglio ad intenderlo. Tuttavia, cosi per ozio e per noia, 
squadernando alla sfuggita que' miei ^6 volumetti, mi 
maravigliai del gran numero di rimatori che m com- 



1 



) 



1 Che non fosse; o anche: meno facile. 



136 



Dalla «Vita»; III, 12: 1771 



pagnia dei nostri quattro sommi poeti erano stati collo- 
cati a far numero: gente, di cui (tanta era la mia igno- 
ranza) io non avea mai neppure udito il nome: ed erano 
un Torracchione, un M or gante, im Ricciardetto, un Orlan- 
dino, un MalmanfilL'\ e che so io; poemi, dei quali 
molti anni dopo deplorai la triviale facilità, e la fasti- 
diosa abondanza. Ma carissima mi riusci la mia nuova 
compra, poiché mi misi d'allora in poi in casa per sempre 
que' sei luminari della lingua nostra, in cui tutto c'è: 
dico Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Boccaccio e Ma- 
chiavelli; e di cui (pur troppo per mia disgrazia e ver- 
gogna) io era giunto all'età di circa ventidue anni senza 
averne punto mai letto, toltone alcuni squarci dell'Ariosto 
nella mia j)rima adolescenza essendo in Accademia, come 
mi pare di aver detto a suo luogo. 

Munito in tal guisa di (piesti possenti scudi contro 
l'ozio e la noia (ma invano, poiché sempre ozioso e noioso 
altrui e a me stesso rimanevami), partii per la Spagna 
verso il mezzo agosto. E per Orleans, Tonrs, Poitiers, 
Bordeaux e Toidoiise, attraversata senza occhi la più 
bella e ridente parte della Francia, entrai in Ispagna 
per la via di PerjMgnano^ ; e Barcellona fu la prima città 
dove mi volli ak^uanto trattenere da Parigi in poi. In 
tutto questo hmgo tratto di viaggio non facendo per lo 
più altro che i)iangere tra me e me soletto in carrozza, 
ovvero a cavallo, di (piando in quando andava pur ripi- 
gliando alcun tometto del mio Montaigne, U quale da 
più di un anno non avea più guardato in viso. Questa 



* // Torracchioìie desolato, poema eroi -comico di Bartolomeo 
Corsini; il Morgante del Pulci; il' I^i ce iardelto di Niccolò Forte- 
giierri; l'Orlandino di Teofilo Folenj^o; // Malmantile riacquistato 
di Lorenzo Lippi. 

2 Nella satira / viaggi, II: 

Scendo con Lora: indi Oaronna io salgo, 
Che Spagna esser mi de' l'ultima strenna. 

Di Bordella e Tolosa non mi valgo, 
Se non come di ponti; e son già dove 
La prima rocca degl' Ibèri assalgo. 



Dalla «Vita»; III, 12: 1771 



137 



lettura spezzata mi andava restituendo un pocolino di 
senno e di coraggio, ed una qualche consolazione anche 

me la dava. 

Alcuni giorni dopo essere arrivato a Barcellona, sic- 
come i miei cavalli inglesi erano rimasti in Inghilterra, 
venduti tutti, fuorché il bellissimo lasciato in custodia 
al marchese Caraccioli; e siccome io senza cavalh non son 
neppur mezzo, subito comprai due cavalli, di cm uno d'An- 
dalusia della razza dei Certosini di Xerez, stupendo am- 
male castagno d'oro; l'altro un Hacìia cordovese, più 
piccolo, ma eccellente, e spiritosissimo. Dacché era nato, 
sempre avea desiderato cavalli di Spagna, che difficil- 
mente si possono estrarre: onde non mi parca vero di 
averne due sì belli ; e questi mi sollevavano assai più che 
Montaigne. E su questi io disegnava di fare tutto il mio 
viaggio di vSpagna. dovendo la carrozza andare a corte 
giornate a passo di mula, stante che posta per le carrozze 
non v'é stabilita, né vi potrebbe essere, attese le pessime 
strade di tutto quel regno affricanissimo.^ Qualche indi- 
sposizionuccia avendomi costretto di soggiornare 111 Bar- 
cellona sino ai primi di novembre, in quel frattempo 
col mezzo di una grammatica e vocabolario spagnuolo 
mi era messo da me a leggicchiare quella bellissima 
lingua che riesce facile a noi italiani ; ed in fatti tanto 
leegev'a il Don Quixote, e bastantemente lo intendeva e 
gustava: ma in ciò molto mi riusciva di aiuto l'averlo 
già altre volte letto in francese. 

Postomi in via per Saragozza e Madrid, mi andava 
a poco a poco avvezzando a quel nuovissimo modo di 
viaggiare per quei deserti ; dove chi non ha molta gioventù, 
salute danari e pazienza, non ci può resistere. Pure 10 



1 Nella satira / viaggi, II: 

Ben dico, assalgo; nò a ciò dir mi muove 
La scarsa rima: ell'è guerriera impresa 
Teregrinar, dov' ogni ostacol trove, 

Senz'agio alcuno, e triplicar la spesa: 
Per esser tutto strada, strada niuna: 
Tale Arabia in Europa assai pur pesa. 



138 



Dalila «Vita»; III, 12: 1771 



Baiala «Vita)); III, 12: 1771 



139 



mi vi feci^ in quei quindici giorni di viaggio sino a Madrid, 
in maniera che poi mi tediava assai meno l'andare, che 
il soggiornare in qualunque di quelle semibarbare città: 
ma per me l'andare era sempre il massimo dei piaceri, 
e lo stare, il massimo degli sforzi ; così volendo la mia 
irrequieta indole. Quasi tutta la strada soleva farla a 
piedi col mio bell'andaluso accanto, che mi accompagnava 
come un fedelissimo cane, e ce la discorrevamo fra noi 
due; ed era il mio gran gusto d'essere solo con lui in quei 
vasti deserti dell'Arragona; perciò sempre facea prece- 
dere la mia gente col legno e le nmle, ed io seguitava di 
lontano. Elia frattanto sovra un muletto andava con lo 
schioppo a dritta e sinistra della strada cacciando e 
tirando" conigli, lepri ed uccelli, che quelli sono gli abi- 
tatori della Spagna; e ])recedendomi poi di ({ualch'ora, 
mi facea trovare di che sfamarmi alla posata' del mezzo- 
giorno, e cosi a quella della sera. 

Disgrazia mia (ma forse fortuna d'altri) che io in quel 
tempo non avessi nessunissimo mezzo né possibilità 
oramai di stendere in versi i miei diversi pensieri ed 
affetti : che in quelle solitudini e moto continuato avrei 
versato un diluvio di rime: infinite essendo le riflessioni 
malinconiche e morali, come anche le imagini e terribili, 
e liete, e miste, e pazze, che mi si andavano affacciando 
alla mente. Ma non ]:)ossedendo io allora nessuna lingua, 
e non mi sognando neppure di dovere né ])oter mai scri- 
vere nessuna cosa né in prosa né in versi, io mi contentava 
di ruminar fra me stesso, e di piangere alle volte dirotta- 
mente senza saper di che, e nello stesso modo di ridere: 
due cose che se non sono poi seguitate da scritto nessuno, 
son tenute per mera pazzia, e lo sono; se partoriscono 
scritti, si chiamano poesia, e lo sono. 

In questo modo me la i)assai in (juel primo viaggio 
sino a Madrid; e tanto era il genio che era andato pren- 



* Assuefeci. 

^ Tirando a. 

' In ispagnuolo posada è l'albergo, l'osteria. 






dendo per quella vita di zingaro, che subito in Madrid 
mi tediai, e non mi vi trattenni che a stento un mesetto^ ; 
né ci trattai né conobbivi anima al mondo, eccetto un 
oriuolajo, giovine spagnuolo che tornava allora di Olanda, 
dove era andato per l'arte sua. Questo giovinetto era 
pieno d'ingegno naturale, ed avendo un pocolino visto 
il mondo, si mostrava meco addoloratissimo di tutte le 
tante e si diverse barbarie che ingombravano la di lui 
patria. E qui narrerò brevemente una mia pazza bestia- 
lità che mi accadde di fare contro il mio Elia, trovando- 
visi in terzo codesto giovine spagnuolo. Una sera che 
questo oriuolajo avea cenato meco, e che ancora si stava 
discorrendo a tavola dopo cenati% entrò Elia per ravviarmi 
al solito i capelli per poi andarcene tutti a letto; e nello 
stringere col compasso una ciocca di capelli, me ne tirò 
un pochino più l'uno che l'altro. Io, senza dirgli parola, 
balzato in piedi più ratto che folgore, di un man rovescio 
con uno dei candelieri ch'avea impugnato glie ne menai 
un così fiero colpo su la tempia diritta, che il sangue zam- 
pillò ad un tratto come da una fonte sin sopra il viso 
e tutta la persona di quel giovine, che mi stava seduto 
in faccia dall'altra parte di quella assai ben larga tavola 
dove si era cenati. Quel giovane, che mi credè (con ra- 
gione) impazzito subitamente, non avendo osservato né 
potendosi dubitare che un capello tirato avesse cagionato 
quel mio improvviso furore, saltò subito su egli pure 
come per tenermi. Ma già in quel frattempo l'animoso 
ed offeso e fieramente ferito Elia, mi era saltato addosso 
per picchiarmi; e ben fece. Ma io allora snellissimo gli 
scivolai di sotto, ed era già saltato su la mia spada che 



* Nella satira I viaggi, II: 

E quanto inoltri più, più il suol s'impruna: 
Arragona, peggior di Catalogna: 
Finché il peggio del pessimo si aduna 

lyà, dove il bel Madrid non si vergogna 
Di metropolizzare in un deserto 
Che a fiere albergo dare in vista agogna. 

2 Dopo d'aver noi cenato. 



140 



Dalila «Vita»; III, 12: 1771 



stava in camera posata su un cassettone, ed avea avuto 
il tempo di sfoderarla. Ma Elia inferocito mi tornava 
incontro, ed io glie l'appuntava al petto; e lo Spagnuolo 
a rattenere ora Elia, ed or me; e tutta la locanda a ro- 
more; e i camerieri saliti, e cosi separata la zuffa tragi- 
comica e scandalosissima per parte mia. Ra]3i)aciati 
alquanto gli animi, si entrò negli schiarimenti; io dissi 
che l'essermi sentito tirar i capelli mi avea messo fuor 
di me; Elia disse di non essersene avvisto neppure; e 
lo Spagnuolo appurò ch'io non era impazzito, ma che pure 
savissimo non era. Cosi finì quella orribile rissa, di cui 
io rimasi dolentissimo e vergognosissimo, e dissi ad Elia 
ch'egli avrebbe fatto benissimo ad annnazzarmi. Ed era 
uomo da farlo; essendo egli di statura quasi un palmo 
più di me che sono altissimo; e di coraggio e forza niente 
inferiore all'aspetto. I^a piaga della tempia non fu pro- 
fonda, ma sanguinò moltissimo, e poco più in su che 
l'avessi colto, io mi trovava aver ucciso un uomo che 
amavo moltissimo, per via d'un capello più o meno ti- 
rato. Inorridii molto di un così bestiale eccesso di collera; 
e benché vedessi I\lia akiuanto i)lacato. ma non rasse- 
renato meco, non volli i)ure uè mostrare ne nutrire diffi- 
denza alcuna di lui; e un par d'ore dopo, fasciata che fu 
la ferita, e rimessa in sesto ogni cosa me n'andai a letto, 
lasciando la porticina che metteva in camera di Elia, 
aderente alla mia, ai)erta al solito, e senza voler ascol- 
tare lo Spagnuolo che mi avvertiva di non invitare così 
un uomo offeso e irritato di fresco ad una (pialche ven- 
detta. Ma io anzi dissi forte ad Ivlia che era già stato posto 
a letto, che egli poteva volendo uccidermi quella notte 
se ciò gli tornava comodo, poiché io lo meritava. Ma egli 
era eroe per lo meno quanto me; uè altra vendetta mai 
volle prendere, che di conservare poi sempre due fazzo- 
letti pieni zeppi di sangue, coi quali s'era rasciutta da 
prima la fumante piaga; e di ])oi mostrarmeli qualche 
volta, che li serbò per degli anni ben molti. Questo reci- 
proco misto di ferocia e di generosità per parte di entrambi 
noi, non si potrà facilmente capire da chi non ha espe- 
rienza dei costumi e del sangue di noi Piemontesi. 



Dalla «Vita»; III, 12: 1771 



141 



Io, nel rendere poi dopo ragione a me stesso del mio 
orribile trasporto, fui chiaramente convinto, che ag- 
giunta all'eccessivo irascibile della natura mia l'asprezza 
occasionata dalla continua solitudine ed ozio, quella 
tiratura di capello avea colmato il vaso, e fattolo in quel- 
l'attimo traboccare. Del resto io non ho mai battuto nes- 
suno che mi servisse se non se come avrei fatto un mio 
eguale; e non mai con bastone né altr'arme, ma con pugni, 
o seggiole, o qualunque altra cosa mi fosse caduta sotto 
la mano, come accade quando da giovine altri, provocan- 
doti, ti sforza a menar le mani. Ma nelle pochissime volte 
che tal cosa mi avvenne, avrei sempre approvato e sti- 
mato {{uci servi che mi avessero risalutato con lo stesso 
picchiare: atteso che io non intendeva di battere il servo 
come padrone, ma di altercare da uomo ad uonio^ 

Vivendo così come orso, terminai il mio breve sog- 
giorno in Madrid, dove non vidi nessunissima delle non 
molte cose che poteano eccitare qualche curiosità; né 
il palazzo di^W'Escurial famosissimo, né Aranjuez", né il 



* Gaetano l*olidori, che fu segretario dell'Alfieri, narra che 
una volta, a Colmar, avendogli egli data la prova che un ser- 
vitore aveva mentito, l'Alfieri, fattosi venire innanzi il bugiardo, 
« lo prese pel collo, e gli dette tale scossa che lo fece cadere 
in terra, dicendogli male e meritate parole ». Un'altra volta, 
a Parigi, « avendo il cocchiere tardato qualche tempo a venirlo 
a prendere dove era fissato, l'Alfieri diede mano al bastone, e 
mahnenò di modo il servo, che molta gente gli si radunò in- 
torno minacciosa nella rue de Suraine, ed egli se la svignò di 
mezzo alla folla, della quale in quei tempi non era prudente 
sfidar l'ira ». Cfr. D'Ancona, Un segretario dell' Alfieri, nel 
voi. Varietà storiche e letterarie, Milano, Treves, 1883, s. I, 
p. 157 e 179-80. 

2 II Baretti, nel Viaggio da Londra a Genova, voi. II, dopo 
aver descritta minutamente questa dimora reale, conclude: 
« Ho veduti in vita mia dei luoghi deliziosi, ma non ne ho 
veduto uno si delizioso come il palazzo e i giardini di Aranjuez. 
Un poeta direbbe che qui Venere e Amore chiamarono a con- 
siglio Catullo e il Petrarca per costruire un albergo campestre 



142 



Dalla « Vita »; III, 12: 1771 



palazzo pure del re in Madrid, non che vedervi il padrone 
di esso. E cagione principale di questa straordinaria sal- 
vatichezza fu, l'essere io mezzo guasto col nostro amba- 
sciator di Sardegna; ch'io avea conosciuto in Londra 
dal primo viaggio ch'io ci avea fatto nel 1768, dove egli 
era allora ministro, e non c'èramo niente piaciuti l'un 
l'altro. Nell'arrivare io a Madrid, saputo ch'egli era con 
la corte in una di quelle ville reali, colsi subito il tempo 
ch'egli non v'era, e lasciai il polizzino di visita con una 
commendatizia della segreteria di vStato che avea recato 
meco com'è d'uso. Tornato egli in Madrid fu da me, 
non mi trovò; né io più mai cercai di lui, né egli di me. 
E tutto questo non contribuiva forse poco a sempre 
più innasprire il mio già bastantemente insoave ed irto 
carattere. Lasciai dunc^ue Madrid verso i primi del di- 
cembre, e per Toledo, e Badajoz, mi avviai a passo a passo 
verso Lisbona, dove dopo circa 20 giorni di viaggio 
arrivai la vigilia del Natale. 

Lo spettacolo di (piella città la (piale a chi vi approda, 
come io, da oltre il Tago, si presenta in aspetto teatrale 
e magnifico quasi quanto quello di Genova, con maggiore 
estensione e varietà, mi rapi veramente, massime in una 
certa distanza. La maraviglia poi e il diletto andavano 
scemando all'approssimar della ripa, e intieramente poi 
mi si trasmutavano in oggetto di tristezza e S(|uallore 
allo sbarcare fra certe strade, intercisole di nmriccie ' 
avanzi del terremoto, accatastate e spartite, allineate a 
guisa di isole di abitati edifizi. l\ di cotali strade se ne 
vedevano ancora moltissime nella parte bassa della città, 
benché fossero già oramai trascorsi 15 anni dopo quella 
funesta catastrofe ". 



degno di Psiche, di Lesbia, di Laura, o di qualche infanta spa- 
gnuola ». 

^ Mucchi di sassi. 

" Il Baretti, descrivendo nel 1760 .< le rovine del memorando 
terremoto > di cinque anni innanzi, aggiunge: « Per una strada 
che è lunga più di tre migha, e che era la principale della 



Dalla « Vita »; III, 12: 1772 



143 



Quel mio breve soggiorno in Lisbona di circa cinque 
settimane, sarà per me un'epoca sempre memorabile e 
cara, per avervi io imparato a conoscere l'abate Tommaso 
di Caluso, fratello minore del conte Valperga di Masino, 
allora nostro ministro in Portogallo. Quest'uomo, raro 
per l'indole, i costumi e la dottrina, mi rendè delizioso 
codesto soggiorno, a segno che, oltre al vederlo per lo 
più ogni mattina a pranzo dal fratello, anche le lunghe 
serate dell'inverno io preferiva x^ure di passarmele intere 
da solo a solo con lui, piuttosto che correre attorno pe' 
divertimenti sciocchissimi del gran mondo. Con esso io 
imparava sempre qualche cosa; e tanta era la di lui bontà 
e tolleranza, che egli sapea per cosi dire alleggerirmi la 
vergogna ed il peso della mia ignoranza estrema, la quale 
tanto più fastidiosa e stomachevole gli dov-ea pur com- 
parire, quanto maggiore ed immenso era in esso il sapere. 
Cosa, che non mi essendo fin allora accaduta con nessuno 
dei non molti letterati ch'io avessi dovuti trattare, me 
li avea fatti tutti prendere a noia. E ben dovea essere 
così, non essendo in me niente minore l'orgoglio, che 
l'ignoranza. Ini in una di quelle dolcissime serate, ch'io 
provai nel più intimo della mente e del cuore un impeto 
veramente febeo, di rapimento entusiastico per l'arte 
della poesia; il quale pure non fu che un brevissimo 
lampo, che immediatamente si tornò a spegnere, e dormi 
poi sotto cenere ancora degli anni ben molti. Il degnis- 
simo e compiacentissimo abate mi stava leggendo (piella 
grandiosa ode del Guidi alla P'ortuna; poeta, di cui sino 
a quel giorno io non avea neppur mai udito il nome. 
Alcune stanze di quella canzone, e specialmente la bel- 
lissima (U Pomi)eo, mi trasportarono a un segno indi- 
cibile ^ talché il buon abate si persuase e mi disse che io 



città, non vedi altro che masse immense di calce, di sassi e di 
mattoni accumulati dal caso ». Lettere familiari, XIV. 

* u Emulo impotente di Pindaro », giudica con più maturo e 
fine criterio il Leopardi [Pensieri ecc., I, ii6), « il Guidi cercò 
la grandezza..., ma gli mancò la forza sufficiente di fantasia; 



144 



Dalla «Vita»; III, 12: 1772 



Dalla «Vita»; III, 12: 1772 



145 



era nato per far dei versi, e che avrei potuto, studiando, 
pervenire a farne degli ottimi. Ma io, passato quel mo- 
mentaneo furore, trovandomi cosi irrugginite tutte le 
facoltà della mente, non la credei oramai cosa possibile, 
e non ci pensai altrimenti. 

Intanto l'amicizia e la soave compagnia di quell'uomo 
unico, che è un Montaigne viv^o, mi giovò assaissimo a 
riassestarmi un poco l'animo; onde, ancorché non mi 
sentissi del tutto guarito, mi riavvezzai pure a poco a 
poco a legicchiare, e riflettere, assai j)iù che non avessi 
ciò fatto da circa diciotto mesi. Quanto poi alla città di 
Lisbona, dove non mi sarei trattenuto neppur dieci giorni 
se non vi fosse stato l'Abate, nulla me ne piacque fuorché 
in generale le donne, nelle quali veramente abonda il 
lubricits adspici di Orazio *. Ma, essendomi ridivenuta 
mille volte più cara la salute dell'animo che quella del 
corpo, io mi studiai e riuscii di sfuggire sempre le oneste. 

Verso i primi di febbraio partii alla volta di vSi viglia 
e di Cadice; né portai meco altra cosa di Lisbona, se non 
se una stima ed amicizia somma pel su detto abate di 
Caluso, ch'io sperava di riveder poi, quando che fosse, in 
Torino. Di Siviglia me ne andò a genio il bel clima, e 
la faccia originalissima spagnuolissima che tuttavia con- 
servavasi codesta città sovra ogni altra del regno. Ed io 



né in lui trovo nessuna novità se non per rispetto al suo se- 
colo, avendo sfuggito, benché non affatto, le seicentisterie. 
Nndo intierissimamente d'affetto, in verità non si può dire che 
abbia disuguaglianze, perche tutte quante le sue canzoni sono 
coperte si può dire ugualmente di uno strato di perfetta e 
formale mediocrità e freddezza ». Ma forse sull'Alfieri fece forza 
il ricordo, nella stanza di Pompeo, del « ferro che de' Cesari le 
membra Cominciò a violar per man di Bruto >. 
* HORAT. Od. I, 19: 

Urit me Glycerae nitor 
Splendentis parlo marmare purins; 

Urit grata protervitas, 
Et vultiis nimium lubricus adspici. 






sempre ho preferito originale anche tristo ad ottima copia. 
La nazione spagnuola, e la portoghese, sono in fatti 
quasi oramai le sole di Europa che conservino i loro co- 
stumi, specialmente nel basso e medio ceto. E benché il 
buono vi sia quasi naufrago in un mare di storture di 
ogni genere che vi predominano, io credo tuttavia quel 
popolo una eccellente materia prima per potersi addirizzar 
facilmente ad operar cose grandi, massimamente in virtù 
militare; avendone essi in sovrano grado tutti gli ele- 
menti: coraggio, perseveranza, onore, sobrietà, obbe- 
dienza, pazienza, ed altezza d'animo. 

In Cadice terminai il carnevale bastantemente lieto. 
Ma mi avvidi alcuni giorni dopo esserne partito alla volta 
di Cordova, che riportato n'avea meco delle memorie 
gaditane \ che alcun tenij^o mi durerebbero. Quelle ferite 
poco gloriose mi amareggiarono assai quel lunghissimo 
viaggio da Cadice a Torino, ch'io intrapresi di fare d'un 
sol fiato cosi ad oncia ad oncia per tutta la limghezza 
della Spagna sino ai confini di Francia, di dove già v'era 
entrato. Ma pure a forza di rol)Ustezza, ostinazione e 
sofferenza, cavalcando, sfangando a piedi, e strapazzan- 
domi d'ogni maniera, arrivai, assai mal concio a dir vero, 
a Perpignano, di dove poi continuando per le poste 
ebbi a softrir molto meno. In quel gran tratto di terra 
i due soli luoghi che mi diedero una qualche soddisfazione, 
furono Cordova e Valenza: massimamente poi tutto il 
regno di Valenza, che misurai per lo limgo sul finir di 
marzo, ed era pertutto una i)rimavera tepida e delizio- 
sissima, di quelle veramente descritte dai poeti. Le adia- 
cenze poi e i passeggi, e le limpide ac(iue, e la posizione 
locale della città di Valenza, e il bellissimo azzurro del 
di lei cielo, e un non so che di elastico ed amoroso nel- 
l'atmosfera; e donne i di cui occhi protervi mi faceano 
bestemmiare le gaditane; e un tutto in somma si fatto 
mi si appresentò in (piel favoloso paese, che nessun'altra 



* Di Cadice, l'antica Gades. 
Alfieri. II. 



IO 



146 



Dalla «Vita»; III, 12: 1772 



Dalla «Vita»; III, 12: 1772 



147 



terra mi ha lasciato un tale desiderio di sé, né mi si riaf- 
faccia si spesso alla fantasia quanto codesta ^ 

Giunto per la via di Tortosa una seconda volta in 
Barcellona", e tediatissimo del viaggiare a cosi lento passo, 
feci il gran distacco dal mio bellissimo cavallo andaluso, 
che per essere molto affaticato da quest'ultimo viaggio 
di trenta e più giorni consecutivi da Cadice a Barcellona, 
non Io volea strapazzar maggiormente col farmelo trottar 
dietro il legno (piando sarei partito per Perpignano a 
marcia duplicata. L'altro mio cavallo, il cordovesino, 
essendomisi azzoppito fra Cordova e \'alenza, piuttosto 
che trattenermi due giorni che forse si sarebbe riavuto, 
lo avea regalato alle figlie di una ostessa molto belline, 
raccomandandolo che se lo curavano e gli davano un po' 
di riposo, rinsanito lo venderebbero benissimo; né mai 
più ne seppi altro. Quest'ultimo dunque rimastomi, non 
lo volendo io vendere, perchè sono per natura nemicis- 
simo del vendere, lo regalai ad un banchiere francese do- 
miciliato in Barcellona, già mio conoscente sin dalla mia 
prima dimora in codesta città, li qui, per definire e di- 
mostrare quel che sia il cuore di un ])ubblicano\ aggiun- 
gerò una particolarità. Essendomi rimaste di più forse 
un trecento doppie d'oro di Spagna, che attese le severe 
perquisizioni che si faimo alle dogane di frontiera al- 
l'uscire di Spagna, diflìcilmente forse le avrei potute 



^ Nella satira I viaggi, II: 

(ila la moresca Cordova ho da fronte; 
Poi del terrestre suo bel paradiso 
Mi fa Valenza le delizie eonte. 
^ Nella satira / viaggi, II : 

Poi per Tortosa, là dond'io diviso 
Di Baroellona uscii se' mesi innanzi, 
Torno; e dal patrio amor ho il cor conquiso, 
^ Veramente publicanus era il gabelliere o esattore dei tri- 
buti; ma qui è detto pubblicano un banchiere, con quello scherno 
che risulta anche dai Vangeli, dove i publicuni sono appaiati 
o alle meretrices (MaTT. XXI, 31 e t^z) o ai pagani (XVIII, 17), 
e dove è detto a proposito del Battista (XI, 19) : « Ecce homo 
vorax et potator vini, publicanoriim et peccatonim amiciis ». 



estrarre ^ esssndo cosa proibita ; richiesi al su detto ban- 
chiere, dopo avergli regalato il cavallo, che mi desse una 
cambiale di codesta somma pagabile a vista in Monpel- 
lieri di dove mi toccava passare. Ed egli, per testificarmi 
la sua gratitudine, ricevute le mie doppie sonanti, mi 
concepì la cambiale in tutto quel massimo rigore di cambio 
che facea in quella settimana; talché poi a Monpellicri 
riscotendo la somma in luigi, mi trovai aver meno circa 
il sette per cento di (piello ch'io avrei ricavato se vi avessi 
portate e scambiate le mie doppie effettive. Ma io non 
avea neppur bisogno di aver provato questa cortesia 
banchieresca per fissare la mia oi)inione su codesta classe 
di gente, che sempre mi è sembrata l'una delle i)iù vili 
e |:>essinie del mondo sociale; e ciò tanto più, quanto essi 
si van mascherando da signori, e mentre vi danno un 
lauto pranzo in casa loro per fasto, vi s])ogliano per uso 
d'arte al lor banco; e semi)re ])oi sono pronti ad impin- 
guarsi delle calamità pubì)liche\ A frettain furia, facendo 
con danari bastonare le tardissime nude, mi portai duntpie 



* Portare con me oltre il confine. 

"^ L'odio dell'Alfieri contro la mala genia culmina nella sa 
tira // Commercio, dove esce a dire: 

Ma in cotai sudiciumi ornai mi stracco. 
Io tronco il nodo, e dico in un sol motto 
Che il Commercio è mestiero da vigliacco; 

Ch'ogni virtude, ogni l)ontà tien sotto; 
Ch'ei fa insolenti i pessimi; e i legami 
Tutti tra l'uom più sacrosanti ha rotto. 

Nei mercanteschi cuor, veri letami, 
Non v'ha né Dio né onore nò parenti 
Che bastin contro le ingordigie infami; 

Ne patria v'ha; che abbiani gli esempi a centi 
Di mercanti, che vendon di soppiatto 
Lv palle e polve e viveri e stronienti 

Micidi'ah a chi pur vuol disfatto 
Lo Stato loro e in viva guerra uccide 
I lor fratelH e figli a l^rando tratto. 

Il vendi-sangue intanto imborsa, e ride; 
Ch'ei, quanto vile, stupido, non scerne 
Che avrà sua borsa chi il suo suol conquide. 



148 



D.\TJA «Vita»; ITI, 12: 1772 



Dalla «Vita»; III, 13: 1772 



149 



in due giorni soli di Barcellona a Perpignano, dove ce 
n'avea impiegati quattro al venire. E la fretta poi nn 
era si fattamente rientrata addosso, che di Perpignano 
in Antiho volando per le poste, non mi trattenni mai, ne 
in Narbona, ne in Monpellieri, né in Aix. Ed in Antibo 
subito imì)arcatomi per (Venova, dove solo per riposarmi 
soggiornai tre giorni, di lì mi restituiva in patria, due altri 
giorni trattenendomi presso mia madre in Asti; e ([Uindi, 
dopo tre anni di assenza, in Torino, dove giunsi il di 
quinto di maggio dell'anno 1772^ Nel passare di Mon- 
pellieri io avea consultato un chirurgo di alto grido, su 
i miei incomodi incettati in Cadice. Costui mi ci volea 
far trattenere; ma io, fidandomi aUiuanto su l'esperienza 
che avea oramai contratta di simili incomo(U, e sul pa- 
rere del mio lUia, che di (lueste cose intendeva benissimo, 
e mi avea già altre volte perfettamente guarito in Ger- 
mania, ed altrove; senza dar retta all'ingordo chirurgo 
di .Monpellieri. avea proseguito, come dissi, il mio viaggio 
rapidissimamente. Ma lo strapazzo stesso di due mesi di 
viaggio avea molto aggravato il male. ( )nde al mio arrivo 
in ì\)rino. scudo assai mal ridotto, ebbi che fare (luasi 
tutta l'estate per rimettermi in salute. K ([uesto fu il 
l)riucipal frutto dei tre anni di ({Uesto secondo mio viaggio. 



' Nella .satira I viaggi, II : 

Xarboti.i e M()iip:'lier. se tu vuoi, vedi: 
Io per me chiulo .n^li ocelli, e corro; e al lido 
Scendo, da cui vedrò l'Itale sedi. 

(;ià mi saetta Antibo in ver l'iufido 
Lii^ure, a .sa/.ietà visto e rivisto, 
DoiKl'io mi spicco verso il patrio nido: 

Ch'io men l'ho a schifo, da che pur meu tristo 
A par dei Tacsoni e Taesotti 
Mei fa di esperien/a il duro acquisto. 

Dal oor.so trieutiul uojati. e rotti 
Ripatrianimo al fin. volente Iddio. 
Deirivuropa (piauf è chiariti e dotti 

Del pari, e il Lei^uo, e il Ser liaule. ed Io. 






11 



CAPITOLO DECIMOTEKZO. 

Poco DOPO IvSSKRK RIMPATRIATO, INCAPPO NELLA TKRZA 
RETE AMOROSA. PRIMI TENTATIVI DI POESIA. 

Ma ì)enchè agli occhi dei più, ed anche ai miei, nessun 
buon frutto avessi riportato da quei cinque anni di viaggi, 
mi si erano con tutto ciò assai allargate le idee, e retti- 
ficato non poco il pensare; talché, quando il mio cognato 
mi volle riparlare d'impieghi diplomatici che avrei do- 
vuto sollecitare, io gli risposi: Che avendo veduti un po- 
chino da presso ed i re, e coloro che gli rappresentano, 
e non li potendo stimare un jota nessuni, 10 non avrei 
voluto rappresentare uè anche il (^ran Mogol, non che 
prendessi mai a rappresentare il l)iù piccolo di tutti 1 re 
dell'Europa, (lual era il nostro: e che non rimaneva altro 
compenso a chi si trovava nato in simili paesi, se non se 
di camparvi del suo, aveudovelo, e d'impiegarsi da se 
in una qualche lodevole occupazione sotto gli auspici 
favorevolissimi sempre della beata indipendenza. Questi 
miei detti fecero torcere moltissimo il muso a (luell ot- 
timo uomo che trovavasi essere uno dei gentiluomini 
di camera del re; uè mai più avendomi egli parlato di 
ciò io pure sempre più mi confermai nel mio proposito, 
'lo mi trovava allora in età di ventitré anm ; bastan- 
temente ricco, pel mio paese; libero, (luanto vi si può 
essere- esperto. l)enchè così alla peggio, delle cose e mo- 
rali e 'politiche, per aver veduti successivamente tanti 
diversi paesi e tanti uomini; pensatore, più assai che non 
lo comportasse quell'età; e presumente ^ anche più che 
ignorante. Con cpiesti dati mi rimaneano necessariamente 
da farsi molti altri errori, prima che dovessi inir ritro- 
vare un (lualche lodevole ed utile sfogo al l)ollore del imo 
impetuoso intollerante e superbo carattere. 

In fine di quell'anno del mio ripatriamento, provvi- 



^ Presuntuoso. 



150 



Dalila «Vita»; III, 13: 1773 



Dalila « Vita »; III, 13: i773 



151 



stami in Torino una magnifica casa posta su la piazza 
bellissima di San Carlo, e ammobiliatala con lusso e 
gusto e singolarità, mi posi a far vita di gaudente con gli 
amici, che allora me ne ritrovai averne a dovizia. Gli an- 
tichi miei compagni d'accademia, e di tutte quelle prime 
scai)ataggini di gioventù, furono di nuovo i miei intimi; 
e tra quelH, forse un dodici e ])iù di ])ersone, stringendoci 
più assiduamente insieme, veninmio a stabilire una so- 
cietà permanente, con ammissione od esclusiva^ ad essa 
per via di voti, e regole, e buffonerie diverse, che poteano 
forse somigliare, ma non erano i)erò, lyibera Muratoreria^. 
Né di tal società altro fine ci proponevamo, fuorché di- 
vertirci, cenando spesso insieme (senza però nessunis- 
simo scandalo) ; e del resto nell'adunanze periodiche set- 
timanali la sera, ragionando o sragionando sovra ogni 
cosa. Tenevansi (pieste auguste sessioni in casa mia, perchè 
era e più più bella e più spaziosa di quelle dei compagni, 
e perchè essendovi io solo si ri manca più liberi. C'era fra 
questi giovani (che tutti erano ben nati e dei primarj 
della città) un po' d'ogni cosa; dei ricchi e dei poveri, 
dei buoni, dei catti vucci, e degli ottimi, degli ingegnosi, 
degli sciocchetti"', e dei colti: onde da si fatta mistura, 
che il caso la somministrò ottimamente temperata, ri- 
sultava che io né vi potea, né avTei voluto potendolo, 
primeggiare in niun modo, ancorché avessi veduto più 
cose di loro. Quindi le leggi che vi si stabilirono furono 
discu.sse e non già dettate; e riuscirono imparziali, egua- 
lissime, e giuste; a segno che un corpo di persone come 
èramo noi, tanto potea fondare una ben ec^ui librata re- 
pubblica, come una ben ecpiilibrata buffoneria. I^a sorte 
e le circostanze vollero che si fabbricasse piuttosto questa 
che quella. Si era stabilito un ceppo ^ assai ben capace, 
dalla di cui spaccatura superiore v^i si introducevano 



* E.scliisione. 

^ Massoneria, Franr-ma^ounerie. 

^ Scioccherelli. 

* Bussolo. 



w} 



/ 



scritti d'ogni specie, da leggersi poi dal presidente nostro 
elettivo ebdomadario, il quale tenea di esso ceppo la 
chiave. Fra quegli scritti se ne sentivano talvolta alcuni 
assai divertenti e bizzarri; se ne indovinavano per lo 
più gli autori, ma non portavano nome. Per nostra co- 
mune e più mia particolare sventura, quegh scritti erano 
tutti in (non dirò lingua), ma in parole francesi. Io ebbi 
la sorte d'introdurre varie carte nel ceppo, le quali diver- 
tirono assai la brigata: ed erano cose facete miste di filo- 
sofia e d'impertinenza, scritte in un francese che dovea 
essere almeno non buono, se pure non pessimo, ma riu- 
scivano pure intelligibili e passabili per un uditorio che 
non era più dotto di me in quella lingua. E fra gli altri, 
uno ne introdussi, e tuttavia lo conservo, che fingeva la 
scena di un Giudizio Universale, in cui Dio domandando 
alle diverse anime un pieno conto di sé stesse, ci avea 
rappresentate diverse persone che dipingevano i loro 
proprj caratteri: e ([uesto ebbe molto incontro perchè 
era fatto con un qualche sale, e molta verità; talché le 
allusioni, e i ritratti vivissimi e lieti e variati di molti 
si uomini che donne della nostra città, venivano ri- 
conosciuti e nominati immediatamente da tutto l'udi- 
torio ^ 

Questo piccolo saggio del mio poter mettere in carta 
le mie idee quali ch'elle fossero; e di potere, nel farlo, 
un qualche diletto recare ad altrui, mi andò poi di tempo 
in tempo saettando un (jualche lampo confuso di desi- 
derio e di speranza (h scrivere quando che fosse cpialcosa 
che potesse aver vita; ma non mi sapeva neppur io quale 
potrebbe mai essere la materia, vedendomi sprovvisto di 
quasi tutti i mezzi. Per natura mia prima prima, a nes- 
suna altra cosa inclinava quanto alla satira, ed all'appicci- 



» Di codesto Esquisse du jugement universel tei qu'il sera et 
tei qu'il est et tei quii a toHJouvs été sur les tnorts et sur les 
vivants.... ha dato poi un'ampia notizia e qualche estratto il 
NOVATI nello scritto L'Alfieri poeta comico, ora negli Studi cri- 
tici e letterari, Torino, Loescher, 1889, p. 9 e ss. 



152 



Datxa «Vita»; III, 13: 1773 



Datxa «Vita»; III, 13: i773 



153 



care il ridicolo si alle cose che alle persone. Ma pure poi 
riflettendo e pesando, ancorché mi vi paresse dovervi 
aver forse qualche destrezza, non apprezzava io nell'in- 
timo del cuore gran fatto questo sì fallace genere; il di 
cui buon esito, spesso momentaneo, è posto e radicato 
assai ])iù nella malignità e invidia naturale degli uomini, 
gongolanti sem|)re allorché vedono mordere i loro slmili, 
che non nel merito intrinseco del morditore. 

Intanto ])er allora la divagazione sonnna e continua, 
la libertà totale, le donne, i miei 24 anni, e i cavalli di 
cui avea sjnnto il numero sino a dodici e più, tutti questi 
ostacoli potentissimi al non far nulla di buono, presto 
spegnevano od assopivano in me ogni (jualunque velleità 
di divenire autore. Vegetando io dunque cosi in questa 
vita giovenile oziosissima, non avendo mai un istante 
quasi di mio, ne mai aprendo ])iù un libro di sorte nes- 
suiui, incappai (come ben dovea essere) di bel nuovo in 
un tristo amore; dal (juale i)oi doi)o infinite angosce, 
vergogne, e dolori, ne uscii finalmente col vero, fortis- 
simo, e frenetico amore del sai)ere e del fare, il quale 
d'allora in ])()i non mi abbandonò mai più; e che, se non 
altro, mi ha una volta sottratto dagli orrori della noja, 
della sazietà, e dell'ozio; e dirò ])iù. dalla disperazione; 
verso la ({uale a poco a ])oco io mi sentiva strascinare 
talmente, che se non mi fossi ingolfato poi in una con- 
tinua e caldissima occui)azione di mente, non v'era cer- 
tamente per me nessun altro com])enso che mi potesse 
impedire imnia dei trent'anni dall 'impazzire o affogarmi. 

Questa mia terza ebrezza d'amore fu veramente 
sconcia, e pur trop])o lungamente anche durò. Kra la 
mia nuova fiannna una donna, distinta di nascita, ma 
non di troppo buon nome nel mondo galante, ed anche 
attemi)atetta * ; cioè maggiore di me di circa nove in dieci 
anni. Tua ])asseggiera amicizia era già stata tra noi, al 



• vSi chiamava Ciabriella I-'alletti di Villafalletto, ed era 
moglie di Giovanni Antonio Ercole Turinetti marchese di 
Priero. 






ti 



mio primo primo uscire nel mondo, quando ancora era nel 
primo appartamento dell'Accademia. Sei e più anni dopo, 
il trovarmi alloggiato di faccia a lei, il vedermi da essa 
festeggiato moltissimo; il non far nulla; e l'esser io forse 
una di ciucile anime di cui dice con tanta verità ed affetto 
il Petrarca [^frionfo d' Amore, III. 172 4]' 

So (li che poco canape si allaccia 
Un'anima gentil, qnand'ella è sola, 
e; non è chi per lei difesa faccia: 

ed in somma il mio buon padre Apollo che forse per tal 
via straordinaria mi volea chiamare a sé; fatto si é, ch'io, 
benché da principio non l'amassi, né mai poi la stiniassi, 
e neppure molto la di lei bellezza non ordinaria mi an- 
dasse a genio; con tutto ciò, credendo come un mente- 
catto al di lei immenso amore per me, a poco a poco 
l'amai davvero, e mi c'ingolfai sino agli occhi. Non vi fu 
più per me né divertimenti, né amici; per fino gli adorati 
cavalli furono da me trascurati. Dalla mattina all'otto 
fino alle dodici della sera eternamente seco, scontento 
dell'esserci, e non i)otendo i)ure non esserci^ : bizzarro e 
tormentosissimo stato, in cui vissi non ostante (o vegetai, 
per dir meglio) da circa il mezzo dell'anno 1773, sino a 



^ Insomma l'Alfieri fu il cavalier servente, il cicisbeo, di 
quella si.unora. A quei <> campioni del bel mondo >• egli con- 
sacra il Prologo delle sue Siiliye; e chiude la serie delle contu- 
melie cosi: 

Tu sei d'Italia un speziale augello: 
Non ch'oltre l'Alpi il maritai costume 
S'al>bia tra' ricchi più securo ostello; 
Ma il lungo inveterar nel tenerume, 
Che in noi doppia il servaggio in cui si nasce, 
Purtroppo è tutto Italico marciume. 

Nostro è il morir d'anni sessanta in fasce; 
E ormai sdentati, balbettar d'amore; 
K averne, scevre dei piacer, le ambasce. 

Ma dal cospetto mio vattene fuore. 
O tu ch'effetto sei più che cagione 
Dell'odierno Italian fetore. 



154 



Dalila « Vita»; III, 13-4: 1773 



tutto il febbraio del 75; senza contar poi la coda di 
questa per me fatale e ad un tempo fausta cometa ^ 



CAPITOI/) DKCmOQUARTO. 

Malattia, k ravvkdimknto. 

Nel lungo tempo che durò questa ])ratica', arrabl)iando 
io dalla mattina alla sera, facilmente mi alterai la salute. 
Ed in fatti nel fine del 73 ebbi una malattia non lunga 
ma fierissima, e straordinaria a segno che i maligni 
begl'ingegni, di cui Torino non manca, dissero arguta- 
mente ch'io l'avea inventata esclusivamente per me. 
Cominciò con lo dar di stomaco per ben trentasei ore con- 
tinue, in cui non v'essendo ])iù neppur umido da rigettare, 
si era risoluto il vomito in un singhiozzo sforzoso, con 
una orribile convulsione del diaframma che neppur 
l'acqua in piccolissimi sorsi mi i)ermettea d'ingoiare. 
I medici, temendo l'infiannnazione, mi cacciarono sangue 
dal ])iede, e immediatamente cessò lo sforzo di quel vo- 
mito asciutto, ma mi si im])ossessò una tal convulsione 
universale, e subsultazione dei nervi tutti, che a scosse 
terribili ora andava percuotendo il capo nella testiera 
del letto, se non me Io teneano, ora le mani, e massima- 
mente i gomiti, contro ((uahuuiue cosa vi fosse stata ade- 
rente. Né alcunissimo nutrimento, o bevanda, ])er nes- 
suna via mi si potea far prendere, perchè all'avvicinarsi 
o vaso o istromento quahuKiue a qualunciue orifizio, 
prima anche di toccare la parte, era tale lo scatto cagio- 



* Quell'amorazzo si trascinò ancora fino a mezzo del 1777. 
Nei Giornali, con la data del 30 aprile 1777, l'Alfieri annotò: 
« Il dopo pranzo andai dall'antica mia donna; ora feci il perso- 
naggio d'indifferentissimo, essendo appena indifferente: e molti 
vezzi e lascive provocanti carrezze mist* inutilmente in uso la 
dotta Frine. Saldo come un marmo, feci una resistenza degna 
di san Luigi Gonzaga, ma per altro principio ». 

*" Relazione amorosa, tresca. 



Dalla «Vita»; III, 14: 1773 



155 



nato dai subsuiti nervosi, che nessuna forza valeva a 
impedirli: anzi, se mi voleano tener fermo con violenza 
era assai peggio, ed io ammalato dopo anche quattro 
giorni di totale digiuno, estenuato di forze, conservava 
però un tale orgasmo di muscoli, che mi venivano fatti 
allora degli sforzi che non avrei mai potuti fare essendo 
in piena salute. In questo modo passai cinque giorni in- 
teri in cui non mi vennero inghiottiti forse venti o trenta 
sorsetti di acqua presi cosi a contrattempo di volo, e 
spesso immediatamente rigettati. Finalmente nel sesto 
la convulsione allentò, mediante le cinque e le sei ore 
il giorno che fui tenuto in un bagno caldissimo di mezz'oHo 
e mezz'acqua. Riapertasi la via dell'esofago, in pochi 
giorni col bere moltissimo siere' fui risanato. I^a lunghezza 
del digiuno e gli sforzi del vomito erano stati tali, che nella 
forcina dello stomaco, fra quei due ossucci che la com- 
pongono, vi si formò un tal vuoto, che un uovo di mezzana 
grandezza vi potea capire ; uè mai poi mi si ripianò come 
prima. I^a rabbia, la vergogna, e il dolore, in cui mi 
facea sempre vivere quell'indegno amore, mi aveano 
cagionata quella singoiar malattia. Ed io, non vedendo 
strada per me di uscire di quel sozzo laberinto, sperai, 
e desiderai di morirne. Nel quinto giorno del male, quando 
più si temea dai medici che nonne ritornerei', mi fu messo 
intorno un degno cavaliere mio amico, ma assai più 
vecchio di me, per indurmi a ciò che il suo viso e i pream- 
boli del suo dire mi fecero indovinare prima ch'egli par- 
lasse; cioè a confessarmi e testare. IvO prevenni, col do- 
mandar l'uno e l'altro, uè questo mi sturbò punto l'animo. 
In due o tre aspetti mi occorse di rimirare ben in faccia 
la morte nella mia gioventù ; e mi pare di averla ricevuta 
sempre con lo stesso contegno. Chi sa poi, se quando ella 
mi si riaffaccerà irremissibile, io nello stesso modo 
la riceverò. Bisogna veramente che l'uomo muoia. 



1 Siero. 

* Non mi sarei rifatto. 



Datxa «Vita»; III, 14: 1774 



157 



156 



DA1.1.A «Vita»; III, 14: 1773-74 



perchè altri possa appurare, ed ei stesso, il di lui giusto 
valore \ 

Risorto da quella malattia, ripigliai tristamente le 
mie catene amorose. Ma })er levarmene j^ure qualcun'altra 
d'addosso, non volli più lungamente godermi i lacci mi- 
litari, che sommamente mi erano semì)re disjMaciuti, 
abborrendo io quell'infame mestiere dell'armi sotto un'au- 
torità assoluta (piai ch'ella sia; cosa, che sempre esclude 
il sacrosanto nome di patria. Non negherò ])ure, che in 
quel punto la mia Venere non fosse i)iù assai per me op- 
probriosa* che non era il mio Marte. In somma fui dal 
colonnello, e allegando la salute domandai dimissione 
dal servizio, che non avea a dir vero ])restato mai ; ])oichè 
in circa ott'anni che j)ortai l'uniforme, cintjue gli avea 
passati fuor del paese, e nei tre altri ai)])ena cincpie ri- 
viste avea ])assate, che due l'anno se ne i)assavano sole 
in quei reggimenti di milizie i)rovinciali in cui avea preso 
servizio. Il colonnello volle ch'io ci ])ensassi dell'altro^ 
prima di chiedere per me codesta dimissione; accettai 
per civiltà il suo invito, e simulando di avervi i)ensato 
altri 15 giorni, la ridomandai più fermamente, e l'ottenni. 

Io frattanto strascinava i miei giorni nelserventismo^ 
vergognoso di me stesso, noioso e annoiato, sfuggendo 
ogni mio conoscente ed amico, sui di cui visi io benissimo 
leggeva tacitamente scoljùta la mia opjìrobriosa dabe- 
naggine. Avvenne ])oi nel gennaio del 1774, che quella 
mia signora si ammalò di un male di cui forse poteva 



* Si ricordi la chiusa del sonetto Sublime specchio....: 

Vom, se' tu grande, o vii? Muori, e il saprai; 
e il principio dell'altro: 

Bieca, o Morte, minacci ? e in atto orrenda. 
L'adunca falce a me brandisci innante? 
Vibrala, su: me non vedrai tremante 
Pregarti mai, che il gran colpo sospenda. 
' Obbrobriosa. Dal latino opprobriiim, opprobriosits. 

* Ancora dell'altro tempo. 

* Facendo le funzioni di cavaher servente. 



r 



esser io la cagione, benché non intieramente il credessi. 
E richiedendo il suo male ch'ella stesse in totale riposo 
e silenzio, fedelmente io le stava a pie del letto seduto 
per servirla; e ci stava dalla mattina alla sera, senza pure 
aprir bocca per non le nuocere col farla parlare. In una 
di queste poco certo divertenti sedute, io mosso dal tedio, 
dato di piglio a cinque o sei fogli di carta che mi caddero 
sotto mano, cominciai cosi a caso, e senza aver piano nes- 
suno, a schiccherare una scena di una non so come chia- 
marla, se tragedia, o commedia, se d'im sol atto, o di 
cinque, o di dieci ; ma in somma delle parole a guisa di 
dialogo, e a guisa di versi, tra un rotino, una Donna, ed 
una Cleopatra che poi sopravveniva dopo un lunghetto 
parlare fra codesti due prima nominati. Ed a quella 
Donna, dovendole pur dare un nome, né altro sovvenen- 
domene, appiccicai quel di Lachesi, senza i)ur ricordarmi 
ch'ella delle tre Parche era l'una. E mi pare, ora esami- 
nandola, tanto più strana quella mia subitanea impresa, 
quanto da circa sei e più anni io non avea mai più scritto 
una parola italiana, pochissimo e assai di rado e con lun- 
ghissime interruzioni ne avea letto. Eppure così in un 
subito, né saprei dire né come né perchè, mi accinsi a 

stendere quelle scene in lingua italiana ed in versi 

Aggiungerò ima parricolarità, ed è: che nessun'altra ra- 
gione in quel primo istante ch'io cominciai a imbrattar 
que' fogli mi indusse a far pariare Cleopatra piuttosto 
che Berenice, o Zenobia, o qualunque altra regina tra- 
gedial)ile, fuorché l'esser io avvezzo da mesi ed anni 
a vedere' nell'anticamera di (piella signora alcuni bellis- 
simi arazzi, che rappresentavano varj fatti di Cleopatra 

e d'Antonio. 

Guari poi la mia signora di codesta sua indisposi- 
zione; ed io senza mai più pensare a (piesta mia sceneg- 
giatura risibile, la depositai sotto un cuscino della di lei 
poltroncina, dove ella si stette obbliata circa un anno; 
e cosi furono frattanto si dalla signora che vi si sedeva 
abitualmente, sì da qualunque altri a caso vi si adagiasse, 
covate in tal guisa fra la poltroncina e il sedere di molti 
quelle mie tragiche primizie. 



Il 



158 



Dalila «Vita»; III, 14: 1774 



Dai,i.a « Vita k III, 14: 1774 



159 



Ma, trovandomi vie più sempre tediato ed arrabbiato 
di far quella vita serventesca, nel maggio di quello stesso 
anno 74, presi subitaneamente la determinazione di partire 
per Roma, a provare se il viaggio e la lontananza mi gua- 
rirebbero di quella morbosa passione. Afferrai l'occasione 
d'una acerba disputa avuta con la mia signora (e queste 
non erano rare), e senza dir altro, tornato la sera a casa 
mia, nel giorno consecutivo feci tutte le mie disposizioni, 
e passato tutto quell'intero giorno senza capitar da lei, 
la mattina dopo ])er tempissimo me ne ])artii alla volta 
di Milano. Essa non lo seppe che la sera prima (credo il 
sapesse da (pialcuno di casa mia), e subito quella sera 
stessa al tardi mi rimandò, come è d'uso, e lettere e ri- 
tratto. Quest'invio già princii)iò a guastarmi la testai e 
la mia risoluzione già tentennava. Tuttavia, fattomi buon 
animo, mi avviai, come dissi, per le poste verso Milano. 
Giunto la sera a Novara, saettato tutto il giorno da quella 
sguai atissi ma passione, ecco che il pentimento, il dolore 
e la viltà mi nuiovono un sì feroce assalto al cuore, che 
fattasi omai vana ogni ragione, sordo al vero, repentina- 
mente mi cangio, l'o proseguire verso Milano un abate 
francese ch'io m'era preso i)er compagno, con la carrozza 
e i miei servi, dicendo loro di aspettarmi in Milano. In 
tanto, io soletto, sei ore innanzi giorno salto a cavallo 
col postiglione per guida, corro tutta la notte, e il giorno 
poi di buon'ora mi ritrovo un'altra volta a Torino: ma 
per non mi vi far vedere, e non esser la favola di tutti, 
non entro in città; mi soffermo in un'osteriaccia del sob- 
borgo, e di là supplichevolmente scrivo alla mia signora 
adirata: perch'ella mi perdoni (juesta scappata, e mi 
voglia accordare un po' d'udienza. Ricevo tostamente 
risposta. Elia, che era rimasto in Torino per badare alle 
cose mie durante il mio viaggio che dovea essere d'un 
anno; Elia, destinato sempre a medicare, o palliar le 
mie piaghe, mi ri])orta quella risposta. I/udienza mi v^ien 
accordata, entro in città, come ])rofugo, su l'imbrunir 



Turbarmi. 



( 



della notte; ottengo il mio intero vergognoso perdono, 
riparto all'alba consecutiva verso Milano, rimasti d'ac- 
cordo fra noi due che in capo di cinque o sei settimane, 
sotto pretesto di salute me ne ritornerei in Torino. Ed io 
in tal guisa palleggiato a vicenda tra la ragione e l'insania, 
appena firmata la pace, trovandomi di bel nuovo soletto 
su la strada maestra fra i miei pensamenti, fieramente 
mi sentiva riassalito dalla vergogna di tanta mia debo- 
lezza. Cosi arrivai a Milano lacerato da c^uesti rimorsi, 
in uno stato compassionevole ad un tenq)o e risibile, 
lo non sapeva allora, ma provava per esperienza quel pro- 
fondo ed elegante bel detto del nostro maestro d'amore, 
il Petrarca Ls)ii. 141]' 

E chi discerné e vinto da chi vole. 

Due giorni appena mi trattenni in Milano, sempre fan- 
tasticando, ora come potrei abbreviare quel maledetto 
viaggio ; ed ora, come lo potrei far durare senza tener pa- 
rola del ritorno: che Ulcero avrei voluto trovarmi, ma li- 
berarmi non sapea, né potea. Ma, non trovando mai un 
po' di pace se non se nel moto e divagazione del correr 
la posta, rapidamente per Parma, Modena, e Bologna, 
mi rendei a Firenze: dove né pure potendomi trattener 
più di due giorni, subito ripartii per Pisa e Livorno. 
Quivi poi ricevute le prime lettere della mia signora, non 
potendo più durare lontano, ripartii subito per la via di 
Ivcrici e Genova, dove lasciatovi l'abate compagno, e il 
legno da risarcirsi, a spron battuto, a cavallo, me ne ri- 
tornai a Torino, diciotto giorni dopo esserne partito per 
fare il viaggio d'un anno. C'entrai anche di notte per non 
farmi canzonar dalla gente. Viaggio veramente 1)uriesco, 
che pure mi costò dei gran pianti. 

Sotto l'usbergo (non del sentirmi puro) ma del mio 
viso serio e marmoreo, scansai le canzonature dei nùei 
conoscenti ed amici, che non si attentarono di darmi il 
ben tornato. Ed in fatri, troppo era mal tornato; e dive- 
nuto oramai disprezzabilissimo agli stessi occhi miei, io 
caddi in un tale avvilimento e malinconia, che se un tale 
stato fosse lungamente durato, avrei dovuto o impazzire. 



"•S^«<^ 



i6o 



Dalia «Vita»; III, 14-5: 1774-75 



Dalla «Vita»; III, i5- ^775 



161 



o scoppiare; come in fatti venni assai presso all'uno ed 
all'altro. 

Ma pure strascinai quelle vili catene ancora dal finir 
di giugno del 74, epoca del mio ritorno di quel semi viaggio, 
sino al gennaio del 75. cjuando alla per fine il bollore 
della mia compressa rabbia giunto all'estremo scoppiò. 



CAPIT( )L() DKCIM( )QUINTO. 

LlHKRAZIOXK VERA. PkIMO SONETTO. 

Tornato io una tal sera dall'opera (insulso e tediosis- 
simo divertimento di tutta l'Italia) dove per molte ore 
mi era trattenuto nel palco dell'odiosamata signora, mi 
trovai così esuberantemente stufo, che formai la immuta- 
bile risoluzione di rompere sì fatti legami i)er sempre. 
Ed avendo io visto per prova che il correre per le poste 
qua e là non mi avea prestato forza di i)roponimento, 
che anzi me l'avea subito indebolita e i)oi tolta, mi volli 
mettere a maggior prova, lusingandomi che in uno sforzo 
più difficile riuscirei forse meglio, stante l'ostinazione 
naturale del mio ferreo carattere. Fermai dun(pie in me 
stesso di non mi nuiovere di casa mia, che come dissi 
le stava per l'appunto di faccia; di vedere e guardare ogni 
giorno le di lei finestre, di vederla passare; di udirne in 
quahuKpie modo parlare; e con tutto ciò, di non cedere 
oramai a nulla, uè ad ambasciate dirette o indirette, né 
alle reminiscenze, né a cosa che fosse al mondo, a vedere 
se ci creperei, il che poco import a vanii, o se alla fin fine 
la vincerei. Formato in me tal proponimento, per legar- 
mivi contraendo con una ([ualclie persona come un ob- 
bligo di vergogna, scrissi un bigliettino ad un amico mio 
coetaneo, che molto mi amava, con chi s'era fatta l'ado- 
lescenza \ e che allora da parecchi mesi non mi vedea 
più, cominangendomi molto di esser naufrago in quella 



* Avevamo trascorsi insieme gli auni dell'adolescenza. 



Cariddi e non potendomene cavar egli, né volendomi 
perdfparer d'approvare. Nel bigliettino gli dava conto 
L due righe della mia immutabile risoluzione, e gb ac- 
chiudevo un involtone della lunga e ricca trecaa de miei 
Stimi capeUi, come un pegno di ^^.^to mio subì aneo 
partito, ed un impedimento quasi che invincibile al mo- 
strai in nessun luogo così tosone ', non essendo allora 
toSo un tale assetto, fuorché ne' viUam e mannari. 
K^va il biglietto col pregarlo di --aerini f sua Pre- 
senza e coraggio, per rinfrancare il mio. Isolato in tal 
gdsa in casf mia.%roibiti tutti i — ^'- ^ -«i^: 
ruggendo, passai i primi quindici giorm di questa mia 
strina liberazione. Alcuni amici mi visitavano ; e mi pai^e 
anco mi compatissero; forse appmito perche io non di- 
Sva parola ^r lamentarmi, ma il mio contegno ed il 
volto pariavano in vece mia. Mi andava provando di leg- 
gere qualche cosuccia, ma non intendeva neppur la gaz- 
fetta%on che alcun menomo libro; e ^ -^^f ^ f^ 
aver letto delle pagine intere cogli occhi, e tf "^.«'"J^ 
labbra senza pure saper una parola di quel eh avessi 
So Andava bensì cavalcando nei luoghi solitarj.equesto 

sdtanVo mi giovava un poco sì allo spinto che al corg. 
In questo semifrenetico stato passai più di due mesi 
sino al finir di marzo del 75 ; finché ad un tratto un idea 
nuovamente insortami cominciò finalmente a svolgernu 
alTuanto e la mente ed il cuore da quell'umco e spiacevole 
e proscVugante' pensiero di un sì fatto amore. Fantasti- 
cando un tal giorno così fra me stesso, se non sarei forse 
Ttem^ ancora di darmi al poetare, me n'era venuto, 
a stento ed a pezzi, fatto un piccolo saggio m quattor- 
^ci rime, che i^ riputandole un sonetto, inviava d gen- 
Sk e dotto padre Paciaudi, che trattavami di quando in 
quando, e ^ si era sempre mostrato ben affetto', e nn- 



• Tosato. Bernardo BeUincioni dice in un sonetto: «Voi che 
i vostri capelU or vi tagliate, Che di vecchi tornate bei tosom .. 
» Che rendeva arida e infeconda la mente. 
« Molto affezionato. 



Allibri, II. 



is 



I> 



162 



Dalla «Vita»; 111, 15: 1775 



Dalla «Vita»; III, 15: 1775 



163 



crescente * di vedermi cosi ammazzare il tempo e me stesso 

nell'ozio Quest'ottimo uomo mi era sempre andato 

suggerendo delle letture italiane, or questa or quella; 
e tra l'altre, trovata un giorno su un muricciuolo la Cleo- 
patra, ch'egli intitola eminenti ssima per essere del car- 
dinal Delfino", ricordatosi ch'io gli avea detto parermi 
quello im soggetto di tragedia, e che lo avrei voluto tentare 
(senza pure avergli mai mostrato quel mio primo aborto) , 
egli me la comprò e donò. Io in un momento di lucido in- 
tervallo avea avuta la pazienza di leggerla, e di postilr 
larla ; e gUe l'avea cosi rimandata, stimandola in me stesso 
assai peggiore della mia quanto al piano e agli affetti, 
se io veniva mai a proseguirla, come di tempo in tempo 
me ne rinasceva il pensiere. Intanto il Paciaudi, per non 
farmi smarrire d'animo, finse di trovar buono il mio 
sonetto, benché né egli il credesse, né effettivamente lo 
fosse. Ed io poi di li a pochi mesi ingolfatomi davvero 
nello studio dei nostri ottimi poeti, tosto imparai a sti- 
mare codesto mio sonetto per quel giusto nulla ch'egli 
valeva. Professo con tutto ciò un grand'obbUgo a quelle 
prime lodi non vere, e a chi cortesemente le mi donò, 
poiché molto mi incoraggirono a cercare di meritarne 

delle vere. 

Già parecchi giorni prima della rottura con la signora, 
vedendola io indispensabile ed imminente, mi era sov- 
venuto di ripescare di sotto al cuscino della poltroncina 
quella mia mezza Cleopatra, stata ivi in macero quasi che 
un anno. Venne poi dunque quel giorno, in cui, fra quelle 
mie smanie e solitudine quasi che continua, buttandovi 
gh occhi su, ed allora soltanto quasi come un lampo 
insortami la somigHanza del mio stato di cuore con quello 



* Spiacente. 

= Giovanni Dolfin. veneziano, morto cardinale il 1699- 
Aveva composto quattro tragedie: Creso, Medoro, Lucrezia, e 
codesta Cleopatra, che Scipione Maffei inseri ultima nel suo 
Teatro Italiano sia Scelta di tragedie per uso della scena; Ve- 
rona, 1725. 






n 



di Antonio, dissi fra me stesso : — Va proseguita quest'im- 
presa ; rifarla, se non può star cosi ; ma in somma svilup- 
pare in questa tragedia gli affetti che mi divorano, e farla 
recitare questa primavera dai comici che ci verranno. — ■ 
Appena mi entrò questa idea, ch'io (quasiché vi avessi 
ritrovata la mia guarigione) cominciai a schiccherar fogU, 
rappezzare, rimutare, troncare, aggiungere, proseguire, 
ricominciare, ed in somma a impazzare in altro modo 
intomo a quella sventurata e mal nata mia Cleopatra. 
Né mi vergognai anco di consultare alcuni de' miei amici 
coetanei, che non avevano, come io, trascurata tanti anni 
la lingua e poesia itaUana; e tutti ricercava ed infasti- 
diva, quanti mi poteano dar qualche lume su un'arte 
di cui cotanto io mi trovava al buio. E in questa guisa, 
nuU'altro desiderando io allora che imparare, e tentare se 
mi poteva riuscire quella pericolosissima e temeraria 
impresa, la mia casa si andava a poco a poco trasformando 
in una semiaccademia di letterati. Ma essendo io in quelle 
date circostanze bramoso d'imparare, e arrendevole, per 
accidente ; ma per natura, ed attesa l'incrostata ignoranza, 
essendo ad un tempo stesso agli ammaestramenti recal- 
citrante ed indocile; disperavami, annoiava altrui e me 
stesso, e quasi che nulla venivami a profitto. Era tuttavia 
sommo il guadagno dell'andarmi con questo nuovo im- 
pulso cancellando dal cuore quella non degna fiamma, 
e di andare ad oncia ad oncia riacquistando il mio già si 
lungamente alloppiato^ intelletto. Non mi trovava almeno 
più nella dura e risibile necessità di farmi legare su la mia 
seggiola, come avea praticato più volte fin allora, per im- 
pedire in tal modo me stesso dal potere fuggir di casa, 
e ritornare al mio carcere. Questo era anche uno dei tanti 
compensi ch'io aveva ritrovati per rinsavirmi a viva 
forza. Stavano i miei legami nascosti sotto il mantellone 
in cui mi avviluppava, ed avendo libere le mani per leg- 
gere, o scrivere, o picchiarmi la testa, chiunque veniva a 
vedermi non s'accorgeva punto ch'io fossi attaccato della 



1 Addormentato come per oppio o alloppio. 



104 



Dalla «Vita»; III. 15: i775 



Dalla « Vita »; III, 15: 1775 



165 



persona alla seggiola. E cosi ci passava dell'ore non poche. 
Il solo Elia, che era il legatore, era a parte di questo se- 
greto; e mi scioglieva egli poi, quando io sentendomi pas- 
sato quell'accesso di furiosa imbecillità, sicuro di me, e 
riassodato il proponimento, gli accennava di sciogliermi. 
Ed in tante e si diverse maniere mi aiutai ^ da codesti 
fierissimi assalti, che alla fine pure scampai dal ricadere 
in quel baratro. E tra le strane maniere che in ciò adoperai, 
fu certo stranissima quella di una mascherata ch'io feci 
nel finire di codesto carnevale, al pubblico ballo del teatro. 
Vestito da Apollo assai bene, osai di presentarmivi con 
la cetra, e strimpellando alla megho, di cantarvi alcuni 

versacci fatti da me Una tale sfacciataggine era in 

tutto contraria alla mia indole naturale. Ma, senten- 
domi io pur troppo debole ancora a fronte di quella 
arrabbiata passione, poteva forse meritare un qualche 
compatimento la cagione che mi movea a fare simili 
scenate ; che altro non era se non se il bisogno ch'io sen- 
tiva in me stesso di frapporre come ostacolo per me in- 
frangibile la vergogna del ricadere in quei lacci che con 
tante pubbUcità avrei vituperati io medesimo. E in questo 
modo, senza awedermene, io per non dovermi vergognar 

di bel nuovo, in pubblico mi svergognava 

Fra queste si fatte scede* io mi andava pure davvero 
infiammando a poco a poco del per me nuovo belHssimo 
ed altissimo amore di gloria. E finalmente dopo al- 
cuni mesi di continui consulti poetici, e di logorate 
grammatiche e stancati vocabolari, e di raccozzati spro- 
posiri, io pervenni ad appiccicare alla peggio cinque 
membri ch'io chiamai Atri, e il tutto inritolai Cleopatra 
Tragedia. E avendo messo al pulito (senza forbirmene) 
il primo atto, lo mandai al benigno padre Paciaudi, 



^ Difesi. 

= Cfr. Paradisi XXIX, 113: 

Ora si va con motti e con iscede 

A predicare, e pur che ben si rida. 

Gonfia il cappuccio., e più non si richiede. 



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perch'egli me lo spilluzzicasse \ e dèssemene il di lui parere 

in iscritto Nelle postille da lui apposte a que' miei 

versi, alcune eran molto allegre e divertenti, e mi fecero 
ridere di vero cuore, benché fosse alle spalle mie : e questa 
tra l'altre. Verso 184: il latrato del cor, «Questa metafora 
è soverchiamente canina. I^a prego di tòrla ». I^e postille 
di quel primo atto, ed i consigli che nel paterno biglietto 
le accompagnavano, mi fecero risolvere a tornar rifare 
il tutto con più ostinazione ed arrabbiata pazienza. Dal 
che poi ne usci la cosidetta Tragedia, quale si recitò in 

Torino a dì 16 giugno 1775 

E nel modo stesso con cui avea tediato il buon padre 
Paciaudi per cavarne una censura di quella mia seconda 
prova, andai anche tediando molti altri, tra i quah il 
conte Agostino Tana mio coetaneo, e stato paggio del 
re nel tempo ch'io stava nell'Accademia. I^'educazione 
nostra era perciò stata a un di presso consimile, ma egli 
dopo uscito di paggio avea costantemente poi applicato 
alle lettere si italiane che francesi, ed erasi formato il gu- 
sto, massimamente nella parte critica filosofica, e non gram- 
maticale, ly'acume, grazia e leggiadria delle di lui osser- 
vazioni su quella mia infelice Cleopatra farebbero ben 
bene ridere il lettore, se io avessi il coraggio di mostrar- 
ghele; ma elle mi scotterebbero troppo, e non sarebbero 
anche ben intese, non avendo io ricopiato che i soli primi 
40 versi di quel secondo aborto Io frattanto avea ag- 
giunta una farsetta, che si reciterebbe ^ immediatamente 
dopo la mia Cleopatra', e la intitolai I Poeti Né la far- 
setta però, né la tragedia, erano le sciocchezze d'uno 
sciocco; ma un qualche lampo e sale qua e là in tutte 
due traluceva. Nei Poeti aveva introdotto me stesso sotto 
il nome di Zeusippo, e primo io era a deridere la mia 
Cleopatra, la di cui ombra poi si evocava dall'inferno, 
perch'ella desse sentenza, in compagnia d'alcune altre 
eroine da tragedia, su questa mia composizione, parago- 




1 Ripulisse con garbo. 
- Sarebbe da recitare. 



i66 



Dalila uVita»; III, 15: 1775 



Dai,i,\ « Vita » ; IV, i : 1775 



167 



nata ad alcune altre tragediesse^ di questi miei rivali poeti, 
le quali in tutto le poteano ben essere sorelle : col divario 
però, che le tragedie di costoro erano state il parto maturo 
di una incapacità erudita, e la mia era un parto affret- 
tato di una ignoranza capace^. 

Furono queste due composizioni recitate con applauso 
per due sere consecutive; e richieste poi per la terza, es- 
sendo io già ben ravveduto e ripentito in cuore di essermi 
si temerariamente esposto al pubblico, ancorché mi si 
mostrasse soverchio indulgente, io quanto potei mi 
adoprai con gli attori e con chi era loro superiore, per im- 
pedirne ogni ulteriore rappresentazione. Ma, da quella 
fatai serata in poi, mi entrò in ogni vena un sì fatto bol- 
lore e furore di conseguire un giorno meritamente una 
vera palma teatrale, che non mai febbre alcuna di amore 
mi avea con tanta impetuosità assalito. In questa guisa 
comparvi io al pubblico per la prima volta. E se le mie 
tante, e pur troppe, composizioni drammatiche in appresso 
non si sono gran fatto dilungate da quelle due prime, 
certo alla mia incapacità ho dato principio in un modo 
assai pazzo e risibile. Ma se all'incontro poi, verrò quando 
che sia annoverato fra i non infimi autori si di tragedie 
che di commedie, converrà pur dire, chi verrà dopo noi, 
che il mio burlesco ingresso in Parnasso col socco e co- 
turno ad un tempo, è riuscito poi una cosa assai seria. 

Ed a questo tratto fo punto a questa epoca di giovi- 
nezza, poiché la mia virilità non poteva da un istante 
più fausto ripetere il suo cominci amento. 



* Tragedie da strapazzo. 

2 Su codesto primo tentativo comico dell'Alfieri, cfr. NOVATI, 
L'Alfieri poeta comico, nel volume di Studi critici e letterari, To- 
rino, Loescher, i88y, p. 2^ ss. 



l 



EPOCA QUARTA: VIRILITÀ. 

Abbraccia trenta e più , anni di composizioni, traduzioni, 

e studi diversi 



CAPITOLO PRIMO. 

Ideate, e stese in prosa francese IvE due prime tra- 
gedie, II. « Fiuppo » E IL « Polinice ». Intanto un 
diluvio di pessime rime. 

Eccomi ora dunque, sendo in età di quasi anni ven- 
zette, entrato nel duro impegno e col pubblico e con me 
stesso, di farmi autor tragico. Per sostenere una si fatta 
temerità, ecco quali erano per allora i miei capitali. 

Un animo risoluto, ostinatissimo, ed indomito; un 
cuore ripieno ridondante di affetti di ogni specie, tra' 
quali predominavano con bizzarra mistura l'amore e 
tutte le sue furie, ed una profonda ferocissima rabbia 
ed abborrimento contra ogni qualsivogUa tirannide. Ag- 
giunge vasi poi a questo semplice istinto della natura mia, 
una debolissima ed incerta ricordanza delle varie tra- 
gedie francesi da me viste in teatro molti anni addietro; 
che debbo dir perii vero, che fin allora lette non ne avea 
mai nessuna, nonché meditata^: aggiungevasi una quasi 



1 II Bertana pretende sorprendere qui in contradizione l'Al- 
fieri, per aver affermato dianzi (III, 7) « di aver letto e gustate 
alcune delle tragedie del Voltaire ». Ma veramente, chi rilegga 
senza preoccupazioni polemiche quel passo (p. 96), si avvede che 
si riferisce agli anni anteriori al 1769 la dichiarazione che del 
Voltaire lo allettavano le prose e lo tediavano i versi; e si estende 



i68 



DAI.I.A «Vita»; IV. i: 1775 



Dai^i^a «Vita»; IV, i: 1775 



169 



totale ignoranza delle regole dell'arte tragica, e l'impe- 
rizia quasi che totale (come può aver osservato il lettore 
negli addotti squarci) della divina e necessarissima arte 
del bene scrivere e padroneggiare la mia propria lingua. 
Il tutto poi si ravviluppava nell 'indurita scorza di una 
presunzione, o per dir meglio, petulanza incredibile, e 
di un tale impeto di carattere, che non mi lasciava, se 
non se a stento e di rado e fremendo, conoscere, investi- 
gare, ed ascoltare la verità. Capitali, come ben vede il 
lettore, più adatti assai per estrarne un cattivo e volgare 
principe, che non un autor luminoso. 

Ma pure una tale segreta voce mi si facea udire in 
fondo del cuore, ammonendomi in suono anche più ener- 
gico che noi f accano i miei pochi veri amici: — E' ti 
convien di necessità retrocedere S e per cosi dir, rimbam- 
bire, studiando ex professo da capo la grammatica, e 
susseguentemente tutto quel che ci vuole per sapere 
scrivere correttamente e con arte. — E tanto gridò 
questa voce, ch'io finalmente mi persuasi, e chinai il 
capo e le spalle. Cosa oltre ogni dire dolorosa e morti- 
ficante, nell'età in cui mi trovava, pensando e sentendo 
come uomo, di dover poi ristudiare, e ricompitare come 
ragazzo. Ma la fiamma di gloria si avvampante mi tra- 
lucea, e la vergogna dei recitati spropositi si fortemente 
incalzavano per essermi quando che fosse tolta di dosso, 
ch'io a poco a poco mi accinsi ad affrontare e trionfare 
di codesti possenti non meno che schifosi ostacoli. 

lya recita della Cleopatra mi avea, come dissi, aperto 



anche ai posteriori la più generica dichiarazione che segue : « Onde 
non lessi mai la sua Enriade, se non se a squarcetti; poco più 
la Pucelle, perchè l'osceno non mi ha dilettato mai\ ed alcune 
delle di lui tragedie t>. Che vuol dire, non già, come stranamente 
equivoca il Bertana, che fino dal 1769 l'Alfieri aveva lette e gu- 
state alcune delle tragedie di Voltaire, ma invece che alcune di 
codeste tragedie egU non le lesse mai, né prima né dopo! 

1 Ricorda la frase della Vita Nuova, 23 : « Di necessitade 
convene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia ». 



■ 'A 



i. 



gli occhi, e non tanto sul demerito intrinseco di quel tema 
per sé stesso infeUce, e non tragediabile da chi che si 
fosse, non che da un inesperto autore per primo suo 
saggio ; ma me gli avea anco spalancati a segno di farmi 
ben bene osservare in tutta la sua immensità lo spazio 
che mi conveniva percorrere ali 'indietro, prima di po- 
termi, per cosi dire, ricollocare alle mosse, rientrare nel- 
l'aringo, e spingermi con maggiore o minor fortuna verso 
la meta. Cadutomi dunque pienamente dagli occhi quel 
velo che fino a quel punto me gH avea si fortemente in- 
gombrati, io feci con me stesso un solenne giuramento: 
— Che non risparmierei oramai né fatica né noia nessuna 
per mettermi in grado di sapere la mia lingua quant'uomo 
d'Italia. — E a questo giuramento m'indussi, perché mi 
parve che se io mai potessi giungere una volta al ben dire, 
non mi dovrebbero mai poi mancare né il ben ideare, né 
il ben comporre. Fatto il giuramento, mi inabissai nel 
vortice grammatichevole, come già Curzio nella voragine, 
tutto armato, e guardandola. Quanto più mi trovava 
convinto di aver fatto male ogni cosa sino a quel punto, 
altrettanto mi andava tenendo per certo di poter col 
tempo far meglio; e ciò tanto più tenendone quasi una 
prova evidente nel mio scrigno. E questa prova erano 
le due tragedie, il Filippo ed il Polinice, le quali già tra 
il marzo e il maggio di quell'anno stesso 1775, cioè tre 
mesi circa prima che si recitasse la Cleopatra, erano state 
stese da me in prosa francese; e parimente lette da me 
ad alcuni pochi, mi era sembrato che ne fossero rimasti 
colpiti. Né mi era io persuaso di quest'effetto perchè 
me l'avessero più o meno lodate; ma per l'attenzione 
non finta né comandata, con cui le aveano di capo in 
fondo ascoltate, e perchè i taciti moti dei loro commossi 
aspetti mi parvero dire assai più che le loro parole. Ma 
per mia somma disgrazia, quali che si fossero quelle due 
tragedie, elle si trovavano concepite e nate in prosa fran- 
cese, onde rimanea loro lunga e difficile via da calcarsi, 
prima ch'elle si trasmutassero in poesia italiana. E in 
codesta spiacevole e meschina lingua le aveva io stese, 



170 



DAU.A «Vita»; IV, i: 1775 



non già perchè io la sapessi, né punto ci pretendessi, ma 
perchè in quel gergo da me per quei cinque anni di \naggio 
esclusivamente parlato e sentito, io mi veniva a spiegare 
un po' più, ed a tradire un po' meno il pensiere mio; che 
sempre pur mi accadeva, per via di non saper nessuna 
lingua, ciò che accaderebbe ad un volante ^ dei sommi 
d'Italia, che trovandosi infermo, e sognando di correre 
a competenza de' suoi eguali o inferiori, null'altro gU 
mancasse ad ottener la vittoria se non se le gambe. 

K questa impossibilità di spiegarmi, e tradurre me 
stesso, non che in versi ma anche in prosa italiana, era 
tale, che quando io rileggeva un atto, una scena, di quelle 
ch'eran piaciute ai miei ascoltatori, nessuno d'essi le 
riconosceva più per le stesse, e mi domandavano sul serio, 
perchè l'avessi mutate : tanta era l'influenza dei cangiati 
abiti e panneggiamenti alla stessa figura, ch'ella non era 
più né conoscibile, né sopportabile. Io mi arrabbiava, 
e piangeva: ma invano. Era forza pighar pazienze."", e 
rifare : ed intanto ingoiarmi le più insulse e antitragich? 
letture dei nostri testi di lingua per invasanni ' di modi 
toscani ; e direi (se non temessi la sguaiataggine dell'espres- 
sione), in due parole direi che mi conveniva tutto il giorno 
spensare per poi ripensare*. 

Tuttavia, l'aver io quelle due tragedie future nello 
scrigno, mi facea prestare alquanto più pazientemente 
l'orecchio agU avvisi pedagogici, che d'ogni parte mi 
pioveano addosso. E parimente quelle due tragedie mi 
aveano prestata la forza necessaria per ascoltare la recita 
a' miei orecchi sgradevolissima della Cleopatra, che ogni 
verso che pronunziava l'attore mi risuonava nel core come 



1 Si chiamavano così i lacchè che seguivano o precedevano, 
correndo a piedi, le carrozze in cui sedeva il signore. Di notte 
portavano le fiaccole accese. 

2 Pigliare e portare pazienza non è modo toscano, bensì delle 
parlate della Valle padana. 

•^ Quasi: riempire il vaso della mia mente; imbottirmi. 
^ Esercitare puramente la memoria, per poi riprendere a pen- 
sare nella nuova forma. 



Dalila (cVita»; IV, i: 177 S 



171 



la più amara critica dell'opera tutta, la quale già fin d'al- 
lora era divenuta un nulla ai miei occhi ; né la considerava 
per altfo, se non se come lo sprone dell'altre avvenire. 
Onde, siccome non mi avviUrono punto le critiche (forse 
giuste in parte, ma più assai mahgne ed indotte) che mi 
furono poi fatte su le tragedie della mia prima edizione 
di Siena del 1783I; cosi per l'appunto nulla affatto m'm- 
superbirono, né mi persuasero, quegU ingiusti e non me- 
ritati applausi che la platea di Torino, mossa forse a com- 
passione della mia giovenile fidanza e baldanza, mi volle 
pur tributare. Primo passo adunque verso la purità to- 
scana essere doveva, e lo fu, di dare interissimo bando 
ad ogni qualunque lettura francese. Da quel lugho m 
poi non volU più mai proferire parola di codesta hngua, 
e mi diedi a sfuggire espressamente ogni persona e com- 
pagnia da cui si parìasse. Con tutti questi mezzi non ve- 
niva perciò a capo d'itaUanizzarmi. Assai male mi piegava 
agh studi gradati e regolati ; ed essendo ogni terzo giorno 
da capo a ricalcitrare contro gh ammonimenti, io andava 
pur sempre ritentando di svolazzare coU'aU mie. Perciò, 
ogni qualunque pensiero mi cadesse nella fantasia, mi 
provava di porlo in versi; ed ogni genere, ed ogni metro 
andava tasteggiando, ed in tutti io mi fiaccava le coma 
e l'orgoglio, ma l'ostinata speranza non mai. 

Tra l'altre di queste rimerìe (che poesie non ardirò 
di chiamarle) una me ne occorse di fare, da essere da me 
cantata ad un banchetto di Liberi Muratori. Era questa, 
o dovea essere, un Capitolo allusivo ai diversi utensili 
e gradi e officiaU di quella buffonesca società. E benché 
io nel primo sonetto avessi rubato un verso del Petrarca 



1 Cfr E. BERTANA, Sulla pubblicazione delle prime dieci tra- 
gedie dell'Alfieri, nel voi. collettivo: Raccolta di studi critici dedi- 
cata ad A. D'Ancona, Firenze, 1901. p. 59 ss. Il 25 novembre 1784 
l'\lfieri scriveva da Pisa all'amico Mario Bianchi m Siena: «Mi 
son prefisso di non parlar mai più di libri né di lettere in nessun 
modo, e a chi mi dice Muse, io rispondo cavaUi. Cosi sarò più 
quieto, e tanto non c'imparerei nulla a far altrimenti «. 



172 



Dai,i.\ «Vita»; IV. i: 1775 



Baiala uVita»; IV, i: 177 ^ 



^73 



dai suoi Capitoli ^ ; con tutto ciò, tanta era la mia disat- 
tenzione e ignoranza, che allora cominciai questo mio 
senza più ricordarmi, o non l'avendo forse mai bene os- 
servata, la regola delle terzine; e cosi me lo proseguii 
sbagliando, sino alla duodecima terzina; dove essendo- 
mene nato il dubbio, aperto Dante, conobbi l'errore, e lo 
corressi in appresso, ma lasciai le dodici terzine com'elle 
stavano; e cosi le cantai al banchetto: ma quei lyiberi 
Muratori tanto intendevan di rime e di poesia, quanto 
dell'arte di fabbricare; e il mio Capitolo passò ~. 

Verso l'agosto di quell'anno stesso 75, credendomi 
far vita troppo dissipata stando in città, e non potere 
perciò studiare abbastanza, me n'andai nei monti che 
confinano tra il Piemonte e il Delfinato, e passai quasi 
due mesi in un borguccio chiamato Cezannes, a' piedi 
del Monginevro, dove è fama che Annibale varcasse 
l'Alpi. Io benché riflessivo per natura, talvolta pure 
sconsiderato per impeto, non riflettei nel prendere quella 
risoluzione, che in quei monti mi tornerebbe fra i piedi 
la maledettissima lingua francese, che con si giusta e 
necessaria ostinazione io m'era proposto di sfuggir sempre. 
Ma a questo mi indusse quell'abate, ch'io dissi mi avea 
accompagnato in quel viaggio ridicolo fatto l'anno in- 
nanzi a Firenze. Era quest'abate nativo di Cezannes; 
chiamavasi Aillaud; era pieno d'ingegno, di una lieta 
filosofia, e di molta coltura nella letteratura latina e 
francese. EgU era stato aio di due fratelli coi quaU io 
m'era trovato assai collegato nella prima gioventù, ed 
allora avèamo fatto amicizia l' Aillaud ed io; e conti- 
nuatala dappoi. Debbo dire pel vero, che codesto abate 
ne' miei primi anni avea fatto il possibile per inspirarmi 



1 I Trionfi, ch'ei chiama Capitoli perchè in terza rima, come i 
Capitoli del Berni. 

2 Incomincia : « Cetra, che a mormorar soltanto avvezza » ; e 
fu dall'Alfieri trascritto in nota a queste sue memorie. V'aggiunse 
la postilla: «Strano è che, fatti tanti versi inutili, non ve ne aggiun- 
gessi uno in fine necessario, per chiudere il Capitolo con la rima, 
secondo le regole. Ma ninna regola mi s'era ancor fitta in capo ». 



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l'amore delle lettere, dicendomi che ci avrei potuto riu- 
scire; ma il tutto invano. E alle volte si era fatto fra noi 
il seguente risibile patto : — Ch'egU mi dovrebbe leggere 
per un'ora intera del romanzo, o novelliere, intitolato 
Les Mille et une Nuits, con che poi io mi sottomettessi a 
sentirmi leggere per soli dieci minuti uno squarcio delle 
tragedie di Racine. — Ed io me ne stava tutto orecchi 
nel tempo di quella prima insulsa lettura, e mi addormen- 
tava poi al suono dei dolcissimi versi di quel gran tragico ; 
cosa di cui l'Aillaud arrabbiava, e vituperavami, con gran 
ragione ^ Questa era la mia disposizione a diventar tra- 
gico, quando stava nel primo appartamento della reale 
Accademia. Ma neppur dappoi ho potuto ingoiar mai la 
cantilena metodica muta e gelidissima dei versi francesi, 
che non mi sono sembrati mai versi ; ne quando non mi 
sapea che cosa si fosse un verso, né quando poi mi parve 
di saperlo. 

Torno a quel mio ritiro estivo in Cezannes, dove, 
oltre l'abate letterato, aveva anche meco un abate ci- 
tarista, che m'insegnava suonar la chitarra, stromento 
che mi pareva inspirare poesia, e pel quale una qualche 
disposizione avea ; ma non poi la stabile volontà, che si 
agguagUasse al trasporto che quel suono mi cagionava. 
Onde né in questo stromento, né sul cimbalo, che da gio- 
vane avea imparato, non ho mai ecceduta la mediocrità, 
ancorché l'orecchio e la fantasia fossero in me musiche- 
voU nel sommo grado. Passai così quell'estate fra co- 
desti due abati, di cui l'uno mi sollevava dalla angoscia 
per me si nuova, dell' appUcar seriamente allo studio, 
col suonarmi la cetra ; l'altro poi mi f acea dar al diavolo 



1 In un fascicolo manoscritto di Cose liriche di rifiuto, l'Alfieri 
ha conservato anche un sonetto che comincia « Donna gentil per 
cui ragion in bando ).. con la data ( agosto, 1775 », e con questo 
bigliettino: «Ancora questo, amico caro, e con la sohta pietà: 
poi vi do tregua fino alle tragedie». ly'amico risponde: «Questi 
sono i migliori versi che abbiate fatti, o per megUo dire, che ho 
letti di voi: vi comincia ad essere un certo calore nelle frasi e 
ne' pensieri che annuncia, ben che da lontano, il mio Racine ». 



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174 



Dalla (Vita»; IV, i: 1775 



Daixa «Vita ).; IV. i: i773 



173 



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col suo francese. Con tutto ciò deliziosissimi momenti 
mi furono, ed utilissimi, quelli in cui mi venne pur fatto 
di raccogliermi in me stesso, e di lavorare efficacemente 
a disrugginire il mio povero intelletto, e dischiudere 
nella memoria le facoltà dell'imparare, le quali oltre 
ogni credere mi si erano oppilate in quei quasi dieci anni 
continui d'incallimento nel più vituperoso letargico ozio^ 
Subito mi accinsi a tradurre o ridurre in prosa e frase ita- 
liana quel Filippo e quel Polinice, nati in veste spuria. 
Ma, per quanto mi ci arrovellassi, quelle due tragedie 
mi rimanevano pur sempre due cose anfibie, ed erano tra 
il francese e l'italiano senza essere né l'una cosa né l'altra ; 
appunto come dice il poeta nostro della carta avvam- 
pante : 

Un color bruno, 
Che non è nero ancora, e il bianco muore. 

In quest'angoscia di dover fare versi italiani di pen- 
sieri francesi mi era già travagliato aspramente anche nel 
rifare la terza Cleopatra; talché alcune scene di essa, ch'io 
avea stese e poi lette in francese al mio censor tragico 
e non grammatico, al conte Agostino Tana, e ch'egli avea 
trovate forti, e bellissime, tra cui quella d'Antonio con 
Augusto, allorché poi vennero trasmutate ne' miei ver- 
sacci poco italiani, slombati, faciU e cantanti, esse gh 
comparvero una cosa men che mediocre; e me lo disse 
chiaramente; ed io lo credei; e dirò di più, che lo sentii 
anche io. Tanto é pur vero che in ogni poesia il vestito 
fa la metà del corpo, ed in alcune (come nella lirica) 
l'abito fa il tutto : a segno che alcuni versi 

Con la lor vanità che par persona 

trionfano di parecchi altri in cui 

Fosser gemme legate in vile anello. 



* 



1 Si veda l'articoletto del compianto XoVATl, L'Alfieri a 
Cezannes, ripubblicato nel volume A ricolta, Bergamo, 1907. 



7;;;;;;^qui, che sì ai padre P^^^^^i che al 
rn,ite Tana e principalmente a questo secondo, io prò 
etetòÌtTrnrnfente La riconoscenza sornma p. le ve- 
rità che mi dissero, e per avermi a viva fo"^ ^^"° "^^^ 
trare nel buon sentiero delle sane lettere. E tanta era in 
me a fiducia in questi due soggetti^ che >1 -- f f -'^ 
letterario è stato interamente ad arbitrio loro, ed a^rel 
S ognnor minimo cenno buttata al fuoco ogni mia com- 
posizione che avessero biasimata come f-id tante nme^ 
che altra correzione non meritavano. Sicché, se io ne 
oLtdto poeta, mi debbo intitolare, P- g-- ^i Dio, 
P HpI Paciaudi e del Tana. Questi furono 1 miei santi prò 
^Sn nXferoce continua battaglia -.-i - -n-^e 
passare ben tutto il primo anno della "J'^^^f, ^f^^/^f '^j 
^' di sempre dar la caccia alle parole e forme francesi, ai 

sÒoeTare per dir così le mie idee per rivestirle di nuovo 
^s^ttturo'aspetto, di riunire in somma ne o stesso punto 
lo studio d'un uomo maturissimo con q".^»° ^i un ragaz 
zaccio alle prime scuole. Fatica ^«dicibile ingratissima^ 
e da ributtare chiunque avesse avuto (ardirò dirio) una 

fiamma minor della mia. a,,^ ir^accWe come 

Tradotte dunque in mala prosa le due tragedie^^me 
dis-i mi pofi all'impresa di leggere e studiare a verso a 
verso pèrUne d'aLianità tutti i -stn poeti pnmar. 
e postillarii in margine, non di parole, ma d. uno o pm 
tr^tticelh perpendicolari ai versi; per ^^^cennare a tne 
stesso se più o meno mi andassero a gemo que Peusien 
o qTelle Lpressioni, o quei suoni. Ma t-vando^^^^^^^^^ 
prima Dante riuscirmi pur troppo difficile^ cominciai da 
,i 'ra<;so che non aveva mai neppure aperto fino a quei 
'^ pTo'. Ed io leggeva con sì pazza atjnzione, volendo 
osservar tante e si diverse e ^^ contrarie cose, che dopo 
dieci stanze non sapea più quello eh io ^^e^^^ Jf "^^^ ™ 
trovava essere più stanco e rifinito assai ^he se k aves^^ 
io stesso composte. Ma a poco a poco mi andai formando 
e l'occhio e la mente a quel faticosissimo genere di let- 
tura; e cosi tutto il Tasso, la Gerusalemme; poi 1 Anosto. 
7 Furioso: poi Dante senza commenti, poi il Petrarca, 






176 



DAI.I.A u Vita )) ; IV. i: 1775 



DAIJ.A uViTA»; IV, i: 177 5 



177 






) ' 



tutti me gli invasai d'un fiato postillandoli tutti, e v'im- 
piegai forse un anno^ 

Le difficoltà di Dante, se erano istoriche, poco mi cu- 
rava di intenderle, se di espressione, di modi, o di voci, 
tutto faceva per superarle indovinando ; ed in molte non 
riuscendo, le poche poi ch'io vinceva mi insuperbivano 
tanto più. In quella prima lettura io mi cacciai piuttosto 
in corpo un'indigestione che non una vera quintessenza 
di quei quattro gran luminari ; ma mi preparai cosi a ben 
intenderH poi nelle letture susseguenti, a sviscerarli, gu- 
staci, e forse anche rassomigliarli. Il Petrarca però mi 
riuscì ancor più difficile che Dante; e da principio mi 
piacque meno; perchè il sommo diletto dai poeti non si 
può mai estrarre, finché si combatte coU'intenderli. 

Ma dovendo io scrivere in verso sciolto, anche di 
questo cercai di formarmi dei modeUi. Mi fu consigUata 
la traduzione di Stazio del BentivogUo. Con somma avi- 
dità la lessi, studiai, e postillai tutta; ma alquanto fiacca 
me ne parve la struttura del verso per adattarla al dia- 
logo tragico. Poi mi fecero i miei amici censori capitare 
alle mani V Ossian dei Cesarotti; e questi furono i versi 
sciolti che davvero mi piacquero, mi colpirono e m'in- 
vasarono. Questi mi parvero, con poca modificazione, un 
eccellente modello pel verso di dialogo'. Alcune altre tra- 
gedie o nostre itahane. o tradotte dal francese, che io 
voUi pur leggere sperando d'impararvi almeno quanto 
allo stile, mi cadevano dalle mani per la languidezza, tri- 
vialità, e prolissità dei modi e del verso, senza parlare 
poi della snerv^atezza dei pensieri. Tra le men cattive 
lessi e postillai le quattro traduzioni del Paradisi dal 
francese', e la Merope originale del Maffei. E questa, a 



1 Di codeste postille si sono giovati il BiAGiou nel commento 
al Petrarca, e il PoLETTo nel commento a Dante. 

2 Vedi dianzi, III, 8. p. 107. E cfr. M. SCHERil.1.0, Ossian, 
conferenza, Milano. A. Vallardi, 1895: e G. Mazzoni. In Biblio- 
teca, Roma, Sommaruga. 

3 Esse sono nei tre volumi della Scelta di eccellenti tragedie 



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luoghi, mi piacque bastantemente per lo stile, ancorché 
mi lasciasse pur tanto desiderare per adempirne la per- 
fettibiUtà, o vera, o sognata, ch'io me n andava fabbri- 
cando nella fantasia. E spasso andava interrogando me 
stesso: - Or, perchè mai questa nostra divina lingua, 
si maschia anco ed energica e feroce m bocca di Dante, 
dovrà ella farsi cosi sbiadata ed eunuca nel dialogo tra- 
gico ' Perchè il Cesarotti, che si vibratamente verseggia 
neWOssian, cosi fiaccamente poi sermoneggia neUa i«- 
miramide e nel Maometto del Voltaire da esso tradotte ? 
Perchè quel pomposo galleggiante scioltista caposcuola, 
il Frugoni, nella sua traduzione del Radami sto del Cre- 
biUon è egli si immensamente minore del CrebiUon e d, 
sé medesimo ? Certo, ogni altra cosa ne incolperò che la 
nostra pieghevole e proteiforme favella. - E questi dubb 
ch'io proponeva ai miei amici e censon, nissuno me h 

^*'' L'ottimo Paciaudi mi raccomandava frattanto di 
non trascurare nelle mie laboriose letture la prosa, eh egh 
dottamente denominava la nutrice del verso. Mi sovviene 
a questo proposito, che un tal giorno egh mi porto il 
Galateo del Casa, raccomandandomi di ben meditarlo 
quanto ai modi, che certo ben pretti toscam erano, ed 
il contrario d'ogni franceseria. Io, che da ragazzo lo aveva 
(come abbiam fatto tutti) maledetto, poco inteso, e 
niente gustatolo, mi tenni quasiché offeso di q^^fto Pue- 
rile o pedantesco consiglio. Onde, pieno di mal talento 
contro quel Galateo, lo apersi. Ed alla vista di quel pnmo 
Conciossiacosaché, a cui poi si accoda quel lungo periodo 
cotanto pomposo e si poco sugoso mi prese un tal itn- 
peto di collera, che scagliato per la finestra il hbro, gndai 
quasi maniaco : - Ella è pur dura e stucchevole necessità, 
che per iscrivere tragedie in età di yenzett anni mi con- 
venga ingoiare di nuovo codeste baie fanaullesche. e 



francesi tradotte; Liegi (Modena), 1764. Cfr. E. BERTANA // teatro 
[ra^co italiano kel selxVlU. prin^a dell Alfieri; Tonno, Loeschet; 
Supplemento 4 al Giornale Storico della Letteratura Itahana. 

Alfikri, II. 



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178 



Dalila uVita»; IV, i e 2: 1775-76 



Dai,i,a ((Vita »; IV, 2: 1776 



179 



prosciugarmi il carvello con si fatte pedanterie ! — Sor- 
rise di questo mio poetico ineducato furore; e mi profe- 
tizzò che io leggerei poi il Galateo, e più d'una volta. E 
cosi fu in fatti; ma parecchi anni dopo, quando poi mi 
era ben bene incallite le spalle ed il collo a sopportare 
il giogo grammatico. E non il solo Galateo, ma presso che 
tutti quei nostri prosatori del trecento, lessi e postillai 
poi, con quanto frutto, noi so. Ma fatto si è, che chi gU 
avesse ben letti quanto ai lor modi, e fosse venuto a capo 
di prevalersi con giudizio e destrezza dell'oro dei loro 
abiti, scartando i cenci delle loro idee, quegli potrebbe 
forse poi ne' suoi scritti sì filosofici che poetici, o istorici, 
o d'altro qualunque genere, dare una ricchezza, brevità, 
proprietà, e forza di colorito allo stile, di cui non ho \àsto 
finora nessuno scrittore italiano veramente andar corre- 
dato. Forse perchè la fatica è improba; e chi avrebbe 
l'ingegno e la capacità di sapersene giovare, non la vuol 
fare; e chi non ha questi dati, la fa invano. 



CAPITOLO SECONDO. 

Rimessomi sotto il pedagogo a spiegare Orazio. 
Primo viaggio letterario in Toscana. 

Verso il principio dell'anno 76, trovandomi già da sci 
e più mesi ingolfato negli studii italiani, mi nacque una 
onesta e cocente vergogna di non più intendere quasi 
affatto il latino ; a segno che trovando qua e là, come ac- 
cade, delle citazioni, anco le più bre\4 e comuni, mi tro- 
vava costretto di saltarle a pie pari, per non perder 
tempo a diciferarle. Trovandomi inoltre inibita ogni let- 
tura francese, ridotto al solo italiano, io mi vedeva affatto 
privo d'ogni soccorso per la lettura teatrale^. Questa ra- 
gione, aggiuntasi al rossore, mi sforzò ad intraprendere 



questa seconda fatica, per poter leggere le tragedie di 
Seneca, di cui alcuni sublimi tratti mi aveano rapito; 
e leggere anche le traduzioni letterali latine dei tragici 
greci, che sogliono essere più fedeli e m.eno tediose di 
quelle tante italiane che si inutilmente possediamo. Mi 
presi dunque pazientemente un ottimo pedagogo^, il 
quale, postomi Fedro in mano, con molta sorpresa sua 
e rossore mio, vide e mi disse che non l'intendeva, ancorché 
l'avessi già spiegato in età di dieci anni ; ed in fatti pro- 
vandomici a leggerlo traducendolo in italiano, io pigliava 
dei grossissimi granchi e degli sconci equivoci. Ma il va- 
lente pedagogo, avuto ch'egli ebbe cosi ad un tempo 
stesso il non dubbio saggio e della mia asinità e della 
mia tenacissima risoluzione, m'incoraggi molto, e in vece 
di lasciarmi Fedro mi diede l'Orazio, dicendomi: — Dal 
difficile si viene al facile ; e cosi sarà cosa più degna di lei. 
Facciamo degli spropositi su questo scabrosissimo prin- 
cipe dei lirici latini, e questi ci appianeran la via per scen- 
dere agli altri. — E cosi si fece ; e si prese un Orazio senza 
commenti nessuni; ed io spropositando, costruendo, in- 
dovinando e sbagliando, tradussi a voce tutte l'Odi dal 
principio di gennaio a tutto il marzo. Questo studio mi 
costò moltissima fatica, ma mi fruttò anche bene, poiché 
mi rimise in grammatica senza farmi uscire di poesia. 



^ Per la lettura di quei componimenti che avrebbero dovuto 
servirmi di modello per le mie opere teatrali. 



^ Dicono che fosse Carlo Denina, lo storico, allora professore 
nell'Università di Torino. In una lettera del 28 febbraio 1797 
al conte Morelli, l'Alfieri lo ricorda con assai scarsa simpatia. Scrive : 
« Quanto al soggetto del libro, io securamente non avrei voluto 
dar nessun peso a un discorso accademico col rispondere. Si sa 
che in codeste accademie boreali, gli accademici stipendiati per 
dissertare, quando non hanno della scienza per le mani, disser- 
tano sul terzo o sul quarto. Ma si sa anche che codesti discorsi 
non danno mai fama a nessuno, né la tolgono ad altri che a chi 
li fa. Dunque mi pare che il silenzio sia il loro naturale e ad un 
tempo il più comodo risponditore. Quanto alla parte mia, io non 
mi sento punto offeso dall'abate Denina. Ciascuno può dire qua- 
lunque cosa su chiunque si è fatto stampare; ma il sig. Denina 
può essere ben certo che io non parlerò mai di lui ». 



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DaUvA « Vita »; IV, 2: 1776 



DAi.tA «Vita»; IV, 2: 1776 



181 



In quel frattempo non tralasciava però di leggere e 
postillare sempre i poeti italiani, aggiungendone qual- 
cuno dei nuo\à, come il Poliziano, il Casa, e ricommaando 
poi da capo i primarii ; talché il Petrarca e Dante nello 
spazio di quattr'anni lessi e postillai forse cinque volte. 
E riprovandomi di tempo in tempo a far versi tragici, 
avea già verseggiato tutto il Filippo. Ma, benché fosse 
venuto alquanto men fiacco e men sudicio della Cleo- 
patra pure quella versificazione mi riusciva languida, 
prolissa, fastidiosa e triviale. Ed in fatti quel primo Fi- 
lippo, che poi alla stampa si contentò di annoiare il pub- , 
blico'con soli 1400 e qualche versi, nei due primi tentativi 
pertinacemente volle annoiare e disperare il suo autore 
con più di due mila versi, in cui egU diceva allora assai 
meno cose, che nei 1400 dappoi. 

Quella lungaggine e fiacchezza di stile, eh 10 attn- 
buiva assai più alla penna mia che alla mente mia, per- 
suadendomi finalmente ch'io non potrei mai dir bene ita- 
liano finché andava traducendo me stesso dal francese, 
mi fece finalmente risolvere di andare in Toscana per 
avvezzarmi a parlare, udire, pensare, e sognare m to- 
scano e non altrimenti mai più. Partii dunque nell apnle 
del 76 coll'intenzione di starvi sei mesi, lusingandomi 
che basterebbero a disfrancesarmi. Ma sei mesi non dis- 
fanno una trista abitudine di dieci e più anni. Avviatomi 
alla volta di Piacenza e di Parma, me n'andava a passo 
tardo e lento 1, ora in biroccio, ora a cavallo, m compagnia 
de' miei poetini tascabili, con pochissimo altro bagagho, 
tre soH cavalli, due uomini, la chitarra, e le molte spe- 
ranze della futura gloria. Per mezzo del Paciaudi conobbi 
in Parma, in Modena, in Bologna, e in Toscana, quasi 
tutti gli uomini di un qualche grido nelle lettere. E quanto 
io era stato non curante di tal mercanzia ne' miei primi 
viaggi altrettanto e più era poi divenuto curioso di cono- 



1 II Petrarca, n. 35: 

Solo e pensoso i più deserti campi 
Vo misurando a passi tardi e lenti. 



scere i grandi, e i medi in qualunque genere. Allora co- 
nobbi in Parma il celebre nostro ^ stampatore Bodoni, e 
fu quella la prima stamperia in cui io ponessi mai i piedi, 
benché fossi stato a Madrid e a Birmingham, dove erano 
le due più insigni stamperie d'Europa, dopo il Bodoni. 
Talché io non aveva mai visto un a di metallo, né alcuno 
di quei tanti ordigni che mi doveano poi col tempo ac- 
quistare o celebrità o canzonatura. Ma certo in nessuna 
più augusta officina io potea mai capitare per la prima 
volta, né mai ritrovare un più benigno, più esperto, e più 
ingegnoso espositore di quell'arte maravigliosa che il 
Bodoni, da cui tanto lustro e accrescimento ha ricevuto 
e riceve. 

Cosi a poco a poco ogni giorno più ridestandomi dal 
mio lungo e crasso letargo, io andava vedendo e imparando 
(un po' tardetto) assai cose. Ma la più importante si era 
per me, ch'io andava ben conoscendo, appurando e pe- 
sando le mie facoltà intellettuali letterarie, per non isba- 
gliar poi, se poteva, nella scelta del genere. Né in questo 
studio di me medesimo io era tanto novizio come negli 
altri ; atteso che piuttosto precedendo l'età che aspettan- 
dola, io fin da anni addietro avea talvolta impreso a di- 
ciferare a me stesso la mia morale entità; e l'avea fatto 
anche con penna, non che col pensiero. Ed ancora con- 
servo una specie di diario che per alcuni mesi avea avuta 
la costanza di scrivere, annoverandovi non solo le mie 
sciocchezze abituali di giorno in giorno, ma anche i pen- 
sieri, e le cagioni intime che mi f accano operare o parlare : 
il tutto per vedere, se in cosi appannato specchio miran- 
domi, il migliorare d'alquanto mi venisse poi a riuscire. 
Avea cominciato il diario in francese ; lo continuai in ita- 
liano: non era bene scritto né in questa lingua, né in 
quella; era piuttosto originalmente èentito e pensato. 
Me ne stufai presto; e feci benissimo; perché ci perdeva 
il tempo e l'inchiostro, trovandomi essere tuttavia un 



* Giambattista Bodoni era nato a Saluzzo, nel 1740. Morì 
poi nel 18 13. 



l82 



DAI.I.A « Vita «; IV, 2: 1776 



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Dai.i,a «Vita»; IV, 2: 1776 



183 



giorno peggiore dell'altro^ Serva questo per prova, ch'io 
poteva forse ben per l'appunto conoscere e giudicare la 
mia capacità e incapacità letteraria in tutti i suoi punti. 
Parendomi dunque ormai discernere appieno tutto quello 
che mi mancava e quel poco ch'io aveva in proprio dalla 
natura, io sottiUzzava anche più in là per discernere, tra 
le parti che mi mancavano, quaU fossero quelle che mi 
sarei potute acquistar nell'intero, quaU a mezzo soltanto, 
e quah niente affatto. A questo si fatto studio di me stesso 
io forse sarò poi tenuto (se non di essere riuscito) di non 
avere almeno tentato mai nessun genere di composizione 
al quale non mi sentissi irresistibilmente spinto da un 
violento impulso naturale: impulso, i di cui getti sempre 
poi in ogni qualunque bell'arte, ancorché l'opera non 
riesca perfetta, si distinguono di gran lunga dai getti 
dell'impulso comandato, ancorché potessero pur pro- 
creare un'opera in tutte le sue parti perfetta. 

Giunto in Pisa, vi conobbi tutti i più celebri profes- 
sori, e ne andai cavando per l'arte mia tutto quell'utile 
che si poteva. Nel fregarmi con costoro, la più disastrosa 
fatica ch'io provassi, ell'era d'interrogarU con quel ri- 
guardo e destrezza necessaria per non smascherar loro 
spiattellatamente la mia ignoranza; ed in somma, dirò 
con fratesca metafora, per parer loro professo, essendo 
tuttavia novizio. Non già ch'io potessi né volessi spac- 
ciarmi per dotto ; ma era al buio di tante e poi tante e 
poi tante cose, che coi visi nuovi me ne vergognava; e 
pareami, a misura che mi si andavano dissipando le te- 
nebre, di vedermi sempre più gigantesca apparire questa 
mia fatale e pertinace ignoranza. Ma non meno forse gi- 
gantesco era e facevasi il mio ardimento. Quindi, mentr'io 
per una parte tributava il dovuto omaggio al sapere 



1 Veramente questa sfiducia era già nelle prime parole di quei 
suoi Giornali. Vi scrisse: «Se rendre compte à soi-méme des 
actions de chaque jour n'est le plus souvent qu'un temps perdu, 
parce qu'on répète facilement le lendemain les mémes défauts 
dont on a rougi le soir d'avance ». 



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d'altrui, non mi atterriva punto per l'altra il mio non 
sapere ; sendomi ben convinto che al far tragedie il primo 
sapere richiesto si è il forte sentire ; il qual non s'impara. 
Restavami da imparare (e non era certo poco) l' arte di 
fare agli altri sentire quello che mi parca di sentir io. 

Nelle sei o sette settimane ch'io dimorai in Pisa, ideai 
e distesi a dirittura in sufficiente prosa toscana la tra- 
gedia d'Antigone, e verseggiai il Polinice un po' men male 
che il Filippo. E subito mi parve di poter leggere il Po- 
linice ad alcuni di quei barbassori dell'Università, i quah 
mi si mostrarono assai sodisfatti della tragedia, e ne cen- 
surarono qua e là l'espressioni, ma neppure con quella 
severità che avrebbe meritata. In quei versi, a luoghi 
si trova van dette còse feUcemente; ma il totale della 
pasta ne riusciva ancora languida, lunga, e triviale a 
giudizio mio : a giudizio dei barbassori, riusciva scorretta 
qualche volta, ma fluida diceano e sonante. Non c'in- 
tendevamo. Io chiamava languido e triviale ciò ch'essi 
diceano fluido e sonante; quanto poi alle scorrezioni, 
essendo cosa di fatto e non di gusto, non ci cadea con- 
trasto. Ma neppure su le cose di gusto cadeva contrasto 
fra noi, perchè io a maraviglia tenea la mia parte di di- 
scente,' come essi la loro di docenri: era però ben fermo di 
volere prima d'ogni cosa piacere a me stesso. Da quei si- 
gnori dunque io mi contentava d'imparare negativamente, 
ciò che non va fatto; dal tempo, dall'esercizio, dall'osti- 
nazione, e da me, io mi lusingava poi d'imparare quel 
che va fatto. E s'io volessi far ridere a spese di quei dotti, 
com'essi forse avran riso allora alle mie, potrei nominar 
taluno fra essi, e dei più pettoruri, che mi consigUava, e 
portava egU stesso la Tancia del Buonarroti, non dirò per 
modello, ma per aiuto al mio tragico verseggiare, dicen- 
domi che gran dovizia di hngua e di modi vi troverei. Il 
che equivarrebbe a chi proponesse a un pittore di storia 
di studiare il Callotta^ Altri mi lodava lo stile del Meta- 



1 Jacop© Callot. famoso pittore, incisore e caricaturista fran- 
cese, che. nato a Nancy, visse lungamente a Firenze. Morì nel 1635. 



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184 



DAI.I.A «Vita»; IV, 2: 1776 



DA1.1.A «Vita»; IV, 2: 1776 



185 



stasio, cx)ine rottimo per la tragedia. Altri, altro. E nes- 
suno di quei dotti era dotto in tragedia. 

Nel soggiorno di Pisa tradussi anche la Poetica d'O- 
razio in prosa, con chiarezza e semplicità, per invasarmi 
que' suoi veridici e ingegnosi precetti. Mi diedi anche 
molto a leggere le tragedie di Seneca, benché in tutto 
ben mi avvedessi esser quelle il contrario dei precetti 
d'Orazio. Ma alcuni tratti di sublime vero mi trasporta- 
vano, e cercava di renderli in versi sciolti per mio doppio 
studio, di latino e d'italiano, di verseggiare e grandeg- 
giare. E nel fare questi tentativi mi veniva evidentemente 
sotto gli occhi la gran differenza tra il verso giambo^ ed il 
verso epico, i di cui diversi metri bastano per distinguere 
ampiamente le ragioni del dialogo da quelle di ogni altra 
poesia; e nel tempo stesso mi veniva evidentemente di- 
mostrato che noi Italiani non avendo altro verso che l'en- 
decasillabo per ogni componimento eroico, bisognava 
creare una giacitura di parole, un rompere sempre va- 
riato di suono, un fraseggiare di brevità e di forza, che 
venissero a distinguere assolutamente il verso sciolto tra- 
gico da ogni altro verso sciolto e rimato si epico che lirico. 
I giambi di Seneca mi convinsero di questa verità, e forse 
in parte me ne procacciarono i mezzi. Che alcuni tratti 
maschi e feroci di quell'autore debbono per metà la loro 
sublime energia al metro poco sonante, e spezzato. Ed 
in fatti qual è si sprovvisto di sentimento e d'udito, che 
non noti l'enorme differenza che passa tra questi due ver- 
si ? l'uno, di VirgiHo, che vuol dilettare e rapire il lettore : 
Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum; 
l'altro, di Seneca, che vuole stupire, e atterrir l'uditore, 
e caratterizzare in due sole parole due personaggi diversi : 

— Concede mortem. 

— Si recusares, darem^. 

Per questa ragione stessa non dovrà dunque un autor 



^ Il verso adoperato da Seneca nel dialogo è il senario giambico. 
* Eneide, Vili, 596; e Seneca, neWAgameumon, a. V, v. 994: 
i due personaggi sono Elettra ed Egisto. 



/ 









tragico italiano nei punti più appassionati e fieri porre 
in bocca de' suoi dialogizzanti personaggi dei versi, che 
quanto al suono in nulla somiglino a quei per altro stu- 
pendi e grandiosissimi del nostro epico : 

Chiama gli abitator dell'ombre eterne 
Il rauco suon della tartarea tromba. 

Convinto io nell'intimo cuore della necessità di questa 
total differenza da serbarsi nei due stili, e tanto più 
difficile per noi Itahani, quanto è giuoco forza crearsela 
nei limiti dello stesso metro, io dava dunque poco retta 
ai saccenti di Pisa quanto al fondo dell'arte drammatica, 
e quanto allo stile da adoperarvisi : gU ascoltava bensi 
con umiltà e pazienza su la purità toscanesca e gramma- 
ticale; ancorché neppure in questo i presenti toscani 
gran cosa la sfoggino ^ 

Eccomi intanto, in meno d'un anno dopo la recita 
della Cleopatra, possessore in proprio del patrimonietto 
di tre altre tragedie. E qui mi tocca di confessare, pel 
vero, di quai fonti le avessi tratte. Il Filippo, nato fran- 
cese,' e figUo di francese, mi venne di ricordo dall'aver 
letto più anni prima il romanzo di Don Carlos, dell'Abate 
di San Reale^. Il Polinice, gallo anch'egli, lo trassi dai 
Fratelli nemici, del Racine^ V Antigone, prima non im- 
brattata di origine esotica, mi venne fatta leggendo il 
duodecimo Ubro di Stazio nella traduzione su mentovata, 
del BentivogUo. Nel Polinice l'avere io inserito alcuni 
tratti presi nel Racine, ed altri presi dai Sette Prodi di 
Eschilo, che leggicchiai nella traduzion francese del padre 
Brumoy, mi fece far voto in appresso, di non mai più 



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1 Sappiano adoperare quella purità, e mostrarne nei loro di- 
scorsi uno splendido esempio. 

2 Vedi l'Avvertenza premessa al Filippo, nel volume: Le tra- 
gedie di V. Alfieri scelte e illustrate da M. ScHERii.1.0. Milano, 
Hoepli, 191 2, p. 5; e Ezio Levi, Gli antecedenti del Filippo del- 
l'Alfieri, nella Rassegna bibliografica della letteratura italiana, a. 
XXI, 1913. fase. 12, p. 347 ss. 

3 Cfr. N. IMPAI.1.0MENI, // Polinice dell'Alfieri, nel Giornale 
Storico della Letteratura Italiana, XXI. p. 70 ss. 



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Daixa {( Vita »; IV, 2: 1776 



Dai,i,a « Vita ^); IV. 2 e 3: 1776 



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leggere tragedie d'altri prima d'aver fatte le mie, allorché 
trattava soggetti trattati, per non incorrere cosi nella 
taccia di ladro, ed errare o far bene, del mio. Chi molto 
legge prima di comporre, ruba senza avvedersene, e* perde 
l'originalità, se l'avea. E per questa ragione anche avea 
abbandonato fin dall'anno innanzi la lettura di Shakes- 
peare (oltre che mi toccava di leggerlo tradotto in fran- 
cese). Ma quanto più mi andava a sangue quell'autore 
(di cui però benissimo distingueva tutti i difetti), tanto 
più me ne volli astenere^. 

Appena ebbi stesa V Antigone in prosa, che la lettura 
di Seneca m'infiammò e sforzò d'ideare ad un parto le 
due gemelle tragedie, V Agamennone e l'Oreste. Non mi 
pare con tutto ciò, ch'elle mi siano riuscite in nulla un V 
furto fatto da Seneca^. 

Nel fin di giugno sloggiai di Pisa, e venni in Firenze, 
dove mi trattenni tutto il settembre. Mi vi apphcai mol- 
tissimo all'impossessarmi della lingua parlabile; e con- 
versando giornalmente coi Fiorentini, ci pervenni ba- 
stantemente. Onde cominciai da quel tempo a pensare 
quasi esclusivamente in quella doviziosissima ed elegante 
lingua; prima indispensabile base per bene scriverla. 
Nel soggiorno in Firenze verseggiai per la seconda volta 
il Filippo da capo in fondo, senza neppur più guardare 
quei primi versi, ma rifacendoli dalla prosa. Ma i pro- 
gressi mi pareano lentissimi, e spesso mi parca anzi di 
scapitare che di migliorare. Nel corrente di agosto*, tro- 
vandomi una mattina in un crocchio di letterati, udii 
a caso rammentare l'anecdoto storico* di Don Garzia 
ucciso dal proprio padre Cosimo Primo. Questo fatto mi 
colpi; e siccome stampato non è, me lo procurai mano- 



^ 



^ Cfr. SCHERILLO, Imitatori e ammiratori di Shakespeare con- 
temporanei all'Alfieri, ora avanti al volume delle Tragedie. 

- Fatto da me nelle opere di Seneca. 

^ Durante l'agosto; più precisamente il 3. 

* ìi invece leggendario. Cfr. lo studio di G. E. SAI.TINI, nella 
Nuova Antologia del 1° settembre 1891 ; e anche F. Trevisan, 
// Don Garzia di V. Alfieri, nella Biblioteca delle scuole italiane, 
V. II, n. 6. 



scritto, estratto dai pubblici archivi di Firenze, e fin d'al- 
lora ne ideai la tragedia. Continuava intanto a schicche- 
rare molte rime, ma tutte mi riuscivano infelici. E benché 
non avessi in Firenze nessun amico censore che equiva- 
lesse al Tana e al Paciaudi, pure ebbi abbastanza senno 
e criterio di non ne dar copia a chi che si fosse, e anche la 
sobrietà di pochissimo andarle recitando. Il mal esito delle 
rime non mi scoraggiva con tutto ciò; ma bensi convin- 
cevami che non bisognava mai restare di leggerne dell'ot- 
time, e d'impararne a memoria, per invasarmi di fonne 
poetiche. Onde in quell'estate m'inondai il cervello di 
versi del Petrarca, di Dante, del Tasso, e sino ai tre primi 
canti interi dell'Ariosto; convinto in me slcsso, che il 
giorno verrebbe infallibilmente, in cui tutte quelle forme, 
frasi, e parole d'altri mi tornerebbero poi fuori dalle cel- 
lule di esso miste e immedesimate coi miei proprii pensieri 
ed affetti 1. 

CAPITOIvO TERZO. 
Ostinazione negu studj più ingrati. 

Nell'ottobre tornai in Torino, perchè non avea prese 
le misure necessarie per soggiornare più lungamente fuor 
di casa, non già perchè io mi presumessi intoscanito abba- 
stanza. Ed anche molte altre frivole ragioni mi fecero 
tornare. Tutti i miei cavalli lasciati in Torino mi vi aspet- 
tavano e richiamavano; passione che in me contrastò 
Itmgamente con le Muse, e non rimase poi perdente dav- 
vero, se non se più d'un anno dopo ^. Né mi premeva al- 

^ Un procedimento codesto che, sotto un certo rispetto, pare 
contradica alla maniera vantata poco dianzi, e certamente for- 
mulata troppo alla svelta, che « chi molto legge prima di comporre, 
ruba senza avvedersene, e perde l'originalità, se l'avea ». 

2 Cfr. i sonetti: Di destrier giovincelli un bel drappello, del 
14 aprile 1784; Ed ella pure in nobili corsieri, dello stesso anno; 
il Capitolo a Francesco Gori Gandellini « su la custodia dei cavalli »; 
e ancora i sonetti: Quel mio stesso Frontin ch'io già vantai, del 
22 agosto 1785 ; Achille mio, perchè con guizzi tanti, del 6 settembre 
1785; Donna, l'amato destrier nostro il Fido, del 20 febbraio 1786 
cui fa seguito l'altro: Tenace forza di robusta fibra. 



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DAttA « Vita )>; IV, 3: 1776 



DA1.1.A ((Vita »; IV, 3: 1776 



189 



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lora tanto lo studio e la gloria, che non mi pungesse anco 
molto a riprese la smania del divertirmi; il che mi riu- 
sciva assai più facile in Torino dove ci avea buona casa, 
aderenze d'ogni sorta, bestie a sufficienza, divagazioni 
ed amici più del bisogno. Malgrado tutti questi ostacoli, 
non rallentai punto lo studio in quell'inverno; ed anzi 
mi accrebbi le occupazioni e gl'impegni. Dopo Orazio 
intero, avea letti e studiati ad oncia ad oncia più altri 
autori, e tra questi Sallustio. La brevità ed eleganza di 
quell'istorico mi avea rapito talmente, che mi accinsi 
con molta applicazione a tradurlo; e ne venni a capo in 
quell'inverno. Molto, anzi infinito obbligo io debbo a 
quel lavoro; che poi più e più volte ho rifatto, mutato e 
limato, non so se con migUoramento dell'opera, ma cer- 
tamente con molto mio lucro si nell'inteUigenza della 
lingua larina, che nella padronanza di maneggiar l'italiana. 

Era frattanto ritornato di Portogallo l'incompara- 
bile abate Tommaso di Caluso ; e trovatomi contro la sua 
aspettativa ingolfato davvero nella letteratura, e osti- 
nato nello scabroso proposito di farmi autor tragico, egli 
mi secondò, consighò, e soccorse di tutti i suoi lumi con 
benignità e amorevolezza indicibile. E cosi pure fece 
l'eruditissimo conte di San Raffaele 1, ch'io appresi in 
quell'anno a conoscere, e altri coltissimi individui, i 
quaU tutti a me superiori di età, di dottrina, e d'esperienza 
nell'arte, mi compativano pure, ed incoraggivano ' ; an- 
corché non ne avessi bisogno, atteso il bollore del mio ca- 
rattere. Ma la gratitudine che sovra ogni altra professo 
e sempre professerò a tutti i su detti personaggi, si è per 
aver essi umanamente comportata la mia incomportabile 
petulanza d'allora; la quale, a dir anche il vero, mi an- 
dava però di giorno in giorno scemando, a misura che 
riacquistava lume. 

Sul finir di quell'anno 76, ebbi una grandissima e 
lungamente sospirata consolazione. Una mattina andato 



1 Benvenuto Robbie di San Raffaele, autore di un poema, 
L'Italia, e di molte altre opere, specialmente morali e pedagogiche. 
* Cfr. Bertana, Vittorio Alfieri, p. 89 e 300. 



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L^ 



dal Tana, a cui sempre palpitante e tremante io solca 
portare le mie rime, appena partorite che fossero, gli 
portai finalmente un Sonetto al quale pochissimo trovò 
che ridire, e lo lodò anzi molto come i primi versi ch'io 
mi facessi meritevoli di un tal nome. Dopo le tante e con- 
tinue afflizioni ed umiliazioni ch'io avea provate nel leg- 
gergli da più d'un anno le mie sconce rime, ch'egli da vero 
e generoso amico senza misericordia nessuna censurava, 
e diceva il perchè, e .il suo perchè mi appagava ; giudichi 
ciascuno qual soave nettare mi giunsero all'anima quelle 
insolite sincere lodi. Era il sonetto una descrizione del 
ratto di Ganimede^; fatto a imitazione dell'inimitabile 
del Cassianisul ratto di Proserpina^ EgH è stampato da 
me il primo tra le mie rime. E invaghito della lode, tosto 
ne feci anche due altri, tratto il soggetto dalla favola, e 
imitati anch'essi come il primo, a cui immediatamente 
anche nella stampa ho voluto poi che seguitassero^ . Tutti 
e tre si risentono un po' troppo della loro serva origine 



1 Quello che comincia: Volea gridar, fuggir volea, ma vinto. 

2 Allora, e per molti anni ancora, fu celebre, specialmente nelle 
scuole di recitazione. Ora pochi o nessuno lo ricorda; e può forse 
piacere di conoscerlo. Eccolo: 

Die un alto strido, gittò i fiori, e vòlta 
A l'improvvisa mano che la cinse, 
Tutta in sé, per la tema onde fu còlta, 
La siciliana vergine si strinse. 

11 nero Dio la calda bocca involta 
D'ispido pelo a ingordo bacio spinse, 
E di stigia fuliggin con la folta 
Barba l'eburnea gota e il sen le tinse. 

Ella già in braccio al rapitor, puntello 
Fea d'una mano al duro orribil mento. 
De l'altra a gli occhi paurosi im velo. 

Ma già il carro la porta; e intanto il cielo 
Ferìan d'un rumor cupo il rio flagello, 
Le ferree ruote e il femminil lamento. 
^ Cominciano: Braccia con braccia in feri nodi attorte, e Avvi- 
tiqchiati, ignudi, e bocca a bocca. Non ho creduto che mettesse 
conto di riferirli nella seguente scelta delle Rime. 



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IQO 



Dai,la (( Vita »; IV, 3: 1776 



Dai^IvA « Vita »; IV, y. 1777 



19J 



imitativa, ma pure (s'io non erro) hanno il merito d'essere 
scritti con una certa evidenza, e bastante eleganza; quale 
in somma non mi era venuta mai fin allora. B come tali 
ho voluto serbarli, e stamparli con pochissime mutazioni 
molti anni dopo. In seguito poi di quei tre primi sufficienti 
sonetti, come se mi si fosse dischiusa una nuova fonte, 
ne scaturii in quell'inverno troppi altri; i più, amorosi: 
ma senza amore che li dettasse. Per esercizio mero di 
hngua e di rime avea impreso a descrivere a parte a parte 
le bellezze palesi d'una amabilissima e leggiadra Signora^ ; 
né per essa io sentiva neppure la minima fa\'illuzza nel 
cuore; e forse ci si parrà in quei sonetti più descrittivi 
che affettuosi. Tuttavia, siccome non mal verseggiati, 
ho voluto quasi che tutti conservarli, e dar loro luogo 
nelle mie rime; dove agli intendenti dell'arte possono 
forse andare additando i progressi ch'io allora andava fa- 
cendo gradatamente nella difficilissima arte del dir bene, 
senza la quale, per quanto sia ben concepito e condotto, il 
sonetto non può aver vita. 

Alcuni evidenti progressi nel rimare, e la prosa del 
Sallustio ridotta a molta brevità con sufficiente chiarezza 
(ma priva ancora di quella variata armonia, tutta propria 
sua, della ben concepita prosa), mi aveano ripieno il 



^ La marchesa di Ozà, Carlotta Amoretti. Il 6 maggio del 1786 
l'Alfieri le mandava da Martinsbourg i sonetti accompagnati dal 
seguente bigliettino, testé tratto dai suoi manoscritti : « Questi 
primi versi nei quali, già son ben tre anni [doveva dir dieci!], 
io pittore allora più rozzo che forse or noi sia, piuttosto accennava 
che dipingeva le gentili forme della di lei gentile persona, paionmi 
essere di ragion sua. Quindi, nel far rassegna dei miei cenci poe- 
tici, avendoli ritrovati, e non del tutto dispiaciutimi, ho creduto 
dovessero alle di lei mani, prima che a quelle di ogni altro perve- 
nire. A ciò con tanto maggior coraggio mi arrischio, che mi lu- 
singo che in essi vi scorgerà più assai che un amante, un rispettoso 
e caldo ammiratore delle di lei bellezze e virtù, qual sempre sono 
stato, e sono tuttavia ». — Anche dei nove sonetti, trascelti dal 
poeta nei sedici che aveva composti sullo stesso argomento, non 
m'è parso che mettesse conto riferirne alcuno. Sono calcati 
sulla falsariga petrarchesca, fin troppo evidente. 



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cuore di ardenti speranze. Ma siccome ogni altra cosa 
ch'io faceva, o tentava, tutte aveano sempre per primo 
ed allora unico scopo, di formarmi uno stile proprio ed 
ottimo per la tragedia, da quelle occupazioni secondarie 
di tempo in tempo mi riprovava a risalire alla prima. Nel- 
l'aprile del 77 verseggiai perciò X Antigone, ch'io, come 
disii, avea ideata e stesa ad un tempo, circa un anno 
prima, essendo in Pisa. La verseggiai tutta in meno di 
tre settimane, e parendomi aver acquistata facilità, mi 
tenni di aver fatto gran cosa. Ma appena l'ebbi io letta 
in ima società letteraria, dove quasi ogni sera ci raduna- 
vamo \ ch'io ravvedutomi (benché lodato dagli altri), 
con mio sommo dolore mi trovai veramente lontanissimo 
da quel modo di dire ch'io avea tanto profondamente 
fitto nell'intelletto, senza pur quasi mai ritrovarmelo 
poi nella penna. Le lodi di quei colti amici uditori mi per- 
suasero che forse la Tragedia quanto agli affetti e con- 
dotta ci fosse ; ma i miei orecchi e intelletto mi convinsero 
ch'ella non c'era quanto allo stile. E nessun altri di ciò 
poteva a una prima lettura esser giudice competente 
quanto io stesso, perché quella sospensione, commozione, 
e curiosità che porta con sé una non conosciuta tragedia, 
fa si che l'uditore, ancorché di buon gusto dotato, non può 
e non vuole, né deve, soverchiamente badare alla locu- 
zione. Quindi tutto ciò che non è pessimo, passa inosser- 
vato, e non spiace. Ma io che la leggeva conoscendola, 
fino a un puntino mi dovea avvedere ogni qual volta 
il pensiero o l'affetto venivano o traditi o menomati 
dalla non abbastanza o vera, o calda, o breve, o forte, o 
pomposa espressione^. 



1 La Società Sampaolina ; circa la quale vedi BerTana, Ki^/ono 

Alfieri, p. 300. 

2 L'Alfieri medesimo, nei Giornali, sotto la data di « venerdì, 
li 18 aprile », del 1777, descrisse così la scena di quella lettura: 
« Portai V Antigone per leggere al Crocchio, udendo che il conte 
di Villa non ci andava per essere infermo, e che forse rimarrebbe 
vuota la lezione. Avea pur voglia di leggere ciò che m'avea re- 



192 



Daixa r' Vita »; IV. 3 e '4: "^111 



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DA1.1.A «Vita»; IV, 4: 1777 



193 



Persuaso io dunque che non era al punto, e che non ci 
arrivava, perchè in Torino viveva ancor troppo divagato, 
e non abbastanza solo e con l'arte, subito mi risolvei 
di tornare in Toscana, dove anche sempre più mi italia- 
nizzerei il concetto. Che se in Torino non parlava francese, 
con tutto ciò il nostro gergaccio piemontese ch'io sempre 
paria va e sentiva tutto il giorno, in nulla riusciva favo- 
revole al pensare e scrivere italiano. 



CAPITOLO QUARTO. 
Secondo viaggio letterario ix Toscana, macchiato 

DI STOLIDA POMPA CAVALLINA. AMICIZIA CONTRATTA 
COL GaNDELLINI. IvAVORI fatti O IDEATI IN SlENA. 

Partii nei primi di maggio, previa la consueta permis- 
sione che bisognava ottener dal re per uscire dai suoi feli- 
cissimi stati. Il ministro a chi la domandai, mi rispose 
che io era stato anco l'anno innanzi in Toscana. Sog- 
giunsi: — E perciò mi propongo di ritornarvi quest'anno. 
— Ottenni il permesso ; ma quella parola mi fece entrar 
in pensieri, e bollire nella fantasia il disegno che io poi 



cato in tasca: eppure avea voglia altresì di non parer d'averla: 
onde dissi che se nessuno leggeva, leggerei : poi lasciando cadere 
il discorso, replicate fiate mi feci o lasciai pregare di leggere: e 
di molto m'avrebbero que' signori corbellato se accettavano per 
buone le mie scuse. Diedi principio: lessi una tragedia, i di cui 
versi. fatti in meno di venti giorni, doveanmi essere sospetti; pure 
con idea grande di me stesso andai sino alla fine ; e non erano cat- 
tivi, quanto dovean esserlo. Si ragionò dopo alquanto sulla tra- 
gedia, che non dispiacque. Tana, già mio maestro, parve appro- 
varla meno che gli altri. Fecemi alcune opposizioni, che non mi 
appagarono: confesserò ch'io ebbi il basso pensiero di crederlo 
invidioso, forse perchè io il sarei: comunque sia, me n'andai a 
casa pienissimo di me; dall'entusiasmo e dalla scossa della let- 
tura, ebbi gran pena a pigliar sonno; e pensando alla mia fama, 
m'addormentai finalmente in questa dolce chimera •>. 






in meno d'un anno mandai pienamente ad effetto, e per 
cui non mi occorse d'allora in poi mai più di chiedere 
permissione nissuna. In questo secondo viaggio, propo- 
nendomi di starvi più tempo, e fra i miei delirj'di vera 
gloria frammischiandone pur tuttavia non pochi di vana- 
gloria, ci voUi condur più cavalli e più gente, per recitare 
111 tal guisa le due parti che di rado si maritano insieme 
di poeta e di signore. Con un treno dunque di otto cavalli,' 
ed il rimanente non discordante da esso, mi av\àai alla 
volta di Genova. Di là imbarcatomi io col bagaglio e il 
biroccino, mandai per la via di terra verso Lerici e Sar- 
zana i cavalli. Questi arrivarono felicemente avendomi 
preceduto. Io nella feluca essendo quasi alla vista di I^- 
nci, fui rimandato indietro dal vento, e costretto di sbar- 
care a Rapallo, due sole poste distante da Genova. Sbar- 
cato quivi, e tediandomi di aspettare che il vento tornasse 
favorevole per ritornare a Idrici, lasciai la feluca con la 
roba mia, e prese alcune camicie, i miei scritti (dai quali 
non mi separava mai più) ed un sol uomo, per le poste a 
cavallo a traverso quei rompicolU di strade del nudo Apen- 
nino me ne venni a Sarzana, dove trovai i cavalli, e dovei 
poi aspettar la feluca più di otto giorni. 

Ancorché io ci avessi il divertimento dei cavalli, 
pure non avendo altri Hbri che l'Orazietto e il Petrarchino 
di tasca, mi tediava non poco il soggiorno di Sarzana 
Da un prete, fratello del mastro di posta, mi feci prestare 
un Tito I,ivio, autore che (dalle scuole in poi, dove non 
l'avea né inteso né gustato) non m era più capitato alle 
mani. Ancorché io smoderatamente mi fossi appassionato 
della brevità sallustiana, pure la subHmità dei soggetti 
e la maestà delle concioni di Livio mi colpirono assai' 
Lettovi il fatto di Virginia, e gl'infiammati discorsi d'IciHo, 
mi trasportai talmente per essi, che tosto ne ideai la tra- 
gedia ; e l'avrei stesa d'un fiato, se non fossi stato sturbato 
dalla continua espettativa di quella maladetta feluca, il 
di cui arrivo mi avrebbe interrotto la composizione ^ ' 

1 Nei Giornali, sotto la data di Siena. 2 giugno 1777. lunedì, 

Alfieri, II. 

13 



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Dalla «Vita >.; IV, 4: 1777 



Dalla « Vita ■>■>; IV, 4: 1777 



19S 



E qui per l'intelligenza del lettore mi conviene spie- 
gare queste mie parole di cui mi vo servendo si spesso : 
ideare, stendere e verseggiare. Questi tre respiri con 'cui 
ho sempre dato l'essere alle mie tragedie, mi hanno per 
lo più procurato il beneficio del tempo, cosi necessario 
a ben ponderare un componimento di quella importanza ; 
il quale se mai nasce male, difficilmente poi si raddrizza. 
Ideare dunque io chiamo il distribuire il soggetto in atti 
e scene, stabilire e fissare il numero dei personaggi, e in 
due paginucce di prosaccia farne quasi l'estratto a scena 
per scena di quel che diranno e faranno. Chiamo poi 
stendere, qualora ripigliando quel primo foglio, a norma 
della traccia accennata ne riempio le scene dialogizzando 
in prosa come viene la tragedia intera, senza rifiutar un 
pensiero, qualunque ei siasi, e scrivendo con impeto 
quanto ne posso avere, senza punto badare al come. 
Verseggiare finalmente chiamo non solamente il porre in 



aveva così narrato le avventure di quel viaggio : « Molte vicende 
ebbi io nel viaggio, ed alcuni pericoli corsi : uno sul Po, urtando la 
barca con impeto grande in un mulino; non ebbi la paura che 
dovea avere un poeta; perchè non conobbi il pericolo se non dopo- 
T/altro fu in mare, dove era tempo fierissimo; il vento impe- 
tuoso e contrario: e la nave ripiena di frati e d'altra gente vile 
che si raccomandava a Dio. Io veramente qui non credei il pericolo 
e non era così evidente come lo voleano far credere : però essendo 
moltissimo mareggiato, non avea neppur comodo d'aver tutta 
la paura necessaria : rincresceami sommamente di morire prima 
d'aver acquistato fama. Quanto alla vita futura, non mi mettea 
punto timore, non sapendo che crederne: ma sapendo di certo, 
che non ho mai fatto male a nissuno. Sbarcai; giunse dopo molti 
giorni la filucca a Lerici e venni a Pisa. Mi spiace sommamente 
di non aver scritto allora i pensieruzzi che mi agitarono in quel 
frattempo. Un giorno solo ebbi di buono in Sarzana: e scrissi in 
quello la distribuzione della Virginia; tragedia che spero col 
tempo di condurre a buon fine. Mi fece abbracciar questo soggetto 
l'aver udito ch'ella non si potesse fare: io vorrei sempre fare quel 
che non si può; e non faccio forse neppur quello che si può ». — 
Circa il soggiorno dell'Alfieri a Sarzana, cfr. G. Sforza, F. Alfieri 
in Lunigiana, in Dodici aneddoti storici, Modena, 1895. 



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versi quella prosa, ma col riposato intelletto assai tempo 
dopo scernere tra quelle lungaggini del primo getto i mi- 
ghori pensien, ridurli a poesia, e leggibih. Segue poi come 
di ogni altro componimento il dover successivamente 
limare, levare, mutare; ma se la tragedia non v'è nel- 
idearia e distenderia, non si ritrova certo mai più con 
le fatiche postenori. Questo meccanismo io l'ho osservato 
in tutte le mie composizioni drammatiche cominciando 
dal l^ihppo, e mi son ben convinto ch'egli è per sé stesso 
più che i due terzi dell'opera. Ed in fatti, dopo un certo 
interva lo, quanto bastasse a non più ricordanni affatto 
di quella prima distribuzione di scene, se io, ripreso in 
mano quel foglio, alla descrizione di ciascuna scena mi 
sentiva repentinamente affoUarmisi al cuore e alla mente 
un tumulto di pensieri e di affetti che per cosi dire a viva 
torza mi spingessero a scrivere, io tosto riceveva quella 
prima sceneggiatura per buona, e cavata dai visceri del 
soggetto. Se non mi si ridestava quest'entusiasmo pari 
e maggiore di quando l'avea ideata, io la cangiava od 
ardeva. Ricevuta per buona la prima idea, l'adombrarla 
era rapidissimo, e un atto il giorno ne scriveva, talvolta 
più, raramente meno; e quasi sempre nel sesto giorno 
la tragedia era, non dirò fatta, ma nata. In tal guisa 
non ammettendo io altro giudice che il mio proprio sen- 
tire, tutte quelle che non ho potuto scriver cosi di ridon- 
danza e furore, non le ho poi finite; o, se pur finite, non 
le ho mai poi verseggiate. Cosi mi avvenne di un Carlo 
Primo, che immediatamente dopo il Filippo intrapresi 
di stendere m francese; nel quale abbozzo a mezzo il 
terz atto mi si agghiacciò si fattamente il cuore e la mano 
che non fu possibile alla penna il proseguirlo. Cosi d'un 
Romeo e Giulietta, ch'io pure stesi in intero, ma con qualche 
stento, e con delle pause. Onde più mesi dopo ripreso 
m mano quell'infeUce abbozzo, mi cagionò un tal gelo 
neU animo nleggendolo, e tosto poi m'infiammò di tal 
ira contro me stesso, che senza altrimenti proseguirne 
la tediosa lettura, lo buttai sul fuoco. Dal metodo ch'io 
qui ho prolissamente voluto individuare, ne è poi forse nato 



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Dalila «Vita)^; IV, 4: 1777 



196 



Dalila «Vita )^; IV, 4: 1777 



197 



l'effetto seguente: che le mie tragedie prese in totalità, 
tra i difetti non pochi ch'io vi scorgo, e i molti che forse 
non vedo, elle hanno pure il pregio di essere, o di parere 
ai più, fatte di getto, e di un solo attacco collegate in 
sé stesse, talché ogni parola e pensiero ed azione del 
quint'atto strettamente s'immedesima con ogni pensiero 
parola e disposizione del quarto, risalendo sino ai primi 
versi del primo: cosa, che, se non altro, genera necessa- 
riamente attenzione nell'uditore, e calor nell'azione. 
Quindi é che, stesa cosi la tragedia, non rimanendo poi 
all'autore altro pensiere che di pacatamente verseggiarla 
scegliendo l'oro dal piombo, la sollecitudine che suol 
dare alla mente il lavoro dei versi e l'incontentabile pas- 
sione dell'eleganza, non può più nuocer punto al trasporto 
e furore a cui bisogna ciecamente obbedire nell'ideare 
e creare cose d'affetto e terribili. Se chi verrà dopo me 
giudicherà ch'io con questo metodo abbia ottenuto più 
ch'altri efficacemente il mio intento, la presente digres- 
sion cella potrà forse col tempo illuminare e giovare a 
qualcuno che professi quest'arte : ove io l'abbia sbagliato, 
servirà perché altri ne inventi un migliore. 

RipigUo il filo della narrazione. Giunse finalmente a 
Lerici quella tanto aspettata feluca; ed io, avuta la mia 
robba, immediatamente partii di Sarzana alla volta di 
Pisa, accresciuto il mio poetico patrimonio di quella Vir- 
ginia di più; soggetto che mi andava veramente a sangue. 
Già avea disegnato in me di non trattenermi questa volta 
in Pisa più di due giorni ; si perchè mi lusingava che per 
la Hngua io profitterei assai più in Siena dove si parla 
megUo, e vi son meno forestieri; si perché nel soggiorno 
fattovi l'armo innanzi io mi vi era quasi mezzo invaghito 
(li una bella e nobile signorina, la quale, anche agiata di 
beni di fortuna, mi sarebbe stata accordata in moghe 
dai suoi parenti, se io l'avessi chiesta^ Ma su tal punto 



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1 Pare si tratti di una Sandrina (inolari, che è ricordata nel 
Dialogo fra una seggiola e chi vi sia su, composto a Pisa nel giugno 



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io era allora d'assai migliorato di alcuni anni prima in 
Torino, allorché avea consentito che il mio cognato clùe- 
desse per me quella ragazza che poi non mi volle. Questa 
volta non volli io lasciar chiedere per me quella che mi 
avrebbe pur forse voluto, e che si per l'indole, che per 
ogni altra ragione mi sarebbe convenuta, e mi piaceva 
anche non poco. Ma ott'anni di più ch'io m'aveva, e tutta 
l'Europa quasi ch'io avea o bene o male veduta, e l'amor 
della gloria che m'era entrato addosso, e la passion dello 
studio, e la necessità di essere, o di farmi Ubero, per poter 



del 1776. Kccolo (cfr. // Misogaìlo ecc. per cura di R. Rknier, 
Firenze, 1884, p. 281): 

Seggiola. 
Signor, perchè del tuo disutil peso 
Ogni giorno mi vuoi gravar tant'ore ? 
Si fa così all'amore 
Tra i gelati Britanni ? 
Me premerai mill'anni 
E) mai non ti avverrà d'essere inteso. 

// seduto. 
Sedia, e tu pur congiuri a danno mio ? 
Amo, pur troppo è vero, e dir non l'oso; 
Ma l'amor si nascoso 
Non ho, che nel mio sguardo 
Non legga ognun ch'io ardo. 
Che mi consuma e rode un fier desìo. 

Seggiola. 

Non di parlar, bensì d'andarten'osa: 
Ciò che tu fai della Sandrina accanto. 
Di farlo anch'io mi vanto. 
A lei l'anima e il senso 
Toglie il tuo starti intenso, 
Me fai parlar inanimata cosa. 

Cfr. Bertana, V. Alfieri, p. 73; e le obbiezioni mossegli da 
V. ClAN, Vittorio Alfieri a Pisa, nella Nuova Antologia del ih ot- 
tobre 1903, p. 7-8. Vedi anche Giornale storico delh' letter. 
ital., XlyV, p. 100 ss. 



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i^m^^m^smmsm0i^. 



I08 



Dalla «Vita»; IV, 4: 1777 



Dalla «Vita»; IV, 4: 1777 



199 



essere intrepido e veridico autore, tutti questi caldissimi 
sproni mi facean passar oltre, e gridavanmi ferocemente 
nel cuore, che nella tirannide basta bene ed è anche troppo 
il viverci' solo, ma che mai, riflettendo, vi si può né si 
dee diventare marito né padreV Perciò passai l'Amo, e mi 
trovai tosto in Siena. E sempre ho benedetto quel punto 
in cui ci capitai, perché in codesta città combinai un croc- 
chietto^ di sei o sette individui dotati di uri senno, 
giudizio, gusto e cultura, da non credersi in cosi picciol 

paese^ 

Fra questi poi primeggiava di gran lunga il degnissimo 
Francesco Gori Gandellini. di cui più d'una volta mi è 
occorso di parlare in varj miei scritti*, e la di cui dolce 
e cara memoria non mi uscirà mai del cuore. Una certa 
somigUanza nei nostri caratteri, lo stesso pensare e sen- 
tire (tanto più raro e pregevole in lui che m me, attese 



1 Cfr Della Tirannide, I, 14; e in questa Vita medesima. IH. 
7 p 07 - Nei Giornali, Siena. 2 giugno 1777. l'Alfieri aveva nar- 
rato: « In Pisa rividi una ragazza con cui facea l'amore l'anno 
scorso; non ne sono innamorato: ma la mi pare d'un indole ot- 
tima' e non fui mai così vicino ad ammogliarmi. Pensai di mettere 
questa vocazione alla prova coU' allontanarmi; perciò venni a 
Siena. La ragazza è piuttosto ricca; e questo benché 10 mi arrabbi 
fra me stesso, non mi dispiace. La tranquillità, cosi necessaria 
al mio mestiere, mi parrebbe perfetta, avendo una moglie amorosa 
e costumata; ma se non è? Questa costumata pare: innamorata 
di me lo pare: ha rifiutato altri partiti: in un anno d'assenza, so 
che ha sempre cercato di me. senza ch'io non le avessi detto ne 
anche una volta, ch'io l'amassi. Quando son con lei. la veggo m 
quel contegnoso e modesto impaccio, in cui si trova una ragazza 
che ama e non l'osa dire, ma vuol ch'io lindovini. Finta finora 
non lo è; ma. ma, ma. ma: bisogna pensarci». 

2 M'imbattei per fortunata combinazione in un crocchietto. 

3 Vedi CARI.0 MiLANKSi. V. Alfieri m Siena, e Cenni biografici 
intorno a Senesi della conversazione di Teresa Mocenni. nel voi. 
Lettere inedite di V. Alfieri alla madre ecc.. Firenze. 1864. 

* Nel dialogo La virtù sconosciuta, e nelle dediche à^W Anti- 
gone e della Congiura de Pazzi. 






« 



le di lui circostanze tanto diverse dalle mie)' ed un reci- 
proco bisogno di sfogare il cuore ridondante delle passioni 
stesse ci riunirono ben tosto in vera e calda amicizia. 
Questo santo legame della schietta amicizia era, ed e 
tuttavia, nel mio modo di pensare e di vivere un bisogno 
di prima necessità; ma la mia ritrosa e difficile e severa 
natura mi rende, e renderà finch'io viva, poco atto ad 
inspirarla in altrui, e oltre modo ritenuto nel porre in 
altri la mia. Perciò nel corso del mio vivere pochissimi 
amici avrò avuti ; ma mi vanto di averli avuti tutti buoni 
e stimabili assai più di me. Né io mai altro ho cercato 
nell'amicizia se non se il reciproco sfogo delle umane 
debolezze, affinchè il senno e amorevolezza dell amico 
venisse attenuando in me e migliorando le non lodevoh, 
e corroborando all'incontro e sublimando le poche lode- 
voli dalle quaU l'uomo può trarre utile per altn ed oiiore 
per sé Tale è la debolezza del volersi far autore, lui m 
questa principalmente, i consigli generosi ed ardenti del 
Gandellini mi hanno certo prestato non piccolo soccorso 
ed impulso. Il desiderio vivissimo ch'io contrassi di meri- 
tarmi la stima di codesto raro uomo, mi diede subito 
una quasi nuova elasticità di njente, un alacrità d in- 
telletto che non mi lasciava trovar luogo ne pace, s io 
non procreava prima qualche opera che fosse, o mi pa- 
resse degna di lui. Né mai io ho goduto dell intero eser- 
cizio delle mie facoltà intellettuaU e inventive, se non se 
quando il mio cuore si ritrovava ripieno e appagato, e 
l'animo mio per cosi dire appoggiato o sorretto da un 
qualche altro ente gradito e stimabile. Che ali incontro 
quand'io mi vedeva senza un si fatto appoggio quasi solo 
nel mondo, considerandomi come inutile a tutti e caro 
a nessuno, gh accessi di malinconia, di dismganno e 
disgusto d'ogni umana cosa, eran tah e si spessi, eh io 



1 II Cori era di famiglia di mercanti di seta e a quel commercio 
attendeva egli pure. Era di circa dieci anni più vecchio dell Al- 
fieri. 



200 



Dai.1^ «Vita»; IV. 4: 1777 



DAI.1.A «Vita.; IV, 4-5: 1777 



201 



passava allora dei giorni interi, e anco delle settimane 
senza né volere né potere toccar libro né penna. 

Per ottenere dunque e meritare la lode di un uomo così 
stimabile agli occhi miei quanto era il Gori, io mi posi 
in quell'estate a lavorare con un ardore assai maggiore di 
prima. Da lui ebbi il pensiero di porre in tragedia la Con- 
giura de Pazzi. Il fatto m'era affatto ignoto, ed egli mi 
suggerì di cercarlo nel Machiavelli a preferenza di qua- 
lunque altro storico^ Cosi, per una strana combinazione, 
quel divino autore che dovea poi in appresso farmisi 
una delle mie più care delizie^, mi veniva per la seconda 
volta posto in mano da un altro veracissimo amico, si- 
mile in molte cose al già tanto a me caro D'Acunha, ma 
molto più erudito e colto di lui. Ed in fatti, benché il 
mio terreno non fosse preparato abbastanza per ricevere 
e fruttificare un tal seme, pure in quel lugUo ne lessi di 
molti squarci qua e là, oltre la narrazione del fatto della 
congiura. Qmndi, non solo la tragedia ne ideai immediata- 
mente, ma invasato di quel suo dire originalissimo e su- 
goso, di li a pochi giorni mi sentii costretto a lasciare 
ogni altro studio, e come inspirato e sforzato a scrivere 
d'un sol fiato i due Hbri della Tirannide; quasi per l'ap- 
pimto quah poi molti anni appresso gU stampai. Fu quello 
imo sfogo di un animo ridondante e piagato fin dall'in- 
fanzia dalle saette dell'abborrita e universale oppres- 
sione. Se in età più matura io avessi dovuto trattar di 
nuovo im tal tema, l'avrei forse trattato alquanto più 
dottamente, corroborando l'opinione mia colla storia. 
Ma nello stamparlo non ho però voluto, col gelo degli 
anni e la pedanteria del mio poco sapere, indebolire in 
quel Hbro la fiamma di gioventù e di nobile e giusto sdegno, 
die ad ogni pagina d'esso mi parve avvampare, senza 
scompagnarsi da un certo vero e incalzante raziocinio 



1 Machiavelli, Istorie fiorenfine, 1. Vili, e. i ss. 

2 Cfr. SCHERILLO, La mente e l'opera di N. Machiavelli, p. I,xv, 
avanti al voi. Il Principe e altri scritti minori. Milano, Hoepli, 
1916. 



che mi vi par dominare. Che se poi vi ho scorti degU sbagh, 
o delle ampUficazioni, come figli d'inesperienza e non mai 
di mal animo, ce H ho voluti lasciare. Nessun fine secondo, 
nessuna privata vendetta mi ispirò quello scntto. Forse 
ch'io avrò o male o falsamente sentito, ovvero con troppa 
passione. Ma e quando mai la passione pel vero e pel retto 
fu troppa, allorché massimamente si tratta di immedesi- 
maria in altrui ? Non ho detto che quanto ho sentito, e 
forse meno che più. Ed in quella bollente età il giudicare 
e raziocinare non eran fors'altro che un puro e generoso 
sentire. 

CAPITOLO QUINTO. 
Degno amore mi ali^accia finalmente per sempre. 

Sgravato in tal guisa l'esacerbato mio animo dal 
lungo e traboccante odio ingenito suo contro la tirannide 
io mi sentii tosto richiamato alle opere teatrah ; e quel 
Hbercoletto, dopo averlo letto all'amico, ed a pochissimi 
altri, sigillai e posi da parte, né più ci pensai per mo ti 
anni Intanto, ripreso il coturno, rapidissimamente di- 
stesi ad un tratto V Agamennone, l'Oreste e la Virginia. 
E circa all'Oreste, mi era nato un dubbio prima di sten- 
derlo • ma il dubbio essendo per sé stesso picciolo e \ale, 
mi venne in magnanima guisa disciolto dall'amico. 
Questa tragedia era stata da me ideata in Pisa l'anno in- 
nanzi e mi avea infiammato di tal soggetto la lettura 
del pessimo Agamennone di Seneca. Nell'inverno poi, 
trovandomi io in Torino, squadernando un giorno 1 
miei hbri, mi venne aperto un volume delle tragedie del 
Voltaire dove la prima parola che mi si presento fu Oreste 
tragedia' Chiusi subito il hbro, indispettito di ntrovarmi 
un tal competitore fra i moderni, di cui non avea mai 
saputo che questa tragedia esistesse. Ne domandai al- 
lora ad alcuni, e mi dissero esser quella una delle buone 
tragedie di quell'autore: il che mi avea molto raffreddato 
nell'intenzione di dar corpo alla mia. Trovandomi 10 



■^ 
* 



fi 



202 



Dai^i^a «Vita»; IV, 5: 1777 



DAI.1.A «Vita»; IV, 5: 1777 



203 



dunque poi in Siena, come dissi, ed avendo già steso 
V Agamennone, senza più nemmeno aprire quello di Seneca 
per non divenir plagiario, allorché fui sul punto di dover 
stender l'Oreste, mi consigliai coll'amico raccontandogli 
il fatto e chiedendogli in imprestito quello del Voltaire 
per dargli una scorsa, e quindi o fare il mio o non farlo. 
Il Gori, negandomi l'imprestito dell'Oreste francese, sog- 
giunse: — Scriva il suo senza legger quello; e se ella è 
nato per fare tragedie, il suo sarà o peggiore o migliore 
od uguale a quell'altro Oreste, ma sarà almeno ben suo. — 
K cosi feci^ E quel nobile ed alto consiglio divenne d'al- 
lora in poi per me un sistema; onde, ogni qual volta mi 
sono accinto a trattar poi soggetti già trattati da altri 
moderni, non li lessi mai se non dopo avere steso e ver- 
seggiato il mio; e se gU aveva visti in palco, cercai di 
non me ne ricordar punto; e se mal mio grado me ne ri- 
cordava, cercai di fare, dove fosse possibile, in tutto il 
contrario di quelli. Dal che nù è sembrato che me ne sia 
ridondata in totalità una faccia ed un tragico andamento, 
se non buono, almeno ben mio. 

Quel soggiorno di circa cinque mesi in Siena fu dunque 
veramente un balsamo pel mio intelletto e pel mio animo 
ad un tempo. Ed oltre tutte le accennate composizioni, 
vi continuai anche con ostinazione e con frutto lo studio 
dei classici latini, tra cui Giovenale, che mi fece gran colpo, 
e lo rilessi poi sempre non meno di Orazio. Ma approssi- 
mandosi l'inverno, che in Siena non è punto piacevole, 
e non essendo io ancora ben sanato dalla giovanile impa- 
zienza di luogo, mi detenninai nell'ottobre di andare a 
Firenze, non ancora ben certo se vi passerei pur l'inverno, 
o se me ne tornerei a Torino. Ed ecco, che appena mi vi 
fui collocato cosi alla peggio per provarmici un mese, 
nacque tale accidente, che mi vi collocò e inchiodò 
per molti anni ; accidente, per cui determinatomi per mia 
buona sorte ad espatriarmi per sempre, io venni fra quelle 



^ Cfr. l'Avvertenza premessa all'Oreste nella mia ediz. delle 
Tragedie, Milano, Hoepli, 191 2, p. 92-4. 



\ 



1 



nuove spontanee ed auree catene ad acquistare davvero 
l'ultima mia letteraria libertà, senza la quale non avrei 
mai fatto nulla di buono, se pur l'ho fatto. 

Fin dall'estate innanzi, ch'io avea come dissi passato 
intero a Firenze, mi era senza ch'io '1 volessi occorsa 
più volte agli occhi una gentilissima e bella signora, 
che per esservi anch'essa forestiera e distinta, non era 
possibile di non vederla e osservarla; e più ancora im- 
possibile, che osservata e veduta non piacesse ella som- 
mamente a ciascuno. Con tutto ciò, ancorché gran parte 
dei signori di Firenze, e tutti i forestieri di nascita da 
lei capitassero, io immerso negli studi e nella malinconia, 
ritroso e selvaggio per indole, e tanto più sempre intento 
a sfuggire tra il bel sesso quelle che più aggradevoli e 
belle mi pareano, io perciò in quell'estate innanzi non mi 
feci punto introdurre nella di lei casa; ma nei teatri e 
passeggi mi era accaduto di vederla spessissimo. Iv'im- 
pression prima me n'era rimasta negli occhi, e nella mente 
ad un tempo, piacevolissima. Un dolce focoso negli ocelli 
nerissimi accoppiatosi (che raro addiviene) con candi- 
dissima pelle e biondi capelli, davano alla di lei bellezza 
un risalto, da cui difficile era di non rimanere colpito e 
conquiso. Età di anni venticinque; molta propensione 
alle bell'arti e alle lettere; indole d'oro; e, malgrado gh 
agj di cui abbondava, penose e dispiacevoli circostanze 
domestiche, che poco la lasciavano essere, come il dovea, 
avventurata e contenta. Troppi pregi eran questi, per 
affrontarli ^ 



1 La « Isella signora >>, che d'ora in poi riempirà tutta la vita 
dell'Alfieri, era Luisa di vStolberg-Gedern, di famiglia principesca 
ma povera. Nata a Mons, nel Belgio, il 1752, nell'aprile del 1772 
aveva sposato Carlo Eduardo Stuart, conte di Albany e preten- 
dente sfortunato al trono d'Inghilterra, di trentadue anni più 
vecchio di lei. Valoroso e di nobile animo in gioventù, si era dato 
dopo il 1760, quando l'ultima sua speranza di riacquistare il 
regno era caduta, all'ubriachezza. L'avvenente e amabile contessa 
ebbe l'ammirazione, oltreché dell'Alfieri, dei più insigni contem- 



204 



Baiala «Vita»; IV, 5: 1777 



Dalila «Vita»; IV. 5: 1777 



205 



In quell'autunno dunque sendomi da un mio cono- 
scente proposto più volte d'introdurmivi, io credutomi 
forte abbastanza, mi arrischiai di accostarmivi ; né molto 
andò ch'io mi trovai quasi senza av\'edermene preso. 
Tuttavia titubando io ancora tra il si e il no di questa 
fiamma novella, nel decembre feci una scorsa a Roma per 
le poste a cavallo; viaggio pazzo e strapazzatissimo, che 
non mi fruttò altro che d'aver fatto il Sonetto di Roma^ 



poranei : il Foscolo si proponeva di dedicarle il carme delle Grazie, 
sperando di poter tornare a Firenze e nell'ospitale casa di lei, 
così che « torni a svelarmi tutte le sere la schietta amabilità d'un 
animo femminile educato dalla virtù, e da cui solo spirano per- 
petue le Grazie ». Morì a Firenze nel 1824, e fu sepolta in Santa 
Croce. L'Alfieri aveva desiderato che sul piccolo ma elegante 
monumento si scrivesse: Ultra res omnes dilecta [ et quasi mortale 
numen | ab ipso constanter habita | et observata. \\ si legge invece: 
Hic sita est | Aloisia e priìicipibus Stolbergiis | Albaniae comitissa\ 
genere forma moribus | incomparabili animi candore | praeclaris- 
sima I H annoniae montibus nata | vixit annos LXXII . menses IV. 
dies IX. j obiit Florentiae die XXIX mensis januarii | aìino Do- 
mini M DCCC XXIV. j Grati animi et devotae reveretìtiae | mo- 
numentum. Molto, troppo, si è frugato e scritto intorno a lei e 
nel mistero del suo cuore ; e non le sono mancati caldi encomiatori 
e accaniti ed ingiusti denigratori. Ne ricordo qualcuno, rimandando 
chi voglia informazioni maggiori alla Bibliografia Alfieriana del 
Mazzatinti, nella Rivista d'Italia dell'ottobre 1903, p. 696-98. 
— A. Reumont^ Die Gràfin von Albany, Berlin, 1860. Vernon 
Lee (Violet Paget), The countess of Albany, London, Alien, 1884. 
Saint-René Taili^andier, La comtesse d' Albany, nella Revue des 
Deux Mondes del 15 gennaio e 1° e 15 febbraio 1861. E. BerTana, 
V. Alfieri, p. 156 ss. A. »Sassi, // degno amore di V. Alfieri, nella 
Nuova Antologia del \^ settembre 1903. E cfr. G. Cai,i<igaris, 
Di un carteggio della contessa d' Albany conservato in parte nell'Am- 
brosiana di Milano, nei Rendiconti del R. Istituto Lombardo, 1900, 
V. XXXIII. L. G. PÉUSSIER, Lettres et écrits divers de la comtesse 
d' Albany, Paris, 1901 ; Le portefeuille de la comtesse d' Albany, 
Paris, 1902; e ancora Lettres inédites de la comtesse d' Albany 
I*aris, 1904. 

* Quello che comincia: Vuota insalubre region che Staio. 



"\ 



pernottando in una bettolaccia di Baccano, dove non mi 
riusci mai di poter chiuder occhio. L'andare, lo stare, e il 
tornare, furono circa dodici giorni. Rividi nelle due passate 
da Siena l'amico Gori, il quale non mi sconsigliò da quei 
nuovi ceppi, in cui già era più che mezzo allacciato ; onde 
il ritomo in Firenze me U ribadì ben tosto per sempre. 
Ma l'approssimazione di questa mia quarta ed ultima 
febbre del cuore si veniva felicemente per me manife- 
stando con sintomi assai diversi dalle tre prime. In quelle 
io non m'era trovato allora agitato da una passione del- 
l'intelletto la quale contrappcsando e frammischiandosi 
a quella del cuore venisse a formare (per esprimermi col 
poeta) un misto incognito indistinto^, che meno d'alquanto 
impetuoso e fervente, ne riusciva però più profondo, 
sentito, e durevole. Tale fu la fiamma che da quel punto 
in poi si andò a poco a poco ponendo in cima d'ogni 
mio affetto e pensiero, e che non sì spegnerà oramai più 
in me se non colla vita. 

Avvistomi in capo a due mesi che la mia vera donna 
era quella, poiché in vece di ritrovare in essa, come in 
tutte le volgari donne, un ostacolo alla gloria letteraria, 
un disturbo alle utih occupazioni, ed un rimpicciolimento 
direi di pensieri, io ci ritrovava e sprone e conforto ed 
esempio ad ogni bell'opera; io, conosciuto e apprezzato 
un sì raro tesoro, mi diedi allora perdutissimamente a 
lei. E non errai per certo, poiché più di dodici anni dopo, 
mentr'io sto scrivendo queste chiacchiere, entrato oramai 
nella sgradita stagione dei disinganni, vieppiù sempre 
di essa mi accendo quanto più vanno per legge di tempo 
scemando in lei quei non suoi pregi passeggieri della ca- 
duca bellezza. Ma in lei si innalza, addolcisce, e miglio- 
rasi di giorno in giorno il mio animo; ed ardirò dire e 
creder lo stesso di essa, la quale in me forse appoggia e 
corrobora il suo. 



1 Purg. VII. 80-81: 

Ma di soavità di mille odori 

Vi faceva un incognito indistinto. 



206 



DAI.I.A Vita.; IV, ò: 1777 



i 



Dalila "Vita»; IV^ 6: 1777-78 



20 y 



CAPITOLO SESTO. 

Donazione intera di tutto il mio alla sorella. Se- 
conda avarizia. 

Cominciai dunque allora a lavorar lietamente, cioè 
con animo pacato e securo, come di chi ha ritrovato al 
fine e scopo ed appoggio. Già era fermo in me stesso di 
non mi muover più di Firenze, fintanto almeno che ci 
rimarrebbe la mia donna a dimora. Quindi mi convenne 
mandare ad effetto un disegno ch'io già da gran tempo 
avea, direi, abbozzato nella mia mente, e che poi mi si 
era fatto necessità assoluta dacché avea si indissolubil- 
mente posto il cuore in si degno oggetto. 

Mi erano sempre oltre modo pesate e spiaciute le 
catene della mia natia servitù ; e quella tra l'altre, per cui, 
con pri\41egio non invidiabile, i nobili feudatarj^sono esclu- 
sivamente tenuti a chiedere licenza al re di uscire per 
ogni minimo tempo dagli Stati suoi: e questa licenza si 
otteneva talvolta con qualche difficoltà, o sgarbetto, dal 
Ministro, e sempre poi si ottenea limitata. Quattro o 
cinque volte mi era accaduto di doverla chiedere, e benché 
sempre l'avessi ottenuta, tuttavia trovandola io ingiusta 
(poiché né i cadetti, né i cittadini di nessuna classe, 
quando non fossero stati impiegati, erano costretti di 



^ Un antenato dell'Alfieri, Antonio, obbligato al pagamento 
delle doti delle sorelle e dei debiti lasciatigli dal padre, vendette, 
nel marzo 1655, per novantamila lire, i diritti fendali sopra Ma- 
gliano al conte colonnello Catalano Alfieri; e più tardi, nel 1683, 
ottenne l'investitnra dei rimanenti suoi beni feudali, e il titolo, 
che il nostro Vittorio conservava, di signore di Cortemilia. Il 17 
febbraio 1734, poi, il padre di Vittorio, Antonio Amedeo, chiese 
ed ottenne che il suo possesso di Casabianca fosse eretto in titolo 
comitale. Cfr. E. Casanova, Tavole genealogiche della famiglia 
Alfieri, compilate sui documenti conservati nel castello di San Mar- 
tino Alfieri; Torino, 1903, tav. V. 






r 



ottenerla) sempre con maggior ribrezzo mi vi era piegato, 
quanto più in quel frattempo mi si era rinforzata la barba, 
ly'ultima poi, che mi era venuta chiesta, e che, come di 
sopra accennai, mi era stata accordata con una spiacevol 
parola, mi era riuscita assai dura a inghiottirsi. Cresce- 
vano, oltre ciò, di giorno in giorno i miei scritti. La Vir- 
ginia, eh' io avea distesa con quella dovuta libertà e 
forza che richiede il soggetto ; l'avere steso quel libro della 
Tirannide come se io fossi nato e domiciliato in paese di 
giusta e verace libertà; il leggere, gustare, e sentir viva- 
mente e Tacito e il Machiavelli, e i pochi altri sùnili 
sublimi e liberi autori; il riflettere e conoscere profonda- 
mente quale si fosse il mio vero stato, e quanta l'impossi- 
bilità di rimanere in Torino stampando, o di stampare 
rimanendovi ; l'essere pur troppo convinto che anche con 
molti guai e pericoli mi sarebbe avvenuto di stampar 
fuori, dovunque ch'io mi trovassi, finché rimaneva pur 
suddito di una legge nostra, che quaggiù citerò: aggiunto 
poi finalmente a tutte queste non lievi e manifeste ra- 
gioni la passione che di me nuovamente^ si era, con tanta 
mia felicità ed utilità, impadronita; non dubitai punto, 
ciò visto, di lavorare con la maggior pertinacia ed ardore 
all'importante opera di spiemontizzarmi per quanto fosse 
possibile; ed a lasciare per sempre, ed anche a qualunque 
costo, il mio mal sortito nido natio. 

Più d'un modo di farlo mi si presentava alla mente. 
Quello di andar prolungando d'anno in anno la licenza, 
chiedendola; ed era forse il più savio, ma rimaneva anche 
dubbio, né mai vi si potea pienamente affidare, dipendendo 
dall'arbitrio altrui. Quello di usar sottigliezze, raggiri, e 
lungaggini, simulando dei debiti, con vendite clandestine, 
e altri simili compensi per realizzare il fatto mio, ed 
estrarlo da quel nobil carcere. Ma questi mezzi eran vili, 
ed incerti; né mi piacevano punto, fors'anche perché 
estremi non erano. Del resto, avvezzo io per carattere 



^ Ultimamente, di recente. 



208 



Dalla «Vita»; IV, 6: 1777-7^ 



Dalla «Vita»; IV, 6: 1778 



209 



a sempre presupporre le cose al peggio^, assolutamente 
voleva anticipando schiarire e decidere questo fatto, al 
quale mi conveniva poi a ogni modo un giorno o l'altro 
venirci, o rinunziare all'arte e alla gloria di indipendente 
e veridico autore. Determinato dunque di appurar la 
cosa, e fissare se avrei potuto salvare parte del mio per 
campare e stampare fuor di paese, mi accinsi vigorosa- 
mente all'impresa. E feci saviamente, ancorché giovine 
fossi, ed appassionato in tante maniere. E certo, se io mai 
(visto il dispotico governo sotto cui mi era toccato di na- 
scere), s'io mai mi fossi lasciato avvantaggiare'^ dal tempo, 
è trovatomi nel caso di avere stampato fuori paese anche 
i più innocenti scritti, la cosa diveniva assai problematica 
allora, e la mia sussistenza, la mia gloria, la mia libertà, 
rimanevano interamente ad arbitrio di quell'autorità as- 
soluta, che necessariamente offesa dal mio pensare, scri- 
vere, ed operare dispettosamente generoso e libero, non 
mi avrebbe certamente poi favorito nell'impresa di ren- 
dermi indipendente da essa^. 



1 Prevedere sempre il peggio. Si sentiva iuclinato al pessi- 
mismo. 

2 Prevenire. 

3 A Giovanni Maria Lanipredi, suo « dolcissimo maestro », 
l'Alfieri scriveva da Firenze nei primi del 1778: « Un poeta inna- 
morato non dispone di se: onde io posso andarmene domani, o 
star qui dieci anni. Timida incerta vita degli amanti [Petrarca, 
Trionfo d'Amore, III, 185. che dice: ardita vita]. Ma fra queste 
bevande circee non mi scordo però della gloria; ed è sempre in 
me la passion principale. Ho fatto alla sua divinità il sacrificio 
del mio avere, che ho dato alla sorella mia, risejbandomi da cam- 
pare; ed ho scambiato i cavalli inglesi, e mille altre superfluità, 
nel preziosissimo divino privilegio di poter dire, pensare, scrivere, 
stampare, andare e tornare liberissimamente come e dove più mi 
piacerà: e non mi pare d'avere perduto niente, anzi acquistato 
moltissimo in tal baratto. Del resto ho dato spontaneamente 
ciò che fra pochi anni m'a\Tebbero senza dubbio tolto i tiranni, 
allor che m'avessero conosciuto con prove non equivoche per loro 
capitalissimo nemico. Siccome vedo che dalla Sua lettera I<ei mi 



W 



Esisteva in quel tempo una legge in Piemoi.te. che 
dice: «Sarà pur anche proibito a chicchessia di fare 
« stampar libri o altri scritti fuori de' nostri Stati senza 
«licenza de' revisori, sotto pena di scudi sessanta, od 
« altra maggiore, ed eziandio corporale, se cosi esigesse 
«qualche circostanza per un pubblico esempio ..Alla 
nual legge aggiungendo' quest'altra: « I vassalli abitanti 
T£' Sri Stlti non potranno assentarsi dai medesimi 
« senza nostra licenza in iscritto ... E fra questi due ceppi 
si vien facilmente a conchiudere, che io non poteva es- 
sere ad un tempo vassallo ed autore^ Io dunque prescelsi 
di essere autore. E, nemicissimo com'io era d ogni sot- 
terfugio ed indugio, presi par disvassallarmi l^ più corta 
e la più piana via, di fare una interissuna donazione m 
vita d'ogni mio stabile si infeudato che libero (e questo 
era più che i due terzi del tutto) al mio erede naturale 
che era la mia soreUa Giulia, maritata come dissi col 
conte di Cumiana. E così feci nella più solenne e irrevo- 
cabile maniera, riserbandomi una pensione annua di lire 
quattordici mila di Piemonte, cioè cechini fiorentini 
1400 che venivano ad essere poco più m circa della meta 
della mia totale entrata d'allora». E contentone io rimane- 



tìene alquanto per pa.zo, forse non sapendo ^'^^^^l'^^^.^f^^- 
vono vogUo aUneno che RUa sappia il perchè; pò, la.scio al Suo 
Lon giudizio e pensare non comnne la libertà d. tacoarpu come 

più Le piace ». 

1 Quasi voglia dire: è da aggiungere, 

2 Era recentissima la brutta avventura occorsa al povero De- 
nina. Il i^ dicembre del I777> il conte Graneri. passando per Fi- 
renze diretto a Roma dove andava ambasciatore del re di Sar- 
de^a bbe a scrivere al Ministro degli Esteri che l'abate Denma 
viTveva osato stampare il libro, già disapprovato dalla censura 
torinese. Sull'impiego delle persone. Ai primi del '78 il Denma tu 
destituito da professore, e condannato a -^ -^-/V -^^S-;;:^! 
nel seminario di Vercelli. Cfr. BERTANA. V, Alfieri, p 136. e 
G. Surra. Vita di Carlo Denina, negli Studi di letteratura italiana, 

NapoU. 1902, v. IV. p. 259 ss. 

3 Cfr. la lettera « alla sorella Giulia », del 3 marzo 1778. che 

Alfieri, II. 



14 



' T' 



210 



Dai.i,a « Vita ..: IV, 6: 1778 



] 



Dalila «Vita»; IV, 6: 1778 



211 



vanii di perdere l'altra metà, o di comprare cx)n essa l'in- 
dipendenza della mia opinione, e la scelta del mio sog- 
giorno, e la libertà dello scrivere. Ma il dare stabik e 
intero compimento a codesto affare mi cagionò molte 
noie e disturbi, attese le molte fonnalità legali, che trat- 
tandosi l'affare da lontano per lettere, consumarono ne- 
cessariamente assai più tempo. Ci vollero oltre ciò le 
consuete permissioni del re ; che in ogni più privata cosa 
in quel benedetto paese sempre c'entra il re. E fu d'uopo 
che il mio cognato, facendo per sé e per me, ottenesse 
dal re la licenza di accettare la mia donazione, e venisse 
autorizzato a corrispondermene quell'annuale prestazione 
in qualsivoglia paese mi fosse piaciuto dimorare. Agli 
occhi pur anche dei meno accorti manifestissima cosa era, 
che la principal cagione della mia donazione era stata 
la determinazione di non abitar più nel paese: quindi 
era necessarissimo di ottenerne la permissione dal governo, 
il quale ad arbitrio suo si sarebbe sempre potuto opporre 
allo sborso della pensione in paese estero. Ma, per mia 
somma fortuna, il re d'allora\ il quale certamente avea 
notizia del mio pensare (avendone 10 dati non pochi cenni), 
egli ebbe molto più piacere di darmi l'andare che non di 
tenermi. Onde egli consenti subito a quella mia spon- 
tanea spogliazione; ed ambedue fummo contentissimi: 
egli di perdermi, io di ritrovarmi. 

Ma mi par giusto di aggiungere qui una particolarità 



comincia: « Avendo io per esperienza provato che l'esser ricco 
non rende felice, e da lungo tempo avendo già risoluto di non 
pigliar moglie, non saprei a chi fare con maggior mia sodisfazione 
il dono di tutti i miei beni, che a voi, ch'ho sempre amata molti.s- 
simo, e che mi siete di sangue congiunta». E la seguente, del 16 
marzo, che termina: «Del resto, io non ho punto rinunziato a 
tornare a Torino, e ci tornerò sicuramente, e non ho avuto in questo 
affare altra intenzione che di spicciarmi da' dettagli noiosi, di ri- 
formare un fasto inutile, e mettermi nell'impossibilità di poter 
pigliar moglie «. 

^ Vittorio Amedeo III, che regnò dal 20 febbraio 1773 al 16 
ottobre 1796. 



Iji 



bastantemente strana, per consolare con essa i malevoli 
miei, e nello stesso tempo far ridere alle spalle mie 
chiunque esaminando sé stesso si riconoscerà meno in- 
fermo d'animo, e meno bambino ch'io non mi fossi. In 
questa particolarità, la quale in me si troverà accoppiata 
con gli atti di forza che io andava pure facendo, si scor- 
gerà da chi ben osserva e riflette, che talvolta l'uomo, o 
almeno che io riuniva in me, per così dire, il gigante ed 
il nanoi. Fatto si é, che nel tempo stesso ch'io scriveva 
la Virginia, e il libro della Tirannide] nel tempo stesso 
ch'io scuoteva cosi robustamente e scioglieva le mie on- 
ginarie catene, io continuava pure di vestire l'uniforme 
del re di Sardegna, essendo fuori paese, e non mi trovando 
più da circa quattr'anni al servizio. E che diran poi 1 
saggi quand'io confesserò candidamente la ragione perche 
lo portassi ? Perchè mi persuadeva di essere m codesto 
assetto assai più snello e avvenente della persona Ridi, 
o lettore che tu n'hai ben donde^. Ed aggiungi del tuo: 
che io dunque in ciò fare, puerilmente e sconclusiona- 
tamente preferiva di forse parere agli altrui occhi più 
bello, all'essere stimabile ai miei. 

La conclusione di quel mio affare andò frattanto m 
lunga dal gennaio al novembre di quell'anno 78; atteso 
che intavolai poi e ultimai come un secondo trattato la 
permuta di lire cinquemila della prestazione annuale 
in un capitale di lire centomila di Piemonte da sborsar- 
misi dalla sorella. E questo soffri qualche difficolta più 
che il primo. Ma finalmente consentì anche il re che mi 
fosse mandata tal somma; ed io poi con altre la collocai 
in uno di quei tanti insidiosi natalizi di Franaa. Non già 
ch'io mi fidassi molto più nel cristianissimo che nel sardo 
re • ma perchè mi pareva intanto che, dimezzato cosi U 



1 Cfr. il son. Sublime specchio di veraci detti, che finisce: 

Or stimandomi Achille ed or Tersite: 

Uom, se' tu grande o vii ? Muori, e il saprai 

2 Cfr Purg. VI. 136: « Or ti fa' lieta, che tu n hai ben on- 
de »; Farad. Vili. 55: «Assai m'amasti, ed avesti bene onde». 



'7T2 

Art ^ *> 



Dalila «Vita»; IV, 6: 1778" 



DAi,tA «Vita»; IV, 6: 1778 



213 



mio avere fra due diverse tirannidi, ne riuscirei alquanto 
meno precario^, e che salverei in tal guisa, se non la borsa, 
almeno l'intelletto e la penna. 

Di questo passo della donazione, epoca per me deci- 
siva e importante (e di cui ho sempre dappoi benedetto 
il pensiere e l'esito), io non ne feci parte alla donna mia, 
se non se dopo che l'atto principale fu consolidato e per- 
fetto. Non volli esporre il delicato suo animo al cimento 
di dovermi o biasimare di ciò, e come contrario al mio 
utile, impedirmelo; ovvero di lodarlo e approvarmelo, 
come giovevole in un qualche aspetto al sempre più dar 
base e durata al nostro reciproco amore; poiché questa 
sola determinazione mia potevami porre in grado di non 
la dovere abbandonare mai più. Quand'essa lo seppe, bia- 
simollo con quella candida ingenuità tutta sua. Ma non 
potendolo pure più impedire, ella vi si acquetò, perdonan- 
domi d'averglielo taciuto. E tanto più forse mi riamò, 
né mi stimò niente meno. 

Frattanto, mentre io stava scrivendo lettere a Torino, 
e riscrivendo, e tornando a scrivere, perché si conchiu- 
dessero codeste noie e stitichezze ^ reali, legali, e paren- 
tevoli; io, risoluto di non dar addietro, qualunque fosse 
per essere l'esito, avea ordinato al mio Elia che avea la- 
sciato in Torino, di vendere tutti i mobili ed argenti. Egli 
in due mesi di tempo, lavorando indefessamente a ciò, 
mi avea messi insieme da sei e più mila zecchini, che tosto 
gli ordinai di farmi sborsare per mezzo di cambiali in 
Firenze. Non so per qual caso nascesse, che fra l'avermi 
egli scritto d'aver questa mia somma nelle mani, e l'ese- 
guire poi l'incarico ch'io gli avea dato rispondendogli 
a posta corrente di mandar le cambiali, corsero più di tre 
settimane in cui non ricevei più né lettere di lui, né altro ; 
né avviso di banchiere nessuno. Benché io non sia per 
carattere, molto diffidente, tuttavia poteva pur ragione- 



^ Avrei dato un assetto meno precario alla mia economia 
domestica. 

2 Stintignamenti. 



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volmente entrare in qualche sospetto, vedendo in circo- 
stanze cosi urgenti una si strana tardanza per parte d'un 
uomo sì sollecito ed esatto come l'Elia. Mi entrò dunque 
non poca diffidenza nel cuore; e la.tantasia (in me sempre 
ardentissima) mi fabbricò questo danno che era tra i 
possibili, come se veramente già mi fosse accaduto. Onde 
io credei fermamente per più di quindici giorni che i miei 
seimila zecchini fossero iti all'aria insieme con l'ottima 
opinione ch'io mi era sempre giustamente tenuta di quel- 
l'Elia. Ciò posto, io mi trovava allora in dure circostanze, 
ly'affare con la sorella non era sistemato ancora ; e sempre 
ricevendo nuove cavillazioni dal cognato, che tutte le sue 
private obbiezioni me le andava sempre facendo in nome 
e autorità del re ; io gli avea finalmente risposto con ira e 
disprezzo : che se essi non voleano Donato, pigliassero pure 
Pigliato] perchè io a ogni modo non ci tornerei mai, e 
poco m'importava di essi, dei lor danari e del loro re, 
che si tenessero il tutto e fosse cosa finita. Ed io era in 
fatti risolutissimo all'espatriazione perpetua, a costo pur 
anche del mendicare. Dunque per questa parte trovan- 
domi in dubbio d'ogni cosa, e per quella dei mobili rea- 
lizzati ^ non mi vedendo sicuro di nulla, io me la passai 
cosi fantasticando e vedendomi sempre la squallida po- 
vertà innanzi agli occhi, finché mi pervennero le cambiali 
d'Elia, e vistomi possessore di quella piccola somma non 
dovei più temere per la sussistenza. In quei deliri di fan- 
tasia, l'arte che mi si presentava come la più propria 
per farmi campare, era quella del domacavalli, in cui 
sono o mi par d'essere maestro ; ed é certamente una delle 
meno servili. Ed anche mi sembrava che questa dovesse 
riuscinni la più combinabile con quella di poeta, poten- 
dosi assai più facilmente scriver tragedie nella stalla che 

in corte. 

Ma già prima di trovarmi in queste angustie più im- 
maginate che vere, appena ebbi fatta la donazione, io 



1 Venduti, e cavatane una somma in contanti. 



B."a»èt«a«!i 






214 



BAi.tA «Vita»; IV, 6: 1778 



avea congedato tutti i miei servi, meno uno per me ed 
uno per cucinarmi, che poco dopo anche licenziai. E da 
quel punto in poi, benché io fossi già assai parco nel vitto, 
contrassi l'egregia e salutare abitudine di una sobrietà 
non coniime; lasciato interamente il vino, il caffè, e si- 
mili, e ristrettomi ai semplicissimi cibi di riso, e lesso, ed 
arrosto, senza mai variare le specie per anni interi. Dei 
cavalli, quattro ne avea rimandati a Torino perchè si 
vendessero con quelli che ci avea lasciati partendone ; 
ed altri quattro li regalai ciascuno a diversi signori fio- 
rentini, i quali benché fossero semplicemente miei cono- 
scenti e non già amici, avendo tuttavia assai meno or- 
goglio di me, gli accettarono. Tutti gli abiti parimente 
donai al mio cameriere, ed allora poi anche sagrificai 
l'uniforme; e indossai l'abito nero per la sera, e un tur- 
chinaccio per la mattina, colori che non ho poi deposti 
mai più, e che mi vestiranno fino alla tomba ^ E così 
in ogni altro genere mi andai sempre più restringendo 
anche grettamente al semplicissimo necessario, a tal 
segno ch'io mi ritrovai ad un medesimo tempo e donator 
d'ogni cosa ed avaro. 

Dispostissimo in questa guisa a tutto ciò che mai mi 
potrebbe accadere di peggio, non mi tenendo aver altro 
che quei seimila zecchini, che subito inabissai in uno dei 
vitalizi di Francia ; ed essendo la mia natura sempre in- 
clinata agli estremi, la mia economia e indipendenza andò a 
poco a poco tant'oltre, che ogni giorno inventandomi una 
nuova privazione, caddi nel sordido quasi: e dico quasi, 
perché pur sempre mutai la camicia ogni giorno, e non 
trascurai la persona; ma lo stomaco, se a lui toccasse di 
scrivere la mia \4ta, tolto ogni quasi, direbbe ch'io m'era 



1 Anche il conte Monaldo I^eopardi, il padre di Giacomo, 
narra di sé che a diciott'anni si vesti tutto di nero. « e cosi », dice, 
« ho vestito sempre e vesto, sicché chiunque non mi conobbe fan- 
ciullo, non mi vide coperto con abiti di altro colore » : un perpetuo 
necroforo! Cfr. ScHERli;i.o, La vita del poeta, premessa ai Canti 
dì G. Leopardi, Milano. Hoepli, 191 1. P- I3- 



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DAi.r.A «Vita»; IV, 6: 1778 



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fatto sordidissimo. E questo fu il secondo, e crederei 
l'ultimo accesso di un si fastidioso e sì turpe morbo, che 
degrada pur tanto l'animo, e l'intelletto restringe. Ma 
benché ogni giorno andassi sottilizzando per negarmi o 
diminuirmi una qualche cosa, io andava pure spendendo 
in libri e non poco. Raccolsi allora quasi tutti 1 hbri 
nostri di lingua, ed in copia le più belle edizioni dei clas- 
sici latini. E tutti l'un dopo l'altro, e rephcatamente h 
lessi, ma troppo presto e con troppa avidità, onde non 
mi fecero quel frutto che me ne sarebbe ridondato leg- 
gendoli pacatamente, e ingoiandomi le note. Cosa alla 
quale mi son poi piegato tardissimo, avendo sempre da 
giovane anteposto l'indovinare i passi difficih, o il sal- 
tarli a pie pari, all'appianarmeli colla lettura e medita- 
zione dei commenti. . 

Le mie composizioni frattanto nel decorso di quel- 
l'anno borsale 1778, non dirò che fossero tralasciate, ma 
elle si risentivano dei tanti disturbi antiletterari m cui 
m'era ingolfato di necessità. E circa poi al punto prmci- 
pale per me, cioè la padronanza della lingua toscana, mi 
si era aggiunto anche un nuovo ostacolo, ed era, che la 
mia donna non sapendo allora quasi punto l'italiano, 
io mi era trovato costretto a ricader nel francese, parlan- 
dolo e sentendolo parlare continuamente m casa sua. 
Nel rimanente del giorno io cercava poi il contravveleno 
dei gallicismi nei nostri ottimi e noiosi prosatori trecen- 
tisti e feci su questo proposito delle fatiche niente poe- 
tiche ma veramente da asino. A poco a poco pure spuntai 
che l'amata imparasse perfettamente l'itahano si per leg- 
giere che per parlare ; e vi riuscì quanto e più eh altra mai 
forestiera che vi si accingesse ; e lo pariò anzi^ con una assai 
migliore pronunzia che non lo pariano le donne d Itaha 
non Toscane, che tutte, o sian Lombarde o Veneziane o 
Napoletane o anche Romane, lacerano quale m un modo 
anale nell'altro ogni orecchio che siasi avvezzo al soavis- 
simo e vibratissimo accento toscano. Ma per quanto la 
mia donna non pariasse tosto altra liiigua con me, tut- 
tavia la casa sua sempre ripiena di oltramontanena era 



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216 



Dau^ «Vita»; IV, 6-7: 1778 



DAI.1.A «Vita»; IV, 7: 1778 



217 



per il mio povero toscanismo un continuo martirio ; 
talché, oltre parecchie altre, io ebbi anche questa contra- 
rietà, di essere stato presso che tre anni allora in Firenze, 
e d'avervi assai più dovuto ingoiare dei suoni francesi, 
che non dei toscani. E in quasi tutto il decorso della mia 
vita, finora, mi è toccata in sorte questa barbarla di gal- 
licheria: onde, se io pure sarò potuto riuscire a scrivere 
correttamente, puramente, e con sapore di toscanità 
(senza però ricercarla con affettazione e indiscrezione), 
ne dovrò riportar doppia lode, attesi gli ostacoli: e se 
riuscito non ci sono, ne meriterò ampia scusa. 



CAPITOLO SErriMO. 
CA1.D1 STUDj IN Firenze. 

Nell'aprile del 78, dopo aver verseggiata la Virginia, 
e quasi che tutto l'Agamennone, ebbi ima breve ma forte 
malattia infiammatoria, con un'angina, che costrinse il 
medico a dissanguarmi; il che mi lasciò una lunga conva- 
lescenza, e fu epoca per me di un notabile indebolimento 
di salute in appresso. L'agitazione, i disturbi, lo studio, 
e la passione di cuore mi aveano fatto infermare ; e benché 
poi nel finir di quell'anno cessassero interamente i di- 
sturbi d'interesse domestico, lo studio e l'amore che 
sempre andarono crescendo, bastarono a non mi lasciar 
più godere in appresso di quella robustezza d'idiota ch'io 
mi era andata formando in quei dieci anni di dissipazione, 
e di viaggi quasi continui. Tuttavia nel venir poi del- 
l'estate, mi riebbi, e moltissimo lavorai. L'estate é la 
mia stagion favorita : e tanto più mi si confà, quanto più 
eccessiva riesce; massimamente pel comporre. 

Fin dal maggio di quell'anno avea dato principio ad 
un poemetto in ottava rima, su la uccisione del duca 
Alessandro da Lorenzino de' Medici; fatto, che essendomi 
piaciuto molto, ma non lo trovando suscettibile di tra- 



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gedia mi si affacciò piuttosto come poema». Lo andava 
lavorando a pezzi, senza averne steso abbozzo nessuno 
tr esercitamii al far rime, da cui gli sciolti delle oramai 
Stante tragedie mi andavano deviando. Andava anche 
f^rivendo alcune rime d'amore, sì per lodare la mia donna 
eie per isfogare le tante angustie in cm, attese le di lei 
circostanze domestiche, mi conveniva P^^*^^^ ^^^ °^^- 
E hanno cominciamento le mie rime per essa, da quel so 
netto (tra gli stampati da me) che dice : 

Negri, vivaci, in dolce fuoco ardenti; 
dopo il quale tutte le rime amorose che seguono tutte 
sono ^r essa, e ben sue, e di lei solainente, poiché mai 
d^altra donna per certo non canterò. E mi pare che m 
esf (siano con'più o meno feUcità ed elegan- «.n^pr^e 
e verseggiate), vi dovrebbe pure per lo più trasparire 
quell'immenso affetto che mi sforzava d| -"^«^ ^' J 
ch'io ogni giorno più mi sentiva crescer per lei e ciò mas 
iLifnte' credo, si potrà scorgere -Uè nm^--^^^ 
Oliando poi mi trovai per gran tempo disgiunto da essa. 
'"Torno alle occupazLi del 78 Nel luglio djesi con 
una febbre frenetica di libertà la tragedia de Fam. 
Zndiimmediatamente il Don Garzra. Tosto dopo ideai 

retribuii in capitoli i tre libri ^^J^'-f ^^J^ 
lettere e ne distesi i tre primi capitoh. Poi, non m 
eSdo lingua abbastanza per ben -primere 1 mie 
pensamenti lo differii per non averlo poi a ntonl" 
tlToXchè ci tornerei per correggerlo. Nell'agosto di 
quell'anno stesso, a suggerimento e sodisfazione dell a^ 
Sa ideai la Maria Stuarde. Dal settembre in giù 



rl:.:^ dlT' Medre à sUa a stan.a finito il primo canto 

'" rDlTrMfieri nel Parere sulla Maria Sharia: .-Confesso c^ 

•• . .l'intraprenderla, moltissimo temeva m me stesso 

fl^elLTon % poteHar ottima. Per due ragioni pure Vho mtra- 



«a,S(,>sfl*f»fe»»*#**« 



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2l8 



Dai^la « VitA»; IV, 7: 1778-79 



Dai,i,a «Vita»; IV, 7: 1779 



219 



verseggiai l'Oreste, con cui terminai quell'anno per me 
travagliatissimo^ . 

Passavano allora i miei giorni in una quasi perfetta 
calma; e sarebl>e stata intera, se non fossi stato spesso 
angustiato dal vedere la mia donna angustiata da con- 
tinui dispiaceri domestici, cagionatile dal querulo, sra- 
gionevole, e sempre ebro attempato marito. Le sue pene 
eran mie ; e vi ho successivamente patito dolori di morte. 
Io non la poteva vedere se non la sera, e talvolta a pranzo 
da lei ; ma sempre presente lo sposo, o al più più standosi 
egli di continuo nella camera contigua. Non già ch'egli 
avesse ombra di me più che d'altri; ma era tale il di lui 
sistema; ed in nove anni e più che vissero insieme quei 
due coniugi, mai e poi mai e poi mai non è uscito egli di 
casa senza di lei, né ella senz'esso: continuità, che riu- 
scirebbe stucchevole per fino fra due coetanei amanti. 
Io dunque tutto l'intero giorno me ne stava in casa stu- 
diando, dopo aver cavalcato la mattina per un par d'ore 
un ronzino d'affitto per mera salute. La sera poi io tro- 
vava il solHevo della sua vista, ma amareggiato pur troppo 
dal vederla come dissi quasi sempre afflitta ed oppressa. 
Se io non avessi avuta la tenacissima occupazione dello 
studio, non mi sarei potuto piegare al vederla si poco, e 
in tal modo. Ma anche se io non avessi avuto quell'unico 



presa: prima, perchè mi veniva un tal tema con una certa pre- 
mura proposto da tale, a cui non potrei mai nulla disdire ; seconda, 
per un certo orgoglietto d'autore, che credendo aver fatto già 
otto tragedie, i di cui soggetti, tutti scelti da lui, tutti più o meno 
gli andavano a genio, volea pure provarsi sopra uno, che niente 
stimava e che poco piacevagli; e ciò. per vedere se a forza d'arte 
gli verrebbe fatto di renderlo almen tollerabile... Il tutto di questa 
tragedia mi riesce e debole e freddo; onde io la reputo la più cat- 
tiva di quante ne avesse fatte o fosse per farne l'autore; e la sola 
ch'egli non vorrebbe forse aver fatta >. 

1 Annali, Firenze, 1778: «Nel luglio ideato i tre libri Del 
Principe e delle lettere, distribuiti i capitoli e stesi i tre primi; 
stesi i Pazzi e il Don Garzia. Nell'agosto ideato la Maria Stuarda^ 
dal settembre in poi verseggiato l'Oreste -. 



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sollievo della sua dolcissima vista per contravveleno al- 
l'asprezza della mia solitudine, non avrei mai potuto re- 
sistere a uno studio cosi continuo, e cosi, direi, arrabbiato. 

In tutto il 79 verseggiai la Congiura de' Pazzi; ideai 
la Rosmunda, l'Ottavia, e il Timoleone: stesi la Rosmunda, 
e Maria Stuarda) verseggiai il Don Garzia; terminai il 
primo canto del poema, e inoltrai non poco il secondo^ 

In mezzo a si calde e faticose occupazioni della mente, 
mi trovava anche sodisfatti gli affetti del cuore, tra 
l'amata donna presente, e due. amici lontani, con cui mi 
andava sfogando per lettere. Kra l'uno di questi, il Gori 
di Siena, il quale anche due o tre volte era venuto in Fi- 
renze a vedermi: l'altro era l'ottimo abate di Caluso, il 
quale verso la metà di quell'anno 79 venne poi in Firenze, 
chiamatovi in parte dall'intenzione di godersi per un anno 
quella beatissima lingua toscana, ed in parte (me ne lu- 
singo) chiamatovi dal piacere di essere con chi gh voleva 
tanto bene quanto io; ed anche per darsi ai suoi studi 
più quetamente e liberamente che non gli veniva fatto 
in Torino, dove fra i suoi tanti e fratelli, e nipoti, e cu- 
gini, e indiscreti d'altro genere, la di lui mansueta e con- 
discendente natura lo costringeva ad essere assai più 
d'altri che suo. Un anno presso che intero egli stette 
dunque in Firenze ; ci vedevamo ogni giorno, e si passava 
insieme di molte ore del dopo pranzo. Ed io nella di lui 
piacevole ed erudita conversazione imparai senza quasi 
avvedermene più cose assai che non avrei fatto in molti 
anni sudando su molti hbri. E tra l'altre, quella di cui 
gli avrò etema gratitudine, si è di avermi egli insegnato 
a gustare e sentire e discernere la bella ed immensa varietà 
dei versi di Virgilio, da me fin allora soltanto letti ed in- 
tesi; il che per la lettura di un poeta di tal fatta, e per 



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1 Annali, Firenze, 1779: «Nel febbraio verseggiato i Pazzi. 
Nel maggio, ideato Rosmunda', stesala nell'agosto, e ideate Ot- 
tavia e il Timoleone. Nel giugno, stesa la Maria Stuarda. Prose- 
guito in tutto l'anno il canto secondo del poema, scritte alcune 
rime; letti gran parte dei classici latini». 



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220 



T>AthA «Vita»; IV, 7: 1779 



l'utile che ne dee ridondare a chi legge, viene a dir 
quanto nulla. Ho tentato poi (non so con quanta felicità) 
di trasportare nel mio verso sciolto di dialogo quella in- 
cessante varietà d'armonia, per cui raramente due versi 
somigliantisi si accoppino ; quelle diverse sedi d'interrom- 
pimento, e quelle trasposizioni (per quanto l'indole della 
lingua nostra il concede), dalle quali il verseggiar di Vir- 
gilio riesce si maraviglioso, e si diverso da Lucano, da 
Ovidio, e da tutti. Differenze difficili ad esprimersi con 
parole, e poco concepibili da chi dell'arte non è. Ed era 
pur necessario ch'io mi andassi aiutando qua e là per far 
tesoro di forme e di modi, per cui il meccanismo del mio 
verso tragico assumesse una faccia sua propria, e si ve- 
nisse a rialzare da per sé, per forza di struttura ; mentre 
non si può in tal genere di composizione aiutare il verso, 
ne gonfiarlo con i lunghi periodi, né con le molte immagini, 
né con le troppe trasposizioni, né con la soverchia pompa 
o stranezza dei vocaboli, né con ricercati epiteti; ma la 
sola semplice e dignitosa sua giacitura di parole infonde 
in esso la essenza del verso, senza punto fargli perdere 
la possibile naturalezza del dialogo. Ma tutto questo, 
ch'io forse qui mal esprimo, e ch'io avea fin d'allora, e 
ogni dì più caldamente, scolpito nella mente mia, non lo 
acquistai nella penna se non se molti anni dopo, se pur 
mai lo acquistai: e forse fu quando poi ristampai le tra- 
gedie in Parigi. Che se il leggere, studiare, gustare, e di- 
scernere, e sviscerare le bellezze ed i modi del Dante e 
Petrarca mi poterono infonder forse la capacità di ri- 
mare^ sufficientemente e con qualche sapore; l'arte del 
verso sciolto tragico (ove ch'io mi trovassi poi d'averla 
o avuta o accennata) non la ripeterò da altri che da Vir- 
gilio, dal Cesarotti e da me medesimo. Ma intanto, prima 
ch'io pervenissi a dilucidare in me l'essenza di questo 
stile da crearsi, mi toccò in sorte di errare assai lunga- 
mente brancolando, e di cadere anche spesso nello sten- 



1 l,e stampe, meno quella del Bertana, hanno: rimanere. 



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DAI.I.A (.VITA.); IV, 7: 1779-80 



221 



tato ed oscuro, per voler troppo sfuggire il fiacco e il 
triviale; del che ho ampiamente parlato altrove, quando 
mi occorse di dare ragione del mio scriverei 

Nell'anno susseguente, 1780, verseggiai la Marta 
Stuarda; stesi l'Ottavia e il Timoleone: di cui, questa era 
frutto della lettura di Plutarco, ch'io avea anche ripi- 
gliato^ • quella era figlia mera di Tacito, ch'io leggeva e ri- 
leggeva con trasporto. Riverseggiai inoltre tutto intero 
il Filippo, per la terza volta, sempre scemandolo di pa- 
recchi versi ; ma egU eira pur sempre quello che si risen- 
tiva il più della sua origine bastarda, pieno di tante forme 
straniere ed impure. Verseggiai la Rosmunda, e gran parte 
de\VOttavia\ ancorché verso il finir di quell'anno la dovessi 
poi interrompere, attesi i fieri disturbi di cuore* che mi 
sopravvennero. 



1 Nella Risposta alla Lettera di Ranieri de' Calsabigi, e nel 
Parere delVautore su le presenti tragedie, cap. Stile. 

2 Cfr l'Avvertenza premessa alla tragedia Timoleone neUa mia 
edizione, p. 140-41- Mi par da richiamare a questo proposito un 
luogo del Machiavelli, nei Discorsi, I, io. che può aver contribuito 
a fermar l'attenzione dell'Alfieri su quel personaggio. « Ed e im- 
possibile » egli dice, .. che quelli che in istato privato vivono m 
una repubblica, o che per fortuna o virtù ne diventano prmcipi. 
se leggessino l'istorie, e delle memorie delle antiche cose f acessmo 
capitale, che non volessero quelli tali privati vivere nella loro 
patria piuttosto Scipioni che Cesari; e quelli che sono prìncipi, 
piuttosto Agesilai. T^moleoni e Dioni. che Nabidi. Falan e Dio- 
nisi- perchè vedrebbono questi essere sommamente vituperati, 
e quelli eccessivamente laudati. Vedrebbono ancora co^^^^"^^; 
leone e eli altri non ebbero nella patria loro meno autorità che 
si avessL Dionisio e Falari; ma vedrebbono di lunga avervi 

avuto più sicurtà ». . ,^^^-^ 

^Annali, Firenze. 1780: «Nel marzo, verseggiato Maria 
Stuarda. Nel luglio, stese l'Ottavia e il Trmoleone, e riverseggiato 
per la terza volta il Filippo II. Nel settembre, verseggiato Ro- 
Tr^unda. Nel decembre. principiato a verseggiare l'Ottavia. Finito 
in tutto l'anno il secondo canto del poema, e scritte alcune rime «. 
* Amorosi. 



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I)Ai.ij^ «Vita»; IV, 8: 1780 



DAI.1.A uViTA»; IV, 8: 1780 



223 



CAPITOLO OTTAVO. 

Accidente, per cui di nuovo rivedo Napoli, e Roma, 
dove mi fisso. 

La donna mia (come più volte accennai) yiveva-i 
angustiatissima ; e tanto poi crebbero quei dispiaceii 
domestici, e le continue vessazioni del marito si termina- 
rono finalmente in una si violenta scena baccanale nella 
notte di Sant'Andrea, ch'ella per non soccombere sotto 
si orribili trattamenti fu alla per fine costretta di cercare 
un modo per sottrarsi a si fatta tirannia, e salvare la 
salute e la \A\,'a}. Ed ecco allora, che io di bel nuovo dovei 
(contro la natura mia) raggirare^ presso i potenti di quel 
governo, per indurli a favorire la liberazione di quell'in- 
nocente vittima da un giogo si barbaro e indegno^. Io, 
assai ben conscio a me stesso che in codesto fatto operai 
più pel bene d'altri che non per il mio; conscio, ch'io mai 
non diedi consiglio estremo alla mia donna, se non quando 
i mali suoi divennero estremi davvero, perchè questa è 
sempre stata la massima ch'io ho voluta praticare negli 
affari altrui, e non mai ne' miei proprj ; e conscio final- 
mente ch'era cosa oramai del tutto impossibile di proce- 
dere altrimenti, non mi abbassai allora né mi abbasserò 
mai a purgarmi delle stolide e maligne imputazioni che 
mi si fecero in codesta occorrenza. Mi basti il dire, che io 
salvai la donna mia dalla tirannide d'un irragionevole 
e sempre ubriaco padrone, senza che pure vi fosse in nes- 



1 Nella notte di sant'Andrea, cioè del 30 novembre, il Conte, 
ebbro e geloso, fece una scena rumorosissima, da baccanale, con 
la moglie. Pare la percotesse e cercasse di strangolarla. 

2 Adoperarmi, anche con intrighi. 

3 II granduca Pietro Leopoldo rimase perciò insensibile alle 
proteste del Conte, quando la signora riuscì a fuggire. L'Alfieri 
trovò un valido alleato nell'ambasciatore d'Inghilterra. 



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sunissimo modo compromessa la di lei onestà, né leso 
nella minima parte il decoro di tutti. Il che certamente 
a chiunque ha saputo o viste dappresso le circostanze 
particolari della prigionia durissima in cui ella di continuo 
ad oncia ad oncia moriva, non parrà essere stata cosa 
facile-a ben condursi, e riuscirlaS come pure riusci, a buon 

esito. , X • T-- 

Da prima dunque essa entrò m un monastero m Pi- 
renze^ condottavi dallo stesso marito come per visitar 
quel luogo, e dovutavela poi lasciare con somma di lui 
sorpresa, per ordine e disposizioni date da chi allora co- 
mandava in Firenze. Statavi alcuni giorni, venne poi 
dal di lei cognato^ chiamata in Roma, dove egli abitava, 
e quivi pure si ritirò in altro monastero*. E le ragioni di 
sì fatta rottura tra lei e il marito furono tante e si mani- 
feste, che la separazione fu universalmente approvata. 
Partita essa dunque per Roma verso il finir di de- 
cembre, io me ne rimasi come orbo derelitto in Firenze; 
ed allora fui veramente convinto nell'intimo della mente 
e del cuore, ch'io senza di lei non rimanea neppur mezzo, 
trovandomi assolutamente quasi incapace d'ogni appli- 
cazione, e d'ogni bell'opera, né mi curando più punto né 
della tanto ardentemente bramata gloria, né di me stesso. 
In codesto affare io avea dunque si caldamente lavorato 
per l'util suo, e pel danno mio; poiché ninna infelicità 
mi potea mai toccare maggiore, che quella di non punto 
vederla. Io non poteva decentemente seguitarla si tosto 
in Roma. Per altra parte non mi era possibile più di cam- 
pare in Firenze. Vi stetti tuttavia tutto il gennaio dell'81. 
e mi parvero quelle settimane, degli anni, né potei poi 
proseguire nessun lavoro, né lettura, né altro. Presi 
dunque il compenso di andarmene a Napoh; e scelsi, 
come ben vede ciascuno, espressamente Napoh, perche 
ci si va passando di Roma. 



1 Farla riuscire. 

2 II monastero della Bianchetti in via del Mandorlo. 

3 Enrico Benedetto Stuart, duca di Yorck, cardinale. 

4 Delle Orsoline. 



Ito». ^„ Jìsp»*i«-5.,jiK(W»«ft*«i>**«GK»5aB^ 



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Dalla «Vita»; IV, 8: 1781 



Dalla «Vita»; IV, 8: 1781 



225 



Già da un anno e più mi si era di bel nuovo diradata 
la sozza caligine della seconda accennata avarizia. Aveva 
collocato in due volte più di centosessanta mila franchi 
nei vitalizi di Francia ; il che mi f acea tenere sicura oramai 
la sussistenza indipendentemente dal Piemonte. Onde io 
era tornato ad una giusta spesa ; ed avea ricomperato ca- 
valli, ma soli quattro, che ad un poeta n'avanzano. Il 
caro abate di Caluso era anche tornato a Torino da più 
di sei mesi; quindi io senza nessuno sfogo d'amicizia, e 
privo della mia donna, non mi sentendo più esistere, il 
bel primo di febbraio mi avviai bel bello a cavallo verso 
Siena, per abbracciarvi l'amico Cori, e sgombrarmi ^ un 
po' il cuore con esso. Indi proseguii verso Roma, la di cui 
approssimazione mi facea palpitare; tanto è diverso 
l'occhio dell'amante da tutti gli altri. Quella regione vuota 
insalubre, che tre anni innanzi mi parca quel ch'era, in 
questo venire mi si presentava come il più delizioso sog- 
giorno del mondo. 

Giunsi; la vidi (oh Dio, mi si spacca ancora il cuore 
pensandovi), la \4di prigioniera dietro una grata, meno 
vessata però che non l'avea vista in Firenze, ma per altra 
cagione non la rividi meno infelice. Eramo in somma dis- 
giunti; e chi potea sapere per quanto il saremmo? Ma 
pure, io mi appagava piangendo, ch'ella si potesse almeno 
a poco a poco ricuperare in salut-c^ e pensando, ch'ella 
potrebbe pur respirare un'aria più libera, dormire tran- 
quilli i suoi sonni, non sempre tremare di quella indivi- 
sibile ombra dispettosa dell'ebro marito, ed esistere in 
somma ; tosto mi pareano e men crudeli e men lunghi gli 
orribili giorni di lontananza, a cui mi era pur forza di 
assoggettarmi. 

Pochissimi giorni mi trattenni in Roma ; ed in quelli, 
amore mi fece praticare infinite pieghevolezze e destrezze, 
ch'io non avrei poste in opera né per ottenere l'imperio 



^ Sfogare. 

2 Potesse ricuperare la salute; ovvero: si potesse rimettere 



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dell'universo; pieghevolezze, ch'io ferocemente ricusai 
praticare dappoi, quando presentandomi al limitare del 
tempio della Gloria, ancorché molto dubbio se vi potrei 
ottenere l'accesso, non ne volli pur mai lusingare né in- 
censare coloro che n'erano, o si teneano, custodi di esso. 
Mi piegai allora al far visite, al corteggiare per anche il 
di lei cognato, dal quale soltanto dipendeva oramai la di 
lei futura total libertà, di cui ci andavamo entrambi lu- 
singando. Io non mi estenderò gran fatto sul proposito 
di questi due personaggi fratelli, perché furono m quel 
tempo notissimi a ciascheduno: e sebbene poi verisimil- 
mente l'obblio gli avrà sepolti del tutto col tempo, a 
me non si aspetta di trarneli, laudare non li potendo, né 
li volendo biasimare^ Ma intanto l'aver io umiliato il mio 
orgoglio a costoro, può riuscire bastante prova dell'im- 
menso mio amore per essa. 

Partii per Napoli, come promesso l'avea, e come, deli- 
catamente operando, il dovea. Questa separazione se- 
conda mi riuscì ancor più dolorosa della prima in Firenze. 
E già in quella prima lontananza di circa quaranta giorni, 
io avea provato un saggio funesto delle amarezze che mi 
aspettavano in questa seconda, più lunga ed incerta. 

In Napoli la vista di quei bellissimi luoghi non essendo 
nuova per me, ed avendo io una si profonda piaga nel 
cuore, non mi diede quel sollievo ch'io me ne ripromet- 
teva. I libri erano quasi che nulla per me; 1 versi e le 
tragedie andavan male, o si stavano; ed in somma 10 
non campava che di posta spedita e di posta ricevuta, 
a nuir altro potendo rivolger l'animo se non se alla mia 
donna lontana. E me n'andava sempre solitario caval- 
cando per quelle amene spiagge di Posilipo e Baja, o 



in salute. 



1 Nel dare perciO) alle stampe la sua Maria Stuarda, l'Alfieri 
cancellò alcune sprezzanti parole di Lamorre, che chiaramente 
accennavano al conte d'Albany; e annotò sul manoscritto: «Si 
tralascino perchè ho avuto la disgrazia di conoscere il personaggio. 
Così non mi si potrà dar taccia di maligno. Ma pure l'arte voleva 
che ci rimanessero ». 

Alfikri, li. 



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Sfe-S-™-^*"^^^**^^*******'*^**'^'** 



226 



Dau<a «Vita»; IV, 8: 1781 



DAI.1.A «Vita»; IV, 8-9: 1781 



227 



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verso Capeva e Caserta, o altrove, per lo più piangendo; 
e si fattamente annicliilato, che col cuore traboccante 
d'affetti non mi veniva con tutto ciò neppur voglia di 
tentare di sfogarlo con rime. Passai in tal guisa il rima- 
nente di febbraio, sin al mezzo maggio. 

Tuttavia in certi momenti meno gravosi facendomi 
forza, qualche poco andai lavorando. Terminai di ver- 
seggiare V Ottavia', e riverseggiai più che mezzo ì\ Polinice, 
che mi parve di una pasta di verso alquanto migliorata. 
Avendo finito l'anno innanzi il secondo canto del i>oemetto, 
mi volli accingere al terzo ; ma non potei procedere oltre 
la prima stanza, essendo quello un tema troppo lieto 
per quel mio misero stato d'allora^ Sicché lo scriver let- 
tere, e il rileggere cento volte le lettere ch'io ricevea di 
lei, furono quasi esclusivamente le mie occupazioni di 
quei quattro mesi. GH affari della mia donna si andavano 
frattanto rischiarando alquanto, e verso il fin di marzo 
ella avea ottenuto licenza dal Papa di uscire di mona- 
stero, e di starsene tacitamente come divisa dal marito 
in im appartamento che il cognato (abitante sempre fuori 
di Roma) le rilasciava nel di lui palazzo in città^ Io avrei 
voluto tornar a Roma, e sentiva pure benissimo che per 
allora non si doveva. I contrasti che prova un cuor tenero 
ed onorato fra l'amore e il dovere, sono la più terribile 
e mortai passione ch'uomo possa mai sopportare. Io 
dunque indugiai tutto l'aprile, e tutto il maggio m'era 
anche proposto di strascinarlo così, ma verso il dodici d'esso 
mi ritrovai, quasi senza saperlo, in Roma. Appena giun- 
tovi, addottrinato ed inspirato dalla necessità e da amore, 
diedi proseguimento e compimento al già intrapreso corso 
di pieghevolezze e astuziole cortigianesche per pure abi- 



1 Annali, Firenze, Napoli e Roma. 1781: «Nel gennaio in 
Firenze, nel febbraio per viaggio, e nel marzo in Napoli, finito di 
verseggiare l'Ottavia. Nell'aprile in Napoli preso a riverseggiare 
il Polinice II; finitolo nel maggio in Roma... In tutto l'anno, 
circa 40 stanze del terzo canto del poema ripreso in Napoli ». 

2 Nel grandioso palagio della Cancelleria. 



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tare la stessa città e vedervi l'adorata donna. Onde dopo 
tante smanie, fatiche, e sforzi per farmi libero, mi trovai 
trasformato ad un tratto in uomo visitante, riverenziante, 
e piaegiante in Roma, come un candidato che avrebbe po- 
stulato inoltrarsi nella prelatura. Tutto feci, a ogni cosa 
mi piegai, e rimasi in Roma, tollerato da quei barbassori, 
e aiutato anche da quei pretacchiuoli che aveano o si 
pigliavano una qualche ingerenza negh affari della donna 
mia. Ma buon per essa, che non dipendeva dal cognato, 
e dalla di lui trista sequela, se non se nelle cose di mera 
convenienza, e nulla poi nelle di lei sostanze le qiiah essa 
aveva in copia per altra parte, ed assai onorevoli, e per 
allora sicurissime. 

CAPITOLO NONO. 
Studj ripresi ardentemente in Roma. Compimento 

DELLE QUATTORDICI PRIME TRAGEDIE. 

Tosto ch'io un tal poco respirai da codesti esercizi 
di semi-servitù, contento oltre ogni dire di un onesta 
libertà per cui mi era dato di visitare ogni sera 1 amata 
mi restituii tutto intero agli studi. Ripreso dunque il 
Polinice, terminai di riverseggiarlo ; e senza più ripigliar 
fiato proseguii da capo l'Antigone, poi la Vtrgima, e 
succ;ssivamente V Agamennone. Wre.te. i Pazn. il Garzra: 
poi il Timoleone che non era stato ancor Pf^o in versi ; 
ed in ultimo, per la quarta volta il renitente Fdtppo^J 
mi andava talvolta sollevando da quella troppa conti- 
nuità di far versi sciolti, proseguendo il terzo canto del 
Poemetto; e nel decembre di quell'anno stesso composi 
d^un fiato le quattro prime Odi dell'^mmca LtberaK A 

T^«/i, Firenze, Napoli e Roma, 1781: « Nel giugno prima 
podagra leggerissin.a nata dal troppo lavoro, R.verseggiato 1 .4k. 
ZoTlI. fel lugUo la Virginia II; quindi verseggiato il T.mo- 
Uon: neU'agostf, yAgan,ennone II: nel settembre, X Oreste II 
nelnovembre, i P«.. //; nel dicembre, una quarta volta .1 Fi- 
lippo /K. e le quattro prime odi AsW America ». 



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228 



DaWvA «Vita »; IV, 9: 1782 



DA1.1.A «Vita»; IV, 9: 1782 



229 



queste m'indusse la lettura di alcune bellissime e nobili 
Odi del Filicaja, che altamente mi piacquero. Ed io stesi 
le mie quattro in sette soli giorni, e la terza intera in un 
giorno solo; ed esse con picciole mutazioni sono poi ri- 
maste quali furono concepite. Tanta è la differenza (al- 
meno per la mia penna) che passa tra il verseggiare in 
rima liricamente, o il far versi sciolti di dialogo. 

Nel principio dell'anno 82, vedendomi poi tanto inol- 
trate le tragedie, entrai in speranza che potrei dar loro 
compimento in quell'anno. Fin dalla prima io mi era pro- 
posto di non eccedere il numero di dodici ; e me le trovava 
allora tutte concepite, e distese, e verseggiate; e river- 
seggiate le più. Senza discontinuare dunque proseguiva 
a riverseggiare, e limare quelle che erano rimaste; sempre 
progredendole^ successivamente nell'ordine stesso con cui 
elle erano state concepite e distese. 

In quel frattempo, verso il febbraio dell'Si, tornatami 
un giorno fra le mani la Merope del Maffei per pur vedere 
s'io c'imparava qualche cosa quanto allo stile, leggendone 
qua e là degli squarci mi sentii destare improvvisamente 
un certo bollore d'indegnazione e di collera nel vedere la 
nostra Italia in tanta miseria e cecità teatrale che faces- 
sero credere o parere quella come l'ottima e sola delle 
tragedie, non che delle fatte fin allora (che questo lo as- 
sento anch'io), ma di quante se ne potrebber far poi in 
Italia. E immediatamente mi si mostrò quasi un lampo 
altra tragedia dello stesso nome e fatto, assai più sem- 
plice e calda e incalzante di quella. Tale mi si appresentò 
nel farsi ella da me concepire, direi per forza. S'ella sia 
poi veramente riuscita tale, lo decideranno quelli che ver- 
ran dopo noi. Se mai con qualche fondamento chi schic- 
chera versi ha potuto dire Est Deus in nohis, lo posso 
certo dir io, nell'atto che io ideai, distesi, e verseggiai 
la mia Merope, che non mi diede mai tregua né pace 
lìnch'ella non ottenesse da me l'una dopo l'altra queste 
tre creazioni diverse, contro il mio solito di tutte l'altre, 



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^ Mandandole innanzi. 



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che con lunghi intervalli riceveano sempre queste diverse 
mani d'operai 

E lo stesso dovrò dire pel vero, risguardo al Saulle. 
Fin dal marzo di quell'anno mi era dato assai alla lettura 
della Bibbia, ma non però regolatamente con ordine. 
Bastò nondimeno perch'io mi infiammassi del molto poe- 
tico che si può trarre da codesta lettura, e che non po- 
tessi più stare a segno, s'io con una qualche composizione 
biblica non dava sfogo a quell'invasamento che n'avea 
ricevuto. Ideai dunque, e distesi, e tosto poi verseggiai 
anche il Sanile, che fu la decimaquarta, e secondo il mio 
proposito d'allora l'ultima dovea essere di tutte le mie 
tragedie. E in quell'anno mi bolliva talmente nella fan- 
tasia la facoltà inventrice, che se non l'avessi frenata con 
questo proponimento, almeno altre due tragedie bibliche 
mi si affacciavano prepotentemente, e mi avrebbero 
strascinato: ma stetti fermo al proposito, e parendomi 
essere le quattordici anzi troppo che poche, lì feci punto. 
Ed anzi (nemico io sempre del troppo, ancorché ad ogni 
altro estremo la mia natura mi soglia trasportare) nello 
stendere la Merope e il Sanile mi facea tanto ribrezzo l'ec- 
cedere il numero che avea fissato, ch'io promisi a me stesso 
di non le verseggiare, se non quando avrei assolutamente 
finite e strafinite tutte l'altre; e se non riceveva da esse 
in intero l'effetto stessissimo, ed anche maggiore, che avea 
provato nello stenderle, promisi anche a me di non prose- 
guirle altrimenti. Ma che valsero e freni, e promesse, e 
propositi ? Non potei mai far altro, né ritornar su le prime, 
innanzi che quelle due ultime avessero ricevuto il lor 
compimento. Cosi son nate queste due; spontanee più 
che tutte l'altre; dividerò con esse la gloria, s'esse l'a- 
vranno acquistata e meritata : lascerò ad esse la più gran 
parte del biasimo, se lo incontreranno; poiché e nascere 
e frammischiarsi coll'altre a viva forza han voluto. Né 



1 Vedi y Avvertenza premessa aUa Merope, nella mia ediz. 
delle Tragedie, p. 180-85. 









230 



Dai,i,a «Vita»; IV, 9: 1782 



alcuna mi costò meno fatica, e men tempo di queste 
due^ 

Intanto verso il fin del settembre di quell'anno 
stesso 82, tutte quattordici furono dettate, ricopiate e 
corrette : aggiungerei, e limate : ma in capo a pochi mesi 
m'av\'idi e convinsi, che da ciò ell'erano ancor molto 
lontane. Ma per allora il credei, e mi tenni essere il primo 
uomo del mondo ; vedendomi avere in dieci mesi verseg- 
giate sette tragedie; inventatene, stese e verseggiate due 
nuove; e finalmente, dettatene quattordici, correggendole^. 
Quel mese di ottobre, per me memorabile, fu dunque dopo 
si calde fatiche un riposo non men delizioso che neces- 
sario ; ed alcuni giorni impiegai in un viaggetto a cavallo 
sino a Terni per veder quella famosa cascata. Pieno tur- 
gido di vanagloria, non lo diceva però ad altri mai che 
a me stesso, spiattellatamente ; e con un qualche velame 
di moderazione lo accennava anche alla dolce metà di 
me stesso; la quale, parendo anch'essa (forse per l'alletto 
che mi portava) propensa a potermi tenere per un gran- 
d'uomo, essa più ch'altra cosa sempre più m'impegnava 
a tutto tentare i)er divenirlo. Onde dopo un par di mesi 
di ebbrezza di giovenile amor proprio, da me stesso mi 
ravvidi nel ripigliare ad esame le mie quattordici tragedie, 
quanto ancora di s])azio mi rimanesse a percorrere prima 
di giungere alla sospirata meta. Tuttavia, trovandomi in 
età di non ancora trenta quattr'amii, e nell'aringo lette- 
rario trovandomi giovine di soli otto anni di studio, 
sperai più fortemente di prima, che acquisterei pure una 
volta la palma: e di si fatta speranza non negherò che 



^ Vedi Y Avverleììza premessa al Sani, nella mia ediz. delle 
Tragedie, p. 228-31. 

- AkìHali, Roma, 1782: « Nel gennaio riverseggiato il Garzia II ; 
nel febbraio, Maria Stuarda II \ nel marzo, Rosniunda II. e ideata 
la Me rape, e stesala, e ideato il Sani, stesolo nell'aprile. Nel maggio, 
riverseggiato VOtlavia II; nel giugno, il Timoleone II, e verseg- 
giato la Merope: nel luglio, il Saul. In fin di settembre finito di 
averle dettaite tutte quattordici. Pochissime rime >. 



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Dai,i,a « Vita»; IV, 9: 17S2 



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me n'andasse tralucendo un qualche raggio sul volto, 
ancorché l'ascondessi in parole. 

In diverse occasioni io era andato leggendo a poco a 
])oco tutte codeste tragedie in varie società, sempre miste 
di uomini e donne, di letterati e d'idioti, di gente acces- 
sibile ai diversi affetti e di tangheri ^ Nel leggere io le mie 
produzioni, avea ricercato (pariando pel vero) non nien 
che la lode il vantaggio. Io conosceva abbastanza e gli 
uomini ed il bel mondo, per non mi fidare uè credere 
stupidamente in quelle lodi del labro, che non si negano 
quasi mai ad un autore leggente, che non chiede nulla, 
e si sfiata in im ceto di persone l)en educate e cortesi: 
onde a si fatte lodi io dava il loro giusto valore, e non più. 
Ma molto badava, ed apprezzava le lodi ed il biasimo, 
ch'io per contrapposto al labro le appellerei del cedere, 
se non fosse sconcia espressione ; cotanto ella mi par vera 
e calzante. K mi spiego. Ogniqualvolta si troveranno 
riuniti dodici o (luindici individui, misti come dissi, lo 
spirito collettivo che si verrà a formare in questa varia 
adimanza, si accosterà e somiglierà assai al totale di una 
pubblica udienza teatrale. K ancorché questi pochi non 
vi assistano pagando, e la civiltà voglia ch'essi vi stiano 
in più composto contegno; pure, la noia ed il gelo di chi 
sta ascoltando non si possono mai nascondere, né (molto 
meno) scambiarsi con una vera attenzione, ed un caldo 
interesse, e viva curiosità di vedere a qual fine sia per riu- 
scire l'azione. Non potendo dunque l'ascoltatore né co- 
mandare al proprio suo viso, né inchiodarsi direi in su la 
sedia il sedere; queste due indipendenti parti dell'uomo 
faranno la giustissima spia al leggente autore, degli af- 
fetti o non affetti de' suoi ascoltanti. K questo era (quasi 
esclusivamente) quello che io sempre osservava leggendo. 
K m'era sembrato sempre (se io pure non travedeva) di 



1 1,0 ascoltò anche Vincenzo Monti, che se ne sentì infiammato 
a tentare egli pure la tragedia. Cfr. Zumbixi. Sulle poesie di Vin- 
cenzo Monti. Firenze. I.e Mounier. 1S94, j» ediz.. p. 52. 






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232 



DA1.1.A «Vita»; IV, 9: 1782 



BAI.1.A «Vita»; IV, io: 1782 



233 



avere sul totale di una intera tragedia ottenuto più che 
i due terzi del tempo una immobilità e tenacità d'atten- 
zione, ed una calda ansietà di schiarire lo scioglimento; 
il che mi provava bastantemente ch'egli rimaneva, anche 
nei più noti soggetti di tragedia, tuttavia pendente ed 
incerto sino all'ultimo. Ma confesserò parimente, che di 
molte lunghezze, o freddezze, che vi poteano essere qua e 
là, oltre che io medesimo mi era spesso tediato nel rileg- 
gerle ad altri, ne ricevei anche il sincerissimo tacito bia- 
simo, da quei benedetti sbadigli, e involontarie tossi, e 
irrequieti sederi, che me ne davano, senza avvedersene, 
certezza ad un tempo ed avviso. E neppur negherò, che 
anche degli ottimi consigli, e non pochi, mi siano stati 
suggeriti dopo quelle diverse letture, da uomini letterati, 
da uomini di mondo, e spezialmente circa gli affetti, da 
varie donne. I letterati battevano su l'elocuzione e le 
regole dell'arte; gli uomini di mondo, su l'invenzione, 
la condotta e i caratteri; e perfino i giovevolissimi tan- 
gheri, col loro più o meno russare o scontorcersi; tutti 
in sonmia, quanto a me pare, mi riuscirono di molto van- 
taggio. Onde io, tutti ascoltando, di tutto ricordandomi, 
nulla trascurando, e non disprezzando individuo nessuno 
(ancorché pochissimi ne stimassi), ne trassi poi forse e 
per me stesso e per l'arte quel meglio che conveniva. Ag- 
giungerò a tutte queste confessioni per ultima, che io 
benissimo mi avvedeva, che quell 'andar leggendo tra- 
gedie in semi-pubblico, un forestiere fra gente non sempre 
amica, mi poteva e doveva anzi esporre a esser messo in 
ridicolo. Non me ne pento però di aver così fatto, se ciò 
poi ridondò in benefìcio mio e dell'arte : il che se non fu, 
il ridicolo delle letture anderà poi con quello tanto mag- 
giore, dell'averle recitate, e stampate. 



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CAPITOIvO DECIMO. 
Recita deli.'» Antigone » in Roma. Stampa dei.i.e 

PRIME quattro tragedie. SEPARAZIONE DOLORO- 
SISSIMA." VIAGGIO PER LA LOMBARDIA. 

Io (hiiiqiie me ne stava così in un seniiriposo covando 
la mia tragica fama, ed irresoluto tuttavia se staniperei 
allora o se indugerei dell'altro. Ed ecco, che mi si pre- 
sentava spontanea un'occasione di mezzo tra lo stampare 
e il tacermi; ed era, di farmi recitare da una eletta com- 
pagnia di dilettanti signori. Era questa società teatrale 
già avviata da qualche tempo a recitare in un teatro pri- 
vato esistente nel palazzo dell'ambasciatore di Spagna, 
allora il duca Grimaldi. Si erano fin allora recitate delle 
commedie e tragedie, tutte traduzioni, e non buone, dal 
francese • e tra queste assistei ad una rappresentazione 
del Conte d'Essex di Tommaso Corneille, messa m verso 
italiano non so da chi, e recitata la parte di Elisabetta 
dalla duchessa di Zagarolo, piuttosto ma e. Con tutto ao 
vedendo io questa signora essere assai bella e dignitosa 
di personale, ed intendere benissimo quel che diceva, 
argomentai che con un po' di Iniona scuola si sarebbe po- 
tuta assaissimo migliorare. E cosi d'una m altra idea 
fantasticando, mi entrò in capo di voler provare con quegli 
attori una delle troppe mie. Voleva convincermi da me 
. stesso se potrebbe riuscire quella maniera che io avea 
preferita a tutfaltre: la nuda semplicità dell azione ;i 
pochissimi personaggi; ed il verso rotto per lo P'u su di- 
verse sedi, ed impossibile quasi a cantUenarsi. A quest ef- 
fetto prescelsi r Limone, riputandola io l'una delle meno 
calde tra le mie, e divisando fra me e me che se questa 
lenisse a riuscire, tanto più il farebbero l'altre m cui si 
sviluppa» affetti tanto più vari e feroci. I.a Propos ^ J' 
provar qmst' Antigone fu accettata con piacere dalla 
nobUe compagnia; e fra quei loro atton non si trovando 



234 



Dai,i<a «Vita»; IV, io: 1782 



DAI.1.A «VITA))) IV, io: 1783 



235 



allora alcun altro che si sentisse capace di recitare in 
tragedia una parte capitale oltre il duca di Ceri, fratello 
della predetta duchessa di Zagarolo, mi trovai costretto 
di assumermi io la parte di Creonte, dando al duca di 
Ceri quella di Emone ; e alla di lui consorte quella eli Argia : 
la parte principalissima dell'Antigone spettando di di- 
ritto alla maestosa duchessa di Zagarolo. Cosi distri- 
buite le quattro parti, si andò in scena ; né altro aggiun- 
gerò circa all'esito di quelle rappresentazioni, avendo 
avuto occasione di parlarne assai lungamente in altri 
miei scritti ^ 

Insuperbito non poco dal prospero successo della re- 
cita, verso il principio del seguente anno 1783 mi indussi 
a tentare ])er la jìrinia volta la terribile prova dello stam- 



* Negli Annali, Roma, 1782: « Nel novembre recitato nell'An- 
tigone la parte di Creonte ». Ma di quella recitazione l'Alfieri parla 
abbastanza minutamente nel Parere sull'Antigone. ■< Nel risol- 
vermi )•, dice, H a far recitare questa tragedia in Roma, prima che 
nessuna altra mia ne avessi stampato, ebbi in vista rli tentare 
con essa l'effetto di una semplicità così nuda quale mi parea di 
vedervi; e di osservare ad un tempo, se questi soli quattro perso- 
naggi (che a parer mio erano dei meno caldi tra quanti altri ne 
avessi creati in altre tragedie di simil numero) venivano pure ad 
esser tollerabili in palco senza freddezza. Con mio .sommo stupore 
trovai alla recita, che i personaggi bastavano quali erano, per ot- 
tenere un certo effetto; che Argia, benché inutile, non veniva 
però giudicata tale, e moltissimo inteneriva gli .spettatori; e che 
il tutto in .somma non riusciva ne vuoto d'azione, né freddo... L^a 
catastrofe, ch'io anche credeva dover essere di pochi.ssima azione, 
e non molto terribile, mi parve alla recita riuscire di un grande 
effetto; e massimamente lo sarà, venendo eseguita con pompa e 
decenza in uno .spazioso teatro. Il corpo d'Antigone estinta, ch'io 
temea potesse far ridere, o guastare l'effetto, pure (ancorché 
in picciolissimo teatro, e privo di quelle illusioni cui lo spazio e 
l'esattezza mirabilmente secondano) non cagionava nessun moto 
che pregiudicas.se in nulla all'effetto prefisso; parmi dunque, che 
molto meno lo cagionerebbe in un perfetto teatro ». Sulla pompa 
di quello spettacolo, v. D. SiiA'agni, La Corte e la società romana, 
Roma, 1884, voi. I^ p. 395 ss. 



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pare E per quanto già mi paresse scabrosissimo questo 
passo, ben altrimenti poi lo conobbi esser tale, quando 
imparai per esperienza cosa si fossero le letterarie mimi- 
cizie e raggiri, e gli astii librarli, e le decisioni giornali- 
stiche e le chiacchiere gazzettarie, e tutto m somma il 
tristo 'corredo che non mai si scompagna da chi va sotto 
i torchi ■ e tutte queste cose mi erano fin allora state in- 
teramente ignote; ed a segno, ch'io neppur sapeva che 
si facessero giornali letterari, con estratti» e giudizi cn- 
tici delle nuove opere, si era rozzo, e novizio, e veramente 
purissimo di coscienza nell'arte scrivana'. 



1 Si chianiavauo cosi i cenni bibliografici. 

2 In u.ia lettera, forse (lellagosto di quell'anno, a Luigi berretti 
n.o.leuese, r Alfieri scriveva: ■< ìì uscito in Firenze il numero 5 
del Geniere Europeo, il quale poi fa veramente una bella e lumi- 
nosa critica delle mie tragedie, ed in ispecie del l'ihppo. Io glie! 
avrei mandata, ma non la voglio gravare del porto; s ella la com- 
mette l'avrà con meno costo; merita d'esser letta. Mi rivolgo 
dunque con atto pietoso a ÌM ed al Kosi [il prete Giacomo Bosi 
.,„ me.», avventuriere] per un po' di difesa; se no, g"dero ^ol 
Petrarca: E non è chi pur sua difesa facca ». E in una a Giambat- 
tista Bodoni, del 31 agosto: « I morsi invero non acuti, ma spessi 
che mi sono stati .lati da varii Giornalisti, Corrieri enciclopediei, 
e altri foglietti, non m'hanno per verità toccato l'osso; ma pure 
m'ha,, fatto far prova se io saprei mordere, bisognando. Senta 
un po' questi pochi epigrammi in difesa mia ». E gU nianda quel h 
che cominciano: Pedanti, pedanti. ■ Mi Irovan duro: r»^;«'»' «'" 
farmi: Dare e tor ciò che «0» sita. E in un'altra lettera, del 4 set- 
temb e. al marchese Albergati, l'Alfieri scrive: «Mi era scordato 
di" irle che abbiamo -lui in Siena il Zacchitoli, che fa il suo ,«,l.to 
ufficio di sparlar delle persone dietro, e lodarle m accia. Lorre 
per Siena de' sonetti suoi e .Ielle lettere francesi e dei dialoghi, in 
cui -gli mi canina sulle mie tragedie. Io, per dir il vero, non ine 
ne .10 gran fastidio; tuttavia, per dar segno di vita gli ho lasciato 
andar tre versetti soli, che mi par non menti pui, se pure egli 
merita tanto. Veda un po', signor Marchese carissimo, s 10 1 ho 
definito in questo epigrammetto : Fosco, losco e »»'' ^o""' f ^'"^ 
conosco: Se avessi pane, non avresU tosco ». Sn codes o « botoletto 
ringhioso ». è da vedere lo .scritto .lei NoVATi. l . Alper, e F. Zac 
chiroH. ora nel voi. A ricolta. Bergamo. 1907, p. 137-52- 



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236 



Dai,i^ «Vita»; IV, io: 1783 



Dai^IvA «Vita»; IV, io: 1783 



237 



Decisa dunque la stampa, e visto che in Roma le 
stitichezze della revisione^ eran troppe, scrissi all'amico 
in Siena, di volersi egli addossar quella briga. Al che arden- 
tissimamente egli in capite, con altri miei conoscenti ed 
amici, si prestò di vegliarvi da sé, e fare con diligenza e 
sollecitudine progredire la stampa. Non volli avventurare 
a bella prima che sole quattro tagedie ; e di quelle mandai 
all'amico un pulitissimo manoscritto quanto al carattere 
e correzione, ma quanto poi alla lindura, chiarezza, ed 
eleganza dello stile, mi riusci pur troppo difettoso. Inno- 
centemente allora io mi credeva, che nel dare un mano- 
scritto allo stampatore fosse tenninata ogni fatica del- 
l'autore. Imparai poi dopo a mie spese, che allora quasi 
si riprincipia. 

In quei due e più mesi che durava la stampa di co- 
deste quattro tragedie, io me ne stava molto a disagio 
in Roma, in una continua palpitazione e quasi febbre del- 
l'animo, e più volte, se non fosse stata la vergogna, mi 
sarei disdetto, ed avrei ripreso il mio manoscritto. Ad una 
per volta mi pervennero finalmente tutte quattro in 
Roma, correttissimamente stampate, grazie all'amico; 
e sudicissimamente stampate, come ciascun le ha viste, 
grazie al tipografo; e barbaramente verseggiate (come io 
seppi poi), grazie all'autore. Iva ragazzata di andare at- 
torno attorno per le varie case di Roma, regalando ben 
rilegate quelle mie prime fatiche, a fine di accattar voti-, 
mi tenne più giorni occupato, non senza parere risibile 
agli occhi miei stessi, non che agli altrui. Le presentai, 
tra gli altri, al papa allora sedente Pio Sesto, a cui già , 
mi era fatto introdurre fin dall'anno prima, allorché mi 
posi a dimora in Roma. E qui, con mia somma confusione, 



^ L,e difficoltà della censura, specialmente dell'ecclesiastica. 

2 Una copia di quel volume mandò anche al Parini, designan- 
dolo: «Primo pittor del signoril costume». Il Parini ne lo rin- 
graziò col sonetto: Tanta già di coturni, altero ingegno. Cfr. ScHE- 
Rli,l,o, Le poesie di G. Parini, Milano. Hoepli, 1^13, 3* ediz., 
p. 168 ss. 






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dirò di qual macchia io contaminassi me stesso in quella 
udienza beatissima. Io non molto stimava il papa come 
papa ; e nulla il Braschi come uomo letterato né beneme- 
rito delle lettere, che non lo era punto. Eppure, quell'io 
stesso, previa una ossequiosa presentazione del mio bel 
volume, che egli cortesemente accettava, apriva, e ripo- 
neva sul suo tavolino, molto lodandomi, e non acconsen- 
tendo ch'io procedessi al bacio del piede, egli medesimo 
anzi rialzandomi in piedi da genuflesso ch'io m'era ; nella 
quale umil positura Sua Santità si compiacque di pal- 
parmi come con vezzo paterno la guancia : quell'io stesso, 
che mi teneva pure in corpo il mio sonetto su Roma, 
rispondendo allora con blandizia e cortigianeria alle lodi 
che il pontefice mi dava su la composizione e recita del- 
V Antigone, di cui egli avea udito, disse, maraviglie; io, 
colto il momento in cui egli mi domandava se altre tra- 
gedie farei, molto encomiando im'arte si ingegnosa e 
si nobile ; gli risposi che molte altre eran fatte, e tra quelle 
un Saul, il quale come soggetto sacro avrei, se egli non 
lo sdegnava, intitolato a Sua Santità. Il papa se ne scusò, 
dicendomi ch'egli non poteva accettar dedica di cose tea- 
trali quali ch'elle si fossero ; né io altra cosa replicai su 

di ciò. 

Ma qui mi convien confessare, ch'io provai due ben 
distinte, ed ambe meritate, mortificazioni: l'una, del ri- 
fiuto ch'io m'era andato accattare spontaneamente; 
l'altra, di essermi pur visto costretto in quel punto a 
stimare me medesimo di gran lunga minore del papa, 
poiché io avea pur avuto la viltà, o debolezza, o dop- 
piezza (che una di queste tre fu per certo, se non tutte 
tre, la motrice del mio operare in quel punto) di voler 
tributare come segno di ossequio e di stima una mia 
opera ad un individuo ch'io teneva per assai minore di 
me in linea di vero merito. Ma mi conviene altresì (non 
per mia giustificazione, ma per semplice schiarimento di 
tale o apparente o verace contradizione tra il mio pensare, 
sentire e operare) candidamente espor la sola e verissima 
cagione, che m'avea indotto a prostituire cosi il coturno 



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238 



DAI,I^ «VitA»; IV, io: 1783 



DAI.1.A «Vita»; IV, io: 17S3 



239 



alla tiara. I^a cagione fu dunque, che io sentendo già da 
qualche tempo bollir dei romori preteschi che uscivano 
di casa il cognato dell'amata mia donna, per cui mi era 
nota la scontentezza di esso e di tutta la di lui corte circa 
alla mia troppa frequenza in casa di essa ; e questo scon- 
tentamento andando sempre crescendo ; io cercai coll'adu- 
lare il sovrano di Roma, di crearmi in lui un appoggio 
contro alle persecuzioni ch'io già parca presentire nel 
cuore, e che poi in fatti circa un mese dopo mi si scate- 
narono contro. E credo che quella stessa recita deiri4«//- 
gone, col far troppo parlare di me, mi suscitasse e molti- 
plicasse i nemici. 

Io fui dunque allora e dissimulato, e vile, per forza 
d'amore; e ciascuno in me derida se il può, ma riconosca 
ad un tempo sé stesso. Ho voluto di questa particolarità, 
ch'io poteva lasciar nelle tenebre in cui si stava sepolta, 
fare il mio e l'altrui prò, disvelandola. Non l'avea mai 
raccontata a chicchessia in voce, vergognandomene non 
poco. Alla sola mia donna la raccontai qualche tempo 
dopo. L'ho scritta anche in parte per consolazione dei 
tanti altri autori presenti e futuri, i quali per una qualche 
loro fatai circostanza si trovano, e si troveranno pur 
troppo sempre i più, vergognosamente sforzati a diso- 
norar le loro opere e sé stessi con dediche bugiarde; ed 
affinché i malevoli miei possan dire con verità e sapore, 
che se io non mi sono avvilito con ninna disi fatte simu- 
lazioni, non fu che un semplice effetto della sorte, la quale 
non mi costrinse ad esser vile o parerlo. 

Nell'aprile di quell'anno 1783 infermò gravemente in 
Firenze il consorte della mia donna. Il di lui fratello 
parti a precipizio, per ritrovarlo vivo. Ma il male allentò 
con pari rapidità, ed egli lo ritrovò riavutosi, ed affatto 
fuor di pericolo. Nella convalescenza, trattenendosi il 
di lui fratello circa quindici giorni in Firenze, si trattò 
fra i preti venuti con esso di Roma, ed i preti che aveano 
assistito il malato in Firenze\ che bisognava assolutamente 



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per parte del marito persuadere e convincere il cognato 
ch'egli non poteva né dovea più a lungo soffrire m Roma 
nella propria casa la condotta della di lui cognata. E qui 
Ln io certamente farò l'apologia della vita usuale di 
Roma e d'Italia tutta, quale si suole vedere di presso 
fhe tutte le donne maritate. Dirò bensì, che la condot a 
di quella signora in Roma a riguardo mio era piuttosto 
n oUo al di qua, che non al di là degli usi i più tollerati 
S qv^Ua cit?à. Aggiungerò, che i torti, e le feroci e pes- 
sime maniere del marito con essa, erano «se ^emsime 
ed a tutti notissime. Ma termmero con tutto ciò per 
amor del vero e del retto, col dire, che il manto, e il co- 
gnato, e i lor rispettivi preti aveano tutte le ragioni d 
non approvare quella mia troppa frequenza an«,rche 
non eccedesse i limiti dell'onesto. Mi spia^ '°^'fl'°l^t 
(quanto ai preti, i quali furono i soh motori di tutta la 
Schina) il loro zelo in ciò non fosse ne evangehco^ie 
puro dai secondi fini, poiché non pochi di essi coi ^ tristi 
esempi f accano ad un tempo l'elogio della condotta mia, 
r rsàtla della loro propria. La cosa era d-q- "on 
figlia di vera religione e virtù, ma di ^^f^"e e raggiri 
Quindi appena ritornò in Roma il cognato, egh per 1 or 
Slo de' suoi preti intimò alla signora : che -a cosa orama 
indispensabile, e convenuta tra lui e il f ratei o, che s in 
terrompesse quella mia assiduita presso lei, e eh egli 



^ Tra questi, soprattutto l'arcivescovo di Firenze, che era 



auel luonsiguor Martini, notissimo <iuale traduttore e conimeuta- 
torc deUa Bibbia, L'Alfieri si vendicò di lui n.n'FJruna vendica a. 
dtraenlolo in uno dei malvagi consiglieri del duca Alessandro 
de' Medici. Dice (e. IH, st. 32) : 

Chiude alfin la rassegna il non tradotto 

Vescovo, che in volgare i libri santi 

Traduce e affoga al gran commento sotto. 

Svela questi e perseguita gli amanti; 

E mille ben coppie infernali ha rotto; 

Ninno al sagace suo fiutar si vanti 

Sfuggir: sol lascia deUe mogU altrui 

Partecipare il prence e i preti sui. 



240 



Dai.i,a ((Vita»; IV, io: 1783 



DAI.1.A «Vita»; IV, io: 1783 



241 



non la sopporterebbe ulteriormente. Quindi codesto per- 
sonaggio, impetuoso sempre ed irriflessivo, quasi che 
s'intendesse con questi modi di trattare la cosa più deco- 
rosamente, ne fece fare uno scandaloso schiamazzio per 
la città tutta, parlandone egli stesso con molti, e inoltran- 
done le doglianze sino al papa^ 

Corse allora grido, che il papa su questo riflesso mi 
avesse fatto o persuadere o ordinare di uscir di Roma: 
il che non fu vero-; ma facilmente avrebbe potuto farlo, 
mercè la libertà italica. Io però, ricordatomi allora, come 
tanti anni prima essendo in accademia, e portando com'io 
narrai la parrucca, sempre aveva antivenuto i nemici 
sparruccandomi da me stesso, prima ch'essi me la le- 
vasser di forza; antivenni allora l'affronto dell'esser forse 
fatto partire, col determinarmivi spontaneamente. A 
quest'effetto io fui dal ministro nostro di Sardegna, pre- 
gandolo di far partecipe il segretario di Stato, che io in- 
fonnato di tutto questo scandalo, troppo avendo a cuore 
il decoro, l'onore, e la pace di una tal donna, aveva imme- 
diatamente presa la determinazione di allontanarmene 
per del tempo, affine di far cessare le chiacchiere; e che 
verso il principio del prossimo maggio sarei partito. Piacque 
al ministro, e fu approvata dal segretario di Stato, dal 
papa e da tutti quelli che seppero il vero, questa mia 
spontanea e dolorosa risoluzione**. Onde mi preparai alla 
crudelissima dipartenza. A questo passo m'indusse la 
trista ed orribile vita alla quale prevedeva di dover an- 



^ Di quel cardinale rompiscatole l'Altieri si veudicò poi con 
repigramnia, del 31 luglio 1783: 

Tutto rosso fuor che il viso. 
Chi sarà quest'animale ? 
Molta feccia e poco sale 
Iv'han dagli uomini diviso... 
— È un cardinale ! 

- Cfr. il sonetto: Si disse, io 7 seppi, e dirsi anco dovea. 
3 Cfr. D. Ferrerò, V. Alfieri e gli ultimi Stuardi, nella Ri- 
vista Europea, 1881, n. 24. 






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dare incontro, ove io mi fossi pure rimasto m Roma, ma 
senza poter continuare di vederla in casa sua, ed esponen- 
dola ad infiniti disgusti e guai, se in altri luoghi con affet- 
tata pubblicità, ovvero con inutile e indecoroso mistero, 
l'avessi assiduamente combinata. Ma il rimaner poi en- 
trambi in Roma senza punto vederci, era per me un tal 
supplizio, ch'io per minor male, d'accordo con essa, mi 
elessi la lontananza aspettando migliori tempi. 

Il di quattro di maggio dell'anno 1783, che sempre 
mi sarà ed è stato finora di amarissima ricordanza, 10 
mi allontanai adunque da quella più che metà di me stesso . 
E di quattro o cinque separazioni che mi toccarono da 
essa questa fu la più terribile per me, essendo ogni spe- 
ranza di rivederla pur troppo incerta e lontana 

Onesto avvenimento mi tornò a scomporre il capo 
per forse due anni, e m'impedì, ritardò e giiastò anche 
notabilmente sotto ogni aspetto i miei studi. Isei due anni 
di Roma io avea tratto una vita veramente beata. Us. 
villa Strozzi, posta alle Terme Diocleziane, mi avea pre- 
stato un delizioso ricovero. Le lunghe intere mattinate 
io ve le impiegava studiando, senza muovermi punto di 
casa se non se un'ora o due cavalcando per quelle soli- 
tudini immense che in quel circondano disabitato di 
Roma invitano a riflettere, piangere, e poetare La sera 
scendeva nell'abitato, e ristorato dalle fatiche dello studio 
cx>n l'amabile vista di quella per cui sola io esisteva e 
studiava, me ne ritornava poi contento al mio eremo 
dove al più tardi all'undici della sera 10 era ritirato. Un 
soggiorno più gaio e più libero e più rurale, nel recinto 
d'una gran città, non si potea mai trovare ; ne il più con- 
facente al mio umore, carattere ed occupazioni. Me ne 
ricorderò, e lo desidererò finch'io viva. 

Lasciata dunque in tal modo la mia unica donna, 1 
miei libri, la villa, la pace, e me stesso m Roma, 10 me 



■ Cfr. il sonetto: Era di maggio il qimrto giorno, e /'ora; el'altvo: 
Chi mi allonlana itiìl leggiadro viso? 
Alfieri, H. 



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242 



Dalila «Vita»; IV, io: 1783 



n'andava dilungando^ in atto d'uomo quasi stupido ed 
insensato. M'avviai verso Siena, per ivi lagrimare almeno 
liberamente per qualche giorni in compagnia dell'amico. 
Né ben sapeva ancora in me stesso, dove anderei, dove 
mi starei, quel che mi farei. Mi riuscì d'un grandissimo 
sollievo il conversar con quell'uomo incomparabile; 
buono, compassionevole, e con tanta altezza e ferocia di 
sensi-, umanissimo. Né mai si può veramente ben cono- 
scere il pregio e l'utilità d'un amico verace, quanto nel 
dolore. Io credo, che senz'esso sarei facilmente impazzato. 
Ma egli, vedendo in me un eroe cosi sconciamente avvi- 
lito e minor di sé stesso; ancorché ben intendesse per 
prova i nomi e la sostanza di fortezza e virtù, non volle 
con tutto ciò crudelmente ed inopportunamente op})orre 
ai deliri miei la di lui severa e gelata ragione : bensì seppe 
egli scemarmi, e non poco, il dolore, col dividerlo meco. 
Oh rara, oh celeste dote davvero; chi sappia ragionare 
ad un tempo, e sentire ! 

Ma io frattanto, menomate o sopite in me tutte le 
mie intellettuali facoltà, altra occupazione, altro pensiero 
non ammetteva, che lo scrivere lettere : e in questa terza 
lontananza che fu la più lunga, scrissi veramente dei vo- 
lumi; né quello ch'io mi scrivessi, il saprei: io sfogava il 
dolore, l'amicizia, l'amore, l'ira e tutti in somma i cotanti 
e si diversi, e si indomiti affetti d'un cuor traboccante, 
e d'un animo mortalmente piagato. Ogni cosa letteraria 
mi si andava ad un tempo stesso estinguendo nella mente, 
e nel cuore: a tal segno, che varie lettere ch'io avea rice- 
vute di Toscana nel tempo de' miei disturbi in Roma, le 
quali mi mordeano non poco su le stampate tragedie, non 
mi fecero la minima impressione per allora, non più che se 
delle tragedie d'un altro mi avessero favellato. Erano 
queste lettere, qualcuna scritta con sale e gentilezza, le 
più insulsamente e villanamente; alcune firmate, altre 



^ AUoiitanuiuU). 

2 Cfr. Machiaveijj, l'nncipe, \TI: .(Et era nel duca tanta 
ferocia e tanta virtù... >; nella mia edizione, p. 43 e LXX\'1I. 



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Dai,i.a «Vita»; IV, io: 1783 



243 



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no; e tutte concordavano nel biasimare quasi che esclu- 
sivamente il mio stile, tacciandomelo di durissimo, oscu- 
rissimo, stravagantissimo^', senza però volermi, o sapermi, 
individuare gran fatto il come, il dove, il perché. Giunto 
poi in Toscana,' l'amico per divagarmi dal mio unico pen- 
samento, mi lesse nei foglietti di Firenze e di Pisa, chia- 
mati Giornali, il commento delle predette lettere, che mi 
erano state mandate in Roma. E furono codesti i primi 
cosi detti giornali letterari che in qualunque lingua mi 
fossero capitati mai agli orecchi né agli occhi. E allora 
soltanto penetrai nei recessi di codesta rispettabile arte, 
che biasima o loda i diversi libri con eguale discernimento, 
equità, e dottrina, secondo che il giornalista é stato prima 
o donato, o vezzeggiato, o ignorato, e sprezzato dai ri- 
spettivi autori. Poco m'importò, a dir vero, di codeste 



1 Si ricordi l'epigramma, del 30 luglio, che l'Alfieri mandò 
con altri al Bodoni, nella lettera del 31 agosto 1783, da vSiena: 
Mi trovan duro? / Anch'io lo so: / Pensar li fo. 
Trovanmi oscuro ? / Mi schiarirà / Poi libertà. 
L'Alfieri poi corresse: Taccia ho d'oscuro? — E ancora l'altro: 
— Son duri duri, / Disaccentati... / — Non son cantati. 
— • Stentati, oscuri, / Irti, intralciati... / — Saran pensati. 
Assai efficace e veramente notevole è poi il Sonet d'un Astesan 
an difeisa di stil d'soe tragedie, del 23 aprile 1783. Dice: 

Son dur, lo seu, son dur, ma i parlo a gent 
Ch'han l'anima tant mola e desiava, 
Ch'a l'è pa da stupì s' d' costa nià 
I piazo appena appena a l'un per cent. 

Tutti s'amparo '1 Mestastasio a ment, 
E a n'han l'orìe, '1 coeur, e j eui fodrà: 
I Eroi ai veulu vede, ma castra, 
'ly tragic a lo veulu, ma impotent. 

Pure j m'dugn nen pr' vint, fin ch'as decida 
S'as dev tronè sul pale o solfegiè, 
Strasse '1 coeur o gatiè marlait l'orìa. 

Già ch'ant cost mond l'un l'autr bsogna ch'as rida, 
I eu un me dubbiet, ch'i veni ben ben rumiè, 
Si l'è mi eh' son d' fcr, o j Italian d' potìa. 



244 



DAI.I.A «Vita»; IV, io: 1783 



Dai,i.a «Vita»; IV, io: 1783 



245 



venali censure, avendo io allora l'animo interamente 
preoccupato da tutt'altro pensiero ^ 

Dopo circa tre settimane di soggiorno in Siena, nel 
qual tempo non trattai né vidi altri che l'amico, la te- 
menza di rendermi troppo molesto a lui, poiché tanto 
pur l'era a me stesso; l'impossibilità di occuparmi in 
nulla, e la solita impazienza di luogo che mi dominava 
tosto' di bel nuovo al riapparire della noia e dell'ozio; 
tutte queste ragioni mi fecero risolvere di muovermi 
viaggiando. Si avvicinava la festa solita dell'Ascensa^ in 
Venezia, che io avea già veduta molti anni prima; e là 
mi avviai. Passai per Firenze di volo, che troppo mi ac- 
corava l'aspetto di quei luoghi che mi aveano già fatto 
beato, e che ora mi rivedevano sì angustiato ed oppresso. 
Il moto del cavalcare massimamente, e tutti gli altri 
strapazzi e divagazioni del viaggio, mi giovarono, se non 
altro, alla salute moltissimo, la quale molto mi si era an- 
data alterando da tre mesi in poi pe' tanti travagli d'animo, 
d'intelletto, e di cuore. Di Bologna mi deviai per visitare 
in Ravenna il sepolcro del Poeta, e un giorno intero vi 
passai fantasticando, pregando, e piangendo^ In questo 
viaggio di Siena a Venezia mi si dischiuse veramente una 
nuova e copiosissima vena delle rime affettuose, e quasi 
ogni giorno uno o più sonetti mi si facean fare*, affaccian- 
dosi con molto impeto e spontaneità alla mia agitatissima 



1 Anche qui torna in mente l'epigramma notissimo: 

Dare e tór quel che non s'ha 
U una nuova abilità. 

Chi dà fama? - I giornaUsti. 
Chi diffama? — I giornaHsti. 
Chi s'infama? — I giornalisti. 
Ma chi sfama — i giornalisti? 
— Gli oziosi, ignoranti, invidi, tristi. 

2 DeirA.sceUvSione. 

3 K compose i sonetti: O i^yaìì Inidre Aìighier, i^c dai nel wiri, 
e Dante, si^^iìor d'ogni uoin che carmi scriva. 

•» Vi si sentiva quasi co.stretto dalla foga inventiva. 



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fantasia. In Venezia ix)i, allorché sentii pubblicata e 
assodata la pace tra gli Americani e l'Inghilterra, pattui- 
tavi la loro indipendenza totaleS scrissi la quinta Ode 
dell' America libera, con cui diedi compimento a quel li- 
rico poemetto'^ Di Venezia venuto a Padova, questa volta 
non trascurai, come nelle due altre anteriori, di visitare 
la casa e la tomba del nostro sovrano maestro d'amore 
in Arquà. Quivi parimente un giorno intero vi consecrai 
al pianto, e alle rime, per semplice sfogo del troppo ri- 
dondante mio cuore^. In Padova poi imparai a conoscere 
di persona il celebre Cesarotti, dei di cui modi vivaci e 
cortesi non rimasi niente men sodisfatto, che il fossi 
stato sempre della lettura de' suoi maestrevolissimi versi 
nell'Ossian. Di Padova ritornai a Bologna, passando per 
Ferrara, afhne di quivi compiere il mio quarto pellegri- 
naggio poetico, col visitarvi la tomba, e i manoscritti 
dell'Ariosto*. Quella del Tasso più volte l'avea visitata 
in Roma*^; cosi la di lui culla in Sorrento, dove nell'ultimo 
viaggio di Napoli, mi era espressamente portato ad un 
tale effetto. Questi quattro nostri poeti erano allora, e 
sono, e sempre saranno i miei primi, e direi anche soli, 
di questa bellissima lingua ; e sempre mi è sembrato che 
in essi quattro vi sia tutto quello che umanamente può 
(lare la poesia ; meno però il meccanismo del verso sciolto 
(li dialogo, il quale si dee però trarre dalla pasta di quCvSti 



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1 II trattato provvisorio del novemlire 1782, col quale agli 
Anglo-americani era riconosciuta la sovranità e indipendenza, 
che fu poi riconfermato dal trattato di pace stipulato a Parigi 
il 3 settem])re 1783. Cfr, Mondaini, Le origini degli Siati Uniti 
d'America, Milano, HoepH, 1904, p. 344. 

2 Annali, 1783: «Nel giugno in Venezia, l'ultima ode del- 
V America ». 

3 E) qui compose i sonetti: O cameretta che già in te chiudesti^ 
e È questo il nido onde i sospir tuoi casti. 

* E vi compose il sonetto: Le donne, i cavalier, l'arme, gli 

amori. 

^ K gli aveva ispirato il sonetto: Del sublime cantore, epico 

solo. 



246 



Dai,ia a Vita»; IV, io: 1783 



Dau^ «Vita»; IV, io: 1783 



247 



quattro, fattone un tutto, e maneggiatolo in nuova ma- 
nierai B questi quattro grandissimi, dopo sedici anni 
oramai ch'io li ho giornalmente alle mani, mi riescono 
sempre nuovi, sempre migliori nel loro ottimo, e direi 
anche utilissimi nel loro pessimo ; che io non asserirò con 
cieco fanatismo, che tutti e quattro a luoghi non abbiano 
e il mediocre ed il pessimo ; dirò bensì che assai, ma assai, 
vi si può imparare anche dal loro cattivo ; ma da chi ben 
si addentra nei loro motivi e intenzioni: cioè da chi, 
oltre l'intenderli pienamente e gustarli, li sente. 

Di Bologna, sempre piangendo e rimando me n'andai 
a Milano; e di là, trovandomi cosi vicino al mio caris- 
simo abate di Caluso, che allora villeggiava co' suoi ni- 
poti nel bellissimo loro castello di Masino poco distante 
da Vercelli, ci diedi una scorsa di cinque o sei giorni. B 
in uno di quelli, trovandomi anche tanto vicino a Torino, 
mi vergognai di non vi dare una scorsa per abbracciar 
la sorella. V'andai dunque per una notte sola coli 'amico, 
e l'indomani sera ritornammo a Masino. Avendo abban- 
donato il paese mio colla donazione, in aspetto di non 
lo voler più abitare, non mi vi volea far vedere cosi 
presto, e massime dalla Corte. Questa fu la ragione del mio 
apparire e sparire in un punto. Onde questa scorsa cosi 
rapida che a molti potrebbe parere bizzarra, cesserà 
d'esserlo saputane la ragione. Brano già sei e più anni, 
ch'io non dimorava più in Torino : non mi vi parea essere 
né sicuro, né quieto, né libero ; non ci voleva, né doveva, 
né potea rimanervi lungamente. 

Di Masino, tosto ritornai a Milano, dove mi trattenni 
ancora quasi tutto luglio; e ci vidi assai spesso l'origina- 
lissimo autore del Mattino, vero precursore della futura 



^ Cfr. il sonetto: Quattro gran vati, ed i maggior finn queati', 
che si chiude: 

Dell'allor, che dal volgo l'uom divide, 
Riman fra loro un quinto serto augusto: 
Per chi ì — Forse havvi ardir, cui Febo arride. 



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satira italiana^. Da questo celebre e colto scrittore pro- 
curai d'indagare, con la massima docilità, e con sinceris- 
sima voglia d'imparare, dove consistesse principalmente 
il difetto del mio stile in tragedia. Il Parini con amorevo- 
lezza e bontà mi avverti di varie cose, non molto a dir 
vero importanti, e che tutte insieme non poteano mai 
costituire la parola stile, ma alcune delle menome parti 
di esso. Ma le più, od il tutto di queste parti che doveano 
costituire il vero difettoso nello stile, e che io allora non 
sapeva ancor ben discernere da me stesso, non mi fu mai 
saputo o voluto additare né dal Parini, né dal Cesarotti, 
né da altri valenti uomini ch'io col fervore e l'umiltà 
d'un novizio visitai ed interrogai in quel viaggio per la 
lyombardia. Onde mi convenne poi dopo il decorso di 
molti anni con molta fatica ed incertezza andar ritrovando 
dove stesse il difetto, e tentare di emendarlo da me. 
Sul totale però, di qua dell'Appennino le mie tragedie 
erano piaciute assai più che in Toscana ; e vi s'era anche 
biasimato lo stile con molto minore accanimento e qualche 
più lumi. lyO stesso era accaduto a Roma ed in Napoli, 
presso quei pochissimi che le aveano volute leggere. Bgli 
é dunque un privilegio antico della sola Toscana, di inco- 
raggire in questa maniera gli scrittori italiani, allorché 
non iscrivono delle cicalate^. 



^ Non s'intende perchè mai l'Alfieri chiami il Parini soltanto 
I precursore della futura satira italiana ». Circa i rapporti dei due 
poeti, cfr. SCHKRli,UJ, Le poesie di (i. laurini, p. iò8 ss. 

2 Si ricordi l'epigramma: 

Toscani, all'armi; — addos.so ai carmi 
D'uom che non nacque — d'Arno su l'acque. 

Penna e cervello: — l'inchiostro c'è; 
Ma sbiadatello ■ — più che noi de'. 

Su via, che dite ? — Non li capite ? 
Vi paion strani ? — Saran Toscani. 



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Dai.i,a «Vita»; IV, 11: 1783 



DAI.1.A «Vita»; IV, 11: 1783 



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CAPITOLO UNDECIMO. 

Seconda stampa di sei ai.tre tragedie. Varie censure 
delle quattro stampate prima. risposta alla 

LETTERA DEL CaSALBIGI. 



Verso i primi d'agosto, partito di Milano, mi volli 
restituire in Toscana. Ci venni per la bellissima e pitto- 
resca via nuova di Modena, che riesce a Pistoia. Nel far 
questa strada, tentai per la prima volta di sfogare anche 
alquanto il mio ben giusto fiele poetico, in alcuni epi- 
grammi. Io era intimamente persuaso, che se degli epi- 
grammi satirici, taglienti, e mordenti, non avevamo nella 
nostra lingua, non era certo colpa sua ; ch'ella ha ben denti, 
ed ugne, e saette, e feroce brevità, quanto e più ch'altra 
lingua mai l'abbia, o le avesse. I pedanti fiorentini, verso 
i quali io veniva scendendo a gran passi nell' avvicinarmi 
a Pistoia, mi prestavano un ricco soggetto per esercitarmi 
un pochino in quell'arte novella. Mi trattenni alcuni giorni 
in Firenze, e visitai alcuni di essi, mascheratomi da agnello, 
par cavarne o lumi, o risate. Ma essendo quasi impossi- 
bile il primo lucro, ne ritrassi in copia il secondo. Mode- 
stamente quei barbassori mi lasciarono, anzi mi fecero 
chiaramente intendere: che se io prima di stampare 
avessi fatto correggere il mio manoscritto da loro, avrei 
scritto bene. Ed altre si fatte mal confettate imperti- 
nenze mi dissero. M'infonnai pazientemente, se circa 
alla purità ed analogia^ delle parole, e se circa alla sacro- 
santa granmiatica, io avessi veramente solecizzato, o 
barbarizzato, o smetrizzato. Ed in questo pure, non sa- 
pendo essi pienamente l'arte loro, non mi seppero addi- 
tare ninna di queste tre macchie nel mio stampato, indi- 



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viduandone il luogo: abbenchè pur vi fossero qualche 
sgrammaticature; ma essi non le conoscevano. Si appa- 
garono dunque di appormi delle parole, dissero essi, an- 
tiquate; e dei modi insoliti, troppo brevi, ed oscuri, e 
duri all'orecchio \ 

Arricchito io in tal guisa di si peregrine notizie, ad- 
dottrinato e illuminato nell'arte tragica da si cospicui 
maestri, me ne tornai a Siena. Quivi mi determinai, si 
per occuparmi sf orzatamente, che per divagarmi dai 
miei dolorosi pensieri, di proseguirvi sotto i miei occhi 
la stampa delle tragedie. Nel riferire io poi all'amico 
le notizie ed i lumi ch'io era andato ricavando dai nostri 
diversi oracoli italiani, e massimamente dai Fiorentini 
e Pisani, noi gustammo un pocolino di commedia, prima 
di accingerci a far di nuovo rider coloro a spese delle 
nostre ulteriori tragedie. Caldamente, ma con troppa 
fretta, mi avviai a stampare, onde in tutto settembre, 
cioè in meno di due mesi, uscirono in luce le sei tragedie 
in due tomi, che giunti al primo di quattro, formano il 



* Convenienza. 



1 Cfr. l'epigramma Motu-proprio del Principe del buon gusla. 

10 professor dell'università, 
Udita e vista la temerità 

D'un certo Alfieri, che stampando va 
Tragedie, in cui quell'armonia non v'ha 
Che a me piacendo a tutti piacerà. 
Che empiendo il core di soavità 
Un dolce sonno all'udienza fa; 
Per prescienza che la toga dà, 
Io gl'inibisco l'immortahtà. 

11 tragico a tai detti impallidi: 
Onde sua Dottorezza impietosì, 
l\ la sentenza moderò così : 

Kcco che accade a chi non crede in me. 
Pur, se l'autore aftìderassi a me, 
K lascerà purgar lo stil da me. 
Quelle tragedie sue parran di me: 
Ed (io il dico) avran vita quanto me. 



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Dai,i,a «Vita»; IV. ii: 1783 



DAI.1.A «Vita»; IV, 11: 1783 



251 



totale? di quella prima edizione^ E nuova cosa mi convenne 
allora conoscere per dura esperienza. Siccome pochi mesi 
prima io avea imparato a conoscere i giornali ed i gior- 
nalisti; allora dovei conoscere i censori di manoscritti, 
e revisori delle stampe, i compositori, i torcolieri, ed i 
proti. Meno male di questi tre ultimi, che pagandoli si 
possono ammansire e dominare : ma i revisori e censori, 
si spirituali che temporali, bisogna visitarli, pregarli, 
lusingarli e sopportarli, che non è picciol peso. I^'amico 
Gori per la stampa del primo volume si era egli assunto 
in Siena queste noiose brighe per me. E cosi forse avrebbe 
anche potuto proseguire egli per la continuazione dei 
du'altri volumi. Ma io, volendo pure, per una volta al- 
meno, aver visto un poco di tutto nel mondo, volli anche 
in quell'occasione aver veduto un sopracciglio censorio, 
ed una gravità e petulanza di revisore. E vi sarebbe stato 
da cavarne delle barzellette non poche, se io mi fossi tro- 
vato in uno stato di cuore più lieto che non era il mio 2. 

E allora anche per la prima volta abbadai io stesso 
alla correzione delle prove: ma essendo il mio animo 
troppo oppresso, ed alieno da ogni applicazione, non 
emendai come avrei dovuto e potuto, e come feci poi 
molti anni dopo ristampando in Parigi, la locuzione di 
quelle tragedie; al qual effetto riescono utilissime le prove 
dello stampatore, dove leggendosi quegli squarci spezza- 
tamente e isolati dal corpo dell'opera, vi si presentano 
più presto all'occhio le cose non abbastanza ben dette; 



^ Cfr. Annali, 1783: «Nell'agosto e settembre in Siena, stam- 
pate le sei altre [tragedie], con leggiere mntazioni; e pubblicatene 
tre sole ». 

2 Tuttavia è noto l'epigramma: 

Approvazione — di fra' Tozzone 
Per l'impressione — di un libruccione, 
Che un autorone — ai piedi pone 
Di un principone — con dedicone. 
— Si stampi pur, si stampi; 
Qui non c'è nulla, ne ragion né lampi. 






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IV 



le oscurità; i versi mal torniti; e tutte in somma quelle 
mendarelle, che moltiplicate e spesseggianti fanno poi 
macchia. Sul totale però queste sei tragedie stampate 
secondo, riuscirono, anche al dir dei malevoli, assai più 
piane che le quattro prime. Stimai bene per allora di 
■ non aggiungere alle dieci stampate le quattro altre tra- 
gedie che mi rimanevano, tra le quali si la Congiura de' 
Pazzi, che la Maria Stuarda, potevano in quelle circo- 
stanze accrescere a me dei disturbi, ed a chi assai più 
mi premea che me stesso. Ma intanto quel penoso lavoro 
del riveder le prove, e si affollatamente tante in si poco 
spazio di tempo, e per lo più rivedendole subito dopo 
pranzo, mi cagionò un accesso di podagra assai gagliar- 
detto, che mi tenne da 15 giorni zoppo e angustiato, non 
avendo voluto covarla in letto. Quest'era il secondo ac- 
cesso: il primo l'avea avuto in Roma un anno e più in- 
nanzi, ma leggerissimo^ Con questo secondo mi accertai, 
che nii toccherebbe quel passatempo assai spesso per lo 
rimanente della mia vita. Il dolor d'animo, e il troppo 
lavoro di mente erano in me i due fonti di quell'incomodo : 
ma l'estrema sobrietà nel vitto l'andò sempre poi vitto- 
riosamente combattendo ; tal che finora pochi e non forti 
sono sempre stati gli assalti della mia mal pascmta 

podagra. 

Mentr'io stava quasi per finire la stampa, ricevei 
dal Calsabigi di Napoli'^ una lunghisshna lettera, piena 



1 Annali, 1783: «Seconda podagra più gagliarda per l'aver 
corretto le prove appena pranzato ». 

2 Ranieri de' Calsabigi, o Calzabigi, nacque veramente a lyi- 
vorno, nel 1714 o 1715. e morì a Napoli nel 1795- Bbbe ingegno 
acuto e buona coltura, ed era soprattutto esperto della lettera- 
tura teatrale. Ammirò assai il Metastasi©; e fu molto lodata la 
sua Dissertazione su le Poesie drammatiche del sig. ab. Pietro Me- 
tastasio. che egli pubblicò la prima volta nel 1755- T^a sua Lettera 
al sig. Conte V. Alfieri sulle quattro sue prime tragedie è quanto di 
meglio fu scritto dai contemporanei intorno al nostro tragico. 
Gli diceva tra l'altro: «Ella è nato da sé. ed ha creata una ma- 
niera tutta sua; e prevedo che la sua formerà fra noi la prima 



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252 



Dai^m. «Vita»: IV, ii: 1783 



DA1.1.A «Vita»; IV, 11: 1783 



253 



zeppa di citazioni in tutte le lingue, ma bastantemente 
ragionata, su le mie prime quattro tragedie. Immediata- 
mente, ricevutala, mi posi a rispondergli, si perchè quello 
scritto mi pareva essere stato fin allora il solo che uscisse da 
una mente sanamente critica e giusta ed illuminata ; si per- 
chè con quell'occasione io poteva sviluppare le mie ragioni, 
e investigando io medesimo il come e il perchè fossi ca- 
duto in errore, insegnare ad un tempo a tutti i tant'altri 
inetti miei critici a criticare con frutto e discemhnento, 
o tacersi ^ Quello scritto mio, che dal ritro vanni io allora 
pienissimo di quel soggetto, non mi costò quasi punto 
fatica, poteva poi anche col tempo servire come di pre- 
fazione a tutte le tragedie, allorché l'avessi tutte stam- 
pate; ma me lo tenni in corpo per allora, e non lo volli 
apporre alla stampa di Siena, la quale non dovendo 
essere altro per me che un semplice tentativo, io voleva 
uscire del tutto nudo d'ogni scusa, e ricevere così da ogni 
parte e d'ogni sorte saette; lusingandomi forse che 
n'avrei così ricevuto più vita che morte; ninna cosa più 
ravvivando ini autore, che il criticarlo inettamente. Né 
questo mio orgoglietto avrei dovuto rivelare, s'io non 
avessi fin dal principio di queste chiacchiere impreso e 
promesso di non tacer quasi che nulla del mio, o di non 
dare almeno mai ragione del mio operare, la quale non 
fosse la schiettissima verità. Finita la stampa, verso il 
principio d'ottobre pubblicai il secondo volume; e ri- 
serbai il terzo a sostener nuova guerra, tosto che fosse 
sfogata e chiarita la seconda. 

Ma intanto, ciò che mi premeva allora sopra ogni cosa, 
il rivedere la donna mia, non potendosi assolutamente 



scuola. Che se, meditando attentamente sul suo fare, voglio pure 
trovarci qualche paragone, parmi che a luoghi, e per l'energia, e 
per la brevità, e per la fierezza, a Shakspeare più che a qualunque 
altro rassomigliare si debba ». Intorno a lui, si vegga Ghino I^az- 
ZERI, La vita e l'opera letteraria di R. Calzahigi, Città di Castello^ 
1907. 

^ Annali, 1783: «Nel settembre la risposta al Calsabigi ». 



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effettuare per quell'entrante inverno, io disperatissimo 
di tal cosa, e non ritrovando mai pace, né luogo che mi 
contenesse, pensai di fare un lungo viaggio m Francia ed 
in Inghilterra, non già che me ne fosse rmiasto ne desi- 
derio né curiosità, che me n'era già saziato d entrambi 
dal secondo viaggio, ma per andare; che altro rimedio 
o sollievo al dolore non ho saputo ritrovar mai». Coli oc- 
casione di questo nuovo viaggio mi proponeva poi anche 
di comprare dei cavalli inglesi quanti più potrei. Questa 
era ed é tuttavia, la mia passione terza : ma si fattamente 
sfacciata ed audace, e sì spesso rinascente, che i bei de- 
li *• strieri hanno molte volte osato combattere, e vinto anciie 
talvolta, si i libri che i versi ; ed in quel punto di sconten- 
tezza di cuore, le Muse aveano pochissimo miperio su 
la mente mia. Onde di poeta ripristinatomi cavallaio, me 
ne partii per Londra, con la fantasia ripiena ed accesa 
di belle teste, be' petti, altere incollature, ampie groppe; 
o nulla o poco pensando oramai alle uscite e non uscite 
tragedie^ Ed in sì fatte inezie consumai ben otto e più 
mesi non facendo più nulla, né studiando, né quasi pure 
leggendo, se non se a squarcetti i miei quattro Poeti, 
che or l'uno or l'altro io mi andava a vicenda intascando, 
compagni indivisibili miei nelle tante e tante miglia 
ch'io faceva ; e non pensando ad altro che alla lontana 
mia donna, per cui di tempo in tempo alcune rime di 
piagnisteo andava pur anche raccozzando alla meglio . 



1 Cfr. il sonetto del 25 ottobre 178.?: Deh dove indarno il va- 

^''''''.''tnforf «n anno dopo, il .5 novembre 1784, scriveva al- 
l'amico Mario Bianchi, a Siena: «Mi .son prefisso di non parlar 
mai più di libri né di lettere in nessun modo, e a chi mi dice 
Muse, io rispondo cavalli ». 

» Un sonetto, composto in quei giorni, comincia: 

Io d'altro tema in ver vorria far versi, 
Clic non <li pianto e d'amorosi lai. 



254 



Dai,!^ a Vita .^ IV, 12: 1783 



Dai,i,a «Vita»; IV, 12: 1783 



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CAPITOLO DUODECIMO. 

Terzo viaggio in Inghii^terra, unicamente per com- 
perarvi CAVAI.U. 



Verso la metà d'ottobre lasciai dunque Siena, e par- 
tendo alla volta di Genova, per Pisa e Iberici, l'amico 
Gori mi fece compagnia sino a Genova. Quivi dopo due 
o tre giorni ci separammo ; egli riparti per la Toscana, io 
m'imbarcai per Antibo. Rapidissimamente e con qualche 
pericolo feci quel tragitto in poco più di diciott' ore. 
Né senza un qualche timore passai quella notte. La fe- 
luca era piccola ; ci aveva imbarcata la carrozza, la quale 
faceva squilibrio: il vento ed il mare gagliardissimi: ci 
stetti assai male. Sbarcato, ripartii per Aix, dove non mi 
trattenni; né mi arrestai sino in Avignone, dove mi portai 
con trasporto a visitare la magica solitudine di Val- 
chiusa ; e Sorga ebbe assai delle mie lagrime, non simulate 
e imitative, ma veramente di cuore e caldissime. Feci 
in quel giorno nell'andare e tornare di Valchiusa in Avi- 
gnone quattro sonetti^: e fu quello per me l'un dei giorni 
i più beati e nello stesso tempo dolorosi, ch'io passassi 
mai. Partito d'Avignone, volli visitare la celebre Certosa 
di Grenoble; e per tutto spargendo lagrime, andava racco- 
gliendo rime non poche, tanto ch'io pervenni per la terza 
volta in Parigi: e sempre lo stessissimo effetto mi fece 
questa immensissima fogna; ira e dolore. Statovi circa 
un mese, che mi vi parve un secolo, ancorché vi avessi re- 



^ Sono quelli che cominciano : Rapido fiume, che (L'alpestre vena; 
Ecco, ecco il sasso che i gran carmi al cielo; Chiare fresche dolci 
acque, amene tanto; Non pria col labbro desioso avea. 

2 K vi compose il sonetto: Là dove muta solitaria dura. 



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cate varie lettere per molti letterati d'ogni genere\ mi 
disposi nel decembre a passare in Inghilterra. I letterati 
francesi son quasi tutti presso che interamente digiuni 
della nostra letteratura italiana, né oltrepassano l'in- 
telligenza del Metastasio. Ed io poi non intendendo nulla 
né volendo saper della loro, non avea luogo discorso tra 
noi. Bensì arrabbiatissimo io in me stesso di essermi ri- 
messo nel caso di dover riudire e riparlare quell'antito- 
scanissimo gergo nasale, affrettai quanto più potei il 
momento di allontanarmene. 

Il fanatismo ebdomadario di quel poco tempo ch'io 
mi vi trattenni, era allora il pallon volante; e vidi due 
delle prime e più felici esperienze delle due sorti di esso, 
l'uno di aria rarefatta ripieno; l'altro, d'aria infiammabile; 
ed entrambi portanti per aria due persone ciascuno. 
Spettacolo grandioso e mirabile; tema più assai poetico 
che storico; e scoperta, a cui per ottenere il titolo di su- 
blime, altro non manca finora che la possibilità o verisi- 
miglianza di essere adattata ad una qualche utilità^. 



^ Tra gli altri, pel Goldoni e pel Mercier, il paradossale e rivo- 
luzionario discepolo di Diderot. L,' Alfieri aveva scritto al mar- 
chese Albergati il 18 settembre 1783: « Verso il io, al più tardi, 
d'ottobre son costretto a portarmi per un mio affare a Londra; 
e per sollecitare il ritorno, andrò per la più breve di Pisa, Lerici, 
Antibo e Parigi. Credo che il signor marchese sia in particolar 
conoscenza col nostro signor Goldoni, e con M. Mercier, celebre 
autore : ella mi farebbe una grazia singolare se volesse darmi due 
versi per ciascheduno di questi due celebri personaggi, ch'io mi 
spero di conoscere: e son certo che un mezzo più opportuno per 
esserne cortesemente accolto non lo posso trovare, che di essere 
loro indirizzato da persona come lei ». 

2 Si ricordi l'ode del Parini, La recita dei versi: 

ed altri a volo 

vSopra l'aria domata 

Osa portar novelle genti al polo; 
e del Parini medesimo il sonetto: Ecco del mondo e maraviglia t 
gioco. Cfr. Le poesie di Ci. Parini, nella mia ediz., p. 130-33; e 
Bkrtana, Intorno al son. del Parini per la macchina aerostatica, 
nel Giorn. Stor. della Lett. ital., XXX, 414 ss. Del 1784 è anche 
la celebre ode del Monti Al signor di Montgolfier. 



"^ 



256 



T>Ai,hA «Vita»; IV, 12: 1784 



Dai.1^ «Vita»; IV. 12: 1784 



257 



Giunto in Londra, non trascorsero otto giorni, ch'io 
cominciai a comprar dei cavalli; prima un di corsa, poi 
due di sella, poi un altro, poi sei da tiro, e successivamente 
essendomene o andati male o morti vari poliedri, ricom- 
prandone due per un che morisse, in tutto il marzo del- 
l'anno 84, me ne trovai rimanere quattordici. Questa ra- 
bidissima passione, che in me avea covato sotto cenere 
oramai quasi sei anni, mi si era per quella lunga priva- 
zione totale, o parziale, si dispettosamente riaccesa nel 
cuore e nella fantasia, che recalcitrando contro gli osta- 
coli, e vedendo che di dieci compratine, cinque mi eran 
venuti meno in si poco tempo, arrivai a quattordici; 
come pure a quattordici avea spinte le tragedie, non ne 
volendo da prima che sole dodici. Queste mi spossarono 
la niente; quelli la borsa: ma la divagazione dei molti 
cavalli mi restituì la salute e l'ardire di fare poi in appresso 
altre tragedie ed altr'opere. Furono dunque benissimo 
spesi quei molti danari, poiché ricomprai anche con essi 
il mio impeto e brio, che a piedi languivano. E tanto più 
feci bene di buttar quei danari, poiché me li trovava 
avere sonanti. Dalla donazione in poi, avendo io vissuti 
i primi quasi tre anni con sordidezza, ed i tre ultimi con 
decente ma moderata spesa; mi ritrovava allora una 
buona somma di risparmio, tutti i frutti dei vitalizi di 
Francia, cui non avea mai toccati. Quei quattordici amici' 
me ne consumarono gran parte nel farsi comprare, e 
trasferire in Italia ; ed il rimanente poi me ne consuma- 
rono in cinque anni consecutivi nel farsi mantenere : che 
usciti una volta della loro isola, non vollero più morire 
nessuno, ed io affezionatomi ad essi non ne volli vender 

nessuno. 

Inca vallatomi dunque si pomposamente, dolente nel- 
l'animo per la mia lontananza dalla sola motrice d'ogni 
mio savio ed alto operare, io non trattava né cercava mai 
nessuno; o me ne stava co' miei cavalli, o scrivendo let- 
tere su lettere. In questo modo passai circa quattro mesi 
in Londra; né alle tragedie pensava altrimenti che se 
non l'avessi né pure ideate mai. Soltanto mi si affacciava 



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spesso fra me e me quel bizzarro rapporto di numeri fra 
esse e le mie bestie ; e ridendo mi dicea : — Tu ti sei gua- 
dagnato un cavallo per ogni tragedia ; — pensando ai 
cavalli che a suono di sferza ci somministrano 1 nostn 
Orbili pedagogi, quando facciamo nelle scuole una qualche 
trista composizione ^ ^ . 

Cosi vissi io vergognosamente in un ozio vaissimo per 
mesi e mesi; smettendo ogni di più anche il leggere iso- 
liti poeti e insterilita anco affatto la vena delle nme ; 
tal che in tutto il soggiorno di Londra non feci che un solo 
sonetto, e due poi al partire. Avviatomi nell apule con 
quella numerosa carovana, venni a Calais, poi a Parigi 
di nuovo, poi per Lione e Torino mi restituii m Siena. Ma 
molto é più facile e breve il dire per iscritto tal gita, che 
non l'eseguirla, con tante bestie. Io provava ogni giorno, 
ad ogni passo, e disturbi e amarezze, che troppo miawe. 
lenavano il piacere che avrei avuto della mia cavai eria. 
Ora qu<»sto tossiva, or quello non volea mangiare: 1 uno 
azzoppiva, all'altro si gonfiavan le gambe, all'altro si 
sgretolavan gli zoccoli; e che so io; egli era un oceano 
continuo di guai, ed io n'era il primo martire. E quel passo 
di mare, per trasportarli di Douvres, vedermeh tutti come 
pecore in branco posti per zavorra della nave avviliti, 
• sadicissimi da non più si distinguere neppure il beli oro 
dei loro vistosi mantelli castagni; e tolte via alcune tavole 
che li facevan da tetto, vederli poi in Calais, prima che 
si sbarcassero, servire i loro dossi di tavole ai grossolani 
marinai che camminavan sopra di loro come se non fos- 
sero stati vi\Hi corpi, ma una vile continuazione di pavi- 
mento • e poi vederli tratti per aria da una fune con le 
quattro gambe spenzolate, e quindi calati nel mare, 
perchè stante la marea non poteva la nave approdare 
sino alla susseguente mattina; e se non si sbarcavano 



1 Cfr. Orazio. EpistoL, II, i, 69-71: 

Non equidem insector, delendave carmina Livi 
Esse reor, memini quae plagosum mihi parvo 
Orbilium dictare. 

Alfibri, li. 



17 



258 



Baiala «Vita»; IV, 12: 1784 



Dalila «Vita»; IV, 12: 1784 



259 



così quella sera, conveniva lasciarli poi tutta la notte 
in quella si scomoda positura imbarcati: in somma vi 
patii pene continue di morte. Ma pure tanta fu la solle- 
citudine, e l'antivedere, e il rimediare, e l'ostinatamente 
sempre i)adarci da me, che fra tante vicende, e pericoli, 
ed incomoducci, li condussi senza malanni importanti 
tutti salvi a buon porto. 

Confesserò anche pel vero, che io passionatissimo su 
questo fatto, ci avea anche posta una non meno stolta 
che stravagante vanità; talché quando in Amiens, in 
Parigi, in Lione, in Torino, ed altrove que' miei cavalli 
erano trovati belli dai conoscitori, io me ne rimpettiva 
e teneva come se gli avessi fatti io. Ma la più ardua ed 
epica imi)resa mia con quella carovana fu il passo del- 
l'Alpi fra Laneborgo' e la Novalesa. Molta fatica durai 
nel ben ordinare ed eseguire la marcia loro, affinchè non 
succedesse disgrazia nessima a bestie sì grosse, e piut- 
tosto gravi, in una strettezza e malagevolezza si grande 
di quei rompicolli di strade. E siccome assai mi compiacqui 
nell'ordinaria, mi i)ennetta anco il lettore ch'io mi com- 
piaccia alquanto in descriverla. Chi non la vuole, la passi-; 
e chi la vorrà pur leggere, badi un po' s'io meglio sapessi 
distribuire la marcia di 14 bestie fra quelle Termopile, 
che non i cinque atti d'una tragedia. 

Brano (^ue' miei cavalli, attesa la lor giovinezza, e 
le mie cure paterne, e la moderata fatica, vivaci e briosi 
oltre modo; onde tanto più scabro riusciva il guidarli 



^ Lausleboiirg, di là dal Colle del Monte Ceiiisio, a 1398 metri 
d'altitudine. 

2 Pa ripensare all'ariostesco {Orlando l'itrioso, XXVIIl, 2) : 

Lasciate questo canto; che senz'esso 
Può star l'istoria, e non sarà nien chiara. 
Mettendolo Turpino, anch'io l'ho messo. 

K richiama il manzoniano {Promessi Sposi, XXII) : < Intorno a 
questo personaggio bisogna avSsolutamente che noi spendiamo 
quattro parole: chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia 
d'andare avanti nella storia, salti addirittura al capitolo seguente ». 



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illesi per quelle scale. Io presi dunque in Laneborgo un 
uomo per ciascun cavallo, che lo guidasse a piedi per la 
briglia cortissimo. Ad ogni tre cavaUi, che l'uno accodato 
all'altro salivano il monte l)el l)ello, coi loro uonnni, ci 
avea interposto uno de' miei palafrenieri che cavalcando 
un muletto invigilava su i suoi tre che lo precedevano. E 
cosi via via di tre in tre. In mezzo poi della marcia stava 
il maniscalco di Laneborgo con chiodi e martello, e ferri 
e scari)e posticce per rimediare ai piedi che si venissero 
a sferrare, che era il maggior pericolo in quei sassacci. 
Io poi, come capo dell 'espedizione, veniva ultimo, caval- 
cando il più piccolo e il più leggiero de' miei cavalli, Eron- 
tino\ e mi tenea alle due staffe due aiutanti di strada, pe- 
doni sveltissimi, ch'io mandava dalla coda al mezzo o alla 
testa, portatori de' miei comandi. Giunti in tal guisa feli- 
cissimamente in cima del Monsenigi^ quando poi fummc) 
allo scendere in Italia, mossa in cui sempre i cavalli si 
sogliono rallegrare, e affrettare il passo, e sconsiderata- 
mente anco saltellare, io mutai di ix)sto, e sceso di cavallo, 
mi posi in testa di tutti, a piedi, scendendo ad oncia ad 
oncia; e per maggiormente anche ritardare la scesa, 
avea posti in testa i cavalli i più gravi e più grossi ; e gli 



1 Gli aveva dato il nome del bel destriero di r.radamuntc e 
di Ruggiero {Orlando Furioso, XLV. «3 J^».). Di Ini aveva detto 
nel Crt^i/u/o al Cori, del 7-12 agosto 1784: 

Frontino è im tal monello, a cui piccine 
Convien le parti far di fieno e biada: 
Ch'ei mangeria a suo senno sei decine... 
Frontin fra tutti è il sol che cavalcare 
Anco potresti senza alcun periglio ; 
Onde il farai, se a te pur piace e pare. 

Giannino che ha un coraggio di coniglio, 
Ci sta con sue gambucce spenzolate: 
Ci porrebbe ogni padre il proprio figlio. 
E d'un brutto scherzo fattogli da lui parla nel sonetto: Quel 
mio stesso Frontin ch'io già vantai ; e nella lettera a Mario Bianchi, 
del 22 luglio 1783. 
2 Moncenisio. 



200 



DAI.LA «Vita»; IV, 12: 1784 



aiutanti correano intanto su e giù per tenerli tutti in- 
sieme senza intervallo nessuno, altro che la dovuta di- 
stanza. Con tutte queste diligenze mi si sferrarono^ non- 
dimeno tre piedi a diversi cavalli ; ma le disposizioni eran 
si esatte, che immediatamente il maniscalco li potè ri- 
mediare, e tutti giunsero sani e salvi alla Novalesa, coi 
piedi in ottimo essere, e nessunissimo zoppo. Queste mie 
chiacchiere potranno servire di norma a chi dovesse pas- 
sare o quell'Alpe, o altra simile, con molti cavalli. Io, 
quant'a me, avendo si felicemente diretto codesto passo, 
me ne teneva poco meno che Annibale per averci un poco 
più verso il mezzogiorno fatto traghettare i suoi schiavi 
e elefanti^ Ma se a lui costò molt'aceto, a me costò del 
vino non poco, che tutti coloro, e guide, e maniscalchi, 
e palafrenieri, e aiutanti, si tracannarono. 

Col capo ripieno traboccante di queste inezie caval- 
line, e molto scemo di ogni utile e lodevole pensamento, 
arrivai in Torino in fin di maggio, dove soggiornai circa 
tre settimane, dopo sette e più anni che vi avea smesso il 
domicilio. Ma i cavalli, che per la troppa continuità co- 
minciavano talvolta a tediarmi, dopo sei, o otto giorni 
di riposo, li spedii innanzi alla volta della Toscana, dove 
li avrei raggiunti. Ed intanto voleva un poco respirare 
da tante brighe, e fatiche, e puerilità, poco in vero con- 
venevoli ad un autor tragico in età di anni trentacinque 
suonati. Con tutto ciò quella divagazione, quel moto, 
quell'interruzione totale d'ogni studio mi aveva singolar- 
mente giovato alla salute ; ed io mi trovava rinvigorito, e 
lingiovenito di corpo, come pur troppo ringiovenito anche 
di sapere e di senno, i cavalli mi aveano a gran passi ri- 
condotto all'asino mio primitivo. E tanto mi era già di 
bel nuovo irrugginita la mente, ch'io mi riputava oramai 
nella totale impossibilità di nulla più ideare, né scrivere. 



1 Mi piace menzionare qui un garbato articoletto del povero 
No VATI, Infames frigoribiis Alpes, ristampato nel volume A ri- 
colta, Bergamo, 1907. p. 19 ss.; dove però non s'accenna a codesto 
passaggio dell'Alfieri. 



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Dai.1^ «Vita.»; IV, 13: 1784 



261 



CAPlTOIvO DECIMOTERZO. 

Breve soggiorno in Torino. Recita uditavi dei.i.a 
« Virginia ». 

In Torino ebbi alcuni piaceri, e alcuni più dispiaceri. 
Il rivedere gli amici della prima gioventù, ed i luoghi che 
primi si son conosciuti, ed ogni pianta, ogni sasso, in 
somma ogni oggetto di quelle idee e passioni primitive, 
ell'è dolcissima cosa. Per altra parte poi, l'avere io ritro- 
vati non pochi di quei compagnoni d'adolescenza, i quali 
vedendomi ora venire per una via, di quanto potean più 
lontano mi scantonavano; ovvero, presi alle strette, geli- 
damente appena mi salutavano, od anche voltavano il 
viso altrove; gente, a cui io non avea fatto mai nulla, se 
non se amicizia e cordialità; questo mi amareggiò non 
lX)co : e più mi avrebbe amareggiato, se non mi fosse stato 
detto da altri pochi e benevoli, che gli uni mi trattavan 
cosi perchè io aveva scritto tragedie; gli altri, perchè 
avea via ggiato tanto ; gli altri, perchè ora io era ricompa- 
rito in paese con troppi cavalli: piccolezze in somma; 
scusabili però, e scusabilissime presso chiunque conosce 
l'uomo esaminando imparzialmente se stesso; ma cose 
da scansarsi per quanto è possibile, col non abitare fra 
i suoi nazionali, allorché non si vuol fare quel che essi 
fanno o non fanno; allorché il paese è piccolo, ed oziosi 
gli abitanti; ed allorché finalmente si è venuto ad offen- 
derìi involontariamente, anche col solo tentare di farsi 
da più di loro, qualunque sia il genere e il modo in cui 
l'uomo abbia tentato tal cosa\ 



1 \ procurargli un'accoglienza così poco amabile doveva aver 
contribuito il sonetto in piemontese, da noi riferito dianzi. Son 
dar lo seu. In una lettera da Ivrea, del 14 luglio 1783, all'amico 
marchese Ottavio Falletti, l'Alfieri scrive: « J'ai appns a Milan... 



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262 



Datxa «VITA).; IV. 13: 1784 



Batxa «Vita«; IV, 13: 1784 



^63 



Un altro amarissinio boccone che mi convenne in- 
ghiottire in Torino, fu di dovermi indispensabilmente 
presentare al re, il quale per certo si teneva offeso da me, 
per averlo io tacitamente rinnegato coll'espatriazione per- 
petua. Eppure, visti gli usi del paese, e le mie stesse cir 
costanze, io non mi poteva assolvere dal fargli riverenza, 
ed ossequio, senza riportarne la giusta taccia di 3trava- 
gante e insolente e scortese. Appena io giunsi in Torino, che 
il mio buon cognato, allora primo gentiluomo di camera, 
ansiosamente subito mi tastò per vedere se io mi presen- 
terei a corte, o no. Ma io immediatamente lo acquetai 
e racconsolai col dirgli positivamente di si; ed egli insi- 
stendo sul quando, non volli differire. Fui il giorno dopo 
dal ministro^. Il mio cognato già mi avea prevenuto, che 



que vous aviez fait un sonnet piémontais en réponse du mieli: 
cela m'a fait naitre la pensée de vous en envoyer un autre que 
j'avois fait aussi pour fairc une espèce d'ammende aux Tiémontais; 
et expliquer l'iutention du premier. Je vais vous l'inserire ici, 
si je pourrais m'en ressou venir. Au reste tous les deux sont une 
plaisanterie faite pour amuser un moment bien court les sérieux ». 
E questo secondo sonetto, di ammenda, che porta nell'autografo 
la data di Venezia. 7 giugno 1783, dice, ripigliando l'ultimo 
verso del precedente: 

Si l'è mi eh' son d' fer o j Italian d' potìa, 
Iv'era pa un dubbi ch'a dveissa andè 
(Com'i' sento purtrop eh' ven d'arrivè) 
A ferì i Piemonteis pi n là eh' l'orìa. 

h'è un me dubbiet insomma, e £is dev nen pie 
Per voi, pi eh' per l'Italia quanta a sia; 
E peni, d'un povr'autour a la babìa, 
Com'a la vostra, sfog bsogna ben de. 

Me sonetass, post ch'a va comentà, 
Parlava an general, e solament 
A coi ch'an pi eh' '1 coeur, l'orìa dlicà. 

Direu, sa veulo vnine a 'cmodament, 
Ch' né lor d' potìa, né d' fer mi son mai sta: 
O mi d' fer dous, lor d' pauta consistent. 

* Che era il marchese d'Aigueblanche. 




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in quel punto le disposizioni di quel governo erano ottime 
per me ; onde sarei molto ben ricevuto ; ed aggiunse anco 
che si avea voglia d'impiegarmi. Questo non meritato 
né aspettato favore mi fece tremare : ma l'avviso mi servi 
assai, per tener tal contegno e discorso da non mi fare uè 
prendere né invitare. Io dissi dunque al ministro, che 
passando per Torino credeva del mio dovere di visitare 
lui ministro, e di richiedere per mezzo suo di rassegnarmi 
al re, semplicemente per inchinarmegli. Il ministro con 
blande maniere mi accolse, e direi quasi che mi festeggiò. 
E di una parola in un'altra mi venne lasciando travedere 
da prima, e poi mi disse apertamente: che al re piace- 
rebbe ch'io mi volessi fissare in patria; che si varrebbe 
volentieri di me; ch'io mi sarei potuto distinguere, e 
simili frasche. Tagliai a dirittura nel vivo, e senza punto 
tergiversare risposi: che io ritornava in Toscana per ivi 
proseguire le mie stampe e i miei studi ; ch'io mi trovava 
avere 35 anni, età in cui non si dee oramai più cangiare 
di proposito; che avendo io abbracciata l'arte delle let- 
tere, o bene o male la praticherei per tutto il rimanente 
di vita mia. Egli soggiunse: che le lettere erano belle e 
buone, ma che esistevano delle occupazioni più grandi 
e più importanti, di cui io era e mi dovea sentir ben capace. 
Ringraziai cortesemente, ma persistei nel no ; ed ebbi anche 
la moderazione e la generosità di non dare a quel buon 
galantuomo l'inutile mortificazione, ch'egli si sarebbe 
pur meritata; di lasciargli cioè intendere, che i loro di- 
spacci e diplomazie mi pareano, ed eran per certo, assai 
meno importante ed alta cosa che non le tragedie mie o 
le altrui. Ma questa specie di gente è, e dev'essere, incon- 
vertibile. Ed io, per natura mia, non disputo mai, se non 
se raramente con quelli con cui concordiamo di massima : 
agli altri in ogni cosa io la do vinta alla prima. Mi con- 
tentai dunque di non acconsentire. Questa mia resistenza 
negativa verisimilmente poi passò sino al re pel canale 
del ministro ; onde il giorno dopo, ch'io vi fui a inchinarlo, 
il re non mi parlò punto di questo, e del rimanente mi 
accolse colla massima affabilità e cortesia, che gli é propria. 



264 



Dai,i.a «Vita»; IV, 13: 1784 



Dai,i.a «Vita»; IV, 13: 1784 



265 



Questi era (ed ancora regna) Vittorio Amadeo II, figlio 
di Carlo Emanuele, sotto il cui regno io nacqui. Ancorché 
io non ami punto i re in genere, e meno i più arbitrari, 
debbo pur dire ingenuamente che la razza di questi nostri 
principi è ottima sul totale, e massime paragonandola 
a quasi tutte l'altre presenti d'Europa. Ed io mi sentiva 
nell'intimo del cuore piuttosto affetto per essi, che non 
avversione ; stante che si questo re che il di lui predeces- 
sore, sono di ottime intenzioni, di buona e costumata ed 
esemplarissima indole, e fanno al paese loro più bene che 
male. Con tutto ciò quando si pensa e vivamente si sente 
che il loro giovare o nuocere pendono dal loro assoluto 
volere, bisogna fremere, e fuggire. E così feci io dopo al- 
cuni giorni, quanti bastarono per rivedere i miei parenti 
e conoscenti in Torino, e trattenenni piacevolmente e 
utilmente per me le più ore di quei pochi giorni col- 
l'incomparabile amico, l'abate di Caluso, che un cotal 
pocx) mi riassestò anche il capo, e mi riscosse dal le- 
targo in cui la stalla mi avea precipitato, e quasi che 

seppellito. 

Nel trattenermi in Torino mi toccò di assistere (senza 
ch'io n'avessi gran voglia) ad una recita pubblica della 
mia Virginia, che fu fatta su lo stesso teatro, nove anni 
dopo quella della Cleopatra, da attori a un bel circa della 
stessa abilità. Un mio amico già d'Accademia avea pre- 
parata questa recita già prima ch'io arrivassi a Torino, 
e senza sapere ch'io ci capiterei. Egli mi chiese di volermi 
adoprare nell'addestrare un tal poco gli attori; come avea 
fatto già per la Cleopatra. Ma io, cresciuto forse alquanto 
di mezzi, e molto più di orgoglio, non mi ci volli prestare 
in nulla, conoscendo benissimo quel che siano finora ed 
i nostri attori, e le nostre platee^ Non mi volli dunque 
far complice a nessun patto della loro incapacità, che 
senza averli sentiti ella mi era già cosa dimostratissima. 
Sapeva che avrebbe bisognato cominciare dall'impossi- 



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bile; cioè dall'insegnar loro a parlare e pronunziare ita- 
liano, e non veneziano ; a recitar essi, e non il rammenta- 
tore; ad intendere (troppo sarebbe pretendere, s'io di- 
cessi a sentire), ma ad intendere semplicemente (quello 
che volean far intendere all'uditorio^. Non era poi dunque 
si irragionevole il mio niego, né si indiscreto il mio or- 
goglio. Lasciai dunque che l'amico ci pensasse da sé, e 
condiscesi soltanto col promettergli a mal mio grado 
d'assistervi. Ed in fatti ci fui, già ben convinto in me 
stesso, che di vivente mio non v'era da raccoglier per me 
in nessunissimo teatro d'Italia, né lode né biasimo. La 
Virginia ottenne per l'appunto la stessa attenzione, e 
lo stessissimo esito che avea già ottenuta la Cleopatra] 
e fu richiesta per la sera dopo, né più né meno di quella ; 
ed io, come si può credere, non ci tornai. Ma da quel 
giorno cominciò in gran parte quel mio disinganno di 
gloria, in cui mi vo di giorno in giorno sempre più con- 
fermando. Con tutto ciò non mi rimoverò io dall'abbrac- 
ciato proposito di tentare ancora per altri dieci o quin- 
dici anni all'incirca, sin sotto ai sessanta cioè, di scrivere 
in due o tre altri generi delle nuove composizioni, quanto 



1 Si vegga il Parere dell'autore sull'arte comica in Italia. 



1 Cfr. Parere sull'arte comica: « Quando ci saranno autori 
sommi, o supposto che ci .siano, gli attori, ove non debbano con- 
trastare colla fame, e recitare oggi il Brighella e domani l'Ales- 
sandro, facilmente si f orineranno a poco a poco da se, per sem- 
plice forza di natura, e senza venm altro principio della propria 
arte, fuorché di sapere la lor parte a segno di far tutte le prove 
senza rammentatore; di dire adagio a .segno di poter capire essi 
stessi, e riflettere a quel che dicono (mezzo infallibile per far ca- 
pire e sentire gli uditori) ; ed in ultimo di saper parlare e pronun- 
ziare la lingua toscana; cosa, senza di cui ogni recita sarà sempre 
ridicola. E prescindend<:) da ogni disputa di primato d'idioma 
in Italia, è certo che le cose teatrali sono scritte, per quanto sa 
l'autore, sempre in lingua toscana; onde vogliono essere pronun- 
ziate in lingua e accento toscano. E se in Parigi un attore pronun- 
ziasse in un teatro una sola parola francese con accento proven- 
zale o d'altra provincia, sarebbe fischiato, e non tollerato, quando 
anche fosse eccellente per la comica ». 



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266 



Datja «ViTAv; IV, 13: 17.^4 



DArj,A..f Vita a; IV, 13: 1784 



267 



più accuratamente e meglio il saprò; per avere, morendo 
o invecchiando, la intima consolazione di aver sodisfatto 
a me stesso, ed all'arte quant'era in me. Che quanto ai 
giudizj degli uomini presenti, atteso lo stato in cui si 
trova l'arte critica in Italia, ripeto piangendo, che non 
v'è da sperare né ottenere per ora, né lode né biasimo. 
Che io non reputo lode, quella che non discerne, e moti- 
vando sé stessa inanima l'autore; né biasimo chiamo, 
quello che non t'insegna a far meglio. 

Io patii morte a codesta recita della Virginia, più 
ancora che a quella di Cleopatra, ma per ragioni troppo 
diverse. Né più estesamente le voglio allegare ora qui; 
poiché a chi ha ed il gusto e l'orgoglio dell'arte, elle già 
sono notissime; per chi non l'ha, elle riuscirebbero inu- 
tili ed inconcepibili. 

Partito di Torino, mi trattenni tre giorni in Asti 
l)resso l'ottima rispettabilissima mia madre. Ci separammo 
poi con gran lagrime, presagendo ambedue che verisi- 
milmente non ci saremmo più riveduti. Io non dirò che 
mi sentissi per lei quanto affetto avrei potuto e dovuto; 
atteso che dall'età di nov'anni in poi non mi era mai più 
trovato con essa, se non se alla sfuggita per ore. Ma la 
mia stima, gratitudine, e venerazione per essa e per le 
di lei virtù é stata sempre somma, e lo sarà finch'io vivo. 
Il Cielo le accordi lunga vita, poich'ella si bene la impiega 
in edificazione e vantaggio di tutta la sua città. Essa poi 
é oltre ogni dire sviscerata per me, più assai ch'io non 
abbia mai meritato. Perciò il di lei vero ed immenso do- 
lore nell'atto della nostra dipartenza grandemente mi 
accorò, ed accora. 

Appena uscito io poi dagli Stati del re sardo, mi sentii 
come allargato il respiro: cotanto mi pesava tuttavia 
tacitamente sul collo anche l'avanzo stesso di quel mio 
giogo natio, ancorché infranto lo avessi. Talché il poco 
tempo ch'io vi stetti, ogni qualvolta mi dovei trovare con 
alcuno dei barbassori governanti di quel paese, io mi vi 
teneva piuttosto in aspetto di liberto che non d'uomo li- 
bero; sempre rammentandomi quel bellissimo detto di 






Pompeo nello scendere in ligitto alla discrezione ed ar- 
bitrio d'un Plotino : « Chi entra in casa del tiranno, s'egli 
schiavo non era si fa»^ Cosi, chi per mero ozio e vaghezza 
rientra nel già disertato suo carcere, vi si può benissimo 
ritrovar chiuso all'uscirne, finché pur carcerieri riman- 
gonvi. 

Inoltrandomi intanto verso Modena, le nuove ch'io 
avea ricevute della mia donna mi andavano riempiendo 
or di dolore, ora di speranza, e sempre di molta incertezza. 
Ma l'ultime ricevute in Piacenza mi annunziavano final- 
mente la di lei liberazione di Roma^, il che mi empiva 
d'allegrezza; poiché Roma era per allora il sol luogo dove 
non l'avrei potuta vedere: ma per altra parte la conve- 
nienza con catene di piombo mi vietava assolutamente, 
anche in quel punto, di seguitarla. Ella aveva con mille 
stenti, e con dei sacrificj pecuniari non piccioli verso il 
marito, ottenuto finalmente dal cognato, e dal papa, la 
licenza di portarsi negli Svizzeri, all'acque di Baden] 



1 Par certo che qui l'Alfieri avesse la meute alla narrazione di 
Plutarco, Ponipeius, 78 (ediz. Didot, II, 1862. p. 788) : « Quum iam 
Achillas ei manum porrigeret, de cyml)a ad uxorem et filium con- 
versus, vSophoclis iambos protulit : 

Etenim tyranni quisquis intrai in domimi, 
Fit servus eius, liber etsi venerit ». 

L'Alfieri, equivocando, chiama Fatino il Pothinum eunuchum 
del racconto plutarchiano (77) : « Erat adhuc admodum adolescens 
Ptolemaeus. Pothinus {Jlo^etvòs) suniniam omnium rerum gu- 
l)ernans, potentissimorum (hi erant, quos ipse volebat) senatum 
advocavit, et quemvis dicere quod sentiret jussit. Id vero indi- 
gnum erat, de Pompeio Magno consultare Pothinum eunuchum 
et Theodotum Chium, qui mercede regem oratoriam docebat, 
et Aegyptiuni Achillam: hi enim iuter cubicularios et educatores 
regios ceteros praecipui erant consiliarii; huiusque consilii sen- 
tentiam procul a terra in ancoris exspectabat Pompeius, quem 
salutem suam Caesari debere indignum erat ». 

2 II 3 aprile fu pronunziata la separazione legale della contessa 
dal marito. 



268 



Dai,i,a «Vita »; IV, 13-14: 17S4 



Dai.i,a «Vita»; IV, 14: 1784 



269 



trovandosi per i molti disgusti la di lei salute considera- 
bilmente alterata. In quel giugno dunque dell'anno 1784 
ell'erasi partita di Roma, e bel bello lungo la spiaggia del- 
l'Adriatico, per Bologna e Mantova e Trento, si avviava 
verso il Tirolo, nel tempo stesso che io partitomi di 
Torino, per Piacenza, Modena e Pistoja me ne ri- 
tornava a Siena. Questo pensiero, di essere allora cosi 
vicino a lei, i^er tosto poi di bel nuovo rimanere cosi 
disgiunti e lontani, mi riusciva ad un tempo e piacevole 
e doloroso. Avrei benissimo potuto mandar per la diritta 
in Toscana il mio legno e la mia gente, ed io a traverso 
per le poste a cavallo soletto l'avrei potuta presto rag- 
giungere, e almen l'avrei vista. Desiderava, temeva, spe- 
rava, voleva, disvoleva: vicende tutte ben note ai pochi 
e veraci amatori: ma vinse pur finalmente il dovere, e 
Tamore di essa e del di lei decoro, più che di me. Onde, 
bestemmiando e piangendo, non mi scartai punto dalla 
strada mia. Cosi sotto il peso gravissimo di questa mia 
dolorosa vittoria, giunsi in Siena dopo dieci mesi in circa 
di viaggio ; e ritrovai nell'amico Gori l'usato mio necessa- 
rissimo conforto, onde andarvi pure strascinando la vita, 
e stancando oramai le speranze. 



CAPITOI.O DECIMOQUARTO. 
Viaggio in Ai^sazia. Rivedo i.a donna mia. Ideate 

TRE nuove tragedie. MORTE INASPETTATA DEU/A- 

Mico GoRi IN Siena. 



Erano frattanto giunti in Siena pochi giorni dopo di 
me i miei quattordici cavalli, e il decimoquinto ve l'avea 
lasciato io in custodia all'amico; ed era il mio bel falbo, 
il Fido ; quello stesso che in Roma avea più volte portato 
il dolce peso della donna mia, e che perciò mi era egli 



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solo più caro assai che tutta la nuova brigata^ Tutte 
queste bestie mi tenevano scioperato e divagato ad un 
tempo; aggiuntavi poi la scontentezza di cuore, io andava 
invano tentando di ripigliare le occupazioni letterarie. 
Parte di giugno, e tutto luglio ch'io stetti senza muovermi 
di Siena, mi si consumarono cosi, senza ch'io facessi altro 
che qualche rime. Feci anche alcune stanze che manca- 
vano a terminare il terzo canto del poemetto, e vi co- 
minciai il quarto ed ultimo-. Quell'opera, benché lavorata 
con tante interruzioni, in cosi lungo tempo, e sempre alla 
spezzata, e senza ch'io avessi alcun piano scritto, mi stava 
con tutto ciò assai fortemente fitta nel capo: e l'avver- 
tenza ch'io vi osservava il più, era di non l'allungare di 



1 Cf r. il sonetto : Fido, destriero mansueto e ardente, del 6 ago- 
sto 1783. E il Capitolo al Gori: 

Ma Fido, il buon corsiero, a sé mi appella. 
K vuol che in dir di lui sia più lunghetto ; 
Perchè nostra amistade è men novella. 

Onesto è l'ardente mansueto e schietto, 
Che il dolce peso della donna mia 
Portò, pien di baldanza e d'intelletto. 

Né mai cura di lui soverchia fia: 
Ciò tanto or più, ch'ei del novel drappello 
Par con certa ragion geloso sia. 

Fido mio, già non sei di lor men bello, 
rerch'essi un po' ti avanzino di mole: 
Nessuno ha pari al tuo vago il mantello, 

Ch'oro tu sei quando t'irraggia il sole; 
Né im più bel falbo non ho visto mai. 
Ma, senza ch'io più faccia qui parole, 

Già ben cinque anni accompagnato mi hai 
E portato di me la miglior parte: 
Quindi il mio più gradito ognor sarai. 
E ancora i sonetti sulla malattia mortale del bel cavallo: Donna, 
l'amato destrier nostro il Fido, e Tenace forza di robusta fibra. 

2 Annali, 1784: «Nel luglio, in Siena, finito il terzo canto 
del poema; e alcune stanze del quarto ». Si tratta, si capisce, del- 
VEtruria vendicata. 




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Daua «Vita,,; iv, 14: 1784 



Dai,i,a «Vita»; IV, 14: 1784 



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soverchio: il che, se io mi fossi lasciato andare agli episodj 
o ad altri ornaiiieiiti, mi sarebbe riuscito pur troppo fa- 
cile. Ma a volerla far cosa originale e frizzante d'un agro- 
dolce terribile, il i)regi() di cui più abbisognava si era la 
brevità. Perciò da prima io l'avea ideata di tre soli canti; 
ma la rassegna dei consiglieri mi avea rubato quasi che 
un canto; i>erciò furon quattro. Non sono però ben certo 
in me stesso, che quei tanti interrompimcnti non abbiano 
influito sul totale del poema, dandogli un non so che di 
sconnesso. 

Mentre io stava duncpie tentando di proseguire quel 
quarto canto, io andava sempre ricevendo e scrivendo 
gran lettere; queste a poco a ])()co mi riemi)irono di 
speranza, e viei)i)iù m'infiammarono del desiderio di 
rivederla tra l)reve. E tanto andò crescendo questa pos- 
sibilità, che un bel giorno non potendo io più stare a segno, 
detto al solo amico Cori dove io fossi per andare, e finto 
di fare una scorsa a Venezia, io mi avviai verso la Ger- 
mania il di quattro d'agosto. Giorno, oimè!, di sempre 
amara ricordanza per me. Che mentre io baldo e pieno 
di gioia mi avviava verso la metà di me stesso, non sapeva 
io che nell'abbracciare quel caro e raro amicx), che per 
sei settimane sole mi credea di lasciarlo, io lo lascerei 
per l'eternità. Cosa, di cui non i)osso parlare, né pur pen- 
sarci, senza prorompere in pianto, anche molti anni dopo. 
Ma tacerò di questo pianto, poiché altrove quanto meglio 
il seppi v'ho dato sfogo 1. 

^ Eccomi dunque da capo per viaggio. Per la solita 
mia dilettissima e assai poetica strada di Pistoja a Mo- 
dana, me ne vo rapidissimamente a Mantova, Trento, 
Inspmck, e quindi per la Soavia a Colmar, città dell'Ai- 



^ Nel dialogo La virtù sconosciulu; nei sonetti: Il giorno, l'ora, 
ed il fatai momento. Posto avea di mia vita assai gran parte, Oh pii'i 
assai che Fenice amico raro. Olire all'ottavo lustro un anno' appena, 
Era l'amico che il destin mi fura. Deh torna spesso entro a' miei 
sogni, solo; e nelle lettere a Mario Bianchi e ad Agostino Martini, 
tutte e due da Colmar, 17 settembre 1784. 



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sazia superiore alla sinistra del Reno. Quivi presso ri- 
trovai finalmente quella ch'io andava sempre chiamando 
e cercando, orbo di lei da più di sedici mesi^ Io feci tutto 
questo cammino in dodici giorni, né mai mi pareva di 
muovermi, per quanto i' corressi. Mi si riapri in quel 
viaggio più abbondante che mai si fosse la vena delle rime, 
e chi potea in me più di me mi facea comporre sino a tre 
e più sonetti quasi ogni giorno ; essendo quasi fuor di me 
dal trasporto di calcare per tutta quella strada le di lei 
onne stesse, e per tutto informandomi, e rilevando ch'ella 
vi era passata circa due mesi innanzi. E col cuore alle 
volte gioioso, mi rivolsi anche al poetare festevole; onde 
scrissi cammùi facendo un Capitolo al Gori, per dargli 
le istruzioni necessarie per la custodia degli amati cavalli, 
che pure non erano in me che la passione terza : troppo mi 
vergognerei se avessi detto, seconda ; dovendo, come è 
di ragione, al Pegaso preceder le Muse. 

Quel mio lunghetto Capitolo, che poi ho collocato 
fra le Rime, fu la prima e quasi che la sola poesia ch'io 
mai scrivessi in quel genere bernesco, di cui, ancorché 
non sia quello al quale la natura m'inclini il più, tuttavia 
pure mi par di sentire tutte le grazie e il lepore. Ma non 
sempre il sentirle basta ad esprimerle. Ho fatto come ho 
saputo. Giunto il di 16 agosto presso la mia donna, due 
mesi in circa mi vi sfuggirono quasi un baleno. Ritrova- 
tomi cosi di bel nuovo interissimo di animo di cuore e 
di mente, non erano ancor passati quindici giorni dal dì 
ch'io era ritornato alla vita rivedendola, che quell'istesso 
io il quale da due anni non avea mai più nepptire sognato 
di scrivere oramai altre tragedie; quell'io, che anzi, 
avendo appeso il coturno al Saul, mi era fermamente 
propo.sto di non lo spiccare mai più; mi ritrovai allora, 
senza accorgermene quasi, ideate per forza altre tre tra- 



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^ In un fascicoletto ove son contenute la più gran parte delle 
sue Rime, l'Alfieri annotò: « 17 agosto 1784. alle otto mattina in 
Colmar alle Due Chiavi la rividi e dalla gran gioia rimasi muto». 



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Daixa «Vita»; IV, 14: 1784 



Dai.i,a «Vita»; IV, 14: 1784 



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gedie ad un parto: Agide, Sofonisba, e Mirra}. Le due prime, 
mi erano cadute in mente altre volte, e sempre Tavea di- 
scacciate; ma questa volta poi mi si erano talmente ri- 
fitte nella fantasia, che mi fu forza di gettarne in carta 
l'abbozzo, credendomi pure e sperando che non le potrei 
poi distendere. 

A Mirra non avea pensato mai; ed anzi, essa non meno 
che Bibli, e cosi ogni altro incestuoso amore, mi si erano 
sempre mostrate come soggetti non tragediabili. Mi ca- 
pitò alle mani nelle Metamorfosi di Ovidio quella caldis- 
sima e veramente divina allocuzione di Mirra alla di lei 
nutrice, la quale mi fece prorompere in lagrime, e quasi 
un subitaneo lampo mi destò l'idea di porla in tragedia : 
e mi parve che toccantissima ed originalissima tragedia 
potrebbe riuscire, ogni qual volta potesse venir fatto 
all'autore di maneggiarla in tal modo che lo spettatore 
scoprisse da sé stesso a poco a poco tutte le orribili tem- 
peste del cuore infuocato ad un tempo e purissimo della 
più assai infelice che non colpevole Mirra, senza che ella 
neppure la metà ne accennasse, non confessando quasi a 
sé medesima, non che ad altra persona nessuna, un si 
nefando amore. In somma l'ideai a bella prima, ch'ella 
dovesse nella mia tragedia operare quelle cose stesse, 
ch'ella in Ovidio descrive; ma operarle tacendole. Sentii 
fin da quel punto l'immensa difficoltà ch'io incontrerei 
nel dover far durare questa scabrosissima fluttuazione 
dell'animo di Mirra per tutti gl'interi cinque atti, senza 
accidenti accattati d'altrove. E questa difficoltà che al- 
lora vieppiù m'infiammò, e quindi poi nello stenderla, 
verseggiarla, e stamparla sempre più mi fu sprone a 
tentare di vincerla, io tuttavia dopo averla fatta, la co- 
nosco e la temo quant'ella s'è; lasciando giudicar poi 



* Annali, 1784: « Neil 'agusto e settembre, in Alsazia, ideato 
y Agide, Sofonisba, e Mirra. Nel decembre, in Pisa, steso quasi 
tutto y Agide, fino a cominciato il quinto atto. Molte rime in ogni 
luogo, e il Capitolo dei Cavalli, fra Siena e Inspruch. Dettate e 
ricorrette in Siena le cinque odi ». 



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dagli altri s'io l'abbia saputa superare nell'intero, od in 
parte, od in nulla ^. 

Questi tre nuovi parti tragici mi raccesero l'amor 
della gloria, la quale io non desiderava per altro fine 
oramai, se non se per dividerla con chi mi era più caro 
di essa. Io dunque allora da circa un mese stava passando 
i miei giorni beati, e occupati, e da nessunissima amarezza 
sturbati, fuorché dall'anticipato orribile pensiero che al più 
al più fra un altro mesetto era indispensabile il separarci 
di nuovo. Ma, quasi che questo sovrastante timore non 
fosse bastato egli solo a mescermi infinita amarezza al 
poco dolce brevissimo ch'io assaporava, la fortuna nemica 
me ne volle aggiungere una dose non piccola per farmi 
a caro prezzo scontare quel passeggero sollievo. Lettere 
di Siena mi portarono nello spazio di otto giorni, prima 
la nuova della morte del fratello minore del mio Gori, 
e la malattia non indifferente di esso; successivamente 
le prossime nuove mi portarono pur anche la morte di 
esso in sei soli giorni di malattia. Se io non mi fossi tro- 
vato con la mia donna al ricevere questo colpo si rapido 
ed inaspettato, gli effetti del mio giusto dolore sarebbero 
stati assai più fieri e terribili. Ma l'aver con chi piangere 
menoma il pianto d'assai. La mia donna conosceva essa 
pure e moltissimo amava quel mio Francesco Gori; il 
quale l'anno innanzi, dopo avermi accompagnato, come 
dissi, a Genova, tornato poi in Toscana erasi quindi por- 
tato' a Roma quasi a posta per conoscerla, e soggiorna- 
tovi alcuni mesi, l'aveva continuamente trattata, ed aveala 
giornalmente accompagnata nel visitare i tanti prodotti 
delle bell'arti di cui egli era caldissimo amatore e sagace 
conoscitore. Essa perciò nel piangerlo meco non lo pianse 
soltanto per me, ma anche per sé medesima, conoscendone 
per recente prova tutto il valore. 

Questa disgrazia turbò oltre modo il rimanente del 



i Vedi l'Avvertenza premessa alla tragedia, nella mia edizione, 
p. 278 ss. 

Alfikri, II. 



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Dai,i,a «Vita»; IV, 14: 1784 



breve tempo che si stette insieme; ed approssimandosi 
poi il termine, tanto più amara ed orribile ci riusci questa 
separazione seconda. Venuto il temuto giorno, bisognò 
obbedire alla sorte, ed io dovei rientrare in ben altre te- 
nebre, rimanendo questa volta disgiunto dalla mia donna 
senza sapere per quanto, e privo dell'amico colla funesta 
certezza ch'io l'era per sempre. Ogni passo di quella 
stessa via, che al venire mi era andato sgombrando il 
dolore ed i tetri j^ensieri, me li facea raddoppiati ritro- 
vare al ritorno. Vinto dal dolore, poche rime feci, ed un 
continuo piangere sino a Siena, dove mi restituii ai primi 
di novembre. Alcuni amici dell'amico, che mi amavano 
di rimbalzo, ed io cosi loro, mi accrebbero in quei primi 
giorni smisuratamente il dolore, troppo bene servendomi 
nel mio desiderio di sapere ogni particolarità di quel 
funesto accidente: ed io tremando pur sempre e sfug- 
gendo di udirle, le andava pur domandando. Non tornai 
più ad alloggio (come ben si può credere) in quella casa 
del pianto, che anzi non 1' ho rivista mai più. Fin da 
quando io era tornato di Milano l'anno innanzi, io avea 
accettato dall'ottimo cuor dell'amico un molto gaio e 
solitario quartierino nella di lui casa, e ci vivevamo come 
fratelli. 

Ma il soggiorno di Siena senza il mio Gori, mi si fece 
immediatamente insoffribile. Volli tentare d'indebolirne 
alquanto il dolore senza punto scemarmene la memoria, 
col cangiare e luoghi ed oggetti. Mi trasferii perciò nel 
novembre in Pisa, risolutomi di starvi quell'inverno^ ; ed 
aspettando che un miglior destino mi restituisse a me 
stesso; che privo d'ogni pascolo del cuore, veramente 
non mi potea riputar vivo. 



^ Prese dimora nel palazzo Prilli, nella solitaria via Santa 
Maria, che movendo dal Lungarno Regio, e serpeggiando, conduce 
al Duomo e al Camposanto antico. Cfr. V. Cian, V. Alfieri a Pisa, 
nella Nuova Antologia del i6 ottobre 1903. 



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Dai.i<a «Vita»; IV, 15: 1785 



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CAPITOLO DKCIMOQUINTO. 
Soggiorno in Pisa. Scrittovi il « Panegirico a 

TrAJANO », KD ALTRE COSE. 



Iva mia donna frattanto era per le Alpi della Savoia 
rientrata anch'essa in Italia; e per la via di Torino ve- 
nuta a Genova, quindi a Bologna, in quest'ultima città 
si propose di passare l'inverno; combinandosi in questo 
modo per lei di stare negli Stati Pontificii, senza pure 
rimettersi in Roma nell'usato carcere. Sotto il ])retesto 
dunque della stagione troppo inoltrata, sendo giunta a 
Bologna in decembre, non ne partì altrimenti. Eccoci 
dunque, io in Pisa, ed essa in Bologna, col solo Appen- 
nino di mezzo, per quasi cinque mesi, di nuovo disgiunti 
e pur vicinissimi. Questo m'era ad un tempo stesso una 
consolazione e un martirio : ne riceveva le nuove freschis- 
sime ogni tre o quattro giorni ; e non potea pure né doveva 
in niitn modo tentar di vederla; atteso il gran pettego- 
lezzo delle città piccole d'Italia, dove chi nulla nulla 
esce dal volgo, è sempre minutamente osservato dai molti 
oziosi e maligni. Io mi passai dunque in Pisa quel lunghis- 
simo inverno, col solo sollievo delle di lei spessissime let- 
tere, e perdendo al solito il mio tempo fra i molti cavalli, 
e quasi nulla servendomi dei pochi ma fidi miei libri. 

Sforzato pure dalla noia, e nell'ore che cavalcare 
ed aurigare non si poteva, tanto e tanto qualcosa andava 
pur leggicchiando, massime la mattina in letto, appena 
sveglio. In queste semi-letture avea scorse le Lettere di 
Plinio il Minore, e molto mi avean dilettato si per la loro 
eleganza, si per le molte notizie su le cose e costumi ro- 
mani che vi si imparano ; oltre poi il purissimo animo, e 
la l)ella ed amabile indole che vi va sviluppando l'autore. 
Finite l'Epistole, impresi di leggere il Panegirico a Trajano, 
opera che mi era nota per fama, ma di cui non avea mai 



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Dai^i^a «Vita»; IV, 15: 1783 



Dai,i,a «Vita»; IV, 13: 1783 



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letto parola. Inoltratomi per alcune pagine, e non vi ri- 
trovando quell'uomo stesso dell'Epistole, e molto meno un 
amico di Tacito, qual egli si professava, io sentii nel mio 
intimo un certo tal moto d'indegnazione ; e tosto, but- 
tato là il libro, saltai a sedere sul letto, dov'io giaceva nel 
leggere; ed impugnata con ira la penna, ad alta voce 
gridando dissi a me stesso : — Plinio mio, se tu eri davvero 
e l'amico, e l'emulo, e l'ammiratore di Tacito, ecco come 
avresti dovuto parlare a Trajano. — E senza più aspettar, 
né riflettere, scrissi d'impeto, quasi forsennato, cosi come 
la penna buttava, circa quattro gran pagine del mio mi- 
nutissimo scritto ; finché stanco, e disebriato dallo sfogo 
delle versate parole, lasciai di scrivere, e quel giorno non 
vi pensai più. La mattina dopo, ripigliato il mio Plinio, 
o per dir meglio, quel Plinio che tanto mi era scaduto 
di grazia nel giorno innanzi, volli continuar di leggere il 
di lui Panegirico. Alcune poche pagine più, facendomi 
gran forza, ne lessi; poi non mi fu possibile di proseguire. 
Allora volli un po' rileggere quello squarcione del mio 
Panegirico, ch'io avea scritto delirando la mattina in- 
nanzi, lycttolo, e piaciutomi, e rinfiammato più di prima, 
d'uria burla ne feci, o credei fame, una cosa serissima; 
e distribuito e diviso alla meglio il mio tema, senza più 
pigliar fiato, scrivendone ogni mattina quanto ne potevan 
gif occhi, che dopo un par d'ore di entusiastico lavoro 
non mi fanno più luce ; e pensandovi poi e ruminandone 
tutto l'intero giorno, come sempre mi accade allorché 
non so chi mi dà questa febbre del concepire e comporre ; 
me lo trovai tutto steso nella quinta mattina, dal di 
13 al 17 di marzo ; e con pochissima varietà, toltone l'opera 
della lima, da quello che va dattorno stampato^ 

Codesto lavoro mi avea riacceso l'intelletto, ed una 
qualche tregua avea pur anche data ai miei tanti dolori. 
Ed allora mi convinsi per esperienza, che a voler tolle- 
rare quelle mie angustie d'animo, ed aspettarne il fine 



1 Annali, 17H5: a Nel marzo, ideato, e scritto d'un fiato, il 



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senza soccombere, mi era più che necessario di fanni 
forza, e costringer la mente ad un qualche lavoro. Ma sic- 
come la niente mia, più libera e più indipendente di me, 
non mi vuole a niun conto obbedire ; tal che, se io mi fossi 
proposto, prima di leggere il Plinio, di voler fare un pane-, 
girico a Trajano, non avrebbe essa forse voluto raccozzar 
due idee ; per ingannare ad un tempo e il dolore e la mente, 
trovai il compenso di violentarmi in una qualche opera 
di pazienza, e di schiena come si suol dire. Perciò torna- 
tomi fra mani quel Sallustio che circa dieci anni prima 
aveva tradotto in Torino per semplice studio, lo feci ri- 
copiare col testo accanto, e mi posi seriamente a correg- 
gerlo, coU'intenzione e speranza ch'egli riuscisse una cosa. 
Ma neppure per questo pacifico lavoro io sentiva il mio 
animo capace di continua e tranquilla applicazione; 
onde non lo migliorai di gran fatto: anzi mi avvidi, che 
nel bollore e deliri d'un cuore preoccupato e scontento, 
riesce forse più possibile il concepire e creare una cosa 
breve e focosa, che non il freddamente limare una cosa 
già fatta. Iva lima è un tedio, onde facilmente si pensa 
ad altro, adoprandola. La creazione una febbre ; durante 
l'eccesso, non si sente altro che lei. Lasc^'ato dimque il 
Sallustio a tempi più lieti, mi rivolsi a continuar quella 
prosa del Principe e delle Lettere, da me ideata, e distri- 
buita più anni prima in Firenze. Ne scrissi allora tutto 
il primo libro, e due o tre capitoli del secondo^ 

Fin dall'estate antecedente, al mio tornare d'Inghil- 
terra in Siena, io aveva publ)licato il terzo volume delle 
tragedie, e mandatolo, come a molti altri. valentuomini 
d'Italia, anche all'egregio Cesarotti, pregandolo di darmi 
un qualche lume sovra il mio stile e composizione e con- 
dotta. Ne ricevei in quell'aprile una lettera critica su 
le tre tragedie del terzo volume, alla quale risposi allora 



Panegirico ». 



* Annali, 1785: «Nell'aprile fatto ricopiare la antica tradu- 
zione del Sallustio col testo, e ricorrettala leggiermente; ripreso 
il libro Del Principe e delle Lettere, ed inoltratolo fino al capitolo 
terzo del libro secondo ». 



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Datxa «Vita »; IV. 13: 1785 



BatJvA «Vita»; IV, 15: 1785 



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brevemente, ringraziandolo, e notando le cose che mi 
pareano da potersi ribattere; e ripregandolo d'indicarmi 
o darmi egli un qualche modello di verso tragico. È da 
notarsi su ciò, che quello stesso Cesarotti, il quale aveva 
conc*epiti ed eseguiti con tanta maestria i sublimi versi 
dell'Ossian, essendo stato richiesto da me, quasi due anni 
prima, di volermi indicare un qualche modello di verso 
sciolto di dialogo, egli non si vergognò di parlarmi d'al- 
cune sue traduzioni dal francese, della Semiramide e del 
Maometto di Voltaire, stampate già da molti anni, e di 
tacitamente propo miele per modello. Queste traduzioni 
del Cesarotti essendo in mano di chiunque le vorrà leg- 
gere, non occorre ch'io aggiunga riflessioni su questo par- 
ticolare : ognuno se ne può far giudice e paragonare quei 
versi tragici con i miei; e paragonarli anche con i versi 
epici dello stesso Cesarotti nell'Ossian, e vedere se paiano 
della stessa officina. Ma questo fatto servirà pure a dimo- 
strare quanto miserabil cosa siamo noi tutti uomini, e 
noi autori massimamente, che sempre abbiani fra le mani 
e tavolozza e pennello per dipingere altrui, ma non mai 
lo specchio per ben rimirarci noi stessi e conoscerci. 

Il giornalista di Pisa^ dovendo poi dare o inserire nel 
suo giornale un giudizio critico su quel mio terzo tomo 
delle tragedie, stimò più breve e più facil cosa il trascri- 
vere a dirittura quella lettera del Cesarotti, con le mie 
note che le servono di risposta. Io mi trattenni in Pisa 
sino a tutto l'agosto di quell'anno 1785; e non vi feci 
più nulla da quelle prose in poi, fuorché far ricopiare le 
dieci tragedie stampate, ed apporvi in margine molte 
mutazioni, che allora mi parvero soverchie; ma quando 
poi venni a ristamparle in Parigi, elle mi vi parvero più 
che insufficienti, e bisognò per lo meno quadruplicarle. 
Nel maggio di quell'anno godei in Pisa del divertimento 



^ Il compilatore del Giornale dei Letterati, di Pisa; forse mon- 
signor Angelo Fabroni, autore degli Elogj d'alcuni illustri italiani 
(Galilei, M. A. Giacomelli, T. Perelli, card. I^eopoldo de' Medici, 
Frugoni, Metastasio), Pisa, 1784. 



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del giuoco del Ponte, spettacolo bellissimo, che riunisce 
un non so che di antico e d'eroico^ Vi si aggiunse anco 
un'altra festa bellissima d'un altro genere, la luminata 
di tutta la detta città, come si costuma ogni due anni 
per la festa di San Ranieri. Queste feste si fecero allora 
riunitamente, all'occasione della venuta del re e regina 
di Napoli in Toscana per visitarvi il granduca Leopoldo, 
cognato del sudetto re^. La mia vanaglorietta in quelle 
feste rimase bastantemente sodisfatta, essendomi io 
fatto molto osservare a cagione de' miei be' cavalli inglesi 
che vincevano in mole, bellezza e brio quanti altri mai 
cavalli vi fossero capitati in codest 'occasione. Ma in mezzo 
a quel mio fallace e pueril godimento, mi convinsi con 
sommo dolore ad un tempo stesso, che nella fetida e morta 
Italia ella era assai più facil cosa il farsi additare per via 
di cavalli, che non per via di tragedie. 



1 Nella lettera alla madre, del 22 aprile 1785, l'Alfieri aveva 
scritto: « Io starò qui per tutto il mese di maggio, stante che questo 
giuoco del Ponte è stato differito sino ai 1 2 di maggio e si dovea 
fare ai 5 d'aprile. La dilazione è perchè ci vengono il Re e Regina 
di Napoli. La descrizione di esso mi riserbo a fargliela più chiara 
quando l'avrò veduto. Solamente le dirò che è una imitazione 
di battaglia, per cui 350 uomini per parte, vestiti e armati all'an- 
tica con morioni di ferro in capo, e un'arme di legno fatta come uno 
scudo prolungato, e finiente in punta, si urtano e si picchiano 
per guadagnare ciascuno sopra il nemico e passare il ponte. Questo 
giuoco si fa nella città stessa, dove ci sono tre ponti sull'Arno; e 
si fa su quel di mezzo, e per essere il luogo molto bello per sé, .se 
non foss'altro, il colpo d'occhio deve riuscir bellissimo ». Cfr. CiAN, 
1. e; F. Ferrari, Ricerche bibliografiche sul Giuoco del Ponte, Pisa 
1888; L. Torri, // Giuoco del Ponte, nell'Empori uni del dicembre 
1900, Bergamo. 

^ Il granduca Pietro lyeopoldo era fratello della regina Ma- 
ria Carolina. 



28o 



Dalila « Vita »; IV, i6: 1785 



Dai.i,a «Vita»; IV, 16: 1785-86 



281 



CAPITOLO DECIMOSESTO. 

Secondo viaggio in Ai^sazia, dove mi fisso. Ideativi, 
E stesi I DUE «Bruti»; e l'w Abele ». Studi cai.- 
damente ripigliati. 

In questo frattempo era ripartita di Bologna la mia 
donna, ed avviatasi verso Parigi nel mese di aprile. Non 
volendo essa tornare a Roma, in nessun altro luogo ella 
potea più convenientemente fissarsi che in Francia, dove 
avea parenti, aderenze, e interessi. Trattenutasi in Parigi 
sino all'agosto inoltrato, ella ritornò in Alsazia in quella 
stessa villa dove c'eramo incontrati l'anno imianzi^ Onde 
io ai primi di settembre con infinita gioia e premura mi vi av- 
viai perla solita strada dell'Alpi Tirolesi. Ma l'aver perduto 
l'amico di Siena, e l'essersi oramai la mia donna traspian- 
tata fuori d'Italia, mi fece anche risolvere di non dimo- 
rarci più neppur io. E benché per allora né volessi, né 
convenisse ch'io mi fissassi a dimora dove ella, io cercai 
pure di starle il meno lontano ch'io potessi, e di toglierci 
ahneno l'Alpi di mezzo. Feci dunque muovere anche tutta 
la mia cavalleria, che sana e salva arrivò un mese dopo 
di me in Alsazia, dove allora ebbi raccolto ogni mia cosa, 
fuorché i libri, che i più gli avea lasciati in Roma. Ma la 
mia felicità derivata da questa seconda riunione non durò 
né potea durare altro che due mesi in circa, dovendosi 
la mia donna restituire in Parigi nell'inverno. Nel de- 
cembre l'accompagnai sino a Strasborgo, dove con mio 
sommo dolore costretto di lasciaria, me ne separai per la 
terza volta; ella continuò la sua strada per Parigi, io 
ritomai nella nostra villa. 

Ancorché io fossi scontento, pure la mia afflizione 



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riusciva ora assai minore della passata: trovandoci più 
vicini, potendo senza ostacolo, senza pericolo di nuocerle 
dare una scorsa per vederla, ed avendo in somma fra noi 
la certezza di rivederci nella prossima estate. Tutte queste 
speranze mi posero un tal balsamo in corpo, e mi rischia- 
rirono talmente l'intelletto, che di bel nuovo intieramente 
mi diedi in braccio alle Muse. In quel solo inverno, nella 
quiete e libertà della villa, feci assai più lavoro che non 
avessi fatto mai in così breve spazio di tempo : cotanto 
la continuità del pensare ad una stessa cosa, e il non 
aver divagazioni né dispiaceri, abbreviandoci l'ore ad un 
tempo ce le moltiplica. Appena tornato nel mio ritiro, 
da prima finii di stendere VAgide, che fin dal decembre 
precedente avea cominciato in Pisa; poi infastidito del 
lavoro (cosa che non mi accadeva mai nel creare), non 
lo avea più potuto proseguire. Finitolo ora felicemente, 
senza pigliar più respiro stesi in quello stesso decembre 
la Sofonisba e la Mirra. Quindi in gennaio finii intera- 
mente di stendere il secondo e terzo libro del Principe 
e delle Lettere) ideai e stesi il dialogo della Viriti scono- 
sciuta, tributo che da gran tempo mi rimproverava di 
non aver pagato alla adorata memoria del degnissimo 
amico Gori; e ideai inoltre, e distesi tutta, e verseggiai 
la parte lirica dell'ai 6^/^ tramelogedia ; genere di cui mi 
occorrerà di parlare in appresso, se avrò vita e mente 
e mezzi da effettuare quanto mi propongo di eseguire^. 

Postomi quindi al far versi, non abbandonai più quel 
mio poemetto ch'io non l'avessi interamente terminato 
col quarto canto ; e quindi dettati, ricorretti, e riannestati 



1 Nel castello di Martinsbourg. poco lontano da Colmar. 



1 Annali, 1785: «Dal marzo al settembre fatte ricopiare le 
dieci tragedie stampate e leggermente correttele. Nel decembre 
in Alsazia finito di stender VAgide; stese Sofonisba e Mirra. Molte 
rime in tutto l'anno >. 1786: «Nel gennaio finito interamente i 
tre libri Del Principe e delle Lettere; steso il dialogo della Virtù 
sconosciuta. Ideato, steso, e verseggiato, tutta la parte lirica del 
Caino tramelogedia ». Per questa tragedia melica, v. Graf, Caino, 
nella Nuova Antologia del 1907. 



282 



Datxa (( Vita »; IV, 16: 1786 



insieme i tre altri, che nello spazio di dieci anni essendo 
stati scritti a pezzi, aveano (e forse tuttora serbano) 
un non so che di sconnesso^ ; il che tra i miei molti difetti 
non suole però avvenirmi nelle altre composizioni. Ap- 
pena era finito il poema, mi accadde che in una delle 
tante e sempre a me graditissime lettere della mia donna, 
essa come a caso mi accennava di aver assistito in teatro 
ad una recita del Bruto di Voltaire, e che codesta tragedia 
le era sommamente piaciuta. Io, che l'avea veduta re- 
citare forse dieci anni prima, e che non me ne ricordava 
punto, riempiutomi instantaneamente di una rabida e 
disdegnosa emulazione si il cuor che la mente, dissi fra 
me : — Che Bruti, che Bruti di un Voltaire ! Io ne farò 
dei Bruti, e li farò tutt'a due: il tempo dimostrerà poi, 
se tali soggetti di tragedia si addicessero meglio a me, o ad 
un francese nato plebeo^, e sottoscrittosi nelle sue firme 
per lo spazio di settanta e più anni : Voltaire gentiluomo 
ordinario del rc^. — Né altro dissi; né di questo toccai pur 
parola nel rispondere alla mia donna: ma subitamente 
d'un lampo ideai ad un parto i due Bruti, quali poi li 
ho eseguiti*. In questo modo uscii per la terza volta dal 



^ Annali, 1786: «Nel marzo finito il terzo canto del poema, 
e fatto interamente il quarto ed ultimo )>. 

2 Si ricordi il sonetto XVIII del Misogallo, 20 novembre 1792: 
Di libertà maestri i Galli? insegni. 

^ Anche nella satira VII, L'Antireligionerìa: 

Con te, gallo Volterò, e' Voltereschi 
Pigli od aborti ciancerelli tanti, 
Convien che a lungo in queste rime io treschi. 

Né dir potrai che a libertà pretesto 
Cercassi tu (qual buon scrittore il de'), 
Combattendo ogni errore or quello or questo: 

I^ibertà (Gallo sei) non era in te: 
Tua firma stessa io te n'adduco in prova, 
Ser Gentiluom di Camera del Re. 
* Vedi l'Avvertenza premessa al Bruto secando, néWa mia edi- 
zione delle Tragedie, p. 326 ss. 



Datj,a «Vita»; IV, 16: 1786 



283 



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mio proposito di non far più tragedie ; e da dodici ch'essere 
doveano, son arrivate a diciannove. Su l'ultimo Bruto 
rinnovai poi il giuramento ad Apolline più solenne ch'io 
non l'avessi fatto mai, e questo io son quasi certo di non 
l'aver più ad infrangere. Gli anni che mi si vanno ammon- 
tando sul tergo me n'entrano quasi mallevadori; e le 
tante altre cose di altro genere che mi restan da fare, 
se pure farle potrò e saprò. 

Dopo aver passati cinque e più mesi in villa in un con- 
tinuo bollore di mente, poiché appena sveglio la mattina 
per tempissimo io scriveva cinque o sei pagine alla mia 
donna; poi lavorava fino alle due o le tre dopo mézzo- 
gionio ; poi andando o a cavallo, o in biroccio per un par 
d'ore, in vece di divaganni e riposarmi, pel continuo pen- 
sare ora a quel verso, ora a quel personaggio, or ad altro, 
mi affaticava assai più l'intelletto che non lo sollevassi; 
mi ritrovai perciò nell'aprile una fierissima podagra a 
ridosso, la quale m'inchiodò per la prima volta in letto, 
e mi vi tenne immobile e addoloratissimo per quindici 
giorni almeno, e pose così una spiacevole interruzione ai 
miei studi si caldamente avviati. Ma troppo avea impreso, 
di vivere solitario e occupato, né ci avrei potuto resistere 
senza i cavalli che tanto mi sforzavano a pigliar l'aria 
aperta, e far moto. Ma anche coi cavalli, non la potei du- 
rare quella perpetua incessante tensione delle fibre del cer- 
vello ; e se la gotta, più savia di me, non mi vi facea dar 
tregua, avrei finito o col delirar d'intelletto, o col soccom- 
bere delle forze fisiche, sendomi ridotto a quasi nulla ci- 
barmi, e pochissimo dormire^. Nel maggio tuttavia, mercè 
la gran dieta, e il riposo, mi trovai bastantemente riavuto 
di forze : ma alcune sue circostanze particolari avendo im- 
pedito per allora la mia donna di venire in villa, e dovendo 
differire la consolazione unica per me, del vederla; entrai 
in im turbamento di spirito, che mi offuscò per più di tre 



1 Annali, I786: «Nel marzo..., ideato il Bruto primo. Nel- 
l'aprile, ideato il Bruto secondo. Podagra fortissima per troppo 
lavoro ». 



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Dai^t^a «Vita »; IV, 16: 1786 



DAiyivA «Vita»; IV, 17: 1787 



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mesi la mente, talché poco e male lavorai, fino al fin 
d'agosto, quando al riapparire dell'aspettata donna tutti 
questi miei mali di accesa e scontenta fantasia sparirono. 
Appena riavutomi di mente e di corpo, dati all'oblio 
i dolori di questa lontananza, che per mia buona sorte 
fu l'ultima, tosto mi rimisi al lavoro con ardore e furore. 
A segno che verso il mezzo decembre, che si parti poi in- 
sieme per Parigi, io mi trovai aver verseggiate VAgide, 
la Sofonisha, e la Mirra] mi trovai stesi i due Bruti; e 
scritta la prima Satira^ Questo nuovo genere, di cui avea 
già ideato e distribuiti i soggetti fin da nove anni prima 
in Firenze, l'aveva anche tentato allora in esecuzione; 
ma scarso ancora troppo di lingua e di padronanza di 
rima, mi ci era rotto le coma ; talché, dubbio del potervi 
riuscire quanto allo stile e verseggiatura, ne avea quasi 
deposto il pensiere. Ma il raggio vivificante della donna 
mia, mi ebbe allora restituito l'ardire e baldanza necessari 
da ciò; e postomi al tentativo, mi vi parve esser riuscito, 
a principiare almeno l'aringo, se non a percorrerlo^. K cosi 
pure, avendo prima di partir per Parigi fatta una rassegna 
delle mie rime, e dettate e limate gran parte, me ne trovai 
in buon numero, e forse troppe. 



* Annali, 1786: «Nel maggio, verseggiato Agide; nel giugno 
la Sofonisba; nell'agosto Mirra. Nel novembre .stesi i due Bruti. 
Nel decorso dell'anno, dettate e corrette leggiermente i Pazzi, 
Don Garzia, Saul. IH aria Stuarda; e ridettato e corretto l'intero 
poema, il Panegirico e gran parte delle Rime; molte Rime scritte 
in quest'anno; e la prima Satira, o sia Proemio dell'altre, nel set- 
tembre ». 

2 Sui primi Esperimenti satirici dell'Alfieri, sulla sua Indole 
lirica e satirica, sulle Satire e sul Misogallo, è da vedere G. A. Fa- 
BRis, Studi alfieriani, Firenze, Paggi, 1895. 



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CAPITOLO DECIMOSETTIMO. 

Viaggio a Parigi. Ritorno in Ai^sazia, dopo aver 
fissato coi. dldot in parigi i.a stampa di tutte 
i.e diciannove tragedie. mai.attia fierissima in 
a1.sazia, dove 1/ amico cai.uso era venuto per 
passare i.' estate con noi. 



Dopo quattordici e più mesi non interrotti di soggiorno 
in Alsazia, partii insieme con la signora alla volta di Parigi; 
luogo a me per natura sua e mia sempre spiacevolissimo, 
ma che mi si facea allor paradiso poiché lo abitava la 
mia donna. Tuttavia, essendo incerto se vi rimarrei lun- 
gamente, lasciai gli amati cavalli nella villa di Alsazia, 
e munito soltanto di alcuni libri, e di tutti i miei scritti, 
mi ritrovai in Parigi. Alla prima, il rumore e la puzza di 
quel caos dopo una sì lunga villeggiatura, mi rattrista- 
rono assai. La combinazione poi del ritrovarmi alloggiato 
assai lontano dalla mia donna, oltre mill'altre cose che 
di quella Babilonia mi dispiaceano sommamente, mi 
avrebbero fatto ripartirne ben tosto se io avessi vissuto 
in me stesso e per me : ma ciò non essendo da tanti anni 
oramai, con molta malinconia mi adattai alla necessità; 
e cercai di cavarne almeno qualche utile coU'impararvi 
qualche cosa. Ma quanto all'arte del verseggiare non v'es- 
sendo in Parigi nessuno dei letterati che intenda più che 
mediocremente la lingua nostra, non c'era niente da im- 
pararvi per me : quanto poi all'arte drammatica in massa, 
ancorché i Francesi vi si accordino essi stessi esclusiva- 
mente il primato, tuttavia i miei principii non essendo gli 
stessi che han praticato i loro autori tragici, molta e 
troppa flemma mi ci volea per sentinni dettare magistral- 
mente a)ntinue sentenze, di cui molte vere, ma assai 
male eseguite da essi. Pure, essendo il mio metodo di 



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DAI.LA e Vita »; IV, 17: 1787 



DA1.1.A «Vita»; IV, 17: 1787 



2S7 



poco contradire, e non mai disputare, e moltissimo e 
tutti ascoltare, e non credere poi quasiché mai in nes- 
suno; io tanto e tanto imparava da quei ciarlieri la su- 
blime arte del tacere. 

Quel primo soggiorno, di sei e più mesi in Parigi, mi 
giovò, se non altro, alla salute moltissimo. Prima del mezzo 
giugno si riparti i)er la villa d'Alsazia. Ma intanto stando in 
Parigi aveva verseggiato il Bniio primo, e per un accidente 
assai comico mi era toccato di rimi)asticciare tutta in- 
tera la Sofonisba. J^a volli leggere ad uà francese già 
mio conoscente in Torino, dove aveva soggiornato degli 
anni; persona intelligente di cose drammatiche; e che 
più anni prima mi avea ben consigliato sul Filippo, 
quando glie lo aveva letto in prosa francese, di trasporvà 
il Consiglio dal quarto atto dov'era, nel terzo dove poi 
è rimasto, e dove nuoce assai meno alla progressione 
dell'azione, di quel che dianzi nuoceva nel quarto. Sicché 
leggendo io quella Sofonisba ad un giudice competente, 
mi immedesimava in lui quant'io più poteva, per argo- 
mentare dal di lui contegno più che dai di lui detti, qiud 
fosse il suo schietto parere. P^gli mi stava ascxDltando senza 
batter palpebra; ma io, che altresì mi stava ascoltando 
per due, incominciai da mezzo il second'atto a sentirmi 
assalire da una certa freddezza, che talmente mi andò 
crescendo nel terzo, ch'io non lo potei pur finire; e preso 
da un impeto irresistibile la buttai sul fuoco, che stavamo 
al caminetto noi due solissimi; e parca che quel fuoco 
mi fosse come un tacito invito a quella severa e pronta 
giustizia. L'amico, sorpreso di quell'inaspettata stranezza 
(stante che io non avea neppur detto una parola fino a 
quel punto, che l'accennasse neppure), si buttò colle 
mani su lo scartario^ per estrarlo dal fuoco, ma io già 
colle molle, che aveva rapidissimamente impugnate, in- 
chiodai sì stizzosamente la povera Sofonisba fra i due o 
tre pezzi che ardevano, che le convenne ardere anch'essa; 



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né abbandonai, da esperto carnefice, le molle, se non se 
quando la vidi ben avvampante e abbronzita andarsi 
sparpagliando su per la gola del caminetto. Questo moto 
frenetico fu fratello carnale di quello di Madrid contro il 
povero Elia; ma ne arrossisca) assai meno, e mi riuscì 
d'un qualche utile. Mi confennai allora nell'opinione 
ch'io avea più volte concepita su quel soggetto di tra- 
gedia ; ch'egli era sgradito, traditore, appresentante alla 
prima un falso aspetto tragico, e non lo mantenendo poi 
saldo : e feci quasi proposito di non vi pensar altrhnenti. 
Ma i propositi d'autore son come gli sdegni materni. Mi 
ricadde due mesi dopo quell'infelice prosa della giusti- 
ziata Sofonisba fra mani, e rilettala, trovandovi pure 
qualche cx3sa di buono, la ripigliai a verseggiare, abbre- 
viandola assai, e tentando con lo stile di supplire e masche- 
rare le mende inerenti al soggetto. E benché io sapessi, 
e sappia, ch'ella non era né sarebbe mai tragedia di prim 'or- 
dine, non ebbi con tutto ciò il coraggio di porla da parte, 
perché era il solo soggetto in cui si potessero opportuna- 
mente sviluppare gli alti sensi delle sublimi Cartagine 
e Roma. Onde di varie scene di quella debole tragedia, io 
mi pregio non poco^ 

Ma la totalità delle mie tragedie parendomi a quel- 
l'epoca essersi fatta oramai cosa matura per una stampa 
generale, mi proposi allora di voler almeno cavar questo 
frutto dal mio soggiorno che sarei per fissare d'allora in 
poi in Parigi, di farne una edizione bella, accurata, a 



^ Scartafaccio, 



1 Nel Parere su questa tragedia, l'xVlfieri dice: « Un caldissimo 
amante, costretto di dare egli stesso il veleno all'amata per ri- 
sparmiarle una morte più ignominiosa; il contrasto e lo sviluppo 
dei più alti sensi di Cartagine e di Roma; ed in fine, la sublimità 
dei nomi di Sofonisba, Massinissa, e Scipione: queste cose tutte 
parrebbero dover somministrare una tragedia di primo ordine. 
E per essermi da prima sembrato così, mi sono io indotto ad in- 
traprendere questa. Ma o ne sia sua la colpa o mia o di entrambi, 
ella pure mi riesce, or dopo fatta, una tragedia se non di terz'or- 
dine, almen di secondo '>, 



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DAI.I.A « Vita »; IV, 17: 1787 



Dalila «Vita »; IV, 17: 1787 



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bell'agio, senza risparmio nessuno né di spesa, né di fatica. 
Prima dunque di decidermi per questo o per quello degli 
stampatori, volli fare una prova dei caratteri, e proti, e 
maneggi tipografici parigini, trattandosi di una lingua 
forestiera. Trovandomi sin dall'anno innanzi dettato e 
corretto il Panegirico a Trajano, lo stampai a quest'ef- 
fetto, ed essendo cosa breve, in un mesetto fu terminato. 
E saviamente feci di tentar quella prova, avendo poi cam- 
biato lo stampatore assai in meglio per tutti i versi. Onde, 
accordatomi con Didot maggioreS uomo intendentissimo 
ed appassionato dell'arte sua, ed oltre ciò accurato molto, 
e sufficientemente esperto della lingua italiana, io co- 
minciai sin dal maggio di quell'anno 1787 a stampare il 
primo volume delle tragedie. Ma incominciai per impe- 
gnare me e lui, più che per altro ; sapendo benissimo, che 
dovendo io partire nel giugno per trattenermi in Alsazia 
fino all'inverno, la stampa in quel frattempo non progre- 
direbbe gran fatto; ancorché si prendessero le misure 
per farmi avere settimanalmente le prove da correggersi 
in Alsazia, e rimandarsi in Parigi. In questo modo io mi 
legai da me stesso doppiamente a dover ritornare l'in- 
verno in Parigi; cosa alla quale sentiva ripugnanza non 
poca: volli perciò, che mi vi dovessero costringere pa- 
rimente e la gloria e l'amore. Lasciai al Didot il mano- 
scritto delle prose che precedono, e quello delle tre prime 
tragedie, ch'io stupidamente credei ridotte, limate, e 
accurate quanto potessero essere; me n'avvidi poi, quando 
fu posto mano a stamparle, quanto io mi fossi ingannato^. 
Oltre l'amor della quiete, l'amenità della villa, l'es- 



1 II fratello maggiore, Francesco Ambrogio. Il minore era 
Pier Francesco. 

* Annali, 1787: «Nell'aprile, verseggiato il Bruto primo. Nel 
maggio, riverseggiata e rifusa la Sofonisba II; stampato il Pane- 
girico; cominciata subito dopo la ristampa delle tragedie, di cui 
finito il tutto decembrc il primo tomo. Corrette leggiermente le 
tre prime per la ristampa; e rivedute sempre e corretto assai sulle 
prove ). 



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sere quivi più lungamente con la mia donna, alloggiato 
sotto lo stesso tetto ; l'avervi i miei libri, e gli amati ca- 
valli ; tutti questi oggetti erano caldissimi sproni al farmi 
ritornare con delizia in Alsazia. Ma un'altra ragione vi 
si aggiunse anche allora, che me ne dovea duplicare il 
diletto. Iv'amico Caluso mi aveva insperanzito, ch'egli 
verrebbe in Alsazia a passar quell'estate con noi; ed era 
questi l'ottimo degli uomini da me conosciuti, e l'ultimo 
amico rimastomi dopo la morte del Gori. Dopo alcune 
settimane del nostro arrivo in Alsazia, verso il fin di 
luglio, la mia donna ed io partimmo dtuique espressa- 
mente per andare ad incontrare l'amico fino a Ginevra; 
indi ce ne ritornammo con esso per tutta la Svizzera 
sino alla nostra villa presso a Colmar] dove ebbi allora 
riunite tutte le mie più care cose. Il primo discorso ch'io 
ebbi a tener con l'amico, fu, oltre ogni mia espettazione, 
di affari domestici. Egli avea avuto dalla mia ottima 
madre un'in combensa assai strana, visto l'età mia, le 
occupazioni, e il pensare mio. Quest'era una proposizione 
di matrimonio. Egli me la fece ridendo; ed io pure ri- 
dendo gliela negai: e si combinò la risposta da farsi alla 
mia amorosissima madre, che ci scusasse ambedue.... 

Finito il trattato del matrimonio, ci sfogammo reci- 
procamente il cuore, l'amico ed io, coi discorsi delle ama- 
tissime lettere. Io mi sentiva veramente necessità di 
conversare sull'arte, di parlar italiano, e di cose italiane; 
tutte privazioni che da due anni mi si faceano sentire 
non poco; e ciò con assai grande mio scàpito, nell'arte 
principalmente del verseggiare. E certo, se questi ultimi 
famosi uomini francesi, come Voltaire e Rousseau, aves- 
sero dovuto gran parte della loro vita andarsene erranti 
in diversi paesi in cui la loro lingua fosse stata ignota o 
negletta, e non avessero neppur trovato con chi parlarla, 
essi non avrebbero forse avuto la imperturbabilità e la 
tenace costanza di scrivere per semplice amor dell'arte 
e per mero sfogo, come faceva io, ed ho fatto poi per tanti 
anni consecutivi, costretto dalle circostanze di vivere 
e conversare sempre con barbari : che tale si può franca- 



Alkihri, li. 



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Dai.i,a «Vita »; IV, 17: 1787 



DAI.1.A «Vita »; IV, 17: 1787 



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mente denominare tutta l'Europa da noi, quanto alla lette- 
ratura italiana; come lo è pur troppo tuttavia e non poco, 
una gran parte della stessa Italia, suinescia. Che se si vuole 
anche per gl'Italiani scrivere egregiamente, e che si ten- 
tino versi in cui spiri l'arte del Petrarca e di Dante, chi 
oramai in Italia, chi è che veramente e legga ed intenda 
e gusti e vivamente senta Dante e il Petrarca ? Uno in 
mille, a dir molto. Con tutto ciò, io immobile nella per- 
suasione del vero e del bello, antepongo d'assai (ed afferro 
ogni occasione di far tal protesta), di gran lunga ante- 
pongo di scrivere in una lingua quasi che morta, e per 
un j)opolo morto, e di vedermi anche sepolto prima di 
morire, allo scrivere in codeste lingue sorde e mute, fran- 
cese ed inglese, ancorché dai loro cannoni ed eserciti 
elle si vadano jxjnendo in moda. Piuttosto versi italiani 
(purché ben torniti), i quali rimangano per ora ignorati, 
non intesi, o scherniti; che non versi francesi mai, od in- 
glesi, o d'altro simil gergo prepotente, quando anche ne 
dovessi immediatamente esser letto, applaudito, ed ammi- 
rato da tutti. Troppa è la differenza dal suonare la nobile 
e soave arpa ai propri orecchi, ancorché nessuno ti ascolti, 
al suonare la vii cornamusa, ancorché un volgo intero di 
orecchiuti ascoltanti ti faccia pur plauso solenne^ 

Torno all'amico, con cui di questi e simili sfoghi mi 
occorreva spesso di fare, il che mi riusciva di sommo sol- 
lievo. Ma poco durò quella mia nuova ed intera felicità, 
di passare quei beati giorni tra cosi amate e degne per- 
sone. Un accidente occorso all'amico venne a sturbare 
la nostra quiete. Cavalcando egli meco, fece una caduta, 



^ alette conto di qui riferire repigraninia: Paragone d'armonia 
fra ire lingue moderile: 

Capitano: è parola 
Sonante, intera, e nella Italia nata; 

Capitan: già sconsola, 
Nasalmente dai Galli smozzicata; 

Kepten poi, dentro gola 
Dei Britanni aspri sen sta straspolpata. 



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in cui si slogò il pugno. Da prima credei rotto il braccio, 
e anche peggio; onde me ne rimescolai fortemente; e 
tosto al di lui male si aggiunse il mio proprio, ma di gran 
lunga maggiore. Mi assalì due giorni dopo una dissenteria 
ferocissima, che andò si ostinatamente crescendo, che al 
decimo quinto giorno, non essendo più entrato nel mio 
stomaco altro che acqua gelata, e le pestilenziali evacua- 
zioni oltrepassando il numero di 80 nelle 24 ore, mi ri- 
trovai ridotto presso che in fine, senza pure aver quasi 
punto febbre. I^a mancanza del calor naturale era tale, 
che certe fomente di vino aromatizzato che mi si facevano 
su lo stomaco e ventricolo per rendere una qualche atti- 
vità a quelle parti spossate, ancor che esse fomente fos- 
sero bollenti a segno che i famigliari nel maneggiarle vi 
si pelassero le mani, ed io il corpo nell 'applicarmele, con 
tutto ciò le mi parean sempre pochissimo calde, e d'altro 
non mi doleva che della loro freddezza. Non v'era più 
vita nel mio individuo, altro che nel capo, il quale inde- 
bolito si, ma chiarissimo rimanevami. Dopo i quindici 
giorni il male allentò, e adagio adagio retrocedendo, verso 
il trentesimo giorno le evacuazioni erano però ancora 
oltre 20 nelle 24 ore. Mi trovai finalmente libero dopo sei 
settimane, ma inscheletrito e annichilato in tal modo, che 
per altre quattro settimane in circa, quando mi si dovea 
rifar il letto, mi levavano di peso per traspormi in un altro 
finché fossi riportato nel primo^ Io veramente non credei 
di poterla superare. Doleami assai di morire, lasciando la 
mia donna, l'amico, ed appena per cosi .dire abbozzata 
quella gloria, per cui da dieci e più anni io aveva tanto 
delirato, e sudato: che io benissimo sentiva che di tutti 
quegli scritti ch'io lascerei in quel punto, nessuno era 
fatto e finito come mi parca di poterlo fare e finire, aven- 
done il dovuto tempo. Mi confortava per altra parte non 
poco, giacché morir pur dovea, di morire almen libero, 
e fra le due pili amate persone ch'io m'avessi, di cui mi 



1 Annali, 17S7: < ^lalattia mortale nell'agosto e settembre 
in Alsazia ». 



Dai.i,a «Vita»; IV, i8: 1787 



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Daixa «Vita»; IV, 17: 1787 



pareva d'avere e di meritare l'amore e la stima; e di 
morir finalmente innanzi di aver provato tanti altri mali 
si fisici che morali, a cui si va incontro invecchiando. Io 
aveva communicato all'amico tutte le mie intenzioni 
circa alla stampa già avviata delle tragedie, e le avrebbe 
fatte continuare egli in mia vece\ Mi sono poi ben convinto 
in appresso, quando io fui all'atto pratico di quella stampa 
che durò poi quasi tre anni, che atteso l'assiduo, e lunghis- 
simo, e tediosissimo lavoro che mi vi convenne di farvi 
sopra le prove, se poco era il fatto sino a quel punto, ove 
fossi mancato io, quello che lasciava sarebbe veramente 
stato un nulla, ed ogni fatica precedente a quella dello 
stampare era intieramente perduta, se quest'ultima non 
sopra v\'eniva per convalidarla. Cotanto il colorito e la 
lima si fanno parte assolutamente integrante d'ogni qua- 
lunque poesia. 

Piacque al destino, ch'io la scampassi per allora, e 
che le mie tragedie ricevessero da me poi quel compi- 
mento ch'io era in grado di dar loro; e di cui forse (s'elle 
hanno gratitudine) potranno contraccambiarmi col tempo, 
non lasciando totalmente perire il mio nome. 

Guarii, come dissi, ma a stento ; e rimasi cosi indebo- 
lito anche della mente, che tutte le prove delle tre prime 
tragedie, che successivamente nello spazio di circa quattro 
mesi in quell'anno mi passarono sotto gli occhi, non rice- 
vettero da me né la decima parte delle emendazioni 
ch'avrei dovuto farvi. Il che fu poi in gran parte cagione, 
che due anni dopo, finito di stamparle tutte, ricominciai 
da capo a ristampar quelle prime tre; a solo fine di so- 
disfare all'arte e a me stesso; e forse a me solo; che po- 
chissimi al certo vorranno o sapranno badare alle muta- 
zioni fattevi quanto allo stile; le quali, ciascuna per sé 
sono inezie; tutte insieme, son molte e importanti, se 
non per ora, col tempo. 









CAPITOIvO DECIMOTTAVO. 

Soggiorno di tre e più anni in Parigi. Stampa di 
. tutte i.e tragedie. stampa net^ tempo stesso di 

MOI.TE AI,TRE OPERE IN KEHL. 



Appena . io cominciava alquanto a riaveniii, che 
l'amico (anch'egli molto prima guarito della slogatura 
del pugno), avendo delle occupazioni letterarie in Torino, 
dove era segretario dell'Accademia delle scienze, volle 
far ima scorsa a Strasborgo prima di ripartir per l'Italia. 
Io, benché ?: ...ra infermiccio, per goder più lungamente 
di lui ce lo volli accompagnare. Ed anche la signora ci 
venne, e fu nell'ottobre. Si andò fra l'altre cose a vedere 
la famosa tipografia stabilita in Kehl grandiosamente dal 
signor di Beaumarchais\ coi caratteri di Baskerville com- 
prati da esso, e destinato il tutto alle molte e varie edi- 
zioni di tutte l'opere di Voltaire. I^a bellezza di quei ca- 
ratteri, la diligenza degli artefici, e l'opportunità che mi 
somministrava l'essere io molto conoscente del sudetto 
Beaumarchais dimorante in Parigi, m'invogliarono di 
prevalermene per colà stampare tutte l'altre mie opere 
che tragedie non erano; ed alle quali avrebbero potuto 
essere d'intoppo le solite stitichezze censorie, le quali esi- 
stevano allora anche in Francia, e non picciole. 

Sempre ha ripugnato moltissimo all'indole mia di 
dover subire revisione per poi stampare. Non già ch'i(^ 



1 Cfr. la lettera a Mario Bianchi, del 15 settembre 1787. 



1 ^ appunto l'avventuriero autore dei Mémoires., dei duo 
drammi meritamente famosi Le Barbier de Séviììc e Le Mariagc 
de Figaro, e degli altri due meritamente dimenticati Tartare e 
La Mère coupablr. Morì nel 1799, ridotto dall'agiatezza alla mi- 
seria, a cagione dei rivolgimenti politici. 



294 



Daija ((Vita»; IV, i8: 1787 



Dai,i,a «Vita»; IV, 18: 178788 



295 



creda, uè voglia, che s'abbia a stampare ogni cosa: ma 
per me ho adottata nell'intero la legge d'Inghilterra, ed 
a quella mi attengo ; né fo mai nessuno scritto, che non 
potesse liberissimamente e senza biasimo nessuno del- 
l'autore essere stampato nella beata e veramente sola 
libera Inghilterra. Opinioni, quante se ne vuole: individui 
offesi, nessuni: costumi, rispettati sempre. Queste sono 
state, e saran sempre le sole mie leggi; uè altre se ne può 
ragionevolmente ammettere, né rispettare. 

Ottenuta io dunque direttamente dal Beaumarchais 
di Parigi la permissione di prevalermi in Keìil della di lui 
ammirabile stamperia, con quell'occasione d'esservi ca- 
])itato io stesso, lasciai a que' suoi ministri il manoscritto 
delle mie cinque Odi, che intitolate avea L'America Li- 
bera, affine che quest'operetta mi servisse come di saggio. 
Ed in fatti ne riuscì cosi bella e corretta la stampa, ch'io 
poi per due e più anni consecutivi vi andai successiva- 
mente stampando tutte quelle altre opere, che si son viste 
o che si vedranno. E le prove me ne venivano settimanal- 
mente spedite a rivedere in Parigi; ed io continuamente 
andava sempre mutando e rimutando i bei versi interi; 
a ciò invitandomi, oltre la smisurata voglia del far meglio, 
anche la singoiar compiacenza e docilità di quei proti 
di Kehl, dei quali non mai abbastanza mi potrei lodare; 
diversissimi in ciò dai proti, compositori, e torcolieri del 
Didot in Parigi, che mi hanno sì lungamente fatto fare 
il sangue verde, e cx)tanto mi hanno taglieggiato nella 
borsa, facendomi a peso d'oro arbitrariamente ricomprare 
ogni mutazion di parola ch'io facessi: tal che se si suole 
talvolta nella vita ottenere ricx)mpensa dell'emendarsi, 
io ho dovuto all'incontro pagare per emendare i miei 
spropositi, o per barattarli. 

Si tornò d'Argentina* nella villa di Colmar, e pochi 



1 Argetìiiiut, che i Romani dicevano Argenioratnm, è il nome 
che gl'Italiani davano a Strasbnrgo, capitale dell'Alsazia. Cfr. Ma- 
CHiAVEivU. Ritratti delle cose dell' Alamagua. nella mia cdiz. del 
Principe e altri scritti minori, Milano. Hoepli. iQit), p. 300- 



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giorni dopo, verso il finir d'ottobre, l'amico se ne parti 
par Torino, lasciandomi sempre più desiderio di sé, e 
della sua dotta e piacevole compagnia. Si stette ancora 
tutto il noveml^re, e parte del decembre in villa, nel qual 
tempo mi andai rimettendo adagino della grande scossa 
avuta negli intestini; e così mezzo impotente tanto ver- 
seggiai alla meglio, o alla peggio, il Bruto secondo, che 
dovea esser l'ultima tragedia ch'io mai farei; e quindi 
dovendo venir l'ultima a stamparsi, non mi potea manca- 
poi tempo di limarla e ridurla a bene^. 

Arriv^ati in Parigi, dove atteso l'impegno della intrar 
presa stampa, era indispensabile ch'io mi fissassi a di- 
mora, cercai casa, ed ebbi la sorte di trovarne una molto 
lieta e tranquilla, posta isolata sul baluardo nuovo nel 
sobborgo di vSan Germano, in cima d'una strada detta del 
Monte Parnasso; luogo di bellissima vista, d'ottima aria, 
e solitario come in una villa ; compagno- della villa di 
Roma ch'io aveva abitata due anni alle Tenne^. Si portò 
cx)n noi a Parigi tutti i cavalli, di cui presso che metà cedei 
alla signora, sì pel di lei servizio, che per diminuirne a me 
la troppa spesa e divagazione. Così collocatomi, a bel- 
l'agio potei attendere a quella difficile e noiosa briga 
dello stampare; occupazione in cui rimasi sepolto per 
quasi tre anni consecutivi. 



^ Annali, 1787: ( Ricorrette le Odi cinque, e dettato il Dialogo^ 
e cominciato nel novembre la stampa di essi in Kehl, e intanto 
verseggiato il Bruto JI . Poche rime ■•. 

2 Simile. 

'^ In una lettera a Mario Bianchi, del 23 febbraio 178.S, l'Al- 
fieri scriveva: «... e così arrivai a decembre, nel cui principio 
partii per qui; dove appena giunto entrai in impicci più che mai, 
dovendomi cercar casa, e mobiliarla, e aggiustarmivi: occupa- 
zione veramente antiletteraria, e di cui solamente esco adesso 
dopo quasi tre me?i che son qui. Ma ho trovato, e sto in una casa 
piacevolissima, situata in una altezza, vicina a una delle belle 
passeggiate di qui, con molti alberi, vista assolutamente di cam- 
pagna e una quiete quanta e più ne potrei avere nella casa del 
Marchi ». 



296 



DAI.I.A «Vita»; IV. 18: 1788 



Dai,i,a « Vita »; IV, 18: 1789 



297 



Venuto intanto il febbraio del 1788, la mia donna ri- 
cevè la nuova della morte del di lei marito seguita in 
Roma, dove egli da più di due anni si era ritirato, lasciando 
Firenze. B benché questa morte fosse preveduta già da 
un pezzo, attesi i replicati accidenti che da più mesi 
l'aveano percosso; e lasciasse la vedova interamente li- 
bera di sé, e non venisse a perdere nel marito un amico ; 
con tutto ciò io fui con mia maraviglia testimonio ocu- 
lare, ch'ella ne fu non poco compunta, e di dolore certa- 
mente non finto, né esagerato; che nessun'arte mai en- 
trava in quella schiettissima ed impareggiabile indole. 
E certo quel suo marito, malgrado la molta disparità 
degli anni, avrebbe trovato in lei un'ottima compagna, 
ed un'amica se non un'amante donna, soltanto che non 
l'avesse esacerbata con le continue acerbe e rozze ed 
ebre maniere. Io doveva questa testimonianza alla pura 

verità^ 

Continuata tutto l'88 la stampa, e vedendomi oramai 
al fine del quarto volume, io stesi allora il mio Parere su 
tutte le tragedie, per poi inserirlo in fine dell'edizione. Mi 
trovai in quell'anno stesso finito di stampare in Kehl 
le Odi, il T>m\ogo,VEtruria e le Rime. Onde ostinato sempre 



1 Nella citata lettera al Bianchi, del 23 febbraio, l'Alfieri 
soggiungeva: « Nell'altra sua lettera ella mi dà una buona nuova, 
che ella spera di sfuggire i lacci matrimoniali ; me ne rallegro con 
lei, e tenga forte così. Abbiamo saputo qui, sono circa dieci giorni, 
la morte del personaggio di Roma : appena ancora lo possiamo cre- 
dere, tanto ci aveva egli persuasi della sua immortalità. Con tutto 
ciò per ora niente si muterà nel nostro modo di vivere ; e pur troppo 
temo che non potrò mai più stare lungamente a dimora in nessun 
luogo d'Italia ». Il sogno, adombrato nel sonetto del 22 giugno 
1783, Deh quando fia quel dì bramato tanto, di potere una volta 
chiamar santo il loro amore (« Quando l'un l'altro in dolce pace 
accanto.... L'amor nostro appellar potrem noi santo? i^), s'era 
presto dileguato. Cfr. Promessi Sposi, Vili, p. 123 della mia ediz. : 
«Addio, chiesa,... dove il sospiro segreto del cuore doveva essere 
solennemente benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi 
santo ». 



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più nel lavoro, e per vedermene una volta libero, nel sus- 
seguente anno continuai con maggior fervore, e verso 
l'agosto il tutto fu terminato, si in Parigi i sei volumi delle 
Tragedie, che in Kehl le due prose, del 'Principe e delle 
Lettere, e della Tirannide, che fu l'ultima cosa ch'io vi 
stampassi ^ Bd essendomi in quell'anno tornato sotto gli 
occhi il Panegirico prima stampato neir87, e trovatovi 
molte piccole cose che potrei emendare, lo volli ristam- 
pare; anche per aver tutte le opere egualmente bene 
stampate. Con gli stessi caratteri ed opera del Didot lo 
feci dunque eseguire; e v'aggiunsi l'Ode di Parigi sba- 
sì igliato, fatta per essermi trovato testimonio oculare 
del principio di quei torbidi^, e tutto il volumetto terminai 
con una Favoluccia, adattata alle correnti peripezie^. E 
cosi, vuotato il sacco, mi tacqui : nessuna altra mia opera 
avendo tralasciato di stampare, fuorché la tramelogedia 
d'Abele, perché in questo nuovo genere facea disegno di 
eseguirne varie altre; e la traduzion di Sallustio, perchè 
non mi pensava mai di entrare nel disastroso ed inestri- 
cabile labirinto di traduttore. 



1 Annali, 1789: « In tutto marzo dettate e corrette le cinque 
ultime tragedie; nell'ottobre steso il Parere su tutte: in tutto 
l'anno corrette le prove del secondo e terzo volume; e del Dialogo, 
e Poema, in Kehl; e cominciato a stamparvi le Rime. In tutto 
maggio, dettati e corretti i due libri del Principe, e della Tiran- 
nide, ed il Parere sulle tragedie ». 

2 Annali, 1789: «Nell'agosto, .scritta l'ode di Parigi sbasti- 
gliato, e stampatala nell'ottobre, dietro alla ristampa e correzione 
del Panegirico ». 

^ È la « favoletta allegorica », Le Mosche e l'Api, che comincia: 
D'api un libero sciame. 



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208 



Dai,i,a «Vita»; IV, 19: 1780 



DaXIvA u Vita»; IV, iq: 1790 



290 



CAPITOLO DKCIMONONO. 

Principio dei tumui^ti di Francia, i quau sturban- 
domi IX PIÒ MANIERE, DI AUTORE MI TRASFORMANO 
IN CIARLATORE. OPINIONE MIA SUIJ.E COSE PRESENTI 
E FUTURE DI QUESTO REGNO. 



Dall'aprile dell'anno 1789 in appresso, io era vissuto 
in molte angustie d'animo, temendo ogni giorno che un 
qualche di quei tanti tumulti che insorgevano ogni giorno 
in Parigi dopo la cx)nvocazione degli Stati Generali, non 
mi impedisse di terminare tutte quelle mie edizioni tratte 
quasi al fine, e che non dovessi dopo tante e si improbe 
spese e fatiche affondare alla vista del porto. Mi affrettava 
quanto più poteva; ma cosi non facevano gli artefici 
della tipografia del Didot. che tutti travestitisi in politici 
e liberi uomini, le giornate intere si consumavano a leg- 
gere gazzette e far leggi, in vece di comporre, correggere, 
e tirare le dovute stampe. Credei d'impazzarvi di rimbalzo.' 
Fu dunque immensa la mia sodisfazione, quando pure 
arrivò quel giorno, in cui finite, imballate, e spedite si 
in Italia che altrove, furono le tanto sudate tragedie^ 
Ma non fu lunga quella contentezza, perchè le cose an- 
dando sempre peggio, scemando ogni giorno la sicurezza 
e la quiete in questa Babilonia, e accrescendosi ogni giorno 
il dubbio, e i sinistri presagi per l'avvenire, chi ci ha che 
fare con questi scimiotti, come disgraziatamente siamo 



• Antìali. 1781): ( In tutto ranno, stampato in Parigi e rivisto 
le prove del quarto e quinto volume ; poi ristampate le tre prime 
tragedie ricorreggendole; il tutto finito circa il Natale. Stampato 
in Kehl le Rime intere, il libro del Principe, e gran parte di quello 
delia Tirannide. Poche rime ». 



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nel caso si la mia donna che io, è costretto di temer sempre, 
non potendo mai finir bene^. 

Io dunque oramai da più d'un anno vo tacitamente 
vedendo e osservando il progresso di tutti i lagrime voli 
effetti della dotta imperizia di questa nazione, che di tutto 
può sufficientemente chiacchierare, ma nulla può mai 
condurre a buon esito, perchè nulla intende il maneggio 
degli uomini pratici ; come acutamente osservò già e disse 
il nostro profeta politico. Machiavelli^. Laonde io addolo- 
rato profondamente, si perchè vedo continuamente la 
sacra e sublime causa della libertà in tal modo tradita, 
scambiata, e posta in discredito da questi semifilosofi; 
stomacato del vedere ogni giorno tanti mezzi lumi, tanti 
mezzi delitti, e nidla in somma d'intero se non se l'im- 
perizia d'ogni parte-'; atterrito finalmente dal vedere la 



^ ly'Alficri non fa cenno qui d'una sua generosa ingenuità. 
Il 14 niar/o 178») egli aveva diretta « al re I^uigi XVI » una sua 
lettera manoscritta, in cui. dopo un breve preambolo di presenta- 
zione sua, veniva fuori a dirgli: •( J'ai lente dans une courte prose 
italieiine, .sous le noni de l'iine, de conseiller à Trajan, niort, de 
renoncer à l'empire et de faire revivre la republique romaine. 
J'ose prier I^ouis XVI, vivant, d'un sacrifi.ce beaucoup moins 
grand, c'est de saisir simplement l'occasion qui se présente pour 
acquérir la gioire la plus singulière, la plus vrais et la plus diirable 
à la quelle aucun lionime puis.se atteindre; c'est d'aller vou.s- 
méme au devant de tout ce que le peuple vous demanderà pour 
sa juste liberté; de detruire vous-meme tout le premier, l'afifreux 
despotisnie que l'on a exercé sous votre noni; de prendre avec le 
peuple des mesures immanquablespourenempècher la revSurrection 
à janiais, et de vous faire par la spontanéité d'une noble et impe- 
rieuse démarche, un noni qu'aucnn roi n'a janiais eu ni n'aura ». 
^Cfr. soprattutto del Machiavelli i Ritratti delle cose della Francia, 
nel mio volume II Principe ecc., p. 279 ss. K quanto al titolo di 
profeta dato al .sommo statista, cfr. ivi, p. xxiri. la lettera indi- 
rizzatagli dairahiico Filippo da Casaveccliia. nella quale gli di- 
ceva: '< Ogni dì vi scopro il maggior profeta che avessino mai li 
Ebrei o altra generazione >. 

^ Cfr. l'epigramma del 15 ottobre 1788: 
Semi-Claudi imperanti, 



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300 



Dalila «Vita»; IV, 19: 1790 



Dai<i,a « Vita »; IV, 19: 1790 



301 



prepotenza militare, e la licenza e insolenza avvocatesca 
posate stupidamente per basi di libertà; io nuU'altro ora- 
mai desidererei, che di poter uscire per sempre di questo 
fetente spedale, che riunisce gli incurabili e i pazzi. E 
già fuor ne sarei, se la miglior parte di me stesso non vi 
si trovasse disgraziatamente per lei intralciata dalle sue 
circostanze. Instupidito dunque io pure dal perenne du- 
bitare e temere, da quasi un anno che son finite le tra- 
gedie, piuttosto vegetando che vivendo, strascino assai 
male i miei giorni; ed insterilitomi anche non poco il 
cervello con quijsi tre anni di continuo correggere e 
stampare, a nessuna lodevole occupazione mi so, né posso 
rivolgere^. Ho intanto ricevuto, e vo ricevendo da molte 
parti notizia, esservi giunta l'edizione delle mie tragedie; 
e pare che trovino smercio, e non dispiacciano. Ma sic- 
come le nuove mi sono date da persone piuttosto amiche 



Semi-Seian reggenti, 

Semi-Caton cantanti, 

Semi- Eschili scriventi, 

Han gl'Itali sì infranti, 

Che mezzo eunuchi siani, mezzo impotenti. 
E l'altro, del 28 gennaio 1796, Semi- Ateniesi i Galli son; chi il 
niega Oda lor lingua e il greco in piena lega. 

^ Scriveva il 7 novembre 1789 a Ippolito Pindenionte, in Ve- 
nezia: «A rivederla dunque, caro signor cavaliere, in I^ondra 
nel prossimo marzo, se pure potremo vsfuggire colla testa su le 
spalle di sotto a questa libertà inquisitoria e impiccante e spo- 
gliante ecc. ecc. ». E il 20 novembre al conte lyodovico vSavioli, 
in Bologna: < Le turbolenti novità occor.se in questo paese da pri- 
mavera in qua, il dubbio continuo in cui ho vissuto se vi potrei 
o no terminare questa edizione..., son le cagioni che da un mese 
all'altro mi hanno fatto differire di scriverle. Ora che siamo sfug- 
giti, o che almeno abbiamo in prospettiva un poco più lontanetta 
la guerra civile, la fame, e il fallimento (che sono i tre precipizi 
intorno a cui chiunque abita in Parigi si vede aggirato), che mi 
pare di poter per certo sperare di veder terminata questa mia 
edizione dentro il prossimo dicembre, mi fo un pregio di parte- 
ciparglielo ». 




mie, o benevole, non me ne lusingo gran fatto. Ed in fine 
mi sono proposto fra me e me, di non accettare né lode, 
né biasimo, se non mi recano e l'uno e l'altro il loro perchè; 
e voglio dei perchè luminosi, che ridondino in utile del- 
l'arte mia e di me. Ma di questi perchè pur troppo pochi 
se ne raccapezza, e nessuno finora me n'è pervenuto. 
Onde tutto il rimanente reputo per non accaduto. Queste 
cose, benché io le sapessi già prima benissimo, non mi 
hanno però fatto mai risparmiare né la fatica, né il tempo, 
per fare il meglio quant'era in me. Tanto piti lode ne rice- 
veranno forse le mie ossa col tempo, poiché io con tale 
tristo disinganno innanzi agli occhi, ho pure si osti- 
natamente persistito a far bene piti assai che a far 
presto, non mi piegando a corteggiare mai altri che il 
vero. 

Quanto poi alle sei mie diverse opere stampate in 
Kchl, non voglio pubblicare per ora altro che le due prime, 
cioè V America libera, e la Virtù sconosciuta) riserbando 
l'altre a tempi men burrascosi, ed in cui non mi possa esser 
data la vile taccia, che non mi par meritare, di aver io 
fatto coro con i ribaldi, dicendo quel ch'essi dicono, e 
che pur mai non fanno, né fare saprebbero né potrebbero. 
Con tutto ciò ho stampate quelle opere, perchè l'occasione, 
come dissi, mi v'invitò; e perchè son convinto, che chi 
lascia dei manoscritti non lascia mai libri : nessun libro 
essendo veramente fatto e compito, s'egli non è con somma 
diligenza stampato, riveduto, e limato sotto il torchio, 
direi, dall'autore medesimo. Il libro può anche non esser 
fatto né compito, a dispetto di tutte queste diligenze ; 
pur troppo è cosi : ma non lo può certo essere veramente, 
senz'esse. 

Il non aver dunque per ora altro che fare; l'aver 
molti tristi presentimenti; e il credermi (lo confesserò in- 
genuamente) di avere pur fatto qualche cosa in questi 
quattordici anni ; mi hanno determinato di scrivere questa 
mia vita, alla quale per ora fo punto in Parigi, dove l'ho 
stesa in età di anni quarant'uno e mesi, e ne termino il 
presente squarcio, che sarà certo il maggiore, il di 27 



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Dai,i.a u Vita »; IV. 19: 1790 



303 



maggio dell'anno 1790^ Né penso di rileggere più né 
guardare queste mie ciarle, fin presso agli anni sessanta, 
se ci arriverò, età in cui avrò certamente terminata la 
mia carriera letteraria. Ed allora, con quella freddezza 
maggiore che portano seco i molti anni, rivedrò poi questo 
scritto, e vi aggiungerò il conto di quei dieci o quindici 
anni all'incirca, che avrò forse ancora impiegati in com- 
porre, o applicare. Se io verrò ad eseguire i due o tre di- 
versi generi in cui fo disegno di provare le mie ultime 
forze, aggiungerò allora quegli anni in ciò impiegati, a 
questa quarta epoca della virilità^; se no, nel ripigliare 
questa mia confession generale, incomincerò da quegli 
anni miei sterili la quinta epoca; della mia vecchiaia e 
rimbambimento, la quale, se punto avrò senno ancora e 
giudizio, brevissimamente, siccome cosa inutile sotto ogni 
aspetto, la scriverò. 



^ Annali, 1790: k Nell'aprile e iiiaijgio, scritto la propria Vita 
fino al presente ». 

- Riprese difatto la narrazione in Firenze, il 4 maggio 180^; 
e a qnesti diciannove capitoli dell'Epoca IV ne aggiunse altri do- 
dici, fino al trentunesimo, apponendovi la data: « A dì 14 maggio 
1803, Firenze». A codesta Parte seconda premise il seguente 
Proemietto: 

« Avendo riletto circa 1 3 anni dopo, trovandomi fisso in Fi- 
renze, tutto quello ch'io aveva scritto in Parigi concernente la 
mia vita sino all'età di anni quarantnno, a poco a poco lo andai 
ricopiando, e un pocolino ripulendo, perche riuscisse chiaro e pia- 
nissimo lo stile Dopo averlo ricopiato, giacché mi trovava ingol- 
fato nel parlar di me. pensai di continuare a descrivere questi 
tredici anni, nei quali mi pare anche di aver fatto pur qualche 
cosa che meriti d'essere saputa. K siccome gli anni crescono, le 
forze fisiche e morali scemano, e verisimilmente oramai ho finito 
di fare, mi lusingo che questa seconda parte, che sarà assai più 
breve della prima, sarà anche l'ultima; poiché entrato nella vec- 
chiaja, di cui i miei 35 anni vicini mi hanno già introdotto nel li- 
mitare, e atteso il gran logoro che ho fatto di corpo e di spirito, 
ancorché io viva dcllaltro, nulla oramai facendo, pochissimo mi 
si presterà da dire ». 



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Ma se io poi in questo frattempo venissi a morire, 
che è il più verisimile ; io prego fin d'ora un qualche mio 
benevolo, nelle cui mani venisse a capitar questo scritto, 
di farne quell'uso che glie ne parrà meglio. S'egli lo stam- 
perà tal quale, vi si vedrà, spero, l'impeto della veracità 
e della fretta ad un tempo ; cose che portan seco del pari 
la semplicità e l'ineleganza nello stile. Né, per finire la 
mia vita, quell'amico vi dovrà aggiunger altro di suo, se 
non se il tempo, il luogo ed il modo in cui sarò morto. E 
quanto alle disposizioni dell'animo mio in quel punto, 
l'amico potrà accertare arditamente in mio nome il let- 
tore, che troppo conoscendo questo fallace e vuoto mondo, 
nessuna altra pena avrò provato lasciandolo, se non se 
quella di abbandonarvi la donna mia; come altresì fin 
ch'io vivo, in lei sola e per lei sola vivendo oramai, nessim 
pensiero veramente mi scuote e atterrisce, fuorché il 
timore di perderla: né d'altra parte io supplico il cielo, 
che di farmi uscir primo di queste mondane miserie. 

Ma se poi l'amico qualunque a cui capitasse questo 
scritto, stimasse bene di arderlo, egli farà anche bene.. 
Soltanto prego, che se diverso da quel ch'io l'ho scritto 
gli piacesse di farlo pubblico, egli lo raccorcisca e lo muti 
pure a suo piacimento quanto all'eleganza e lo stile, ma 
dei fatti non ne aggiunga nessuni, né in veriin modo alteri 
i già descritti da me. Se io, nello stendere questa mia vita, 
non avessi avuto per primo scopo l'impresa non volga- 
rissima di favellar di me con me stesso, di spacciarmi qual 
sono in gran parte, e di mostrarmi seminudo a quei pochi 
che mi volevano o vorranno conoscere veramente; avrei 
saputo verisimilmente anch'io restringere il sugo, se alcun 
ve n'ha, di questi miei quarantun anni di vita in due o 
tre pagine al più, con istudiata brevità ed orgoglioso 
finto disprezzo di me medesimo taciteggiando. Ma io 
allora avrei voluto in ciò più assai ostentare il mio in- 
gegno, che non disvelare il mio cuore, e costumi. Siccome 
dunque all'ingegno mio (o vero o supposto ch'ei sia) ho 
ritrovato bastante sfogo in tante altre mie opere, in questa 
mi son compiaciuto di darne uno più semplice, ma non 



304 



Dai,i.a « Vita »; IV, 19: 1790 



meno importante, al cuor mio, diffusamente a guisa di 
vecchio su me medesimo, e di rimbalzo, su gli uomini 
quali soglion mostrarsi in privato, chiacchierando. 

Firenze, di 2 maggio 1803. 



Parigi. Letto nel marzo del 1798 per la prima volta alla 
mia donna. 



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Me Tolg àya&ols ó/uiXelv, 

Pindaro, Od. Piz., II, v. 175. 

Verba lyrae niotura sonum connectere digner? 
Orazio, Epistola 2», libro II, v. 86. 



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Alfieri, II. 



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I. — Il ratto di Ganimede. 

Volea gridar, fuggir volea: ma vinto 
Da sovrumana forza, immobil stette 
L'Idèo garzon fra le amorose strette 
Di Giove augel tenacemente avvinto. 

Tutto è nel viso di pietà dipinto ; 
Le voci al core ha per timor ristrette^ 
Piange, ch'altro ei non puote; e sé commette 
Al rapitor, che indarno avria respinto. 

Lieto il dio della preda, all'aura i vanni 
Rapidissimo spiega, e al ciel poggiando. 
Dolci lascivi baci al giovin fura. 

Garzon, che giova il pianto ? a che ti affanni ? 
AU'invida Giunon pungente cura 
In ciel tu sali: e salirai tremando? 

Dicembre 1776. — Cfr. Vita, IV, 3. 



; 



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II. 



Presso la tomba del Tasso. 



Del sublime cantore, epico solo. 
Che in moderno sermon l'antica tromba 
Fea risuonar dall'uno all'altro polo, 
Qui giaccion l'ossa, in si negletta tomba? 

Ahi Roma ! e un'urna a chi spiegò tal volo 
Nieghi, mentre il gran nome al ciel rimbomba ? 
Mentre il tuo maggior tempio al vile stuolo 
De' tuoi vescovi re fai catacomba ? 



Dai^e «Rime»; 1777-78 



309 



308 



Dai,i,e « Rime »; T777 



Turba di morti che non fur mai vivi, 
Esci, su dunque; e sia di te purgato. 
Il Vatican, cui di fetore empivi: 

I/à, nel bel centro d'esso ei sia locato. 
Degno d'entrambi il monumento quivi 
Michelangiolo ergeva al gran Torquato. 



1777- — C^r- Vita, IV, IO. 



III. — Nato in paese non ubero, 

COME POSSA VENIRE IN FAMA. 

Uom, cui nel petto irresistibil ferve 
Vera di gloria alta divina brama, 
Nato in contrada ove ad un sol si serve, 
Come acquistar mai puossi eterna fama ? 

Dal volgo pria dell'alme a lui conserve 
Si spicca, e poggia a libertà che il chiama, 
Attergandosi e l'ire e le proterve 
Voglie del sir, che la viltà sol ama. 

Ma poi convinto che impossibil fora 
Patria trovar per chi senz'essa è nato, 
Benché lungi, al suo nido ei pensa ognora. 

Liberarlo col brando non gli è dato: 
Con penna dunque in un se stesso onora, 
E a' suoi cx)noscer fa lor servo stato. 



Città, non cittadini; augusti tenipj, 
Religion non già; leggi, che ingiuste 
Ogni lustro cangiar vede, ma in peggio: 

Chiavi, che compre im di schiudeano agli empj 
Del ciel le porte, or per età vetuste: 
Oh, se' tu Roma, o d'ogni vizio il seggio ? 

Dicembre 1777. — Cfr. Vita, IV, 5 e io. 



V. — Ai,i,A Morte. 

Bieca, o Morte, minacci? e in atto orrenda, 
Iv'adunca falce a me brandisci innante? 
Vibrala, su: me non vedrai tremante 
Pregarti mai, che il gran colpo sospenda. 

Nascer, si, nascer chiamo aspra vicenda, 
Non già il morire, ond'io d'angosce tante 
Scevro rimango; e un solo breve istante 
De' miei servi natali il fallo ammenda. 

Morte, a troncar l'obbrobriosa vita. 
Che in ceppi io traggo, io di servir non degno, 
Che indugi omai, se il tuo indugiar m'irrita ? 

Sottrammi ai re, cui sol dà orgoglio, e regno, 
Viltà dei più, ch'a inferocir gl'inxàta, 
E a prevenir dei pochi il tardo sdegno. 

17 gennaio 1778. — Cir.Vita, III, 14; e Giornali, 26 aprile 1777. 



IV. — IvO Stato romano. 

Vuota insalubre region, che stato 
Ti vai nomando; aridi campi incolti; 
Squallidi oppressi esteniiati volti 
Di popol rio codardo, e insanguinato; 

Prepotente, e non libero senato 
Di vili astuti in lucid'ostro involti; 
Ricchi patrizj, e più che ricchi, stolti; 
Prence, cui fa sciocchezza altrui beato: 



VI. — Alyl^A SUA DONNA. 

Negri, vivaci, e in dolce fuoco ardenti 
Occhi, che date a un tempo e morte e vita; 
Siate, ven prega l'alma mia smarrita, 
Per breve istante a balenar più lenti. 

Di vostra viva luce in parte spenti 
Bramo i raggi per ora, ond'io più ardita 
Mia vista innalzi, e come Amor m'invita, 
lyci con mie rime di ritrarre io tenti. 



310 



DAI.I.K « Rime >»; 1778 



Dai.uv «Rime»; 1778 



311 



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7 



Voi, voi ne incolpo, se il soave riso, 
Se il roseo labbro, e ad uno ad un dipinto 
Gli atti non ho del suo celeste viso. 

Ah, che a tropp'alta impresa io m'era accinto ! 
Questi occhi han me da me si appien diviso, 
Ch'oltre mia lingua, ogni mio senso è avvinto. 

1778. — Cfr. Vita, IV. 5 e 7. 



VII. — Kl Iv'AMA. 

S'io t'amo ? Oh donna ! io noi diria volendo. 
Voce esprimer può mai quanta m'inspiri 
Dolcezza al cor, quando pietosa giri 
Vèr me tue luci, ove alti sensi apprendo ? 

S'io t'amo ? E il chiedi ? E noi dich'io tacendo ? 
E non tei dicon miei lunghi sospiri; 
E l'alma afflitta mia, che par che spiri. 
Mentre dal tuo bel ciglio immobil pendo ? 

E non tei dice ad ogni istante il pianto, 
Cui di speranza e di temenza misto, 
Versare a un tempo e raffrenare io bramo ? 

Tutto tei dice in me: mia lingua intanto 
Sola tei tace, perchè il cor s'è avvisto, 
Ch'a quel ch'ei sente, è tm nulla il dirti: Io t'amo. 

1778. ; 



VIII. 



Essa i/ama. 



Tu m'ami? Oh gioja ! I tuoi raggianti sguardi 
Gira dunque vèr me pietosi un poco; 
Tua parte prendi del mio intenso foco, 
O in me saetta men pungenti dardi. 

Deh come dolce amorosetta guardi! 
Oh qual ne' tuoi begli occhi Amor fa gioco ! 
L'alma già già non trova in me più loco: 
Or via, se m'ami, a m'aitar che tardi? 



Tremule spésso e languidette io vidi 
Le tue negre pupille umide farsi; 
Né par che sola in lor pietà si annidi. 

Dicon tue luci: fi poco amor giurarsi 
Dicalo il labro alfine; ond'io poi gridi: 
Felice il di ch'io venni, e vidi, ed arsi. 



1778. 



IX. 



Ora solamente egu vive. 



Già cinque interi, e più che mezzo il sesto 
Lustro ho trascorso, e dir non oso: Io vissi; 
Che quanto io lessi, vidi, appresi, o scrissi. 
Or sento essere un nulla manifesto. 

Appresi io mai ciò ch'ora apprendo in questo 
Celeste sguardo, in cui miei sguardi ho fissi? 
Pria che a' tuoi rai, mio Sol, le luci aprissi. 
S'io chieggo a me: che fui?, muto mi resto. 

Che fui, che seppi, e che vid'io finora ? 
Io, che a mirarti, oimè!. si tardi arrivo; 
E, giunto in tempo, altr'uom già forse io fora. 

Or che a te sola penso, e parlo, e scrivo, 
E son tuo, se mi vuoi, finch'io mi mora; 
Ora incomincio, e ardisco dir ch'io vivo. 

1778. 



X. — Dinanzi ai. ritratto di i,ei. 

Tu sei, tu sei pur dessa: amate forme, 
Deh, come pinte al vivo! Ecco il vermiglio 
Labro, il negr 'occhio, il sen che vince il giglio, 
D'ogni alto mio pensier le amate norme. 

Meco la viva immago e veglia, e dorme; 
Or la bacio, or la chiudo, or la ripiglio; 
Or sul cor me l'adatto, ora sul ciglio, 
Qual uom che di ragion smarrite ha l'orme. 



310 



Dai,i«e « RiMK »; 1778 



Voi, voi ne incolpo, se il soave riso, 
Se il roseo labbro, e ad uno ad un dipinto 
Gli atti non ho del suo celeste viso. 

Ah, che a tropp'alta impresa io m'era accinto ! 
Questi occhi han me da me si appien diviso. 
Ch'oltre mia lingua, ogni mio senso è avvinto. 

1778. — Cfr. Vita, IV, 5 e 7. 



Dai,uv «Rime »; 1778 



Tremule spésso e languidette io vidi 
Le tue negre pupille umide farsi; 
Né par che sola in lor pietà si annidi. 

Dicon tue luci: ìv poco amor giurarsi 
Dicalo il labro alfine; ond'io poi gridi: 
Felice il di ch'io venni, e vidi, ed arsi. 

1778. 



311 



VII. 



Ex Tv' AMA. 



S'io t'amo ? Oh donna ! io noi diria volendo. 
Voce esprimer può mai quanta m'inspiri 
Dolcezza al cor, quando pietosa giri 
Vèr me tue luci, ove alti sensi apprendo ? 

S'io t'amo ? E il chiedi ? E noi dich'io tacendo ? 
E non tei dicon miei lunghi sospiri; 
E l'alma afflitta mia, che par che spiri, 
Mentre dal tuo bel ciglio immobil pendo ? 

E non tei dice ad ogni istante il pianto, 
Cui di speranza e di temenza misto, 
Versare a un tem])o e raffrenare io bramo ? 

Tutto tei dice in me: mia lingua intanto 
Sola tei tace, perchè il cor s'è a\'visto, 
Ch'a quel ch'ei sente, è un nulla il dirti: Io t'amo. 

1778. 

V'III. — Essa i/ama. 

Tu m'ami ? Oh gioja ! I tuoi raggianti sguardi 
Gira dunque vèr me pietosi un poco; 
Tua parte prendi del mio intenso foco, 
O in me saetta men pungenti dardi. 

Deh come dolce amorosetta guardi! 
Oh qual ne' tuoi !>egli occhi Amor fa gioco ! 
L'alma già già non trova in me più loco: 
Or via, se m'ami, a m'aitar che tardi .** 



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IX. — Ora solamente egi.i vive. 

Già cinque interi, e più che mezzo il sesto 
Lustro ho trascorso, e dir non oso: Io vissi; 
Che quanto io lessi, vidi, appresi, o scrissi, 
Or sento essere un nulla manifesto. 

Appresi io mai ciò ch'ora apprendo in questo 
Celeste sguardo, in cui miei sguardi ho fissi? 
Pria che a' tuoi rai, mio Sol, le luci aprissi. 
S'io chieggo a me: che fui?, muto mi resto. 

Che fui, che seppi, e che vid'io finora? 
Io, che a mirarti, oimè!, sì tardi arrivo; 
E,' giunto in tempo, altr'uom già forse io fora. 

Or che a te sola penso, e parlo, e scrivo, 
E son tuo, se mi vuoi, finch'io mi mora; 
Ora incomincio, e ardisco dir ch'io vivo. 

1778. 



X 



Dinanzi al ritratto di lei. 



Tu sei, tu sei pur dessa: amate forme, 
Deh, come pinte al vivo! Ecco il vermiglio 
Labro, il negr 'occhio, il sen che Wnce il giglio, 
D'ogni alto mio pensier le amate norme. 

Meco la viva immago e veglia, e donne; 
Or la bacio, or la chiudo, or la ripiglio; 
Or sul cor me l'adatto, ora sul ciglio, 
Qual noni che di ragion smarrite ha l'orme. 



312 



Dai,i.e « Rime »; 1778 



Poi le favello; e in suo tenor mi pare 
Ch'ella m'intenda, e mi sorrida, e dica: 
Di figger baci in me non ti saziare; 

Mercè n'avrai dalla tua dolce amica; 
Ch'ella quant'io n'ho tolti a te può dare, 
Se a\^àen che a lei piangendo tu il ridica, 



1778. 

XI. — ElvLA NON SA IL SUO TRA VACUO. 

Ah! tu non odi il sospirar profondo, 
Il parlar rotto, i flebili lamenti, 
Onde avviemmi che in vano al core io tenti 
Scemare in parte di sue doglie il pondo ! 

Me tu non vedi, allor ch'io '1 petto inondo 
Di duo rivi perenni al suol cadenti. 
Oh, se mai mi vedessi!... E con quai stenti 
Questo fero mio stato a ogni uom nascondo ! 

Ciò tu non sai; che il Sole almo dal cielo 
Non sa che iniqua nebbia i fiori adugge, 
Cui vede alteri ognora in loro stelo. 

Cosi il martfr, che me consuma e strugge. 
Noi sai, se in meste rime io noi rivelo; 
Che al tuo apparire ogni mio duol sen fugge. 

1778. 

XII. — Non cesserà mai d'amari^a. 



Cessar io mai d'amarti? Ah!, pria nel cielo 
Di sua luce vedrai muta ogni stella ; 
Lo gran pianeta, che ogni cosa abbella, 
Ingombro pria vedrai d'eterno velo: 

Pria verran manco, al crudo verno il gelo, 
Erbette e fiori alla stagion novella, 
Al mio signor faretra, arco, e quadrella, 
Gio\'inezza e beltade al Dio di Delo. 



DAI.1.E «Rime»; 177^ 



313 



Cessar d'amarti? o mia sovrana aita, 
Di', non muovon da te l'aure ch'io spiro ? 
Fonte e cagion non mi sei tu di vita ? 

Principio e fin d'ogni alto mio desiro; 
Finché non sia da me l'alma partita, 
Tuo sarà, né mai d'altra, il mio sospiro. 

5 febbraio 1778- 

XIII. — A1.1.A VENERE Medicea. 

O di terreno fabro opra divina, 
Pario spirante marmo, immagin viva, 
Che di favella, ma non d'alma, priva, 
Finor sedevi di beltà reina: 

Cedi il regno, che il cielo omai destina 
A mortai donna, a cui null'altra arriva ; 
Cui forse invidia la tua stessa Diva 
Nata fuor dell'azzurra onda marina. 

Arte, audace assai troppo, ogni sua cura 
Posta in formar di te cosa perfetta, 
Già parca di sua palma ime sicura; 

Ma, lunga etade a soggiacer costretta, 
Dal suo letargo è sorta al fin Natura, 
E fa questa mirabile vendetta. 

Firenze, 8 febbraio 1778. 



XIV. — Iv' AMERÀ PUR DOPO I.A SUA MORTE. 

E s'egli è ver, che allo stellato giro 
Libera e sciolta il voi dispieghi ardita 
L'alma, e per morte in noi non sia finita 
Ogni gioia, ogni spene, ogni martiro; 

Io fatto spirto, a nullo bene aspiro, 
Che a quel ch'io m'ebbi innanzi alla partita ; 
La sola vista di beltà infinita, 
A cui boutade ed onestà si unirò. 



3^4 



Dauj*: < Rimi-: »; 1778 



Là, se il gran Nume a dar ragion mi appella 
Del mio terreno oprar, nnll'altro anelo 
Che poter dirgli: Io vissi anima ancella 

Di duo begli occhi, e vagheggiai, noi celo, 
Di quante festi mai l'opra più bella: 
Né nierto altr'ebbi che l'amor ch'io svelo. 

1778. 



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Dalile <« Il ime »: 1778 



315 



L'ira, che molto in cor gentil non dura, 
Fuggiva; e serenarsi a i)oco a poco 
Vedea la fronte turbatetta, e oscura. 

Ma non avean i)erciò mie voci loco: 
lo piangeva, e tacca. La fé si giura 
^leglio col pianto, allor che vero è il foco. 



XV. — IvSSA SI AVANZA. 

Che fia ? nù par che in cielo il Sol sfavilli 
Oltre l'usato assai; l'aer più sereno, 
Di Mille odor soavemente pieno. 
Par ci;e ambrosia celeste in cor mi stilli. 

Di uo proprio splendor cosi non brilli, 
Natura, mai; né credo il bel terreno 
Sacro a Venere avesse il di si ameno. 
L'aure si dolci, i venti si tranquilli. 

Or veggio, or veggio alta cagion, che muove 
A pompeggiare ogni creata cosa, 
Fogge vestendo ahne, leggiadre e nuove. 

Di sua magion, qual mattutina rosa, 
Spuli uà colei che può far forza a Giove; 
E si r'ranza vèr me tutta amorosa. 

Firenze, 1 febbraio 1778. 



XVI. — KSSA iv OKI.OSA. 

Or si, che m'ami; or non fallaci ho i segni 
Visto di caldo amor tra ciglio e ciglio. 
Dove, non senza mio grave periglio, 
Scòrsi una nube di gelosi sdegni. 

Gli occhi d'amare lagrime eran pregni, 
E parean minaccianni un duro esigilo; 
Tal ch'io mi presi di tacer consiglio, 
Né osai pur dirti: Sola in me tu regni. 



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XVII. — PKR farsi ubero, DONA IL SUO PATRIMONIO. 

Negri panni, che sete ognor di lutto, 
O vero o finto, appo ad ogni altri insegna; 
Io per sempre vi assumo oggi che degna 
Libertà vera ho compra al fin del tutto. 

Rotti ho i ceppi in cui nacqui: a ciglio asciutto 
Gli agi paterni dono, e in un la indegna 
Lor servitù, che a star tremante insegna, 
E a non cor mai d'alto intelletto il frutto. 

L'ostro, l'infamia, i falsi onori, e l'oro, 
Abbian quei tanti, in cui viltade è innata, 
Pregio il servire, il non pensar decoro. 

Io per me sorte stimo assai beata 
Non conoscer né ambire altro tesoro, 
Che fama eterna col sudor mercata. 

Marzo 1778. — Cfr. Vita, IV, 6 e 30. 



XVIII. — Non k più lui. 

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Solo al girar d'un bel modesto sguardo, 
Color, voglia, pensiero io cangio, e stato, 
Il a .seconda ch'io 'l veggo, o dolce, o irato. 
Temo a vicenda o s])ero,- agghiaccio od ardo. 

Son io queir un dal maschio cx)r gagliardo, 
Che per non mai servir credeasi nato ? 
Che contro Amor già da molt'anni armato, 
A sclurno omai ])igliava ogni suo dardo? 



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Daujc « lliMK >.; 1778 



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Ah ! non son quello : o per vergogna il (leggio 
Negare almeno, or che la mia fierezza 
Volta in perfetta obbedienza io veggio. 

^Ma voi, cui rider fa mia debolezza. 
Pria di rider, mirate (altro non chieggio) 
A quai virtudi io servo, a qual bellezza. 

1778. 



XIX. — KSSA HA I,A PAUIA DI VIRTÙ E DI BEI.TÀ. 

O leggiadro, soave, e in terra solo. 
Viso che in ciel s'invidieria fors'anco; 
A dir di te il mio stil vieppiù vien manco, 
Tal sovr'ogni beltade innalzi il volo: 

Già tue angeliche forme infra lo stuolo 
Posto m'avean di quei che il viver franco 
Non chiaman vita; e il trar dall'egro fianco 
Sospiri ognora, non l'estiman duolo. 

Che fu poi quando sotto tali spoglie 
Si schietto un cor, cosi sublime un'alma 
Trovai, discesa dall'eteree soglie ? 
^ Oh quanto men di mia terrestre salma 
Carco vado, in amar donna che coglie, 
Pria di virtù, poi di beltà la palma ! » 



1778. 



» Cfr. la canzone di Fulvio Tosti Coafauza in hclìa donna: 

Aver «lebauo il ciglio, e don» il crine. 
Oli occhi di fuoco, il sen di neve, i labri 
D'animati cinabri. 
Di perle i denti orientali e line. 
Vostri titoli son; v'amo per loro: 
Per la virtù non v'amo no. v'adoro. 




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Dai,i,k «Rime»; 1778 



317 



XX. — Beati voi, vaghi augei^letti! 

Vaghi augelletti, che tra fronda e fronda 
Ite alternando si soavi note; 
Beati voi, cui non avara dote, 
Ma solo amor vostri imenèi feconda! 

Gioia ben altra i vostri petti inonda ; 
Vi son le stolte umane leggi ignote, • 
E le promesse rie* di fé si vuote ; 
Vane al vento parole, o scritte in onda. 

Beati voi, che nullo Nume avete 
Fuor che Amore in amor ! Nume cui luuge 
Tien da noi de' parenti il ciglio torvo. 

D'età, di forma, e d'amorosa sete 
Pari ei vi accoppia ognor; né mai congiunge 
Caudidetta colomba a vecchio corvo. 

1778. — Cfr. Vita, IV. 18. 



XXI. — Si È FATTO ubero, 

E NON HA PIÙ NUI.LA A TEMERE. 

Oggi ha sei lustri, appiè del colle ameno 
Che al Tanaro tardissimo sovrasta, 
Dove Pompeo piantò sua nobil asta, 
L'aure prime io bevea del di sereno. 

Nato e cresciuto a rio servaggio in seno. 
Pur dire osai: Servir, l'alma mi guasta; 
l/oco, ove solo UN cx)ntra tutti basta, 
Patria non m'è. benché natio terreno. 

Altre leggi, altro cielo, infra altra gente 
Mi dian scarso, ma libero ricetto, 
Ov'io i^ensare e dir possa altamente. 






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Esci dunque, o timore, esci dal petto 
Mio, che attristasti già si lungamente; 
Meco albergar non dèi sotto uniil tetto. 

31 dicembre 1778. — Si narra che Asti sia stata riedificata da 
Pompeo, uel ritorno dalle Spagne, piantando la sua asta sulle 
fresche rovine dell'antica città, ed esclamando: iUchastammeam 
planio: haec crit hasla ìiica. 



XXII. — I/A Toscana antica e i,a moderna. 

Qui Micliel-Angiol nacque? e qui il sublime 
Dolce testor degli amorosi detti? 
Qui il gran poeta, che in si forti rime 
Scolpi d'inferno i pianti maladetti ? 

Qui il celeste inventor, ch'ebbe dall'ime 
Valli nostre i pianeti a noi soggetti? 
E qui il sovrano pensator, ch'esprime 
Si ben del prence i dolorosi effetti ? 

Qui nacquer, quando non venia proscritto 
Il dir, leggere, udir, scHver, pensare; 
Cose, ch'or tutte appongonsi a delitto. 

Non v'era scuola allor del rio tremare; 
Né si vedeva a libro d'oro inscritto 
Uom, per saper gli altrui pensier spiare. 

z-j gennaio 1779. — Questo sonetto deve avere ispirato il 
Foscolo, nel celebre passo dei Sepolcri che commemora i sommi 
Toscani sepolti in Santa Croce. Circa il singolare modo di giudi- 
care degl'intenti del :\Iachiavclli nel Principe, «del prence idolo- 
rosi clTetti ., cfr. il mio saggio su La mente e l'opera di X. Ma- 
chiavelli, premesso all'edi/.. del Principe, Milano, Iloepli, ujiG, 
p. r,xv ss.'v e la dotta e arguta memoria, di cui ora soltanto ho 
notizia, del prof. EVASIO CoMEtLO. Tre versi di U. Foscolo su 
-V. Machiavelli, Casale Monferrato, 1013. 



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XXIII. — E GE1.OSO. 

Se al fuocx) immenso ond'io tu tt 'ardo, il gelo 
Vedi or frammisto di gelosa tema. 
Donna, chi '1 fa ? solo il sentir la estrema 
Possa die in duo negri occhi accolto ha il cielo; 

E il veder vano di modestia il velo 
Contra l'ardente forza lor suprema. 
Dunque, non è ch'entro il tuo core io tenia 
Che Amor penetri con novello telo. 

Ah ! se in me pur sorgesse il rio sosj^etto. 
Basterebbe un tuo can'dido sorriso 
A far che mai non mi tornasse in petto: 

Ben mi dolgo del troppo amabil viso, 
Che in forti lacci ognun che il mira ha stretto. 
Martir si dolc^ io noi vorria diviso. 

19 giugno 1779. 



XXIV. — Parla una madre. 

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Ch'io ponga al duolo tregua ? 
Ch'io rassereni il ciglio ? 
Ah! voi che il dite, non perdeste un figlio; 
Né di madre l'amore 
Voi conosceste mai ! Non si dilegua 
D'orba madre il dolore, 
Cui dolor nullo adegua. 
Rasciugar non vo' il pianto 
Dagli occhi miei, se tanto 
Dir non mi ardisce un'altra genitrice 
Al par di me infelice. 

Deh! per pietà lasciate, 
Che tanto e tiinto io pianga, 
Che col mio tiglio in tombii anch'io rimanga. 



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Dai^i^E « RiNiB j>; 1780 



Dai,us «Rime»; 1780-81 



321 



Ma, se qualche sollievo 

Degnili or vi piace, meco lagriniatc; 

Altro uon ne ricevo... 

Ovver di lui parlate. 

Ksca aggiungete ad esca: 

Fate ch'ei più m'incresca. 

Il duol di ch'io mi pasco in cui 'sol vivo, 

Per voi sia in me più vivo. 

Ditemi ch'ei vezzoso, 
Di mille grazie adorno, 
Pargoleggiando alla sua madre intorno, 
Sol beata la fea. 

Unica speme al padre or lagrimoso. 
Dite com'ei crescea 
D'indole generoso. 
Dite... Che più? m'avveggo 
Che al vostro dir non reggo... 
Pietosi adunque al mio martir tacete... 
E in un con me piangete. 

• Siena agosto 1777, per la morte di un bimbo della signora Ma- 
ria Vaselli. In una lettera, del 3 novembre 1801, alla sua desolata 
sorella Giulia, l'Alfieri ripeteva: « Non intraprendo qui a consolarvi 
con i soliti discorsi: una madre non si può consolare di un figlio 
unico, se non con lo sfogo di un giusto dolore, e col tempo. Ma se 
pure vi può essere di qualche sollievo il vedere qualcuno che di 
cuore \ eramente si dolga con voi, abbiatemi per quello che dopo 
di voi ha certamente sentito più vivamente un tal colpo. Il mio 
dolore noti si può e non si deve agguagliare mai al vostro, ma egli 
supera di gran Imiga quello che mi sarei imaginato •. Cfr.anche 
l'Avvertenza premessa alla Merope, nella mia ediz. delle Tragedie, 
p. 182. 



XXV. — Pkr una danzatrice. 

Agii pie che non segni hi terra traccia, 
vSì Heve lieve, in mille guise elette, 
Avjnoniose scaltre carolette 
Intrecci, onde ogni cuor vinto si allaccia; 



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O sia tu spicchi un breve voi, che faccia 
Intorno intorno tremolar le aurette; 
O sien tue mosse al suolo in sé ristrette, 
Ferv'ide e triste, ch'una l'altra caccia: 

A tue bell'arti campo esser vorria, 
Non venal palco infra inesperto coro. 
Ma verde piaggia, ove smaltato pria 

Natura avesse di vermiglio e d'oro. 
Il gran Giove mirarti ivi dovria 
Danzar fra le tre Grazie, e vincer loro. 



Firenze, 23 ottobre 1780* 



XXVI. — Al Sole. 

Sole, di un mesto velo tenebroso 
Io ti vedea coprir gli almi tuoi rai 
Ieri, in quel punto orribil doloroso. 
In cui dalla mia donna mi strappai. 

E parca quel tuo aspetto lagrimoso 
Dirmi: Non vidi nel mio corso mai 
Caso d'amor più rio, né più sforzoso 
Commiato, né più veri e crudi lai. 

Oggi, perché mostrar serena tanto 
E allegra a me la tua raggiante fronte ? 
Che ? non é tutta or la natura in pianto ? 

Oh qual sollievo è che in altrui s'ùnpronte 
Del dolor nostro almen l'esterno ammanto ! 
Più dolce allor del lagrimare é il fonte. 

Sulla via per Napoli, febbraio 1781. 



Alpibri, II. 



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Dai^juc «Kimk»; 1781-83 



Dau.k « Rime »; 1781-83 



323 



XXVII. — I/Amkrica ubera. 



Mai non si mostri al ver timido amico 
Chi non vuol perder vita appo coloro 
Che questo tempo chiameranno antico. 
Dante, Farad., e. XVII. 



Ode prima, 



Accenna le cagioni della guerra. 



Qual odo io suono di guerriera tromba 
Dell'oceano immenso 
Di là dalle non pria navigate onde ? 
Qual di fiscliianti strali nuvol denso ? 
Qual èneo tuon rimbomba ? 
Cagion non v'ha ch'or tanto sangue inonde 
Quelle innocenti sponde, 
Ove di leggi sacrosante all'ombra 
Gente crescea secura ancor che ricca. 
Cui felice aura spicca 

Dal mal che nostra Europa tutta ingombra. 
Chi la pace ne sgombra ? 
Qual rio furor, qual crudo 
Km pio pensier turba union si bella ? 
Ira di Re d'ogni bell'arte ignudo^ 
Ministri infidi, e cupidigia fella. 

O Dea verace^, che le spiagge amene 
Che il mar d'Ausonia bagna 
Festi già sovra ogni altre un di beate: 
Tu, cui più mai non vide, e in van sen lagna, 



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^ Giorgio III d'Inghilterra, il re altero e bigotto, di piccola 
mente e chiusa ai consigli altrui. 
2 i^a I^ibertà. 



L'Italia, che m catene 

Abborrite e sofferte indi mertate 

Tragge sua lunga etate: 

Tu, che (colpa di noi) tanti anni e tanti 

Del globo fuor, forse in miglior pianeta. 

Stanza avevi più lieta*; 

Quindi fra il sangue e le discordie e i pianti 

Di plebe oppressa, e i canti 

Degli oppressori, e gli aspri 

Tra' re pel regno tradimenti infami. 

In Albion scendevi : or fa ch'io innaspri 

Si il dir, che vero e libero si chiami. 

Angli, a voi nulla il vostro onor più cale? 
Voi che a si lunga prova 
Già intendeste che fosse libertade, 
Di voglie ingiuste ed assolute a prova 
Schiavi or vi fate ? K quale 
Tuonar tra voi potrfa più in .securtade. 
Di più timor s'invade; 
E di regio oro e d'onor vili il veggio 
Pingue più ch'altri, e più assetato e carco, 
E di virtù più scarco. — 
Ma donde mai, donde virtude io cliieggio ? 
Tra' grandi ebbe mai seggio ? — 
Voi di men nobil schiera, 
Scelti orator da liberi suffragi, 
Deh! fate almen che libertà non pera: 
Per voi sien chiare or le regali ambagi. 

Ma e con chi jiarlo ? Aura di corte in voi 
Già ad ammorbarvi scese: 



* Cfr. Alia sua donna del l/copardi: 

Se dell'eterne idee 

If'una sei tu , 

O s'altra terra ne' superni giri 
Fra' mondi innumerabili t'accoglie, 
E più vaga del Sol prossima stella 
T'irraggia, e più benigno etere spiri... 







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324 



DaI,I,E (V KìMÌ^ 1781-83 
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Già d'esser primi degli stolti agli occhi, 

Ultimi ai vostri, alto desio vi prese, 

Né vi lasciò ma* poi. 

Né fia che a voi verace laude or tocchi, 

Perché alcun forse scocchi 

Liberi detti nel consesso augusto: 

Son esca i detti al comprator, che in cerca 

Va di qual men si merca. 

Ma ai tanti rei se non si oppone un giusto, 

Sperar dunque robusto 

Schietto da voi consiglio 

È uno sperar da morta arbore frutto. — 

Tu solo omai, di libertade figlio, 

Popol nocchier, tu resti: e in te sta il tutto. 

Che dico ? ahi lasso ! e tu neppur rimani ; 
Che tu, dai guasti guasto. 
Venduto hai te co' liberi tuoi voti; 
E in crapole bagordi ebbrezze pasto, 
Qual più allarga le mani 
A satollarti, per tuo eletto il noti. — 
O preda di despoti, 

Gente in tuo coi^ serva omai tutta, or sei 
Quella, che tórre iniqua altrui vorresti 
Libertà che ti svesti ? 
Pieni per te di dolorosi omèi 
Traggon lor giorni rei 
Gli American tuoi figli?... 

Tuoi, quand'ebberti madre: or sei madrigna. 
Che lacci e morte ed onta e rei perigli 
Già il sest'anno minacci a lor maligna. 

Verso là dove in mar le ardenti ruote 
Nell'ultimo occidente 
Febo stanco di noi rapido spinge *, 



Dai,i,e « Rime »; 1781-83 



325 



^ Cfr. Petrarca, Canz. ly: 

Ne la stagion che '1 del rapido inchina 
Verso occidente, e che '1 dì nostro vola 
A gente che di là forse l'aspetta. 



Le tiranniche prore arditamente 

Squarcian l'onde a lor note: 

Teti di bianca spuma si dipinge; 

Ed a gemer l'astringe 

Della mobil foresta immane il pondo. 

Non Serse là si grave oltraggio, o Dea, 

De' ponti suoi ti fea, 

Quand'ei menava a strugger Grecia il mondo^. 

Né il fato più secondo 

Ch'egli ebbe, or s'abbian questi 

Del barbarico Re più rei di tanto. 

Che lor non muove gloria; e a dar son presti 

Per oro pace, e pel guadagno il vanto. 

Va' dunque, approda, o sconsigliato stuolo 
Di mercatori armati. 

Vediam se il lucro in tua ragion si ascrive. 
Se i mal compri Tedeschi tuoi soldati 
Valor ti danno a nolo^: 
Vediam, vostre armi d'ogni vita prive 
Contro le altrui ben vive. 
Quanto, ancor che in più copia, possan oggi. 
Ecco afferrato il porto: e già discende 
Marte con l'anni orrende; 
E scorre i campi, e i fiumi varca e i poggi; 
E d'ogni ostel fa alloggi. 
Ma che perciò? vegg'io 
Tremar quei prodi o sbigottir? Dolenti 
Li veggio ben, ma impavidi: lor Dio 
È libertà: non fieno in lei vincenti? 



1 Cfr. Petrarca, Canz. XXVIII: 

Pon mente al temerario ardir di Xerse, 
Che fece, per calcare i nostri liti, 
Di novi ponti oltraggio a la marina. 

2 Cfr. Petrarca, Canz. CXXVIII: 

Cercar gente, e gradire 

Che sparga '1 sangue e venda l'alma a prezzo. 



V. 






326* 



Dai.1^ « Rime »; 1781-83 



Dai,i.e: « BiME »; 1781-83 



327 



Ogni bifolco in prò' guerrier converso 
Per la gran causa io miro; 
E la rustica marra e il vomer farsi 
IvUcido brando, che rotante in giro 
Negli oppressor fia immerso^. 
Già del più debil sesso io veggio annarsi 
E a vicenda esortarsi 
Nuove d'Euròta abitatrici ardite; 
Altre ai figli, ai mariti incender l'alme; 
Altre portar le salme: 
Vedove, no, non veggio a brun vestite; 
Che le ben spese vite 
Non piangon elle. Or fia 
Che virtù tanta a ignavia tal soggiaccia ? 
No: che dall'Euro spinta ivi s'avvia 
Nube di guerra che i fellon minaccia. 

19 e 20 dicembre 1781. 



Ode seconda. 

Annovera i popoli belligeranti. 

Chi per le vie del Sol^ dalla lontana 
Terrà sen vien sull'ale 
Di ratto orientai salubre vento? 
D'Eolo ogni altro figlio al vasto sale 
Donato ha pace; e piana 
L'onda azzurra smaltar di vivo argento 
Veggio il nocchier contento. 



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1 Cfr. ViRGiuo, Aen. VII, 635 ss.: 

Vonieris huc et falcis honos, huc oninis aratri 
Cessii amor: recoquunt patrios fornacibus enses. 

2 Seguendo il corso del vSole. Cfr. Farad. VI, 2: « Contra '1 
corso del elei ». 



Vengon le Dee del mar festose tutte 

In ala innanzi alle solcanti prore 

Dividendo l'umore; 

Ed, a gara i Tritón le ben costrutte 

Poppe spingendo, asciutte 

Quasi paion sull'acque 

Sdrucciolar, così poco il mar ne inghiotte. 

Chi vien? qual luce inaspettata nacque 

A rischiarar l'Americana notte ? 

Stansi in tenebre e lutto, afflitti e stanchi 
Tra il servaggio e la morte. 

Di libertà que' figli generosi. 

Cui, tranne il cor, tutto togliea la sorte^: 

Non che pur l'oro manchi; 

Mai non l'usa virtù; ma, bisognosi 

D'armi e di pan, pietosi 

Già si guardan l'un l'altro, e in tacito atto 

Per la patria morir l'un l'altro giura. 

Alle adorate mura 

Ove l'inopia a fine ha quasi tratto 

Le spose e i figli, han fatto 

Già il duro addio funesto: 

Udir piangendo addomandar del pane 

Suoi pargoletti e non ne aver, fia questo 

Il punto estremo di miserie umane. 

Or qual mai lingua dir, qual cor potria 

Pensar la immensa gioia 

Che apportan lor l'alte velate antenne, 

Viste lontane in mare anzi che muoia 
Del tutto il di? Né fia 

Nemica squadra che a tal volo impenne 
L'ali rapide^: venne 



1 Onde il Foscolo, nei Sepolcri: 

Armi e sostanze t'invadeano ed are 
E patria e, tranne la memoria, tutto. 

2 Cfr. Fulvio Testi, Canz. Amante trattenuto dalla sua donna 



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328 



Dai,i;e (* RiMic»; 1781-83 



Dai,i,e <( Rime»; 1781-83 



329 



Tutto il nemico già. Certo è l'aiuto, 

Certo: sol dubbio è chi l'arrechi. Al lido 

Con festevole grido 

Pien di vitale speme è ogni uom venuto: 

Qual per letizia è muto; 

Qual di lagrime irrora 

lyC guance; altri i suoi figli al sen si serra, 

Quasi gli abbia di nuovo acquistati ora; 

Altri al provido cielo umil si atterra. 

Ed è chi dice ancor: Questi chi fieno 
Iviberator novelli, 

Che magnanimo il piede or volgon dove 
Gloria senz'util fia che sol gli abbelli ? 
Son forse quei che in seno 
Là di palustre terra, in fogge nuove, 
Con inaudite prove, 
A tirannide fero in un che all'onda 
D'instancabile ardire argine etemo ? ^ 
Quei che, Filippo a scherno 






Già mi parca ch'il vento 

Spirasse avverso a le velate antenne. 

Canz. A Cinzia: 

Kd a l'aurate corde 
Voce accoppiar sì dolce e si canora, 
Ch'i zeffiri fermando in ciel le penne, 
Troncaro il corso a le velate antenne. 

B canz. Si detesta l'avarizia delle donne: 

Astrea per gir al ciel s'impennò l'ale. 

^ Gli Olandesi. Che, nel Filippo (a. II, se. 2»), così fece descri- 
vere dal truce loro persecutore : 

Già più d'un lustro, 
Dell'oceàn là sul sepolto lito. 
Povero stuolo, in paludosa terra. 
Sai che far fronte al mio poter si attenta. 
A Dio non men, che al proprio re, rubelli, 
Fan dell'una perfidia all'altra schermo. 



Prendendo, armati di povera fionda, 

La sorte ebber seconda 

A lor alte virtuti? 

Quelli, si, quelli che in un mar di sangue 

lyor libertà fondaro, or qui venuti 

Sono a dar vita a libertà che langue. 

Che parli, stolto ? Esser può mai, se immersi 
Entro a guadagni lordi, 
Fatti immemori son di sé costoro 
Si che son da gran tempo a gloria sordi? 
Straniere a lor già férsi 
Povertade e virtù: già il ferro in oro, 
Ed in alga l'alloro, 
E capitano invitto in signor molle. 
Ed unione e forza hanno cangiata 
In rea ma disannata. 
Discordia inerte, che del par lor toUe 
Pace che guerra. Oh folle 
Chi spera in lor ! Mal atti 
A difender se stessi, altrui fien schermo? 
No, no: quei legni che solcar si ratti 
Veggiam vèr noi, non è il Batavo infermo. 

Chi fien, chi dunque? Dagli Ibèri liti 
Sciolto han l'ancore forse?... 
Che pensi ? or quando mai terra si ancella 
A libertà od a virtù soccorse ? 
Questi campi romiti 
Ancor pel duol di loro Ispane anella*; 
Questa, già un di si bella 
Parte del mondo, or d'abitanti ignuda, 
Ne faccia fé' se l'Ebro altro qui apporti 
Che rio servàggio e morti. 
Quest'è, quest'è, che in approdar qui suda 
Gente lieve ^ e non cruda, 



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1 Catene. 

2 I Francesi; che il Machiavelli, Le cose della Francia. VII, 
p. 299 della mia ediz. del Principe, chiamava « vani e leggieri ». 



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330 



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Baixe « Rime »; 1781-83 



Benché non sciolta mai 
Da' regi lacci: al servir citco accoppia 
Gnor verace; e in cor, più ch'altra assai, 
Di tromba al suon l'impeto primo addoppi i V 
E il crederem ? fia ver che un Re sottrarnc 
A servitude or voglia ? 
Re, eh" di ceppi appoitator pur dianzi 
Là dove il Còrso impavido s' inscoglia. 
Tanti a Stige mandarne 
Fu visto^ ; ed ora i lor dolenti avanzi 
Vuol serva tener, anzi 
Che a virtute lasciarli ed a l)eiropre ? 
Suo dispotico brando, ancor grondante 
Di quel sangue anelante 
Vendetta, or fia per noi francar si adopre ? 
Certo, s'egli è, ricopre 
Voglie or forse non schiette 
Di generoso indi non regio ammanto. 

Deh! non fia che da lui troppo si aspette. 

Si che ritorni il riso stolto in pianto. 
Ecco sparir già della notte il velo; 

E dal Nettunio regno 

Sorger col sol le desiate sarte. 

Già già chiaro si scorge il primo legno 

Coll'ondeggiante al cielo 

Bianco lin cui bel giglio aurato parte =*; 

Lo spiega all'aure Marte. 



1 Nella Vita. II, 6, dà invece loro del « vigliacchi », e confessa 
d'aver sempre avuto nel cuore un « misto di abborrimento e di- 
sprezzo per quella nazione fastidiosa ». 

2 I Corsi, guidati da Pasquale Paoli, furono sconfitti a Ponte- 
novo, il 5 maggio 1769; e l'isola fu d'allora sottomessa al dominio 

f rsncese 

3 Si ricordi la troppo famosa canzone di Annibal Caro In lode- 
delia Casa di Francia, che comincia: 

Venite all'ombra de' gran Gigli d'oro. 
Care Muse, devote a' miei Giacinti. 



Dalile « Rime»; 1781-83 



331 



Già scendon; già di vettovaglie e d'armi 

Han ristorato ogni uom; già in traccia vanno 

Del superbo Britanno. — 

Ma tra questi, qual veggio eroe che parmi 

Degno d'eterni carmi, 

Degno di nascer quivi 

Dove libero p^tto e invitta spada 

Porta e di sangue ostil fa scorrer rivi? — 

Muse, ergiamgli trofeo che mai non cada. 

22 e 33 dicembre 1781. 



Ode terza. 
Parla del signore de La Favelle. 

O degna inver non di mia muta cetra, 
Ma di quella canora 
Che risuonar fea le Tebane spiagge 
Di laudi, onde ne avvien ch'uom mai non mora, 
Ai regnator dell'etra 
Fatto simile^: o tu, degna in più sagge 
Etadi e in men selvagge 
Parti fiorir, gentil straniera pianta ^i 
Di qual piaggia del ciel scendea rugiada, 
Aura di qual contrada 
Movea spirando in te virtù cotanta^, 



1 Cfr. HORAT., Od. 1, I : 

Terrarum dominos evehit ad Deos. 

2 Cfr. Parini, L'Educazione: 

O pianta di buon seme. 
Al suolo al cielo amica. 

3 Cfr. Petrarca, son. CLIX: 

In qùal parte del ciel, in quale idea 
Era l'esempio onde natura tolse 

Quel bel viso leggiadro 

Donde anche il Manzoni, nel Nome di Maria: 

In che lande selvagge, oltre quai mari., 



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Daixk « Rime >>; 1781-83 



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332 



Dai,i^ :< Rime»; 1781-83 



Che niun 'altra si vanta 

Nella sua età matura 

Di frutti quai tu nell'acerba desti? — 

Libero cor cui più il divieto * indura ; 

Giovin, schiavo, signor, Gallo fia questi? 

Non è, non è. Nobile ardente spirto 
D'alto Latino o Greco 
Viene a informar le ben tornite membra^: 
Che aver gode virtù beltà con seco; 
E l'amoroso mirto 

Al sanguinose allòr disdir non sembra, 
Chi Alcibiade rimembra. 
Ecco, di tromba americana al primo 
Squillo, l'audace giovinetto io veggio 
In sé non trovar seggio; 
E sossopra voltar da sommo ad imo 
Tutto di corte il limo, 
Perchè gli sia concesso 
Scelti colà portar Franchi guerrieri; 
Dove ode torto a libertà si espresso 
Farsi: e soldar vuol ei suoi campion feri. 

Ma il Cristian Re matura in sé peranco 
Non ha quella cortese 
Voglia, cui poscia accelerò la certa 
Evidenza che in prò fian l'armi spese ^... 
«Che cerchi tu? Pria manco 
L'onde verranno al mar; pria i fiumi all'erta 
Vedrai tornar; che aperta 
A magnanima, pura, alta pietade 



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^ Il Governo francese aveva ingiunto al marchese di Lafayette 
di non partire. Pare anzi che mandasse navi a raggiungerlo, per 
impedirgli di proseguire. 

2 II lyafayette era di persona bellissimo. 

^ L'alleanza con la Francia fu conclusa, per opera di Benia- 
mino Franklin, solamente nei primi mesi del 1778, solo dopo cioè 
che l'esercito inglese aveva capitolato a Saratoga, il 17 ottobre 
1777. 



1) 



L'alma d'un Re. Che fai ? lascia le ingrate 
Rive contaminate 

Di Senna, ove non é chi a libertade 
Sgombrasse mai le strade: 
Va' solo, va': tuo braccio 
Fia per sé più gradito e saldo aiuto, 
Che mercenaria gente vii che ghiaccio 
S'avria nel cor d'ogni alto senso muto ». ^ ^ 
Né fia che invan con questi detti inspiri, 
O Dea di Sparta sola, 
Sdegno nel petto al tuo figliuol novello. 
T'intende ei, si: già più non fa parola: 
Fuor de' sozzi raggiri 
Del procelloso aulico turbin fello 
Già già si scaglia. Oh bello 
Desio di gloria e di verace lode ! 
Già dalla dolce sposa\ a cui di fresca 
Pania d'amor lo invesca 
Somma beltà cui castità fa prode 

(Coppia che raro s'ode), 
Si stacca intrepid'egli; 

E con gli ultimi baci il pianto sugge. 

Tu di morir pria che lasciarlo scegli, 

Sposa amante: ma invan; ch'ei già ti sfugge. 
Che piangi or tu ? Vedi che Gloria il mena 

Per raggiante sentiero. 

In cui fra' vostri ei primo impresse ha l'orme. 

In atto pria di semplice guerriero 

Vedil, s'ei piglia lena; 

Se nel difender libertà mai dorme; 

Se morti in mille forme 

Dal tagliente suo acciar non escon mille: 

Vedi inarcar per alta maraviglia 

L'American le ciglia, 



^1 



1 II Lafayette a sedici anni aveva sposata la giovanissima si- 
gnorina di Noailles. 



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Dali,e '< RiMEw; 1781-83 



Dai,!,!} « Rime »; 1781-83 



335 



Ch'uom, non libero nato, in cor scintille 

Nutra, da cui sfaville 

Di patrio amor cotanto, 

Che si tra lor non n'ha qual più sen crede. 

Sposa, deh cangia il lagrimare in canto, 

Che or mal sul ciglio tuo lagrima siede ! 

Vedil da sua virtù poi fatto duce, 
Come all'ardir prudenza 
Accoppia, e ai duci suoi d'età più gravi 
Liberamente ei presta obbedienza; 
Come ad amarlo induce 

Non che il nemico anco qual uom più aggravi 
L'invidia, coi soavi 
Nobili suoi non pria veduti modi. 
Vedi alfin, vedi, or che l'aurato giglio 
Là con miglior consiglio 
A guerreggiar condotto ha stuol di prodi, 
S'è chi quant'ei si lodi. 
Là fra i perigli il lascia: 
A Marte caro e a Libertade, il nome 
Eterno avrà, pur che alla infame ambascia 
Non rieda ei mai di cortigiane some. 

Dicembre 1781. 



lì 



Ode quarta. 
Commenda il Generale Washington^. 

Tu, rapitor del fulmine celeste 
Già fin da' tuoi verdi anni. 
Ch'or con più ardire e non minore ingegno 
Apportatrici di più lunghi affanni 



^ « Al chiarissimo e libero uomo il Generale Washington » 
l'Alfieri dedicò la tragedia Bruto primo, il 31 dicembre 1788. 



Saette ai buoni infeste 

Tolte hai di man di terren Giove indegno 

D'aver sui forti regno; 

Tu, vivo ancor fra' semidei già posto, 

Francklin, padre, consiglio, anima, mente 

Di libertà nascente; 

Tu mi sii scorta al canto: ho in te riposto 

Speme, che di nascosto 

Dramma d'etereo foco, 

Ond'hai tu il tutto, entro il mio petto or spiri; 

Si che, se laude in te più non ha loco, 

Nel tuo Secondo audacemente io miri. 
Ma dove a voi, dove mi ha ratto l'alta 

Accesa fantasia ? 

Ecco a me spalancarsi, ecco le grotte 

Di Tènaro, là dove ampia dan via, 

Chi il cor d'acciar si smalta, 

A profondarsi entro la eterna notte. 

Febo, d'abisso rotte 

Per me le leggi, oltre mi spinge: io scmdo; 

E il can trifauce e la negr'onda e il fero 

Spaventoso nocchiero 

Dietro mi lascio io già; già lieto intendo 

Dove non più d'orrendo 

Pianto saettan strali; 
Già sono io là del dolce Lete in riva, 
Dove in mille color fiori immortali 
Fan argin lento all'acqua fuggitiva. 

Ecco, là dove ei torce il molle giro. 
Seder sul destro lato 
A consiglio fra lor poche ma grandi 
Alme, già figlie di benigno fato. 
Che or dal mondo sparirò. 
Tu che sangue Affrican cotanto spandi, 
Scipio; e tu che ne mandf 
Tant'alme schiave a Stige, ove combatti 
Per libertade infra mortali strette*; 



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1 Sonoo le «tessaliche stretpelte » della canzoneardi^ms^. 



1^ 



336 



Daixe «Rime»; 1781-83 



Dai^i^E «Rimk»; 1781-83 



337 



E tu che hai l'onde infette 

Di sangue in Salamina; e tu che abbatti 

Il Cimbro; e tu che a patti 

Di servitù negasti 

Vita in Utica a te; con altri forti 

Di gloria ascritti ai sempiterni fasti; 

Chi fia che a voi doglia si immensa porti ? 

Una donna, già altera, or lagrimosa 
Veggio e supplice starsi 
Dinanzi a voi, le dure sue vicende 
Narrando; e ognun di voi nel volto farsi 
Più che infiammata cosa... 
« vSi, Dea, si; tutto ad invasarne or scende 
Quel che a bell'opre incende 
Sacro furore onde a noi larga fosti. 
Se, del tuo nume pieni, alla adorata 
Patria nostra oppressata 
Acquistar libertà contro gl'ingiusti 
Assalitor vetusti 
Nostra virtù poteo; 

Ciò che a noi desti allor, ti rendiam ora*: 
Ogni tuo don che noi più di noi feo. 
Riprendi, aduna e il tuo campion ne onora ». 

Si disse r quelli: e Libertà togliea 
Dell'uno il fero brando; 
Dell'altro l'ampio impenetrabil scudo: 
Qual di sublime gioia lagrimando 
Suo ardire a lei rendea: 
Qual del sagace antiveder fea nudo; 
Qual del non troppo crudo 
Contro a' tiranni mai sdegno feroce; 
Qual del pronto eseguir; qual del gran senno 
Che usare i duci denno; 
Qual della marzial tonante voce, 



* Onde il Leopardi, nella canz. All'Italia: 
Alma terra natia, 
lya vita che mi desti ecco ti rendo. 



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Che all'assalir veloce 

Anco sforza il codardo. 

Cosi, poich'ella i pregi tanti ottenne, 

Tutti velò del pregio di quel tardo 

Ma invitto che Anniballe a bada tenne*. 

Oh come ratte l'ali al voi dispiega 
Di sua nobile preda 

Ivieta la Diva, oltre ogni dir splendente! 
Giunta è già donde mai non fia che rieda, 
Là dove in forte lega 
Stanno valor, costanza, ed innocente 
Costume, e voglia ardente 
Di morir mille volte anzi che sola 
Una servire. Al capitan che in pregio 
Ivi sovr'ogni egregio 
Stassi, mentr'egli ad ogni onor s'invola 
Sotto modesta stola, 
Il multiplice dono 

Reca ella : e in lui più capitan sovrani 
Ecco ristretti con bell'ordin sono. — 
Deh quanto i vostri sforzi. Angli, or fien vani! 

Insolentir, perchè più numer sete. 
Già vi vegg'io da prima: 
Che prò ? se chiuso entro al suo vallo il duce, 
De' suoi ch'egli a ragion uomini estima - 
Serba le vite, e miete 
Senza sangue lo allòr che più riluce. 
Finché sorga la luce 

Che scorrer veggia il vostro ov'ei v'investa. — 
Cosi ben anni, ancor che presto a morte, 
Stassi nel campo il forte 
Per la patria far salva; a cui non resta. 
Se a perir mai vien questa, 
Altra gente né altr'arme. 
Oh bene speso indugio ! Ecco consunto 



• / 



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* Del pregio della prudenza, onde andò famoso Quinto Fabio 
Massimo, il temporeggiatore. 

Alfieri, II. 22 



N 



338 



Dai,le « Rime »; 1781-83 



■7 



[ 



Il compro ardir Britanno esser già parme; 
Ecco, ecco al fin di libertade il punto. 

Esci, Washington, esci: ecco l'istante 
Ove scontar le offese 
Ai traditor di libertà farai. 
Tra le guerriere memorande imprese 
Nulla starà davante 

A questa tua. Già incontro all'oste vai 
Recando ultimi guai. — 
Oh dell'uman tuo cor vittoria degna! 
Poca è la strage : e intero intero hai stretto 
Il men crudo che inetto 
Nem-ico stuol, si che depor la insegna 
E il brando a lui convegna 
E l'onor, se mai n'ebbe, 
E la baldanza, che pur tanta ell'era. — 
Or sia che vuol (ma pace esser dovrebbe). 
Mai non vedrai, gran duce, ultima sera^. 



27 e 30 dicembre 1781, e i" gennaio 1782. 



Ode quinta. 
Pace del 1783. 

Dolce concento di celesti voci 
Sparto aleggia sull'aura: 
Dentro ogni cor piove felice oblio. 
Che i passati martir quasi ristaura: 
Taccion le grida atroci 
Di guerra; e sangue più non scorre il rio 
ly'uomo all'altr'uom più pio. 
Per alcun tempo alnien, tornato parmi; 



1 Cfr. Purg. I. 58: 

Questi non vide mai l'ultima sera. 



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Dai,i,k V. Rime »; 1781-83 



339 



A 



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Secure ondeggian l'ampie mèssi al vento; 

E, ripreso ardimento. 

Più non udendo il romorio dell'anni, 

Torna il pastore ai carmi. 

Ma di sudor grondanti 

Per le lor fresche imprese, i Re pur veggio 

Rasciugarsi le fronti alto-raggianti, 

Lena pigliando sul beato seggio. 

Quel dal Leopardo^, che aggravar volea 
Agli Angli suoi più il giogo 
E Albion conquistar nel nuovo mondo. 
Il Britanno poter condotto al rogo 
Ha con tal voglia rea: 
Quel dal Giglio ^ parer vorria giocondo: 
Cosi il Batavo biondo, 
Cui da non guerra pur ridonda pace; 
E in longanime orgoglio invan racchiuso, 
Lo assediator deluso 
Della gran Calpe più di lui tenace^: 
Ma questa lega giace 
Vittoriosa in pianto. 
Ben dell'armi sue prime andarne altera 
Può l'America a dritto, essa che il vanto 
Ritratto n'ha di libertade intera. 

Ecco squarciarsi la caligin densa 
Che tarde et adi involve, 
E un vorace mostrarmi ardito fuoco 
Che schianta arde consuma e strugge in polve 
Una empia turba intensa 
A far del servir nostro infame giuoco. 
Ben forza è, ben, dar loco 
A impetiioso turbine sonante, 



V 



^ Il re d'Inghilterra. 

2 II re di Francia. 

3 lya Spagna aveva prestato aiuto all'Inghilterra, nella guerra 
che questa aveva con la Francia, nella speranza di riavere Gibil- 
terra {Calpes); ma rimase delusa. 






F"^ . 



340 



Dali;e; « RiM:e »; 1781-83 






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Che da occidente con tal forza spira, 

Che in suoi vortici aggira 

Le più audaci superbe eccelse piante, 

E se le caccia innante 

Là fin dove il mal seme 

Nell'Asia come in suo terreno alligna. 

Sparito è il nembo che c'ingombra e preme: 

Fede e virtù fra noi già si ralligna. 

Ma, oimè! qual sorge sull'immenso piano 
Dell'oceàn che parte 
Dall'America noi, fero possente 
Sovra negre ali immense all'aura sparte 
Torv'o Genio profano ? 
D'Europa ei muove; e baldanzosamente 
La tempesta fremente 
Che a noi salvezza e libertade apporta, 
Arresta ei sol col ventilar dell'ale; 
La cui possa fatale 

Dall'onde al ciel da un polo all'altro insorta, 
Fa d'adamante porta 
Ad ogni aura felice 

Che a noi mandasse occidental piaggia. 
Malnata forma, oh chi sei tu, cui lice 
Far che ogni nostra speme a terra caggia ? 

Tenebre i passi tuoi, l'alito è morte; 
Occhi di bragia mille; 
Bocche più assai, di fere zanne armate. 
Da cui di sangue ognora grondan stille; 
Tutto orecchie, ma pòrte 
Soltanto alle parole scellerate 
Da invidia fabbricate; 
Adunchi, innumerabili, sanguigni, 
Rapaci artigli, all'accarnar si adatti, 
A disbranar si ratti: 

Oh chi se' tu, che a rio tremor costrigni 
Anco i cor più ferrigni? 
E soli eletti pochi, 
Cui di sangue disseti e d'oro pasd, 



E;'-* 



DAi,tE «Rime»; 1781-83 



341 



Tremanti a tua feral mensa convochi, 
E satollar del pianto altrui li lasci ? 

Tu se' colui, ben ti ravviso, e indarno 
Cogli occhi torti cenno 
Minacciando mi fai che il nome io taccia: 
Tu sei quel mostro rio, cui vita dienno 
Pingue ignoranza e scarno 
Timor, che il fuoco il più sublime agghiaccia 
Con sua squallida faccia. 
Dispotismo t'appelli; e sei custode 
Tu solo omai di nostre infauste rive, 
Dove in morte si vive; 
Dove sol chi per te combatte, è prode: 
Dove alla infamia è lode, 
E i falsi onor sembianza 
Veston di sacra alta virtude antica; 
Dove sol presta la viltà baldanza; 
Dov'è sol reo quell'uom che il vero dica. 

Che canto io pace omai? Fia pace questa. 
Mentre in armi rimane, 
Né sa perchè, l'una metà del gregge; 
Tremante l'altra e dubbia anco del pane. 
Stupida, immobil resta ? 
Fia libertà quella che or là protegge 
Chi assoluto qui regge ? 
Fu guerra questa, ove il cercarsi ognora 
L'osti fra lor né il ritrovarsi mai. 
Fu il più atroce de' guai? 
Ben fero: esser cagion perchè l'uom mora 
Può un'erba vii, che odora 
Infusa in bollent'onda; 
Bevuta, i corpi al par che l'alme snerva ? ^ 



V 



V 



1 II tè, tea. Fu appunto la tassa sul tè, che re Giorgio volle a 
ogni costo imporre e mantenere nelle colonie americane, che deter- 
minò la sollevazione di esse e quindi la guerra d'indipendenza. 
Vedi Garretto, Storia degli Stati Uniti, Milano, Hoepli, 1916, 
p. 160 ss. 



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X 



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342 



Dai,!^ «Rime»; 1781-83 



Pur dall'ultima d'India infame sponda 
Va l'America a far povera e serva. 
Maratona, Termopile, l'infausto 
Giorno di Canne stesso, 
Guerre eran quelle: e ria cagione il vile 
Lucro servii non era; ove indefesso. 
D'avarizia inesausto. 
Tutti scorrendo i mar da Battro a Tile, 
Veglia il moderno ovile. 
Pace era quella, che d'Atene in grembo, 
Con libertade ogni bell'arte univa; 
Dove a un tempo si udiva 
Di varie e dotte opinioni un nembo. — 
Ma in questa età, che è lembo 
D'ogni bell'opra estremo, 
Qual fia tèma di canto ? a chi secura 
Volgo mia voce, mentr'io piango e tremo ? 
« Ahi, null'altro che forza, al mondo dura ! »*. 

8 e 20 giugno 1783. 



Dai.i,e «Rime»; 1781-83 



Michelangel, che a te minor non nacque; 
E che, intricato in tuoi raminghi giri, 
Avria'fatt'egli scaturir pur l'acque V 

Roma, 13 luglio 1781. 



343 



XXIX. — Alla cupola di San Pietro. 

Immensa mole che nel ciel torreggi, 
E tutto ingombri il vaticano suolo. 
Curva e li^ve, che par t'innalzi a volo; 
E più dall'occhio sfuggi, e più grandeggi: 

Già non fia che di te l'uom favoleggi, 
Nel dir che intera dall'etereo polo 
Giù ti portasse un bello alato stuolo 
Sovra il gran tempio, in cui per te ti reggi. 

Ma se pur fosti, opra immortai, concetta 
In uom mortai, donde ei l'idea mai tolse 
D'una magion di Dio così perfetta ? 



I.' 



XXVIII. — Dinanzi al Mosè di Michelangelo. 

Oh! chi se' tu, che maestoso tanto 
Marmoreo siedi; ed hai scolpito in volto 
Triplice onor, ch'uom nullo ha in sé raccolto: 
Legislator, guerrier, ministro santo? 

Tu del popol d'Iddio, che in lungo pianto 
Servo è sul Nilo, i ferrei lacci hai sciolto; 
Il tiranno d'Egitto in mar sepolto; 
Gl'idoli in un con gl'idolatri infranto. 

Quant'eri in terra, in questo sasso or spiri; 
Che il divin Michelangelo non tacque 
Ninno in te de' tuoi caldi alti desiri. 



1 Rifa quel del Petrarca, canz. CCCXXIII: 

Ahi null'altro che pianto al mondo dura! 



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X Correva allora famoso un sonetto, che sullo «tesso a J^^^^^^ 
aveva composto il poeta arcade Giambattista Felice Zappi. Giova 
riferirlo {Rime degli Arcadi, Roma, 1716. voi. I, p. 2»3) • 
Chi è Costui, che in sì gran pietra scolto 
Siede gigante, e le più illustri e conte 
Opere dell'arte avanza; e ha vive e pronte 
Le labbra sì, che le parole ascolto ? 

Questi è Mosè; ben mei diceva il folto 
Onor del mento, e '1 doppio raggio m fronte: 
Questi è Mosè, quando scendea dal Monte. 
K gran parte del Nume avea nel volto. 
Tal era allor, che le sonanti e vaste 
Acque Ei sospese a sé d'intorno; e tale. 
Quando il mar chiuse, e ne fé' tomba altrui. 

E voi. sue turbe, un rio vitello alzaste l 
Alzate aveste immago a questa eguale: 
Ch'era men fallo l'adorar Costui. 



344 



DAti^ « Rime »; 1 781 83 



Fervido ingegno dal suo fral si sciolse, 
E in del d'ogni bell'opra ebbe l'eletta; 
Quaggiù tornato, unica palma ei colse. 



Roma, 19 novembre 1781. 



Dai^i^E «Rime»; 1783 



345 



Se in me fidi, il tuo sguardo a che si abbassa ? 
Va, tuona, vinci: e, se fra' pie ti vedi 
Costor, senza mirar, sovr'essi passa. 
Tra Imola e Faenza, 31 maggio 1783. — Cfr. Vita, IV, io. 



XXX. — Melpomene risponde ai critici del poeta. 

Non più scon;posta il crine, il guardo orrendo, 
In fuoco d'ira- fiammeggiante il volto; 
Né parlar rotto, e da mollezza sciolto; 
Né furor più, né minacciar tremendo; 

Non più sforzarvi a inorridir piangendo; 
Non più il coturno e il manto in sangue avvolto; 
Né il grondante pugnale in me rivolto: 
Tutt'altra omai di appresentarmi intendo. 

Io canterò d'amor soavemente; 
Molle udirete il flauticello mio 
ly'aure agitare annoniosamente, 

Per lusingar l'eterno vostro oblio. 
Poi, per scolparmi, alla straniera gente 
Dirò: l'Itala son Melpomen'io. 

Tra Pianoro e Soiano, 28 maggio 1783. 



XXXII. — A Dante. 

Dante, signor d'ogni uom che carmi scriva; 
E più d'i me, quant'ho mestier più forza 
Sopra gl'itali cori; la cui scorza, 
Debil quantunque, or fiamma ninna avviva: 

Dante, non là di Flegetonte in riva, 
Dove pioggia di fuoco in sangue ammorza, 
Né dove altro martire a pianger sforza, 
Null'alma al par di me di pace è priva. 

Strappato io son dal fianco di colei, 
Ch'a ogni nobile impresa impulso e norma, 
Mi ajutava a innalzare i pensier miei: 

Iv'angiol del del, che sotto umana forma 
Meco venia, m'è tolto: invan vorrei 
Dietro a tue dotte piante or muover orma. 

1^83. — Cfr. Vita, IV, IO. 



I 



XXXI. — A Dante. 

— O gran padre Alighier, se dal ciel miri 
Me tuo discepol non indegno stanili. 

Dal cor traendo profondi sospiri. 
Prostrato innanzi a' tuoi funerei marmi; 

Piacciati, deh! propizio ai be' desiri. 
D'un raggio di tua luce illuminarmi. 
Uom, che a primiera eterna gloria aspiri, 
Contro invidia e \iltà de' stringer l'armi? 

— Figlio, i' le strinsi, e assai men duol ; ch'io diedi 
Nome in tal guisa a gente tanto bassa, 

Da non pur calpestarsi co' miei piedi. 



XXXIIL 



Venezia. 



Ecco, sorger dall'acque io veggo altera 
La canuta del mar saggia reina; 
Che un'ombra in sé di libertà latina 
Ritiene, e quindi estima averla intera. 

Se d'Adria all'onde ella pur anco impera, 
Non suo poter, ch'ogni di più declina, 
Ma il non poter di chi con lei confina, 
Esserne panni, ed è, la cagion vera. 

Pur quai virtù sì lungamente salda 
Contro all'urtare e al r'iurtar degli anni 
La fér quasi alta rocca in dura falda ? 



346 



Dai,i3 a RiMB »; 1783 



Dai.i,e «Rime»; 1783 



347 



ÌÈl 



Di fuor, più ch'arnie, i ben oprati inganni 
Terrore al dentro, e antivedenza calda, 
Spiegar le fan più là che Sparta i vanni. 

l'ellestrina, 2 giugno 1783, 



XXXIV. 



Alla casa del Petrarca. 



O cameretta, che già in te chiudesti 
Quel grande V, alla cui fama angusto è il mondo ; 
Quel sì gentil d'amor mastro profondo, 
Per cui Laura ebbe in terra onor celesti: 

O di pensier soavemente mesti 
Solitario ricovero giocondo; 
Di quai lagrime amare il petto inondo, 
Nel veder ch'oggi inonorata resti! 

Prezioso diaspro, agata, ed oro 
Foran debito fregio, e appena degno 
Di rivestir si nobile tesoro. 

Ma no; tomba fregiar d'uom ch'ebbe regno 
Vuoisi, e por gemme ove disdice alloro: 
Qui basta il nome di quel divo ingegno. 

Tra Padova e Arquà, 17 giugno 1783. — Cfr. Vita, IV, io. 



XXXV. — In Arquà. 

È questo il nido, onde i sospir tuoi casti, 
Cigno di Sorga, all'aure ivi spargendo?^ 




1 Cfr. Petrarca, son. CCXXXIV: 

O cameretta (;he già fosti un porto 
A le gravi tempeste mie diurne... 

2 Cfr. Petrarca, son. CCCXXI: 

^ questo T nido in che la mia fenice 
Mise l'aurate e le purpuree penne ? 



\ 



Qui di tua donna privo, in lutto orrendo. 
Del tuo viver l'avanzo a lei sacrasti ? 

In quelle angosce, che si ben cantasti, 
Io pure immerso (ahi misero !) vivendo. 
Se di mio supplicar te non offendo, 
Vena ti chieggio che a narrarle basti. 
Quella, che sola in vita mi ritiene, 
È tal, che ai pregi suoi stil non si agguaglia ; 
Onde,' a laudarla, lagrimar conviene: 

Ma di quel pianto, che a far pianger vaglia; 
Di quel, con che scrivendo le tue pene, 
Muovi d'affetti tanti in noi battaglia. 

Tra Rovigo e Ferrara. 17 gmgno 1783- — ^^^- ^'^^' I^' ^°- 



XXXVI. — Sulla tomba dell'Ariosto. 

« Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori », 
Le cortesie, l'imprese, ove son ite ? 
Ecco un avello, intorno a cui smarrite 
Stanno, aspettando in van che altr'uoni le onori. 

Sovr'esso io veggo in varj eletti con 
E le Grazie e le Muse sbigottite ; 
E par che a prova l'una l'altra invite 
A spander nembo di purpurei fiori. 

Oh gloriosa in vero ombra felice, 
Che giaci infra sì nobile corteggio 
Nella beata tua terra nutrice! 

Qual già fosse il tuo nome, omai noi chieggio: 
Fama con tromba d'oro a tutti il dice : 
L'Italo Omero entro quest'urna ha seggio. 

Ferrara, 18 giugno 1783. — Cfr. Vita, IV, io. 



348 



Dalub « Rime »; 1783 






DAI.I.E «Rime»; 1783 



349 



XXXVII. 



Desidera pace e riposo. 



Deh! quando fia quel di bramato tanto, 
Che al lungo errare, all'incertezza, al fero 
Timor perenne, allo sperar leggiero 
Dia fine, e al nostro omai bilustre pianto ? . 

Quando l'un l'altro in dolce pace accanto. 
Tranquillamente assisi il giorno intero 
Al mormorio d'un rivo lusinghiero, 
L'amor nostro appellar potrem noi santo ? ^ 

E, posta in bando ogni nojosa cura. 
Frutti non compri, in praticel giocondo, 
Far nostro cibo, e ber dell'onda pura ? 

E, riassunto il cor semplice e mondo, 
Seguir virfude; e l'anima secura 
Non volger mai vèr l'ammorbato mondo ? 

Bologna, 22 giugno 1783, « andando a San Michele in Bosco». 



XXXVIII. — Viaggiando non gode. 

PERCHÈ LONTANO DALLA SUA DONNA. 

Ad Ogni colle che passando io miro, 
Cui pingue ulivo, o allegra vite adomi, 
Dico tra me: Beati almi soggiorni. 
S'ella qm fosse ! E in cosi dir, sospiro. 

Se in ubertoso pian poscia mi aggiro 
Fra limpid'acque, ombrosi cerri, ed orni, 
Forza è che invano a dir lo stesso io tomi: 
Ma, del non esser seco, al fin mi adiro. 



1 Cfr. Promessi Sposi, e. Vili, p. 123 della mia ediz., Hoepli, 
1908: «Addio, chiesa..., dov'era promesso, preparato un rito; 
dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente be- 
nedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo ». 



Poggi, valli, onde chiare, erbose piagge. 
Che ardir fia il vostro di abbellirvi, or quando 
L,a mia donna nel pianto il viver tragge ? 

Pace e letizia son dal mondo in bando; 
Contrade siete inospite selvagge, 
Fin ch'io da lei sto lungi lagrimandoi. 

Fra Zurlesco, Lodi e Marignano, 2 luglio 1783. 



XXXIX — Svolge, capovolgendo le rime, 
il concetto iniziato nel sonetto precedente. 

Ma, se un di mai, quella in cui vivo amando. 
Di sue pupille a un tempo ardenti e sagge 
Avvien che il cor mio solitario irragge; 
Oh giorno a me vitale e memorando! 

Come il sublime rapido comando 
Del creator dal nulla il tutto estragge, 
E di tenebre rie luce ritragge. 
L'orbo ingrato universo illuminando: 

Cosi tu, donna, ove il tuo Sol raggiorni, 
Ecco, è muto all'istante ogni martiro. 
Ecco natura e il mondo riadorni. 

Rida ogni prato allor; puro zaffiro 
Sia il cielo ; e in doppia aurata luce aggiorni : 
L'angoscia e il pianto al tuo apparir sparirò 2. 

2 luglio 1783. 



1 Cfr. il sonetto del Petrarca, CCCX: Zefiro torna e 'l bel tempo 

rimena. 

2 Cfr. il sonetto del Petrarca, XLII: Ma poi che 'l dolce riso 

umile e piano. 



\ 



350 



DAI.I.E « Rime»; 1783 



XIv. 



A1.I.A MALINCONIA. 



Malinconia, perchè un tuo solo seggio 
Questo mio core misero ti fai? 
Supplichevol, tremante ancor tei chieggio: 
Deh ! quando tregua al mio pianger darai ? 

L'atra pompa del tuo feral corteggio 
Ben tutta in me tu dispiegasti omai: 
Infra larve di morte, or di', mi deggio 
Viver morendo ognor, né morir mai? 

Malinconia, che vuoi? ch'io ponga fine 
A questa lunga insopportabil noja. 
Pria che il dolor giunga a imbiancarmi il crine ? 

Dunque ogni speme di futura gioja, 
Che Amor mi mostra in due luci divine. 
Caccia; e fa ch'una intera volta io muoja. 

Milano, 6 luglio 1783. 



XIvI. — Ah CAVALLO Fido, 

TORNANTE DA ROMA OV'ERA LA SUA DONNA. 



Fido, destriero mansiieto e ardente, 
Che dell'alato pie giovato hai spesso 
Al tuo signor, si ch'ei seguia dappresso 
Il cervo rapidissimo fuggente; 

Tu riedi a me, da non gran tempo assente; 
Ma pur, più non ritrovi in me lo stesso; 
Ch'io son da mille e mille cure oppresso, 
Egro di core, d'animo, e di mente. 

M'è il rivederti doglia, e in un, diletto: 
Di là tu vieni, ov'è il mio sol pensiero.... 
Sov\nenti ancor, quand'ella il collo, e il petto 

T'iva palpando; indi con dolce impero 
Tuo fren reggeva? e tu, pien d'intelletto, 
Del caro peso te ne andavi altero. ' 

Siena, 6 agosto 1783. — Cfr. Vita, IV, 14. 



Dalle «Rime»; 1783 



351 



XIvII. — Al Pallio di Siena. 

Oh quai duo snelli corridori alati 
Venire io veggio impazienti e feri 
Al career \ donde, più che strai leggieri, 
Voleran poi da gara saettati! 

Eccoli al teso canape schierati 
Con altri assai; ma in lor possanza alteri. 
Né badan pure a que' minor corsieri, 
Sol l'un l'altro emulando in vista irati. 

Odo già già squillar l'acuta tromba. 
Che al sospirato aringo apre lor via; 
Già de' sonanti piedi il ciel rimbomba: 

Ma, oimè! scoscesa, malagevol, ria 
Strada, a mezzo lo stadio, al primo è tomba 
L'altro pur cade e muor, ma palma ha pria. 

Siena, 11 agosto 1783. 



XLIII. — Ancora al Pallio di Siena. 

Qual vive, qual dei due corsieri ha palma ? 
Qual nell'agone ha gloriosa morte? 
Fama, e sue cento lingue al ver si corte, 
M'han fra speme e timor partita l'alma. 

Ma un doloroso batter palma a palma. 
Donne e donzelle lagrimanti e smorte. 
Tutto mi annunzia (oimè!) che Orizia forte 
A mezzo il corso giace inutil salma. 

Orizia bella, leggiadretta, amore 
Dei più superbi infra il guerriero armento : 
D'ogni Olimpica prova Orizia onore! 



1 Cfr. Virgilio, Georgiche, I, 512: «Ut quum carceribus sese 
eSudere quadrigae... », 



352 



DAI.I.E « Rime »: 1783 



DA1.1.E « Rime»; 1783 



353 



Breve capo, ardit 'occhio, e pie di vento; 
Indole umana, e generoso ardore... 
Siena, a ragion ne fai grave lamento. 
Siena, 11 agosto 1783. — «Non essendo morto che un solo 
Barbero cavallo, l'altro, benché caduto, salvo». {Nota dell'autore). 
— Su codesti due sonetti senesi, v. A. Professione, Per un so- 
netto dell'Alfieri, nel Bulletino senese di storia patria, VI, 1899, 
fase. 2°. 



• XLIV. — A Genova. 

Nobil città, che delle Liguri onde 
Siedi a specchio, in sembiante altera tanto; 
E, torreggiando al ciel da curve sponde, 
Fai scorno a' monti onde hai da tergo ammanto; 

A tue moli superbe, a cui seconde 
Null'altre Italia d'innalzare ha il vanto, 
Dei cittadini tuoi che non risponde 
L'aspetto, il cor, l'alma, o l'ingegno alquanto? 

L'oro sudato, che adunasti e aduni, 
Puoi seppellir con minor costo in grotte, 
Ove ascondan se stessi, e i lor digiuni. 

Tue ricchezze non spese, eppur corrotte, 
Fan d'ignoranza un denso velo agli uni; 
Superstizion tien gli altri; a tutti è notte ^ 

Ottobre 1783. 



ili 



i 



1 Cfr. Vita, II, io; e la Satira nova, / viaggi, I: 

e in Genova da prima 
I passi avidi miei portar mi face. 

Ma il Banco, e il Cambio, e sordidezza opima, 
E vigliacca ferocia, e amaro gergo 
Sovra ogni gergo che l'Italia opprima, 

E ignoranza, e mill' altre ch'io non vergo 
Note anco ai ciechi Liguresche doti. 
Tosto a un tal Giano mi fan dare il tergo. 
Nel son. su / popoli italiani, è detto: 

Napoletani mastri in schiamazzare, 
E i Genovesi di fame patire. 



XLV. — Lasciando i.'Itai,ia. 

Italia, o tu, che nulla in te comprendi 
Di grande omai, che l'aurea tua favella, 
E la donna che a me fra tutte è bella. 
Ch'or rattener contro sua voglia imprendi: 

Verrà quel dì, ch'io '1 duro fallo ammendi 
D'esser libero figlio a madre ancella\ 
Col non ripor mai piede entro tua fella 
Terra, ove il varco a virtù sol contendi? 

Rapido vento orientai m'invola 
Già dalla vista di tua infausta riva ; 
Ma il cor, l'alma, il pensiero indietro vola. 

Fatai contrasto, in qwì forza è ch'io viva ! 
O l'amata mia donna lasciar sola, 
O rivederla ove di pace è priva. 

l'réjus, 23 ottobre 1783. 



Xi,vi. — Viaggiando per la Provenza. 

Deh ! dove indarno il vagabondo piede 
In giro porto, ad alleggiar mia pena? 
Già, per andar cangiando ogni dì sede. 
Non verso io il pianto da men larga vena. 

Senna, e Tamigi, ove ogni stolto ha fede 
Che alberghi sol beatitudin piena. 
Visti e rivisti ho già ; né in me più riede 
La vaghezza che l'uoni d'attorno mena^. 



1 Onde il Leopardi, All'Italia: 

Che fosti donna, or sei povera ancella. 

2 Nella satira / viaggi, I: 

Calda vaghezza, che non dà mai pace. 
Mi spinge in volta. 

Alfieri, II. 



23 



354 



DAI.LR «Rime »; 1783 



i \ì 



Ma, se anco pur del patrio nido or dianzi 
Uscito io fossi, o a più remote sponde 
Volo drizzassi non tentato innanzi; 

Non per monti varcar, né solcar d'onde, 
Vedrei mai chi pareggi, non che avanzi, 
Quella ch'io sempre chiamo, e non risponde. 
Tra Le Luce Brigiioles in Provenza, 25 ottobre 1783.- 
Viia, IV, li. 



Cfr. 



XLVll, 



VivRSO Valchiusa. 



« Rapido fiume, che d'alpestre vena » 
Con maestà terribile discende^ 
Da tergo io lascio; e il mio pensiero intende 
Iva dove l'aura è ancor sacra e serena. 

Oh di qiud dolce frenato ripiena 
L'anima in me di fiamma alta s'incende ! 
Nulla omai, fra brev'ora, a me contende, 
Che al gran fonte di Sorga io prenda lena. 

Deh quante volte, per quest'orme istesse, 
Il divin vate alla sua chiusa valle 
Pien d'amorose cure il pie diresse ! 

Vieni (ei mi grida), il buon sentier non falle 
A chi davver tutte speranze ha messe 
Di gloria e amor pel disastroso calle. 

29 ottobre 1783. — Cfr. Vita, IV, 12. 



XLVIII. 



In Valchiusa. 



Ecco ecco il sasso, che i gran carmi al cielo 
Innalzan più, che la sua altera fronte-. 
Quindi il bel fiumicel d'amore ha fonte, 
Sacro, a par del Castali©, al Dio di Delo. 



1 II Rodano. Cfr. Petrarca, son. CCVIII. 

2 Cfr. il sonetto del Petrarca, n. CXVII: Se 7 sasso ond'è più 
chiusa questa valle. 



Dallp: « RiME«; 1783 



355 



Nobile invidia, e ch'io perciò non celo, 
Qui mi punge in pensar, che al mondo conte 
Fea queste spiagge, e le bell'acque, e il monte, 
D'un amante cantor l'ardente zelo. 

S'io non nien d'esso, e in non men chiaro foco 
Ardo, e cantando, in pianto mi consinno, 
Fama alla donna mia niegherà loco ? 

Deh 1 se in tuo caldo verseggiar mi allinno. 
Gran cigno, e se al mio dire ognor t'invoco, 
Non di me, il vedi, ma in te sol presumo. 

z<) ottobre 1783. — Cfr. 1/7^;, IV, 12. 



XIvIX. — La certosa di Grenoble. 

Là dove muta solitaria dura 
Piacque al gran Bruno ^ institiiir la vita, 
A passo lento, per irta salita. 
Mesto vo ; la mestizia è in me natura. 

Ma vi si aggiunge un'amorosa cura, 
Che nù tien l'alma in pianto seppellita, 
Sì che non trovo io mai spiaggia romita 
Quanto il vorrebbe la mia mente oscura. 

Pur questi orridi massi, e qtieste nere 
Selve, e i lor cupi abissi, e le sonanti ^ 
Acque or mi fan con più sapor dolere. 

Non d'intender tai gioje ogni uom si vanti 
Le mie angosce sol creder potran vere 
Gli ardenti vati, e gl'infelici amanti. 

Tra (kcnoblc e la Certosa, 2 novembre 1783. 



1 San Brunone, fondatore, nel 1084, dell'Ordine dei Certosini, 



356 



Dai.1^ «Rime»; 1783 



DAI.1.K «Rime»; 1786 



357 



1^. - - Per un globo areostatico, 
veduto innalzare in parigi. 

D'Arte a Natura ecco aminirabil guerra: 
Quasi infuocato razzo a voi lanciarsi 
Un globo innnenso, e nell'aere librarsi, 
Portando al ciel due figli della terra*. 

Amor che l'intelletto a' suoi disserra, 
Veggio turbato invidioso starsi 
Del non aver fatt'ei di vanni armarsi 
Uom, che dal nostro carcere si sferra. 

Desio di prisca libertade, è fama. 
Ch'ali impennasse al volator prindero: 
Gloria i due, ch'or qui veggio, al volo chiama. 

Duolmeiie, Amor; ch'era da te il sentiero: 
Tu dovevi inspirar si audace brama; 
Tu Ivcandro guidar per l'aure ad Ero. 
Parigi, 3 novembre 1783. — Cfr. Vita, IV, 12. 





LI. — Sull'arte di scrittore in Italia. 

... Scrilx), et simplex jwpuli sutfragia capto. ' 

Orazio, 1. II, cp. 2. 

L'arte ch'io scelsi, è un bel mestier, per dio! 
Logorarmi il cervel mattina e sera, 
Per far di carta bianca carta nera; 
Profonder tutto in linde stampe il mio ; 






» 



Su le prove smarrire e gli occhi e il brio; 
Assaporar la turba menzognera, 
Cartajuola, Protesca, e Torcoliera; 
Poi, perch'altri mi compri, accattar 10; 

Appiccicarmi i masnadier librai. 
Che a credenza ricevono, e fan grazia. 
Né metallo per foglio rendon mai; 

Il revisor soffrir, che l'uomo strazia; 
E viver sempre, in somma, in mezzo a' guai. 
Per trovar appo i leggitor disgrazia. — 

vStanca in tal guisa, e sazia 
Tace anzi tempo ogni laude voi brama, 
In chi scrivendo merca itala fama. 

29" settembre 1 yHc) [?] 



LII. 



Ira e Malinconia. 



Due fere donne, anzi due furie atroci, 
Tòr non mi posso (ahi misero !) dal fiancx). 
Ira è runa, e i sanguigni suoi feroci 
Serpi mi avventa ognora al lato manco; 

Malinconia dall'altro, liammi con voci 
Tetre offuscato l'intelletto e stanco: 
Ond'io null'atro che le Stigie foci 
Bramo, ed in morte sola il cor rinfranco. 

Non perciò d'ira al flagellar rovente 
Cieco obbedisco io mai; ma, signor d'essa, 
Me. sol le dono, e niun fuor ch'io la sente. 

Non dell'altra così; che appien depressa 
La fantasia mi tien, l'alma, e la mente... 
A chi amor non conosce, insania espressa. 

Sulla strada di Colmar, 14 agosto 1786. 



1 Pilatre de Roziers e il marchese d'Arlaiides. 

2 II testo oraziano, v. 103, ha et supplex. 



358 



Datj.e « Rime »; 1786 



UH. — Annibale morente. 

« Il peggio è viver troppo » ; e il sepper molti ; 
Primo tra gli altri quell'Annibal degno ^, 
Ch'esili canuto andò di regno in regno 
Onta accattando appo tiranni stolti. 

E se i veraci sensi eran raccolti, 
Ch'ultimi espresse quel feroce ingegno 2, 
Sapremmo or noi che il suo sublime sdegno 
Questi accenti in morire avea disciolti: 

— Me stesso, me, di mia vii morte accuso; 
Non Priisia infido, e non di Roma il crudo 
Odio, finor dall'odio mio deluso^. 

Canne, a mia fama adamantino scudo, 
Oh ne' tuoi campi dal mio career schiuso 
Mi fossi ! Or non morrei di gloria ignudo. — 

Ivutzback, T5-16 agosto 1786. 



lylV. — I SUOI MARTIRII AMOROSI. 

Tante, si spesse, si lunghe, si orril)ili 
Percosse or dammi iniquamente Amore, 
Che i mie' martiri omai fatti insoffribili 
Mi van traendo appien del senno fuore. 



1 Cfr. il sonetto del M isogallo, 13 gennaio lyos: 

Odio all'emnla Roma acerbo eterno 
Giurava il forte Annibale su l'ara; 
Né a vuoto usciva la minaccia amara. 
Che gli era anzi di gloria eccelso perno. 

2 Forte spirito, magnanimo. 

'■^ Cfr. CoRXKiJo XkpoTK, Humnbal, I e XII. 



Dat.le «Rime»; 1786 



359 



Or (cieca scorta) odo il mio sol furore; 
K d'un pestifero angue ascolto i sibili, 
Che mi addenta, e mi attosca e squarcia il cuore 
In modi mille, oltre ogni dir terribili: 

Or, tra ferri e veleni, e avelli ed ombre, 
I^a negra fantasia piena di sangue 
Le vie tutte di morte hammi disgombre : 

Or piango, e strido; indi, qual corpo esangue, 
Giaccio immobile; un velo atro m'ha ingombre 
he luci; e sto, qual chi morendo langue. 

19 agosto 1786: « di notte, in letto •>. — Cfr. Vita, TV. i6. 



lA' 



Ama I ijTooin orridi. 



Al^ 



Tacito orror di solitaria selva 
Di si dolce tristezza il cor mi bea, 
Che in essa al par di me non si ricrea 
Tra' figli suoi nessuna orrida belva. 

E quanto addentro più il mio pie s'inselva, 
Tanto più calma e gioja in me si crea ; 
Onde membrando coni 'io là godea, 
Spesso mia mente poscia si riusciva. 

Non ch'io gli uomini abborra, e che in me stesso 
Mende non vegga, e più che in altri assai; 
Né ch'io mi creda al buon sentier più appresso: 

Ma non mi ])iacque il vii mio secol luaiM 
E dal pesante regal giogo oppresso. 
Sol nei deserti tacciono i miei guai. 

27 agosto 1786: «tra gli abeti, ai Tre Castelli >. 



1 Onde il Manzoni giovinetto, fu morte di C. Imhonati: 
Xè del niio secai sozzo io già vorrei 
Rimescolar la fetida ì)elletta. 



360 



DAtiyE a Rime»; 1784-86 



IvVI. — II. PARLAR TOSCANO. 



Daixe (( Rime » ; 1783-84 



361 



Ma dei Sanesi il bel parlar le fea 
Forza così, che non più innanzi andando, 
Tempio e cnlto fra loro ebbe qnal Dea. 

1783. 



Deh, che non è tutto Toscana il mondo! 
Che il tanto lezzo almen, che in lui si spande 
Saria temprato alquanto dal giocondo 
Parlare, a un tempo armonioso e grande. 

In dolce stile, a nullo altro secondo, 
Qui tal favella cui nutriscon ghiande: 
Oltre Appennino, anco il gentile è immondo, 
Se voci a dir suoi sensi avvien ch'ei mande. 

Non parlerò degli urli maladetti, 
Con che Sannati, Galli, Angli, e Tedeschi 
Son di vestire il lor pensiero astretti. 

Ben è gran danno, che ignoranza inveschi 
Ora pur tanta i parlator sì pretti; 
E nulla in lor, che il vuoto sono, adeschi. « 



Tra San Marcello e Modena, 7 agosto 1784. 
IV, 17- 



Cfr Viin, 



IvVII. — A vSlENA. 



IvVIII. — Tristezza dee vivere eontano 

DAEEA SUA DONNA. 

Le pene mie lunghissime son tante, 
Ch'io non potrìa giammai dirtele appieno. 
D'atri pensieri irrequieti pieno, 
Neppure io '1 so, dove fermar mie piante. 

Misera vita strascino ed errante ; 
Dov'io non son, quello il miglior terreno 
Farmi; e quel ch'io non spiro, aere sereno 
Sol chiamo; e il bene ognor mi caccio innante. 

S'anco incontro un piacer semplice e puro, 
Un lieto colle, un praticello, un fonte. 
Dolor ne traggo e pensamento oscuro. 

Meco non sei: tutte mie angosce conte 
Son da quest'una; ed a narrarti il duro 
Mio stato, sol mie lagrime son pronte. 

Siena, 14 luglio 1784. 



Siena, dal colle ove torreggia e siede, 
Vedea venir pel piano afflitta errante 
Donna di grazioso alto sembiante. 
Che movea di vèr Arno ignuda il piede. 

Chi mai sarà ? l'un Savio all'altro chiede : 
Ma, sia qual vuoisi, or con veloci piante 
A incontrarla ciascuno esca festante. 
Per far di nostra gentilezza fede. 

Era colei la Cortesia, che in bando 
liscia di Flora, e al Tebro irne credea. 
Forse non meglio l'orme sue drizzando. 



IJX. 



Piaceri senesi. 



Due Gori, un Bianchi, e mezzo un arciprete^ 
Una Carlotta bella, e cocciutina; 
Una gentil Teresa, e un po' di Nina, 
Fan sì ch'io trovo in Siena almen quiete. 



1 II nobile senese Ansano Enti, lettore di diritto canonico 
nell'università di Siena, un ]>()' niondanetto. 



362 



Dai<i,E « Rime »; 1784 



Fonte-branda * mi trae meglio la sete, 
Panni, che ogni acqua di città latina; 
Fama mi dà la stamperia Pazzina, 
Le cui bindolerie già poste ha in Lete -. 

A Camollia^ mi godo il polverone; 
K in su la Lizza ^ il fresco ventolino: 
Al male il ben cosi compenso pone. 

Ma il campo di mie glorie è il saloncino^, 
Dove si fan le belle recitone, 
Quasi cantar si udisse il Perellino^. 






Datxr «Rimk»; 1784 



36 



Liberissimo spirto in prigion dura 
Nato, ei vi stava qual leon che dorme; 
Ma il viver nostro fetido e difforme 
Ben conoscea quell'alma ardita e pura. 

NuU'uom quasi apprezzando (a dritto forse), 
Nullo pur ne odiava; e a tutti umano, 
Sol ben oprando ei stesso, i rei rimorse. 

Troppa era ei macchia al guasto mondo insano : 
Invidia, credo, i lividi occhi torse ^, 
K a Morte cruda lo accennò con mano. 



Cfr. l'ita, III. t; IV, .}. 



Tra vSan F^eiiedetto e Novi, 30 ottoì)ie 17S4. 
IV. M- 



Cfr. Vita, 



LX. 



Ln MORTK DEIJ/ amico GoRI (jANDKIJJNI. 



LXL 



Ripensando alea sua donna. 



Era l'amico, che il destin mi fura, 
Picciol di corpo, e di leggiadre fonile; 
Brune chiome, occhi ardenti, atto confonne; 
E scritto in viso: Io son d'alta natura. 



^ yuella stessa, forse, menzionata <la Dante, /;//. XXX, 78. 

2 In nna lettera a Mario Bianchi, da Pisa, del 28 marzo 1785, 
l'Alfieri gli scriveva: « Ieri feci chiamare qnello che fa pel padrone 
della casa, ch'è il Prini... Mi disse che la casa era ricercata tntta 
intera, ma che per me si vedrebbe, si fare])l)e, e mille chiacchiere 
e bindolerìe; ... che, che... il diavolo che li porti: qnesta è una città 
tntta composta di Pazzini, cioè bugiardi quanto lui. ma più furbi, 
e migliori massai ». 

3 Camollìa è la porta della città che dà sullo stradale fiorentino. 

* Il passeggio della Lizza. 

^ Era presso il Duomo, e vi recitava una compagnia di dilet- 
tanti. Vi furono rappresentate l'Oreste, VAntigoyie, il l'ilippo, la 
Merope, l'Ottavia. 

* Antonio Perellino; il quale nel 1763 cantava da Rinaldo 
nell'Armida del Traetta, al v^an Carlo di Napoli. Cfr. Fm)RIM<), 
La scuola musicale di Xapoli, Napoli, 18S1. voi. IV, p. 236-37. 






Mi vo pingendo nella fantasia 
(Cagion di pianto e di letizia a un tratto) 
Ogni bel pregio, ogni più menomo atto 
Della leggiadra amabil donna mia. 

Ecco, or la veggo a un bel corsier dar via, 
Con grazia tanta; e, come folgor ratto. 
Un miglio quasi ella e Narciso han fatto. 
Entrambi con sovrana maestria. 

Quindi, al suon della voce al mondo sola. 
Raccolte ha l'ali il bel Falbetto, il caro 
Animai, che diresti aver parola. 

Di Partenope i paschi lo educaro: 
Ei del mio l^ene i tristi di consola, 
Con quel suo dolce ambiar snelletto e raro. 

Brixen, 26 ottobre 1784. 



1 Cfr. Gerusalemme Liberata, IV, i : « Contra i Cri.stiani i lividi 
occhi torse ». 



hf 

I - 



364 



Dalle « RiMK »; 1785 



Dalle u Rime »; 1785 



365 



a 



lyXII. — Cavalcando lungo il upo pisano. 



Solo, fra i mesti miei pensieri, in riva 
Al mar là dove il Tosco fiume ha foce, 
Con Fido il mio destrier pian pian men giva 
E muggian l'onde irate in suon feroce. 

Quell'ermo lido, e il gran fragor mi enipiv 
Il cuor (cui fiamma inestinguibil cuoce) 
D'alta malinconia; ma grata, e priva 
Di quel suo pianger, che pur tanto nuoce. 

Dolce oblio di mie pene e di me stesso 
Nella pacata fantasia piovea; 
B senza affanno sospirava io spesso: 

Quella, ch'io sempre bramo, anco parea 
Cavalcando venirne a me dappresso.... 
Nullo error mai felice al par mi fea. 



Pisa, al mure, 4 gennaio 17H5. 



lyXIII. — Lontano dali.a sua donna. 

Mesto son sempre ; ed il pianto, e la noja, 
Dell'inutil mio viver son le scorte: 
Ma il dolor, che alla speme ancor le porte 
Schiude, non vuol ch'io viva, e non ch'io muoja. 

Quindi adirato, e torbido, ogni gioja 
Sfuggo più assai, ch'altri non sfugge morte; 
E son mie poche doti intere assorte 
Nell'ozio, che i più belli anni m'ingoja. 

Fin ch'io mi stava di mia donna al fianco, 
Mi porgean l'alme suore alto diletto, 
Né mai di apprender sazio era, né stanco. 



1^' 



\ 



^ 



Privo di lei, son privo d'intelletto; 
Ogni senso e virtude in me vien manco, 
«Pien di malinconia la lingua e il petto»*, 

Pisa, 2 agosto 1785. 



LXIV. 



1 rol'OLI ITALIANI. 



Ai Fiorentini il pregio del l^el dire; 
Ai Romaneschi quel di male oprare; 
Napoletani mastri in schiamazzare; 
E i Genovesi di fame patire. 

I Torinesi i vizj ^ altrui scoprire, 
I Veneziani han gusto a lasciar fare ; 
I buoni Milanesi a banchettare ^ 
Ivor ospiti i Lucchesi a infastidire. 

Tale d'Italia è la primaria gente; 
Smembrata tutta, e d'indole diversa; 
Sol concordando appieno in non far niente. 



1 Petrarca, Trionfo d'Amore, I, v. loi. di Marco Aurelio: 
« Pien di philosophia la lingua e '1 petto». 

2 Trascrivo così, col Carducci; ritenendo che la lezione del- 
l'autografo, ai vizj, sia dovuta a uno scorso di penna. 

3 Cfr. Parini, La laurea: 

Insubria, onde rumore 

Va per mense ospitali ed atti amici... 

K dell'Alfieri medesimo la vSatira nona, T viaggi, I: 

I/Appennin già rivarco e m'immilàno. 
Ma quivi io tosto esclamo un altro Cime. 

Le cene, e i pranzi, e il volto ospite umano, 
E i crassi corpi e i vie più crassi ingegni 
Che il Beozio t'impastan col Germano, 

Fan sì ch'io esclami: — Oimè, perchè pur regni, 
Alma bontà degli uomini, sol dove 
Son di materia inaccessibil pregni! 



366 



Dai,i,e uRimE;'; 1785 



DA1.1.E «Rime»; 1786-87 



367 



Nell'ozio e ne' piacer nojosi immersa. 
Negletta giace, e sua viltà non sente; 
Fin sopra il capo entro a Lete sommersa. 

Tra Novi e San Benedetto, 7 settembre 1785. 



LX\\ — Contro i.a i^entezza 

DEI VETTURINI TEDESCHI. 

Oh qual mi rode e mi consuma e strugge 
Jnutil rabbia, ch'esalar non posso ! 
Da tanti di già corro, e non son mosso; 
Mercè la gente che parlando mugge. 

Un trotto piè-di-piombo, che mi strugge 
K vuota ogni midolla infino all'osso; 
Beco quai vanni a me il Tedesco grosso 
Or presta; ond'io rimango, e il tempo fugge. 

Ben l'alato pensier verso il mio bene 
Su le ratte d'amor fervide penne 
Innanzi vola, indi a spronarmi viene: 

Ma invan; sue tarde elefantesche brenne* 
Il guidator più tardo anco trattiene. — 
Amante mai per queste vie non venne. 

Tra Ffirt e Hiinedingen. 15 settembre 1785. — Ctr. Vita, li, 
I e 5: p. 20-21 e 37. 



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{ 



LXVI. 



La malattia dei. cavallo Fido. 



I 



Donna, l'amato destrier nostro il Fido, 
Cui tu premevi timidetta il dorso, 
Sta di sua vita or per fornire il corso, 
Per morbo ond'io sanarlo omai diffido. 



^ Brenna — cavallaccio. MENZINI, Satire, IV: «Chiama cavai 
di regno una tal brenna ». 



Oggi, pur dianzi, di mia voce al grido, 
La testa or grave, e un di si lieve al morso, 
Alzava, e mi sguardava. AUor m'è scorso 
Agli occhi il pianto, e al labro un alto strido.... 

vSe tu il vedessi! anco tu piangeresti.... 
Pieno ha l'occhio di morte; e l'affannoso 
Fianco non vien che d'alitar mai resti. 

Pur, non so che di forte e generoso 
Serba in sé, che i suoi spirti ancor tien desti: 
Ei muor, qual visse, intrepido anhnoso. 
Sulla strada di Roussac, 20 febbraio 1786. 



LXVII. — Compiange la sorte di chi k nato schiavo. 

Duro error, che non mai poscia si anmienda, 
Il nascer schiavo del poter d'un solo! 
Per cui su l'ali di virtute a volo 
L'nom non può alzarsi, ancor ch'ella lo incenda. 

Se a libertade avvien ch'ei l'alma intenda, 
Caldo amator del bello antico stuolo. 
Desiandola invano, immenso duolo 
Forza è che ognor più sventurato il renda: 

Se, fra delizie e il non pensare, ignaro 
Vive ei de' dritti a lui nel nascer tolti. 
Fetida vita il pon dei l)ruti al paro. 

Forti, o voi pochi, in rio servaggio avvolti; 
Fia sola ammenda al nascer vostro amaro, 
L'essere in suol di libertà sepolti. • 

26 febbraio 1787. 



LXVII I. 



La vista delle bellezze naturali 
non può confortarlo. 



Gran pittrice è Natura. Oh amabil vaga 
Armonia di color sì varj e vivi. 
Che il cor, la vista, e lo intelletto appaga ! 
Qual fia pennel che a tua bellezza arrivi? 



368 



Dalile «Rime»; 1786-87 



Dai^IvE «RimE)^; 1786 



369 



Qui il pratello, che pare opra di maga, 
Ride fra due fuggenti argentei rivi: 
Più là, rosseggia l'odorosa fraga, 
Fra i bei lauri non mai di fronda privi: 

Più su, di querce si corona il monte ; 
E un bizzarro alternar di Sole e d'ombra, 
Or fa negra, ora indora a lui la fronte. 

Là, quanto trar può l'occhio, il piano ingombra 
Verde speme di messi a ingiallir pronte.... 
Ma nulla il duol dall'ahna mia disgombra. 

Nel monte sotto Tscrveiii, 27-28 aprile 1786. 



IvXIX. — Dinanzi ai, dipinto 

RAFFIGURANTE I QUATTRO NOSTRI SOMMI POETI. 

Quattro gran vati, ed i maggior son qtiesti, 
Ch'abbia avuti od avrà la lingua nostra. 
Nei lor volti gl'ingegni alti celesti, 
Benché breve, il dipinto assai ben mostra. 

Primo è quei che scolpia la infernal chiostra: 
Tu, gran padre d'amor, secondo resti: 
Terzo è il vivo pittor che Orlando inostra: 
Poi tu, ch'epico canne a noi sol desti. 

Dalla gelida Neva al Beti adusto *, 
Dal Sebeto al Tamigi, eran mie fide 
Scorte essi soli, e il genio lor robusto. 



1 La Nevo, come si sa. e il tiume che bacila Pietroì^urgo, o 
Pietrogrado. Il Reti, Baetis, è il Guadalquivir, il fiume dell'Anda- 
lusia. Marziale ha un epigramma, XII, 99. ^d Baetim, che co- 
mincia : 

Baetis olivi/era crinem redimite corona, 

Aurea qui nitidis veliera tingis aquis... 



\ 



Dell'allòr, che dal volgo Tuoni divide, 
. Riman fra loro un quinto serto augusto: 
Per chi ? — Forse havvi ardir, cui Febo arride . 

II maggio 1786. « in letto ». - Cfr. VHa, IV, io. 



LXX. — Nella imivunenza della morte 
DI Federico II, RK di Prussia. 

Il gran Prusso tiranno, al qual dan fama 
Marte e Pallade a gara, or su la sponda 
Sta di Oocito, oltre alla cui negr onda 
Fero ^Minosse ad alta voce il chiama. 

L'alta sublime, e non regal sua l)rama 
Di ottenere immortai vita seconda. 
Quasi lucida fascia or già il circonda, 
E ammirabil l'ha fatto a chi men 1 ama. 

Quindi è dover che semivivo egli oda 
Ciò che di lui dirà libero ingegno ; 
Se a nomarlo pur mai la lingua ei snoda. 

Costui, macchiato di assoluto regno, 
Non può d'uomo usurpar nome, né loda; 
Ma di non nascer re forse era degno. 



7 maggio 178Ó. Federico mori poi il 17 agosto. 
111. 8. 



Cfr. Vita, 



1 È degno di nota che. nella canzone Ad Angelo Mai, il Leo- 
1. (itgnu II 1- Alfieri tra i no.stri sommi poeti, 

Torquato, miserando esempio di sciagura ». 

Da te fino a quest'ora noni non è sorto. 
O sventurato ingegno, 
Pari all'italo nome, altro ch'un solo... 

24 
Alfieri, II. 



370 



DALtK «Rime»; 1786 



LXXI. -- Pkr la soppressione 
dell'Accademia della Cri-sca. 

L'idioma gentil sonante e puro, 
Per cui d'oro le arene Arno volgea, 
Orfano or giace, afflitto, e mal sicuni; 
Privo di chi il più bel fior ne cogliea. 

Borèal scettro, inesorabil, duro. 
Sua madre spegne, e una madrigna crea, 
Che illegittimo omai farallo e oscuro, 
Quanto già ricco l'altra e chiaro il fea. 

L'antica madre, è ver, d'inerzia ingombra, 
Ebbe molti anni l'arti sue neglette, 
:Ma per lei stava del gran nome l'ombra. 
Italia, a quai ti mena infami strette 
Il non esser dai Goti appien disgombra ! 
Ti son le ignude voci anco interdette. 
icS marzo 1786. — Il j^raiiduca Pietro Leopoldo {boreal scettro 
perchè austriaco) aveva, il 7 luglio 1783, emanato un decreto, 
col quale, « volendo che nella città di Firenze fosse animato e 
promosso con più profitto lo studio delle Belle I^ettere per cui si 
fa strada alle scienze », sopprimeva l'Accademia fiorentina, quella 
della Crusca e quella degli Apatisti, « allontanatesi da quell'og- 
getto per cui furono istituite » e che « si trovavano attualmente 
senza vigore ed attività ». e di esse formava una sola, « la quale 
potrà denominarsi Accademia Fiorentina ». La wadre dell'idioma 
fiorentino era la Crusca, la madrigna l'Accademia Fiorentina. 
Il motto della Crusca era, ed è, l'emistichio petrarchesco (can- 
zone LXXIII): // più bel fior ne coglie. 



LXXII. — Perchè ami la sua donna. 

Candido cor, che in sul bel labro stai 
Di quella schietta che il mio tutto io chiamo ; 
Per te, più sempre che me stesso io l'amo; 
Tu più m'incendi, che i suoi negri rai. 



Dalle « Rime »; 1786 



371 



Chi di beltà, chi di lusinghe, e assai 
Colti son d'arti e di menzogne all'amo: 
Non io ; che in prova, libertà non bramo ; 
E l'anno è il nono de' miei lacci omai. 

Un dirmi ognor soavemente il vero. 
Ancor che spiaccia; ed a vicenda, un breve 
Sdegno in udirlo, indi un perdon shicero; 

Un profondo sentire in sernion lieve; 
Infra il lezzo del mondo animo intero: 
Bei pregi, a cui servir non fia mai greve. 

27 maggio 1786, «in letto». 



LXXIII 



Il suo ritratto. 



Sublime specchio di veraci detti, 
Mostrami in corpo e hi anima qual sono : 
Capelli, or radi in fronte, e rossi pretti; 
Lunga statura, e capo a terra prono; 

Sottil persona in su due stinchi schietti; 
Bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono; 
Giusto naso, bel labro, e denti eletti; 
Pallido in volto, più che un re sul trono: 

Or duro, acerbo; ora pieghevol, mite; 
Irato sempre, e non maligno mai; 
La mente e il cor meco in perpetua lite : 

Per lo più mesto, e talor lieto assai; 
Or stimandomi Achille, ed or Tersite: 
Uom, se' tu grande, o vii? Muori, e il saprai. 

9 giugno 1786. — Il i8agostoi792, quando alla Barrière Bianche 
di Parigi l'Alfieri e la sua comitiva furono fermati da « una tren- 
tina forse di manigoldi della plebe, scamisciati, ubriachi e furiosi », 
che non U volevano fare uscire, egli, '< pieno di stizza e furore », 
mostrava a quei fanatici il suo passaporto, replicando ad alta voce : 
«Vedete, sentite; Alfieri è il mio nome; Italiano e non Francese; 
grande, magro, sbiancato, capelU rossi: son io quello, guardatemi; 
ho il passaporto ». Cfr. Vita, IV, 22, 



372 



Dai,!^ « Rime »; 1786 



DaUvE «Rime»; 1786-87 



373 



IvXXIV. — La donna k la patria. 

Donna, s'io cittadin libero nato 
Fossi di vera forte alma cittade, 
Quel furor stesso, ch'or di te m'invade, 
D'egregio patrio amor m'avria infiammato. 

Né il mio secondo amore a te men grato 
Fora, son certo: perchè in bella etade 
Nata tu pur, saresti or delle rade 
Cose che al mondo il cielo abbia mostrato. 

Ma nati entrambi e in servitù vissuti. 
Nessun legame sovrastar può a quelli, 
Che han tra noi le confomii alme tessuti. 

Tu dunque sola or la mia vita abbelli; 
Iv gli alti sensi tutti in me son muti, 
Se a tentar nobil voi tu non mi appelli. 

4 agosto 1786, « in letto ». 



IvXXV. — Aij.a madre. 

Misera madre, che di pianto in pianto 
Vai strascinando la trista tua sera; 
K ad uno ad uno i figli amati tanto 
Vedi acerbi ingojar da morte fera: 

Ad alte prove il tuo coraggio santo 
Ponendo or va quei che a natura impera. 
Deh, che non ha mio inutil stame infranto. 
Pria ch'orbarti di qual più d'uopo t'era! 

Io sol per tutti, io primo, ed io che il bramo, 
Morir dovea; che gli altri avrianti almeno 
Di nepoti accresciuto al tronco un ramo. 

E per me mai non stringerai tu al seno 
Un pargoletto, che a te sia richiamo 
A sperar quaggiù ancora un di sereno. 



vStrasbiirgo, 26 settembre 1786. — Cfr. Vita, I, i. Questo so- 
netto fu mandato alla madre con la lettera del 15 ottobre 1786; 
dove le diceva: «... ho saputo le sue idtime afflizioni dall'abate di 
Caluso. Mi spiace infinitamente di un tale avvenimento per se 
stesso, e per il moilo barbaro e terribile con cui le è accaduto sotto 
gli occhi materni, ciò che per le circostanze dovea ahneno acca- 
derle fuori di casa. L'ho sentito e lo sento vivamente; non dico 
niente per consolare il suo dolore, perchè sono certo che nella di 
lei così vera e calda rassegnazione a Dio ella trova compenso 
ben grande a tutte le umane miserie, e tale che ninno argomento 
lunano lo può mai agguagliare. Pure, per dimostrarle ch'io dal 
profondo del cuore ho sospirato con lei e per lei, le acchiudo questo 
sonetto, da cui ella conoscerà che per la sua felicità e contentezza 
terrena, avrei molto più desiderato di esserle tolto io, che i suoi 
ultimi figli, che almeno stavano con lei ed assistevano e consola- 
vano la sua vecchiaia; invece ch'io, misero me!, le sono inutile 
affatto, e forse le sono più assai dolore che consolazione ». 



lyXXVI. — Perchè; abbia abbandonato ta patria. 

Chi '1 crederia pur mai, che un uom non vile, 
Per amar troppo il bel natio suo nido, 
vSordo apparendo di natura al grido, 
Spontaneo il fugga, quasi ei l'abbia a vile? 

Eppur queir un son io: ma in cor gentile 
Par penetrar l'alta ragion mi afìido, 
Che mi sforza a cercare in stranio lido 
Come ardito adoprar libero stile. 

Sacro è dover, servir la patria; e tale 
(Benché patria non è là dove io nacqui) 
Iv'estimo io pur; né d'altro al par mi cale. 

Quindi é, che al rio poter sotto cui giacqui, 
Drizzai da lungi l'Apollineo strale, 
E iu mio danno a prò d'altri il ver non tacqui. 

Tornando da Sultzmath, io novembre 17S7. 



\ 



374 



Dai,t,k (( RiMK »; 1787 



lì 



DA1.1.É «Rime»; 1789-90 



375 



LXXVII. — AlXA MADRE. 

Madre diletta mia, deh! non ti piaccia 
Di maggior pianto omai gravarmi il ciglio, 
Col darmi ingiusta incomportabil taccia 
Di sconoscente o d'insensibil figlio. 

Spesso, se avvien che a te mie nuove io taccia, 
Il non poterti io dir che al scelto esiglio 
Sto per dar fine, e che a te riedo, allaccia 
iMia penna ; e fa che al nulla dir mi appiglio. 

Squarciato il cor da più saette io porto: 
Amor mi sforza, e libertà più ancora, 
Ad afferrar di qua dall'Alpi un porto: 

Di là mi chiama in llebil voce ognora 
l/'orba vecchiezza tua. cui sol conforto 
Il riveder l'unico figlio or fora. 

1787. 



I.XXVIII. — vSu LA VITA SUA. 

Sperar, temere, rimembrar, dolersi; 
vSempre bramar, non appagarsi mai; 
Dietro al ben falso sospirare assai, 
Né il ver (che ognun l'ha in sé) giammai godersi 

Spesso da più, talor da men tenersi. 
Né appien conoscer sé, che in braccio a' guai: 
E giunto all'orlo del sepolcro omai, 
Della mal spesa vita ravvedersi: 

Tal, credo, é l'uomo; o tale almen son io: 
Benché il core in ricchezze, o in vili onori. 
Non ponga; e Gloria e Amore a me sien Dio. 

ly'un mi fa di me stesso viver fuori; 
Dell'altra in me ritrammi il bel desio: 
Nulla ho d'ambi finor, che i lor furori. 



1 



■i.-ji' 






IvXXIX. — La BEI.I.EZZA FEMMINILE. 

Dolce a veder di giovinezza il brio, 
Che con modestia lietamente aggiunto, 
In bella donna manifesti a un punto 
h'à candid'alma. e il naturai desio! 

Tra l'opre tante in cui grandeggia Iddio, 
La prima è questa ; e ad ammirarla è punto 
Ogni noni da si^ron che gli ha Natura ingiunto, 
Per quanto al bello ei sia cieco e restio. 

Oh vero raggio di luce divina, 
Che folgorando infra due ardenti lumi, 
Fai d'ogni nostro senso alta rapina ! 

Oh ]:)ei leggiadri angelici costumi, 
vSovrana forza che ogni forza inchina ! 
Voi de' mortali siete in terra i Numi. 
9 gennaio i 789, « passeggiando ». 



LXXX. 



A TTNA TORTOREIXA. 



Bianco- piumata vaga tortorella, 
Ch'or, su la mia fenestra il voi raccolto. 
Ti stai dolce-gemente in tua favella. 
Fisa i raggianti occhietti entro il mio volto; 

Che vorresti pur dirmi, o tu si bella ? 
Mira, a mia posta anch'io ti guardo e ascolto; 
Che messaggera d'amorosa stella, 
Certo vèr me le rapid'ali hai sciolto. — 

A te, che amor per lunga prova intendi. 
Né per prospera sorte il cor ti smalti, 
A te vengh'io narrar miei lutti orrendi. — 

Deh! basta; intesi: ah, sola sei! già gli alti 
Strali mi passan del pianto che imprendi: 
Già piango, e tremo che il tuo duol mi assalti. 
Scendendo da Montmartre. 25 e 26 ottobre 1790. — Questo 
gentile sonetto richiama a mente la Rondinella pellegrina nel 
Marco Visconti dì Tommaso Grossi. 



\ 



37^ 



Datxe «Rimk»; 1790-9T 



Daixe «Rime»^: 1791 



377 



LXXXI 



Che cosa sta ii, poeta. 



Poeta è nome che diverso suona 
Appo genti diverse in varia etade; 
Onde, or nel limo vilipeso ei cade, 
Or l'uom dal mortale essere sprigiona. 

Ma uman giudizio torre o dar corona 
Mal può d'un'arte, che divina invade 
Gli almi suoi mastri, e alle superne strade 
Con disusato ardito voi gli sprona. 

Ben può sentenza il volgo dar su i vuoti 
Annoniosi incettator d'oblio, 
Di baje pregni, e al vero Apollo ignoti : 

Ma prezzar quelli che il furor natio 
Sforza a dir carmi a Verità devoti, 
Non l'osi, no, chi non è Vate, o Iddio. 

Parigi. 29 ottobre 1790. 



LXXXII. — AUvA MADRE. 

Della pia, bene spesa, alta tua vita 
Fia dunque ver che il settantesim'anno, 
Secura omai d'ogni terreno affanno, 
Tu varchi, o Madre, a Dio già quasi unita ? 

Beata oh tu, che gli occhi a terra ardita 
Rivolger puoi, scevri d'umano inganno 1 
Né desio né rimorso a te mai danno 
Gli scorsi lustri della età fornita. 

Beata oh tu, che in alma speme acceso 
Fisi intrepida il ciglio alle superne 
Sedi, ove ognora fu il tuo spirto inteso ! 

Sii le sublimi tue tracce materne 
Avessi io pur fervido il voi disteso, 
Ch'or terrei sole cose esser le etenie 1 

Nelle Tuilleries. 22 gennaio 1791. 



/, 



\: 



IvXXXIII. — Rivedendo a Douvres 

UNA DONNA OIÀ VIOI^ENTEMENTE AMATA. 

Già la quarta fiata (ultima forse) 
Era ch'io '1 pie fuor d'Albion portava, 
Quando nell'atto che il nocchier salpava, 
Donna a' miei sguardi al lido in riva occorse. 

Ahi vista ! eli' è colei che al cuor mi porse 
Iv'esca primiera, ond'io tutto avvampava, 
Or quattro lustri; e quando io lei lasciava, 
Restai gran tempo di mia vita in forse. 

Fiso la miro; e tacito, e tremante. 
Dai be' negri occhi ancora ardenti io pendo: 
Ma pur, non volgo addietro io già le piante. 

Meco è la Donna, in cui tutte comprendo ; 
Madre, moglie, sorella, amica, amante: 
Non d'amor più, sol di T[Àetk mi accendo. 

Tra Furnes e Ostenda, il 26 e 27 agosto 1791. — Cfr. Vita, 
IV, 21 : «... pochi giorni- dopo ci rimbarcammo a Douvres. Qnivi 
mi accadde un accidente veramente di romanzo, che brevemente 
narrerò. Nel mio terzo viaggio in Inghilterra nell'83 e 84 non aveva 
punto più saputo uè cercato nulla di quella famosa signora, che 
nel mio secondo viaggio mi avea fatto pericolare per tanti versi. 
Solamente sentii dire ch'ella non abitava più Londra, che il ma- 
rito, da cui s'era divorziata, era morto, e che si credeva ne avesse 
sposato un altro, oscuro ed ignoto. In questo quarto viaggio, nei 
quattro e più mesi ch'io era stato a Londra, non ne avea mai .sen- 
tito far parola, né cercatone notizia, e non sapeva neppure s'ella 
fosse ancor viva, o no. Nell'atto d'imbarcarmi a Douvres, prece- 
dendo io la donna mia di forse un quarto d'ora alla nave, per ve- 
dere se il tutto era in ordine, ecco, che nell'atto che dal molo 
stava per entrare nella nave, alzati gli occhi alla spiaggia dove era 
un certo numero di persone, la prima che i miei occhi incontrano, 
e distinguono benissimo per la molta prossimità, si è quella si- 
gnora; ancora bellissima, e quasi nulla mutata da quella ch'io 
l'avea lasciata vent'anni prima, appunto nel 1771. Credei a prnna 
di sognare; guardai meglio, e ini sorriso ch'ella mi schiuse guar- 



/ 



378 



Baiale «Rime»; 1791-92 



Datxe «Rime»; 1792 



379 



dandomi, mi certificò della cosa. Non povsso esprimere tutti i moti, 
e diversi affetti contrarj che mi cagionò questa vista. Tuttavia 
non le dissi parola, entrai nella nave, né più ne uscii; e nella nave 
aspettai la mia donna, che un quarto d'ora dopo giuntavi, si salpò. 
Essa mi disse che <lei signori, che l'accompagnarono alla nave, 
gli aveano indicata ([uella signora; e nominatiigliela, e aggiuntovi 
un compendiuccio della di lei vita passata e presente. Io le rac- 
contai come mi era occorsa agli occhi, e come andò il fatto. Tra 
noi non v'era mai né finzione, né diffidenza, né disistima, né 
querele. Si arrivò a Calais; di dove io, molto colpito di quella vivSta 
così inaspettata, le volli scrivere per isfogo del cuore, e mandai 
la mia lettera al banchiere di Douvres, che glie la rimettesse in 
proprie mani, e me ne trasmettesse poi la risposta a Brusselles, 
dove sarei stato fra pochi giorni. La mia lettera, di cui mi spiace 
di non aver serbato copia, era certamente piena d'affetti; non già 
d'amore, ma di una vera e profonda commozione di vederla an- 
cora menare una vita errante e sì poco decoro.sa al suo stato e 
nascita, e il dolore, ch'io ne sentiva tanto più, pensando di esserne 
io stato, ancorché innocentemente, o la cagione o il pretesto. 
Che senza lo scandalo succeduto per causa mia ella forse avrebbe 
potuto occultare o tutto o gran parte le sue dissolutezze, e cogli 
anni poi emendarsene. Ritrovai poi in Brusselles, circa quattro 
settimane dopo, la di lei risposta, che fedelmente trascrivo per dare 
un'idea del di lei nuovo ed ostinato mal inclinato carattere, che 
in quel grado ella é cosa assai rara, massime nel bel .sesso. Ma tutto 
serve al grande studio della specie bizzarra degli uomini ». 



( 



\i 



Non v'è questo mio dire, Itali, osctiro; 
Nostra è la palma or da Natura, e chere 
Sol che si nutra in noi sua sacra vampa. 

Parigi, 6 maggio i 7^)2, « in letto ». 



IvXXXV. — Ritornando in Itaija. 

Per la decima volta or l'Alpi io varco; 
E il Ciel, deh, voglia ch'ella sia l'estrema! 
L'Italo stiol queste ossa mie deh prema, 
Poiché già inchina del ndo viver l'arco ! 

Di gio vende insofferenza carco, 
Quando la mente più di senno è scema, 
Io di biasmarti, o Italia, assunsi il tema, 
Né d'aspre veritadi a te fui parco. 

Domo or da lunga esperienza, e mite 
Dai maestri anni, ai peregrini guai 
Prepongo i guai delle contrade avite. 

Meco é colei, ch'ognor seguendo andai: 
Sol che sian pari le due nostre vite, 
Chieggioti, Apollo, s'io fui tuo pur mai. 

Scendendo il Brenner, 25 ottobre 1702. 



IvXXXIV. 



IvA UNGITA italiana. 



Se pregio v'ha, per cui l'nn Popol deggia 
Palma d'ingegno sovra l'altro aversi, 
Pregio al certo sovrano egli é il valersi 
Di favella che in copia e in suon primeggia. 

Non v'ha parola che lui'idea non chieggia, 
Come non fiume etti fonte non versi; 
Né mai dolci sonanti accenti férsi 
Dov'organo perfetto non li echeggia. 

Più le parole son, le idee più furo: 
Più vaghe sono e splendide ed hitere, 
Più fu il valor della creante stampa. 






IvXXXVI. — Rivedendo i,a terra toscana. 

Oh brillante spettacolo giocondo, 
Di cui troppi anni io vissi in Gallia privo I 
Celeste azzurro, d'ogni nebbia mondo, 
Cui solca d'igneo Sole aurato rivo. 

Qui al Capricorno, invan gelato e immondo, 
P'a gtierra ognor dell'alma luce il Divo: 
Qui non contrista di canizie il mondo 
I^'ispido verno, e i fior non prende a schivo. 



38o 



Dai.i,k « RiMR ))', 1792-95 



Scevra d'ogni torpore, ecco disserra 
ly'urna il biondo Arno alle volubili acque, 
Che irrigan liete la Palladia terra. 

K qui il mio spirto pur, che al gel soggiacque 
lyà d'oltranionti, or ridestato afferra 
Jya dolce làra, a cui fors'anco ei nac<iue. 

Novembre 1792. 



IvXXXVII. — Chiede ai Toscani 

CITTADINANZA DI FAROI.K. 

Uoni, che barbaro quasi*, in su la sponda 
Del non Etrusco Tànaro nascea. 
Dove d'Itale voci è impura l'onda, 
Si ch'ella macchia ogni più tersa idea; 

Più lustri or son, ch'ei la natal sua immonda 
Favella in piena oblivion ponea; 
E al vago dir che l'alma Flora inonda, 
E labro e penna ed animo volgea. 

Se niun di voi, cigni dell'Arno, or vede 
Spurio vestigio nel costui sermone, 
Cittadinanza di parole ei chiede. 

Sacro tributo a Grecia tutta impone 
Iv'unica Atene, di ogni grazia .sede, 
Cui la Beozia stolta invan si oppone. 

Tra San Gallo e il Prato, 7 gennaio 1795. — Cfr. Vita 
IV, 2. 



^ « Vero l)arbar<) Allobrogo .> chiama se stesso l'Alfieri nella 
Viia, III. I. 



Dalile « Rime )S 1795 



381 



lyXXXVllI. — Non nato libero, 

SPERA CxLORIA DAIv UBERO SCRIVERE. 

Io mi vo vergognando hifra me stesso 
Di un'ampia maccliia, onde imbrattommi il Fato: 
Senz'essa, io forse un noni sariami stato, 
Ponendo in fatti ciò che in voci ho espresso. 

Mi fea Natura invan del miglior sesso, 
Poiché in città non libera pur nato ; 
Quindi io sempre al gigante il nano a lato 
Figuro in me, quando alti sensi in tesso. 

Ma Ivusinga ingegnosa anco talvolta 
A consolarmi di tur tal danno sorge. 
Dicendo: «Ogni opra d'uoni gli anni han sepolta, 

Men lo scriver che il dolce utile porge: 
Nata in serve contrade anima sciolta, 
O il suo scriver non muore, o un di risorge ». 

9 gennaio 1795, «lungo le mura, a una pioggia dirotta ». 



LXXXIX. -- IvA Poesia. 



Bella, oltre l'arti tutte, arte è ben questa, 
Per cui sfogando Tuoni suoi proprj affetti, 
Gli altrui con dolce fremito ridesta, 
Mercè gli ardenti armoniosi detti. 

Sovr'auree penne in agii volo è presta 
Sempre a recar fruttiferi diletti 
Di contrada in contrada; e mai non resta; 
Che ha i secoli anco a soggiacerle astretti. 

O del forte sentir più forte figlia, 
Che a' tuoi fervidi fabri sol dai pace 
Quel dì ch'invida Morte atra li artiglia; 



382 



Dalle « Rime»; 1795 



I 



Dai,i,k « Rime »; 1795 



383 



Poesia, la cui fìaninia il cor mi sface, 
Se al tuo divin furore il mio somiglia. 
Deh dammi eterea tu vita verace ! 

IO gennaio 1795. ì^ Bòboli. 



xc. 



Sul nomu suo. 



L'adunco rostro, il nerboruto artiglio, 
lyC poderose rapide sonanti 
Ali, e il fiso nel Sole ardito ciglio, 
Son dell'aquila ])rode alteri vanti. 

Da tal nobile augello io '1 nome piglio : 
Forse i miei prischi l'aquile tonanti, 
Che vincitrici fero il Ren vermiglio, 
Portaro un dì, sotto Tacciar sudanti. 

Donde ch'ei nasca, egregio è il nome ed alto; 
Mi è grato; io '1 pregio; e il sosterrò, se basto, 
Con ali e rostro e artigli e cuor di smalto. 

Già di affissare in lui miei sguardi il casto 
Pebo mi die: chi muoverammi assalto, 
S'anco Giove mi affida il fulniin vasto ? 

13 febbraio 1795, in Bòboli. — Lo stemma degli Altieri reca 
un'aquila con gli artigli insanguinati, e il motto: hosfili sic tincta 
cruore ; e Vittorio credette che il nome della sua famiglia derivasse 
da aqìiilifer, il portatore dell'insegna nelle legioni romane. Di qui 
la magnifica evocazione del Carducci, nell'ode Piemonte: « Venne 
quel grande, come il grande augello ] Ond'ebbe nome; e a l'umile 
paese | Sopra volando, fulvo, irrequieto, | Italia ItaHa | Egli 
gridava a' dissueti orecchi | A i pigri cuori, a gli animi giacenti ». 
Ma l'Alfieri s'ingannava. « Alfiere, portabandiera, è un vocabolo 
d'importazione spagnuola «, insegna Pio Rajna (// nome del- 
l'Alfieri, Firenze, 1890), «del quale in Italia non si sanno citare 
esempi anteriori al Cinquecento, e la schiatta degli Alfieri ripete 
invece la sua ragione onomastica da qualcosa di ben altrimenti 
antico fra noi. Questo casato, al modo stesso di altri infiniti, non 
è in origine se non un nome proprio di persona ; e un nome preci- 
Semente di provenienza germanica. Se ne possono riaccogliere 



/ 



■ vj 



i 



dalle carte esempi copiosi. In forma più piena suonava Adelfero, 
Adelferio, e si ridusse ad Alfero, Alfiero, al modo stesso come Adel- 
berio, Adelfonso, Adeltriide, che hanno comune con esso il primo 
elemento della composizicme, divennero Alberto, Alfonso, Al- 
triida... Ad Asti il nome si fissò di buon'ora come casato, ed ebbe 
lustro precoce dal cronista Ogerio Alfieri, vissuto nel secolo xill >». 
Cfr. anche Iv. Masi, Asti e gli Alfieri, Firenze, 1903, p. 2Ó ss. 



XCl. 



Sopra il culto cattolico. 



Alto, devoto, mìstico ingegnoso; 
Grato alla vista, all'ascoltar soave; 
Di puri inni celesti armonioso 
ft il nostro Culto; amabilmente grave. 

Templi eccelsi, in ammanto dignitoso, 
Del cuor dell'uomo a posta lor la chiave 
Volgono; e il fanno ai mali altrui pietoso, 
Disferocito da un Iddio ch'ei pavé. 

Guai, se per gli occhi e per gli orecchi al core 
Vaga e tremenda in un d'Iddio non scende 
L'immago in noi: tosto il ben far si muore. 

Dell' uom gli arcani appien, sol Roma intende: 
Utile ai più, chi può chiamarla Errore ? 
Con leggi accorte, alcim suo mal si ammende. 

Firenze, nell'uscire da Santa Maria Novella, 14 marzo 1795. 
— In una lettera a Mario Bianchi, da Pisa, il 15 agosto 1785, 
l'Alfieri scriveva: «Qui abbiamo avuto iersera l'illuminazione in 
Duomo, che è durata assai più di quando la videro, e sempre più 
mi piace molto; e ho assistito alla messa cantata stamane, e le 
funzioni di chiesa sempre mi piacciono molto ». E nella Satira VII, 
L'Antireligionerìa, aveva esclamato: 

Ci vuol altro, a cacciar Cristo di nido, 
Che dir ch'ell'è una favola: fa d'uopo 
Favola ordir di non minore grido. 

Sani precetti, ed a sublime scopo 
Dà norma la Evangelica morale; 
Js'è meglio mai fu detto anzi né dopo, 



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384 



DALI.K « Rime »; 1795 



DaUvE « RiMK »; 1795 



385 



Stanco il mondo di un culto irrazionale, 
B stomacato da schifosi altari 
Su cui sempre scorrea sangue animale, 

Di im sol Dio, maestoso e appien dispari 
Da' suoi fin là mal inventati Dei, 
1 non fetidi templi ebbe più cari. 

Certo, in un Dio fatt'uom creder vorrei 
A salvar l'uman genere, piuttosto 
Che in (»iove fatto un tauro a furti rei. 

E un sacrificio mistico e composto 
l'ili a.ssai devota riverenza infonde. 
Che un macellarne e in su l'aitar l'arrosto. 

E im Sacerdote, che di sangue immonde 
Le scannatrici mani al ciel non erge, 
Un Iddio più divino in sé nasconde. 



« Se dunque il letterato, uomo per sé privatissimo e oscuro, senza 
nessun'altra potenza né autorità che quella del proprio ingegno; 
se il letterato osa pur concepire il sublime disegno di voler da sé 
solo persuadere gli uomini, rettificare i loro peUvSieri, illuminarli, 
difenderli, dilettarli, convincerli, e far forza ai più; chiara cosa é 
ch'egli dovrà aggiungere al molto ingegno naturale, alla dottrina 
necessaria e bastante al soggetto, al caldo e puro parlare, una al- 
tissima stima di sé stesso: e non solamente la stima del proprio 
ingegno, ma della illibatezza dell'animo, del severo costume, 
della virtuosa e libera sua vita, non contaminata (per quanto si 
può) da nessuna macchia di timore, di dipendenza, né di viltà. 
Che se egli non si reputa e conosce per tale, come ardirà lo scrittore 
insegnar la virtù, che non ha praticata? Altro non sarebbe che 
uno svergognare e condannare sé stesso >k 



XCII. — ly'uOMO TJBKRO. 



xeni, 



II, UBERTO. 



Uoin, di sensi e di cor, libero nato, 
Fa di sé tosto indubitabil mostra ^ 
Or co' vizj e i Tiranni ardito ei giostra, 
Ignudo il volto, e ttitto il resto armato: 

Or, pregno in suo tacer d'alto dettato. 
Sdegnosamente impavido s'inchiostra - ; 
L'altrui viltà la di lui guancia innostra; 
Né visto é mai dei Dominanti a lato. 

Cede ei talor, ma ai tempi rei non serve; 
Abborrito e temuto da chi regna, 
Non men che dalle schiave alme proterve. 

Conscio a sé di se stesso, uom tal non degna 
L'ira esalar che pura in cor gli ferve; 
Ma il sol suo aspetto a non servire insegna. 

2Ó ottobre 1795. ~ Cfr. Del principe e delle Lettere, II, 7 



■ «Mg» 



1 Orlando Furioso, I, 52 : « Fa di sé bella et improvvisa mostra ». 

2 vSi chiude in sé medesimo, come in una rocca. Ovvero, scrive: 
cfr. Fagiuou, Rime piacevoli: «Ancorché paia strano Quanto 
or mia penna audacemente inchiostra ->; « Gode mia penna se per 
voi s'inchiostra », 






Uom che devoto a Libertà s'infinge, 
Vile all'oprare, al favellar feroce \ 
Profano ardisce con mentita voce 
Dirsi un di quei cui l'alta Dea costringe. 

Sola natia bassezza a ciò il sospinge, 
D'altrui pensieri usurpator veloce; 
Dotto in latrare, ove il latrar non nuoce, 
Degli affetti non suoi se stesso pinge. 

Timido, incerto, intorno a sé sogguarda; 
Lontani addenta e prossimi lambisce 
I Grandi, ognor con libertà bugiarda. 

L'occhio, il contegno, il dir, tutto tradisce 
Del reo Libèrto l'anima codarda, 
Cui Schiavo in fronte la Viltà scolpisce. 

30 ottobre 1793. 



1 Cfr. Iliade, I. 22^] l-'g*^)- •< Ebbro! cane agli sguardi e cervo 
al core ! ». 



Alfieri, II. 



a*». 



386 



Dau,k «Rime»; 1796 



I)Ai.i,E « Rime »; 1796 



3^7 



XCIV. — 



D1A1.0G0 FRA l'Autore e Nera Colombou 

FIORENTINA. 



A. Che diavol fate voi, madonna Nera? 
Darmi per sin co' buchi le calzette! — 
a: Co' buchi, eh? Dio '1 sa s'i' l'ho rassette; 
Ma elle ragnano si cli'è una dispéra. — 

A. Ragnar, cos'è, monna vocaboliera ^ — 
N Oh! la roÌ3a che l'uom mette e rimette. 
Che vien via per tropp'uso a fette a fette 
Non ragna ella e mattina e giorno e sera ^ — 

A. Ragnar '^ non l'ho più udito, e non l'mtendo. 
V Pur gh è chiaro: la rompa un ragnatélo; 
Poi vedrem se con l'ago i' lo rammendo - 

A. Ah! son pur io la bestia! Imbianco il pelo 
Questa Ungua scrivendo e non sapendo. 
Tòsco innesto son io su immondo stelo! 

28 marzo 179^. 



XCV. • Ama i.a solitudine. 



Tutte no. ma le molte ore del giorno. 
Star solo io bramo; e solo esser non parnu. 
Purché il pensier degnando ah prestarmi 
M'innalzi a quanto a noi si aggira intorno. 

Or l'ampio ciel d'eterne lampe adorno. 
Or di man d'uomo architettati marmi, 
Or d'alti ingegni industriosi carmi; 
E l'ulivo, e la rosa, e l'ape, e l'orno. 



E il monte, e il fiume ; e i tempi antichi e i nostri ; 
E l'uman core; e del mio core isteSvSO 
I più segreti avviluppati chiostri ^ : 

Cose, onde ognora in mille forme intesso 
Norma, che fida il ben oprar mi mostri. 
Fan che in me noja mai non trovi accesso. 

23 agosto 1796, in Boboli. 



XCVI. — ìv stato ubero e veridico scrittore. 



Io '1 giurerò morendo, unica norma 
Sempre esser stato il core al compor mio, 
Cui mai servii menzogna non deforma, 
Né doppio scopo, o pueril desio. 

Rapida innanzi passami la torma 
De' molti scritti, in cui sbagliai fors'io: 
Ma da ignoranza il loro errar s'informa, 
Non da malizia; e testimon n'è Iddio. ' 

Muto e sepolto il mio nome si giaccia, 
Pria di quest'ossa annichilato in tomba, 
S'io non cercai del vero ognor la traccia. 

Cigno, non l'oso io dir, bensì colomba 
Dovrà nomarmi (ove di me non taccia) 
Quella ch'eterna Tuoni coll'aurea tromba. 



1 796. 



^ Oude il Leopardi, L'Infinito: «e mi sovvien l'eterno, j K lo 
morte stagioni e la presente [ K viva, e il suon di lei ». 



-iiWJBii» 



1 ■,! !.■■» * ■ 



388 



DAi.tB « RiMK »; 1797 



Dalile « Rime »; 1797-98 



389 



XCVII. —Iv ASCIA LA SUA BIBTJOTECA ATJ.A CITTÀ DI ASTI. 

Asti, antiqua Città, che a me già desti 
La culla, e non darai (pare) la tomba; 
Poich'è destin che da te lunge io resti. 
Abbiti almen ia dottrinai mia f romba. 

Quanti ebb'io libri all'insegnarmi presti, 
Fatto poi Spirto a guisa di colomba 
Tanti ten reco, onde per lor si innesti 
Xe' tuoi figli il saper che Tuoni dispiomba. 

Né in dono già, ma in fil'ial tributo, 
vSpero, accetto terrai quest'util pegno 
D'uom che tuo cittadin s'è ognor tenuto. 

Quindi, se in modo vuoi d'ambo noi degno 
Contraccambiarne un di '1 mio cener muto \ 
Libri aggiungi ai miei libri; esca, all'ingegno. 

7 aprile 1797. — Scriveva l'Alfieri, da Firenze, il 28 febbraio 
1797, al conte Francesco Morelli, in Asti: « ... non avendo nessuna 
aderenza costà in Asti con chi che sia, mi fo ardito a pregarla di 
quanto segue. Io aveva radunati assai libri da più di dieci anni, 
.sì in Italia che in Francia e in Inghilterra. Questi mi sono stati 
quasi tutti predati dalla Municipalità di Parigi nel 1792 [cfr. Vita, 
IV, 22 e 23]; dove li lasciai partendo per l'Italia con quella fretta 
che richiedevano le circostanze. Non li ho neppur più ricercati, 
sapendo che la parola restìluire non entra nel nuovo Codice di 
codesto popolo schiavo-cannibale. Mi son messo da cinque anni 
in qua a comperare quasi tutti quelli che aveva perduti, e molti 
più ne vo e anderò ricomperando, se campo. Questi son tutti o 



1 Cfr. CaTUI,i,o, CI: «Et mutuìu nequidquam alloquerer ci- 
nerem ». Donde anche il Foscolo, nel sonetto Un d'i s'io non andrò: 
« L,a madre or sol, suo dì tardo traendo. \ Parla di me col tuo ce- 
nere muto ». 



Greci Q I^atini o Italiani, e delle migliori edizioni. Confesso che mi 
dispiacerebbe moltissimo che si dovessero disperdere un'altra 
volta, o prima o dopo della mia morte. La mia intenzione è adunque 
di farne un lascito alla nostra Città, in testimonio del mio affetto 
per quel dolce terren ch'io toccai pria. La prego dunque in qviesto 
proposito di rispondermi sinceramente se questa cosa sarebbe 
gradita, e a chi bisognerebbe far capo per manifestare e consoli- 
dare questa mia intenzione. Gradirei molto di lasciare alla mia 
Città una qualche memoria di me, che non le riuscisse inutile 
del tutto; ma vorrei prima sapere se un dono di libri classici, tra 
cui non ve n'è neppur uno francese, sarebbe collocato in codesta 
Città ". Ma di quella donazione uè allora ne poi si fece più nulla. 
Cfr. R. RENIER, // Misogallo ecc., Firenze, Sansoni, 188^, nella 
Prefazione, p. iii ss. 



XCVIII. — Alla MALINCONIA. 

Malinconia dolcissima, che ognora 
Fida vieni e invisibile al mio fianco, 
Tu sei pur quella che vieppiù ristora 
(Benché il sembri offuscar) l'ingegno stanco. 

Chi di tua scorta amabil si avvalora, 
Sol può dal mondo sciòr l'animo franco; 
Né il bel pensar, che l'uom pur tanto onora, 
Né gli affetti, né il dir mai gli vien manco. 

Ma tu, soHnga infra le selve e i colli, 
Dove serpeggin chiare acque sonanti. 
Tuoi figH ivi di nettare satolli. 

Ben tutto io deggio ai tuoi divini incanti, 
Che spesso gU occhi a me primier fan molh', 
Perch'io poi mieta a forza gli altrui pianti. 

;o maggio 1798, «sotto Fiesole vagante». 



.. /5'. 



39^ 



Dalile «Rime»; 1798 



Dalle « Rime » ; 1 7q8 



3QT 



XCIX. — Alla perdita dell'onore, della libertà, 

DELLA SUA DONNA NON SOPRAVVIVEREBBE. 

Povero, e quasi anco indigente, or vuoi 
Ch'io pur diventi, o ingiusta Sorte ? e sia : 
Fammi anche infermo: e serbami a la ria 
Esul vecchiezza, ed ai fastidj suoi: 

Non perciò tór me stesso a me tu puoi; 
Che il durar contro a' guai gloria mi fia. 
Sol v'ha tre strali, a cui né lieta pria 
Mi avresti avvezzo mai, né avversa poi: 

L'onor piagato, che di morte è scoglio; 
Libertà, non che tolta, anco scemata; 
E di perder mia Donna il fier cordoglio. 

AirOnor sopravvivere, bennata 
Alma non deggio: a Libertà, noi voglio: 
Non posso sopravvivere all'Amata. 

IO giugno, 1798, «all'Imperiale». 



C. — Aspetta intrepido la morte. 

Già il feretro, e la Lapida, e la Vita 
Che scritta resti, preparando io stommi; 
Né inaspettata sopraggiunger puommi 
Ornai Colei, ch'ogni indugiare irrita. 

La schiavesca Tirannide inaudita, 
Che tutti schiaccia al par minimi e sommi, 
Di ciò ringrazio, che il poter lasciommi 
Di furarle almen una anima ardita. 

Ma non inulta l'Ombra mia, né muta, 
Starassi, no: fia dei Tiranni scempio 
La sempre viva mia voce temuta. 



I 



Né lunge molto al mio cessar, d'ogni empio 
Veggio la vii possanza al suol caduta, 
Me forse altrui di liber'uomo Esempio. 

16 luglio 1798, '( in Boboli «. — Narra l'Alfieri nella Vita, IV, 
27: «Cresceva frattanto ogni dì più il pericolo della Toscana, 
stante la leale amicizia che le professavano i Francesi. Già fin dal 
decembre del 98 aveano essi fatta la splendida conquista di Lucca, 
e di là minacciavano continuamente Firenze, onde ai primi del '09 
parca imminente l'occupazione. Io dunque volli preparare tutte 
le cose mie, ad ogni qualunque accidente fosse per succedere. Fin 
dall'anno prima, avea posto fine per tedio al Misogallo, e fatto 
punto all'occupazione di Roma, che mi pareva la più brillante 
impresa di codesta schiaverla. Per salvare dunque quest'opera 
per me cara e importante, ne feci fare sino in dieci copie, e prov- 
visto che in diversi luoghi non si potessero né annullare, né smar- 
rire, ma al suo debito tempo poi comparissero. Quindi, non avendo 
io mai dissimulato il mio odio e disprezzo per codesti schiavi mal- 
nati, volli aspettarmi da loro ogni violenza e insolenza, cioè pre- 
pararmi bene al solo modo che vi sarebbe di non le ricevere. Non 
provocato, tacerei; ricercato in qualunque maniera, darei segno 
di vita e di libero. Disposi dunque tutto per vivere incontaminato, 
e libero, e rispettato, ovvero per morir vendicato se fosse biso- 
gnato. La ragione che mi indusse a scrivere la mia Vita, cioè 
perchè altri non la scrivesse peggio di me, mi indusse allora altresì 
a farmi la mia lapide sepolcrale, e così alla mia Donna ; e le apporrò 
qui in nota, perchè desidero questa e non altra, e quanto ci dico 
è il puro vero, sì di me che di lei, spogliato di ogni fastosa ampli- 
ficazione ». L'epigrafe che aveva preparata a sé stesso, diceva: 

QVIESCIT . HIC . TANDEM 

VICTORIVS . ALFERIVvS . AvSTENSIS 

MVSARVM . ARDENTISSIMVS . CVLTOR 

VERITATI . TANTVMMODO . OBNOXIVS 

DOMINANTIBVS . IDCTRCO . VIRIS 

PER AEQUE . AC . INSERVIENTIBVS . OMNIBVS 

INVISVS . MERITO 

MVI^TITVDINI 

EO . QVOD . NVLLA . VNQVAM . GESSERiT 

PVBI^ICA . NEGOTIA 

IGNOTVS 

OPTIMIS . PERPAVCIS . ACCEPTVS 

NEMTNI 

NISI . PORTASSE . SIBIMET . IPSI 

DESPECTVS. 






i 1' 



392 



Dalle « Rime >»; 1798 



CI. — Chk sia la patria. 

Non te mai Patria, no, il tuo suol paterno, 
S'ivi aggiunta non bevi al latte primo 
Libertà vera, in cui Virtude ha il perno 
Tal, ch'io nuU'altro al paragon n'estimo. 

L'Anglo è tra noi, per ora, il sol che eterno 
Può farsi il nome fuor del mortai limo, 
Timoneggiando con valor l'interno 
Stato, di Leggi al par che d'Armi opimo. 
^ Ma noi tutti altri, quanti Europa n'abbia. 
Schiavi o d'Uno, o di Cinque, o di Trecento ^ 
La natahzia abbominevol gabbia 

vSpregiar dobbiamo, e divorarvi a stento 
La magnanima nostra inutil rabbia, 
Finché sia '1 tempo del servir poi spento. 

-:8 luglio I jg8, « pel mio San Vittorio, nei l'ondacci ». 
Cfr. l'ifa, Ili, 6; e IV, jo. 



DALLE 'SATIRE,, 



in nialos asperrimus 

Parata lollo cornua. 

HoRAT., Epod., Od. VI. 



' vSi ricordino le sue celebri commedie: L'»;/o (la Monarchia), 
/ pochi (lOligarchia), / Irofypi (la Democrazia). 



BAhhP. « Satire»: I. I RK; VI. L'Educazione 39.^ 



1 Re. 



Aufer impietatem de vultu regis, et firma- 
bitur iustitià throinis ejus. 

Salom., Ptovetò. XXV, 5. 

Tt>gli l'empio dal cospetto del Re.edavva- 
lorerassi il di lui trono dalla giustizia. 



Maestadi, sappiate ch'io non gitto 
Mie* carmi al vento; e che ad insana rabbia 
Non dessi appor qnant'io mai scrivo e ho scritto. 

Solo a purgare d'ogni erronea scabbia 
Il cuor dell'uomo e pria quel di me stesso, 
Spero avverrà ch'io satire scritt 'abbia. 

Quindi a voi soli, cui non m'è concesso 
Di annoverar fra gli uomini, non parlo; 
Ch'appo voi miglioranza non ha ingresso. — 

Per far ottimo un Re, convien disfarlo : 
Ma fia stolt'opra e da pentirsen ratto, 
S'indi a poco fia d'uopo il ristamparlo. — 

Solo osi i Re disfare un Popol fatto. 

Parigi, 29 settembre 1788. — Cfr. l'ita, IV, 13; p. 264. 



Iv'Educazioxe. 



/Ces nulla minorts 

Constabit patri, quamfilius, 

JuvEN., Sat. VII, V, 187. 

Pel padre ornai la minor spesa è il figlio. 



- Signor Maestro, siete voi da Messa ? 

- Strissimo si, son nuovo celebrante. 

- Dunque voi la direte alla Contessa. 



■»-«a*. ,'.-^-HiÌiJr'i-*iB.JjiiCjii<. .:. 



30 



DAI.LE «Satire»: VI. L'Educazione 



Dai,i.k „ Satire » • Vi. I/Educaììione 



397 



Ma come siete dello studio amante ? 
Come stiamo a giudizio ? I' vo' informarmi 
Ben ben di tutto, e chiaramente, avante. 

— • Da chi le aggrada faccia esaminarmi. 
So il Latino benone; e nel costume 
Non credo ch'uoni nessun potrà tacciarmi. 

— Questo vostro Latino è un rancidume. 
Ho sei figli: il Contino è pien d'ingegno, 

E di eloquenza naturale un fiume. 

Un po' di pena per tenerli a segno 
I du' Abatini e i tre Cavalierini 
Daranvi; onde fia questo il vostro impegno. 

Non me li fate uscir dei dottorini ^ : 
Di tutto un poco parlino, in tal modo 
Da non parer nel mondo babbuini: 

Voi m'intendete. Ora, venendo al sodo, 
Del salario parliamo. I' do tre scudi; 
Che tutti in casa far star bene io godo. 

— Ma. Signor, le par egli ? a me, tre scudi ? 
Al cocchier ne dà sei. — Che impertinenza! 
Mancan forse i Maestri, anco a du' scudi ? 

Ch'è ella in somma poi vostra scienza ? 
Chi siete in somma voi, che al mi' cocchiere 
Veniate a contrastar la precedenza ? 

Gli è nato in casa, e d'un mi' cameriere; 
Mentre tu sei di padre contadino, 
E lavorano i tuoi l'altrui podere. 

Compitar, senza intenderlo, il Latino; 
Una zimarra, un mantellon talare. 
Un coUar uccio sudi-cilestrino, 

Vaglion forse a natura in voi cangiare? 
Poche parole: io pago arcibenissimo ; 
vSe a lei non quadra, ella è padron d'andare. 



— La non s'adiri, via, caro Illustrissimo: 
Piglierò scudi tre di mensuale; 

Al resto poi prov veder à l'Altissimo. 

Qualche incertuccio a Pasqua ed al Natale 
Saravvi, spero: e intanto mostreroUe 
Ch'ella non ha un Maestro dozzinale. 

— Pranzerete con noi; ma al desco molle ^ 
V'alzerete di tavola: e s'intende 

Che in mia casa abiurate il velie e il ìwlle -. 

Oh ve' ! sputa Latin chi men pretende : 
Cosi i miei figli tutti (e' son di razza) 
Vedrete che han davver menti stupende. 

Mi scordai d'una cosa: la ragazza 
Farete leggicchiar di quando in quando; 
Metastasio, le ariette; ella n'è pazza ^. 

La si va da se stessa esercitando; 
Ch'io non ho il tempo, e la Contessa meno: 
Ma voi gliele verrete interpretando. 

Finche un altro par d'anni fatti sieno; 
Ch'io penso allor di porla in monastero. 
Perch'ivi abbia sua mente ornato pieno. 

Ecco tutto. Io m'aspetto un magistero 
Buono da voi. Ma come avete nome ? 
— A servirla, Don Raglia da Bastiero. — ■ 

Così ha pro\'visto il nobil Conte al come 
Ciascun de' suoi rampolli un giorno onori 
D'alloro pari al suo le illustri chiome. 



' Quando si sparecchia, si toglie la tovaglia, e si resta a con- 
versare e a bere. Cfr. Lorenzo dk' Medici, / heoui, e. V: 

S'egli sta a desco molle a suo contento 
li non fia ebbro, io non ne vo denaio. 

2 Cfr. Pavad. IV, 25; XXXIII, 143. 

3 Cfr. Vita, II. 4; p 31 



1 Cfr. Vita, I, 2: p. 8. 



39S 



Dai,i.e « Satire »; Vili. I Pedanti 



Educandi, educati, educatori 
Armonizzando in si perfetta guisa, 
Tai ne usciam poscia Italici Signori 

Frigio- Vandala stirpe, irta e derisa. 

5-8 decembre 1705. — Cfr. Vita, 1, 2; p. 7-8. 



1 Pedanti. 



Pistocletus. Jam excessit mihi aetas ex magisteiio tuo, 
Pcedagogus. Magistron' quemquani discipuluni minitarier ? 
PiALTis, Bacchides, Act. I, Se, 2', v. 40-44. 

Pistoclero. Fuor di Maestro, panni, esser dovrei- 
All'età tuia. 

Pedagogo. Ragazzo, or tu miuacci 

11 Pre«ettore tiio.-" 



- Ed io gliel dico, che il \'erbo Vagire 
Xon è di Crusca: usò il Salvin Vagito; 
Ma. a ogni modo. Vagir non si può dire \ 

Grazie a lei, Don Buratto'-: ebbi il prurito 
D'usar questo verbuccio in un Sonetto. 
Per me' schernire un vecchio rimbambito, 

— Me' per lei, ch'anco in tempo a me l'ha detto ! 
Se no, l'opra ed il tempo ella perdea; 
Che, con si fatta macchia, addio Sonetto, 

Vuoisi ir ben cauti, allor che si ha un'idea; 
Sempre vestirla d'abiti già usati: 
Crusca es.ser vuole, e non farina rea ^. 



* Cfr. MoxTi, Ftoposia di alcune correzioni e aggiunte al Voca- 
bolario della Crusca, Milano, 1824, III, p. 404. 

^ Il buratto è l'insegna della Crusca. 

3 Si ricordi il proverbio: h I^a farina del diavolo va tutta in 
crusca »; e cfr. Farad. XXII, 77-8: . e le cocolle Sacca son piene 
di farina ria ». 



BALtE « Satire»; Vili. I Pedanti 



399 



Ben so ch'ella Pedanti ha noi chiamati: 
Poi c'è. venuto il Signorino al jube ^ 
Dopo i primi suoi versi canzonati. 

— Don Buratto, pietà: sgombri ogni nube 
D'ira grammatica! dalla dott'alma, 

« E armonizziamo in concordanti tube >\ 

Tardi, è ver, mi addossai la dura salma 
Grammatica! - : ma non ch'io mai spregiassi 
Del purgato sermon l'augusta palma: 

Bensi volgendo mal esperto i passi 
V^èr la nuov'arte del dir molto in poco ^, 
Era mestier ch'io nuovamente errassi. 

Quindi a molti il mio carme suonò roco, 
Perch'ei più aguzzo assai venia che tondo, 
Sì che niegava ad ogni trillo il loco ^. 

Aspretto si, ma non del tutto immondo 
Era il mio .stil; che in sottointender troppo 
l*e' si che poco lo intendeva il mondo. 

— Alto là: ch'ai suo dir qui pongo intoppo; 
Che biasmandosi, parmi ella s'incensi. 
Scambiando il corto stil col parlar zoppo. 

Ai tanti uccisi Articoli ella pensi, 
E a' suoi Pronomi triplicati a vuoto, 
E al tener sempre i suoi I^ettori intensi... ^ 



* Redde rationern. 

2 Cfr. Vita, IV, i; p. ió8. 

3 Cfr. Vita, IV, 2; p. 180. 

4 Dice l'Alfieri nella Risposta alla lettera del Calsabigi: «A dire 
il vero, mi parve tale l'indole della lingua nostra, da non mai 
temere in lei la durezza, bensì molto la fluidità troppa, per cui 
le parole sdrticciolano di penna a chi scrive, di bocca a chi recita, 
e, colla .stessa facilità, dagli orecchi di chi ascolta ». 

^ Nella Risposta al Calsabigi : « Ho ecceduto nei pronomi prin- 
cipalmente, nelle trasposizioni, e nelle collocazioni di parole; 
perchè quando s'imprende una cosa, il timore d'un difetto, finché 
non ci si vede ben chiaro, facilmente fa incorrere nell'altro. Così 



400 



Dalle «Satirk»; vrir. I Pedanti 



\ 



— K all'ostinato mio superbo voto 
Di non chieder consiglio né accettarlo, 
Se non se da Scrittor per fama noto ^ : 

Dico ben, Don Buratto ? E questo è il tarlo 
Che inimicommi la insegnante schiera, 
Al cui solenne Imperatore or parlo. 

Ma via, si ammansi: io non son più quel ch'era 
Molle son fatto, ed umile, e manoso; 
Iva mi cavalchi da mattina a sera. 

Io sto ad udirla, d'imparar bramoso: 
Iva non mi celi alcun dei begli arcani. 
On d'esce il grave scrivere ubertoso. 

— Sappia da prima, che agl'ingegni sani, 
Signor Tragico mio, non piace il forte, 

« Xè il velame aspro de' suoi versi strani ». 

Piacer senza fatica il carme apporte, 
H armonia copiosa lenitiva 
Che orecchi e cuore e spiriti conforte. 

Che brevità quest'è, che l'ahiia ])riva 
Di quella inenarrabil placidezza, 
Con cui moke chi avvien che steso scriva ? 

Cos'è quest'artefatta stitichezza 
Di dir più in tre parole ch'altri in \'enti ? 
Xon lo scarno, il polposo fa bellezza. 

Che son elle codeste impertinenti 
Tragedie in cinque o in quattro perscmaggi, 
Insultatrici delle antecedenti ? - 



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in me la paura d'esser fiacco, che mi pare il vero delitto capitale 
dell'autore tragico, mi ha reso alle volte più duro del dovere ». 

1 Cfr. Vita, IV. 2, p. 182-83; e Parad. XVII, 138: . Pur l'a- 
nime che son di fama note ». 

2 Nella Risposta al Calsahigi: «La tragedia di cinque atti, 
pieni, per quanto il soggetto dà. del solo soggetto; dialogizzata da 
soli personaggi attori, e non consultori o spettatori; la tragedia 
di un solo filo ordita; rapida per quanto si può servendo alle 
passioni, che tutte più o meno vogliono pur dilungarsi; semplice 



Dalle «Satire»; VITI. I Pedanti 



401 



Non ci avean date già Scrittori maggi 
Rosmunde e Sofonisbe e Oresti e Bruti, 
Da spaventar dappoi gli audaci e i saggi ? 

Che moderni! che razza di saputi! 
Voler tutto rifare, andando al breve. 
Spogliato di quei fregj a noi piaciuti ! 

Certo, i lirici Cori onde riceve 
Iv'udito e il cuore dilettanza tanta, 
Iv'immaginarli e il verseggiarli è greve : 

Più facil quindi e spiccio è il dir: — Non canta 
La Tragedia fra noi: chi ariette scrive, 
Dai suoi Catoni i Catoncini ei schianta. — 

Suore forse non son le Nove Dive ? 
Fia che a sdegno Melpòmene mai prenda 
Voci aver da Tersicore più vive ? 

Iva Tragedia, gnor sì, canta; e l'intenda 
Com'ella il vuole: il Metastasio è norma. 
Che i (xreci imita e i Greci a un tempo ammenda. 

Tutta sua la Tragedia, in blanda forma 
Gli alti sensi feroci appiana e spiega, 
Si che l'alma li beve e par che dorma. 

Ignoranza ed Orgoglio, usata lega, 
Fan che una nuova Merope ci nasce 
Di padre che non scerne alfa da omèga ^ 

Ma che parl'io di Greco a quei che in fasce 
Stan del Ivatino ancor nel lustro nono, 
vSì che spesso han dall'uniil Pedro ambasce ? - 

Ora, a bomba tornando; i' gliene dono 
A chi l'ha fatta, questa Meropuccia 
Che ustirpar vuoisi terzo-nata '^ il trono. 



per quanto uso d'arte il comporti; tetra e feroce, per quanto la 
natura lo soffra; calda quanto era in me: questa è la tragedia che 
io, se non ho espressa, avrò forse accennata, o certamente almeno 
concepita )>. 

1 Cfr. Vita, IV, 9; P- 228-29. 

2 Cfr. Vita, IV, 2: p. 179. 

3 Dopo quelle del Maffei e del \'oltaire. 



Alfieri, II. 



26. 



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402 



Daixe «Satire»; Vili. I Pedanti 



Dai,i,e «Satire»; Vili. Le Donne 



403 



Semplice no, ma gretta, in su la gruccia, 
Ch'ella noma Coturno, si trascina, 
Senza aver pure in capo ima fettuccia: 

E la si spaccia poi Madre-Regina 
Col monopolio dell'esclusione, 
Come s'altri fatt'àbbiala pedina. 

Quel mio buon venerabile barbone, 
Ch'era il Nestor di Omero mero mero \ 
Cangiato io '1 veggo in vecchio non ciarlone: 

B quel naturalissimo sincero 
Crudelotto Tiranno Polifontc 
Mi si è scambiato in Re Machiavelliero. 

E il mi' Adrasto, e il su' anello, e le si pronte 
Fide risposte dell'astuta Ismene; 
E l'arte in somma qual c'insegna il fonte 

(Dico, la dotta Tragizzante Atene). 
Dove son elle in questo nuovo impasto ? 
Sognando il meglio, e' si sfigura il bene. 



1 Polidoro. Il Maffei. nel Proemio alla sua tragedia, si compia- 
ceva molto della creazione di questo carattere. Aveva detto: 
« Si* ha da Plutarco e da Igino, che colui dal quale fu ^lerope trat- 
tenuta, e che aveva nudrito Cresfonte, era un vecchio. È noto 
che il rappresentare i costumi delle età è uno de' migliori fonti 
della perfetta poesia... Ma delle età ninna è atta ad essere imitata 
con maggior grazia più a lungo e in più modi della vecchiezza. 
In teatro si può quasi dire che fin allora niun l'avea fatto, perchè 
vecchi sono introdotti da Eschilo ne' Persiani e nelle Supplici, 
da Euripide neWElena, nell'Ione e nell'Ifigenia in Aulide; ma non 
posero studio per dipingergli come vecchi: così de' moderni può 
dirsi. Molti e bellissimi tratti ne ha bensì il Nestore di Omero. 
Ben vide quel re de' poeti quanto bel fonte si procacciava intro- 
ducendo un vecchio ; ma non ebbe luogo di toccarne certi tasti più 
vivi; e non può l'epico metter sotto gli occhi le persone istesse 
con gli atti loro, e ricercar de' costumi le fibre tutte, come può il 
drammatico; e tanto più nel caso nostro, dove il vecchio non è 
principe uè eroe, ma un servo, cui però non disdice la vera e per- 
fetta espressione della natura, dalla qual si produce nello spetta- 
tore il maggior diletto ». 



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Ombra vuoisi, ombra molta: indi è il contrasto. 
Personaggio che basso e inutil pare, 
AgH altri accresce, e senza stento, il fasto. 

— Ombra sia, Don Buratto; ombra lyunare, 
S'anco a lei piace: ecco, ahrenunzio seco 
Ogni luce che sia troppo Solare. 

Vo' rifar mie tragedie in manto Greco; 
Strofe, Antistrofe, ed Epodo, e Anapesti, 
Tutto accattando dall'Ellénio speco. 

Trissineggianti poi versi modesti 1, 
E moltissimi, molto appianeranno 
lyo stil, si che il lettor non ci si arresti. 

I Personaggi si tripHcheranno : 
Né parran miei; si ben Merope Prima 
Semplicetti e chiaretti imiteranno. 

E alle corte; a mostrarle in quanta stima 
Io '1 tenga, innanzi che il mio dir finisca, 
Do '1 mio Sonetto all'acuta sua lima. 

Che inibisce si ben che l'uom vagisca. 
Gennaio 1796. 



IvE Donne. 

Kfiuòjv òè jiàvTCòì' jiujiiéQar oocpojTazdi. 
Euripide. Medea, v. 414. 
D'ogtii rea cosa imitatrici eccelse. 

Donne, a me di me stesso io scemo il pregio 
Se avvien che a lungo io versi il negro sale 
Più sul bei-sesso che sul sesso-regio; 



1 Alla maniera di quelli di Giangiorgio Trìssino. l'i;isigne au- 
tore della famosa ma pedestre e insipida Sofonisba. 

2 Dal testo di E;uripide mi son preso l'ardire di rimuovere la 
parola rénroveg, Fabbricatrici, e di supplirvi con la parola 
m/t£Qai, Imitatrici; perchè la cosa mi parve esser più vera così. 
Mi^iéQa II /iiftì]iHì) TF'/Vì]: così la spiega Kschilo. ~ Nota del- 
l'Autore, 



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404 



Dai.i,k «Satire»: XVI. Le Donne 



Poi ch'ambo siete un necessario Male. 
Anz'io voi stimo la men guasta parte 
Fors'anco esser del mondo razionale. 

Quindi eco al volgo non faran mie carte 
Dirò sol, ch'ove gli uomini son buoni, 
Specchio voi siete d'ogni nobil arte: 

Ove pessimi son, Dio vel perdoni 
Se tristarelle alquanto riuscite; 
Colpa ognor di chi affibbiasi i calzoni. — 

Dovunque i Maschi van, voi pur seguite. 

30 giugno 1797. 



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DAL "MISOGALLO,, 



KAKUN MIXEIN, 'AFETH. 

Vitium adisse, vittus est. 



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Dai, « MisoGAi,i,o » ; 1 792 



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Vittorio Algeri ai. Presidentic deliba Plebe Fran- 
cese. 

Il mio nome è Vittorio Alfieri: il luogo dove io soii 
nato, l'Italia: nessuna terra mi è Patria. L'arte mia son 
le Muse: la predominante passione, l'odio della tirannide; 
l'unico scopo d'ogni mio pensiero, parola, e scritto, il 
combatterla sempre, sotto qualunque o placido, o frene- 
tico, o stupido aspetto ella si manifesti, o si asconda. 
Dopo aver dimorato in Parigi più anni, ne sono partito 
in questo agosto coi passaporti dovuti, pur troppi; e fui 
costretto di venir cercando e libertà e sicurezza (chi '1 
crederebbe ?) in Italia. Appena partito di Parigi, mi ven- 
nero colà sequestrate tutte le cose mie, non so da qual 
Potestà, né sotto qual pretesto, né con quale arbitrio. 
vSo che fu ingiustamente, e senza nessun altro diritto che 
il regio, la forza. 

Io dunque ridomando alla Plebe Francese i miei 
libri, carte ed effetti qualunque, da me lasciati in Parigi 
sotto la custodia del comune diritto delle genti civiliz- 
zate. Se mi sarà restituito il mio, sarà una mera giustizia; 
se ritenuto o predato, non sarà altro che una oppressione 
di più fra le tante che hanno alienato ed alienano giornal- 
mente i più liberi e subUnii animi dell' Europa dal si- 
stema francese, i di cui principii (non inventati per certo 
dai Francesi) sono verissimi e sacrosanti; ma i mezzi fin 
ora adoprati, senza neppur conseguire in apparenza l'in-- 
tento, ne riescono inutilmente iniquissimi. 

Firenze, 18 novembre 179-- 

Questa lettera non fu mandata, perchè l'Autore, vi- 
vendo, e temendo per altri più assai che per sé, non volle 
esporre una persona a lui cara, e sacra del pari, a dover 
mendicare nuovo asilo: stante che il Granduca di Toscana 



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408 



Dai, « MrsoGAi,u) »; 1792 



(ancorché fratello dell'imperatore) gemendo allora sotto 
la funesta amicizia della nuova Repubblica Francese, 
ad ogni minima richiesta di essa avrebbe dovuto per lo 
meno espellere da' suoi felicissimi Stati e l'Autore ed ogni 
sua aderenza. 

Circa due anni dopo quella sua totale spogliazione 
])arigina, l'autore, con l'occasione che un suo conoscente 
italiano andava per pubblici affari a Parigi, gli consegnò 
la seguente memoria brevissima, per procacciare almeno 
la restituzione delle di lui carte, e dei libri, la di cui pri- 
vazione gli riusciva dolorosissima. 



Memori A1.K da \'ittoriu Ai^hkri trasmesso in Parigi 

NEL MARZO 1/95. 

Per farmi libero io, 
Molti anni addietro, credulo ingolfai 
In P^rancia più che mezzo l'aver mio. 
Quel Re Luigi, a chi il danar prestai, 
Dieci anni dopo mi donò i tre quinti 
Soli dei frutti, con bontà regale: 

Ma la Nazion leale, 
Del Re biasmando gli atti come rei, 
Restituimmi tosto i cinque quinti; 
Poi, di li a poco, men ritolse sei ^ 



Dal «Misogallo»; 1795 



409 



Quietanza finale di Vittorio Alfieri alla Repub- 
blica Francese, spedita in Parigi nel luglio 1795. 



In nome della santa 
Indivisibil una Libertà, 
Qui scrivo ciò che canta 
Iva indomabil mia pura Povertà. 
A te, mio agente, mando carta bianca 
Di quanto enuni dovuto dalla Franza. 
Ai cittadini, a cui la Città manca. 
Io sottoscritto do piena quietanza; 

Avendo ricevuto 
Più pagamenti. Primo, la mia Pelle, 
Ch'io presi in don dai Novecento Re, 
Partendo in fretta e in furia dalle l^ielle 
Contrade della nuova Liherté. 

Secondo, ho ricevuto 
Lor Volontà (ch'è una Cambiai segreta) 
Di ristorarmi dei sofferti mali, 
Pagando al par che i frutti i capitaH. 

Qui il doppio ho ricevuto; 
Sendo lor Volontc miglior moneta 
Che non è la lor Carta, 
Ove in quattrin la Lira invan si squarta. 



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^ L'Autore si servì di quella autiaritmetica espressione di 
sei quinti per venire appunto a specificare così brevemente, e con 
verità, che gli era stato tolto, oltre gli annui dovuti frutti futuri, 
anche gli arretrati di due anni: e di soprapiù poi i suoi mobili 
tutti, e libri, ed effetti d'ogni sorta. 

Quell'amico italiano dimorante in Parigi, avendo alcuni mesi 
dopo risposto all'Autore, che quei barbassori riconoscevano esser 
giusta la di lui domanda, e che v'era la miglior Volontà nel Governo 
allora vigente di fargli restituire almeno i libri, e le carte (essendosi 



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appurato, che questo soltanto, delle di lui spoglie, non era stato 
fin allora venduto), ma che le difficoltà cran grandi, le formalità 
moltissime (benché al pigliare se ne fossero adoprate pochissime), 
e che la riuscita sarebbe, se non dubbia, almeno lunghissima; 
allora l'Autore, per essere egli d'indole assai poco pregante, volle 
con la qui annessa Ricevuta finale spedita all'amico a Parigi, li- 
berare sé stesso dalla, noia di chiedere il suo, e quelle delicate pa- 
rigine coscienze assolvere ad un tempo dallo scupolo di ritenere 
l'altrui. — Nota dell'Autore. 



410 



Dal « Misogallo « ; 1795 



Dal « MisoGALLO «; lygogz 



411 



E questi erano i tre soli documenti d'ogni privato 
interesse fra lo spogliato Autore e la spogliante Repub- 
blica. 



PROEMIO. 

13 gennaio 1795. 



Funemque reduco. 

Pkrsio, Sai. V, 118. 

Al Career lor gli Schiavi io riconduco. 



Odio aHeiiuila Roma acerbo eterno 
Giurava il forte Annibale su l'ara: 
Né a vuoto usciva la minaccia amara, 
Che gli era anzi di Gloria eccelso perno. 

Io, benché nato nel più inerte verno 
Dell' ItaUa spezzata, e d'armi ignara. 
Odio a' Galli giurai, né fìa men chiara 
Quest'ira un di, s'io l'avvenir pur scerno. 

Forse verrà, che in altii ItaH petti 
Sdegno e valore ribollendo, e forza, 
Farà mio giuro aver sublimi effetti. 

Svelato intanto in sua bugiarda scorza 
Sia '1 putridume dei superbi insetti, 
Che virtù grida, e ogni virtude ammorza. 



II. 



SONETTI. 

30 ottobre 1790, in Parigi. 



Gente più matta assai che la Saness 
Or vedria Dante nostro, s'ei vivesse; 
Se (come io l'odo) udire ei pur dovesse 
Tutto di millantarsi la Francese. 



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Schiavi ognora costor, dacché s'intese 
Di Francia il nome, or da tre giorni han smesse 
lyor vetuste catene, cui mal resse 
Con man più ch'essi eunuca un Re Borghese. 

Han trasnmtato l'un tiranno in mille, 
In calunnie le spie, l'argento in carta, 
I ricci in baffi ^, ed in quattrin le squille -. 

L/ibertà ch'ei non hanno, han pur già sparta 
Per tutta Europa; ogni Galluzzo é Achille; 
E sono un nulla e Atene, e Roma, e Sparta. 



III. — 20 ottobre 1792, in Kaiijbciircn netta Svevia. 



Città dunque chianiasi, ^rf <?, dove ciascun di noi, 
l'un dell'altro abbisognando, non può bastar 
pe»" sé stesso. Credi tu forse, altro fondamento 
potersi mai porre della Città ? 

Platone, Della Repub., lib. H. 



È Repubblica il suolo, ove divine 
I^eggi son base a umane leggi, e scudo; 
Ove nuli' uomo impunemente crudo 
AU'uom può farsi, e ognuno ha il suo confine: 

Ove non è chi mi sgomenti o inchine; 
Ov'io 1 cuore e la mente appien dischiudo ; 
Ov'io di ricco non son fatto ignudo; 
Ove a ciascuno il ben di tutti è fine. 

È Repubblica il suolo ove illibati 
Costumi han forza, e il giusto sol primeggia. 
Né i tristi van del pianto altrui beati. — 

Sei Repubblica tu, Gallica greggia, 
Che muta or servi a rei pezzenti armati, 
lya cui vii feccia su la tua galleggia ? 



^ Si son tolte le parrucche arricciate, e si son lasciati crescere 
i baffi. 

2 Hanno fuse le campane, per coniare nuova moneta. 



412 



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Dai. (( Misogai,i,() »; 1792 



IV. — JJ ottobre 1792, in Lermos nel Titolo. 

Da ch'io bevvi le prime aure di vita, 
Da ch'io l'ahna sfogai vergando carte, 
Con Hngua a un tempo vereconda e ardita. 
Posi in laudar la libertade ogn'arte. 

Odo or la Gallia, in servitù marcita, 
Che il danno altrui senza il suo prò sol chere; 
K fatta sede di liberti, invita 
A se stesse disfar, le genti intere; 

K il nome stesso venerando adopra 
Di Ivibertà, cui non conosce, e macchia 
Col sozzo labbro e la sozzissim'opra. 

Quindi ognor più nel buio il ver s'immacchia * ; 
E vien ch'etade ognor più tarda scopra 
Qual fosse il Cigno e qual la ria Cornacchia. 



V. — • 20 novembre 1792, in Firenze. 

Di Libertà maestri i Galli ? Insegni ^ 
Pria servaggio il Britanno, insegni pria 
Umiltade l'Ispano, o codardia 
I/Klvezio, o il Trace a porre in fiore i regni. 



^ Si nasconde, si appiatta. 

2 ìi uso comunissimo tra i Francesi di volere insegnare al- 
l'altre Nazioni quelle cose appunto che essi non hanno né imparate, 
né praticate; ma tosto che .cominciano a balbettarne i nomi, 
tenendole per sapute, entrano in cattedra ad insegnarle. Così, 
venti anni addietro, insegnavano a tutta l'Europa l'Economia 
politica, nella quale poi gli abbiamo veduti sì esperti, dai fatti, 
— Nota dell'Autore. 



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Dai, « MisoGAi,i.o » ; 1792 



413 



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Sian dell'irto Lappon ^ gli accenti pregni 
Di Apollinea soave melodia; 
Taide anzi norma alle donzelle dia 
Di verginali atti pudichi e degni. 

Di Libertà maestri i Galli ? E a cui ? 
A noi fervide ardite Itale menti, 
D'ogni alta cosa insegnatori altrui ? — 

Schiavi or siam, si; ma schiavi almen frementi; 
Non quali, o GalH, e il foste, e il siete vui; 
Schiavi, al poter qual ch'ei pur sia, plaudenti. 



VI. — 14 decembre 1792. 

Figli di vuoto erario i nuovi Galli, 
Liberi no, ma in altra foggia schiavi, 
Minaccian, vili, le PapaH chiavi. 
Legni e penne allestendo, armi e cavaUi. 

Il Padre Santo esclama: — DàUi dalli, 
Agli enipj, ai ladri, ai miscredenti, ai pravi 
Ammazza-preti, ammazza-donne ignavi, 
Reprobi, e schiuma delle inferne valU ! — 

Cantano i Galli in rauco suon : — Si abbatta 
Quell'Idra Santa, quella Roma, or vile, 
Che in sen gl'iniqui inganna-mondo appiatta ! - 

Ben dicon ambo in lor discorde stile; 
Ma pria che il Papa, annullisi la matta 
Licenza atroce Galhca servile. 



VII. — 18 decembre 1792. 

Ferro, torchj, destrieri, inchiostro, e tede, 
E tripartiti nastri, e scalzi fanti, 
E in barbarica lingua balbettanti 
Oratori, che al tema tolgon fede: 



1 Onde poi il Bercliet, Lf /an/as/f, I : - Su, nell'/Wo, incresciop.o 
Alemanno )>. 



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414 



DaIv « MisoGAi.1,0 » ; 1793 



Tai di guerra apparecchi, a sé ben vede 
Or la torbida Europa sovrastanti; 
E di Gallesca libertade i pianti 
Ogni contrada udirsi in sen già crede. 

Trema ogni abbiente; il non abbiente esulta: 
Giunto è il regno de' cenci; osa pur tutto 
Tu, che temer non puoi confisca o multa. — 

Si mostruoso rio servaggio brutto, 
Che a Hbertà vera e sublime insulta, 
Dei Semi-ingegni e Semi-lumi è il frutto. 






DaIv « M1SOGA1.1.0 »; 1793 



415 



Vili. — 14 febbraio 1793. 

Cupide conculcatur nimis ante metutum. 
LucRKT., lib. V, V. 1139. 

Ciò ch'essi a dismisura temean pria, 
A dismisura essi il calpestati poscia. 

D'immensa piazza in mezzo (oimè!) torreggia, 
Sacro a morte e vendetta, un palco fero: 
Intorno intorno atroce messe ondeggia 
D'aste ferrate, onde han Liberti mpero. 

Di contro appunto alla già un dì sua Reggia 
Ecco salirvi impavido ed altero 
In sua innocenza un Re, che all'empia greggia 
De' schiavi suoi perdon concede intero ^ 

Universal, mortifero, tremendo 
vSilenzio piomba entro le attonite alme... 
Deh ch'io non vegga l'assassinio orrendo ! — 

Ma al batter già delle servili palme. 
Consunto appien l'atro misfatto intendo. 
Or tutte hai, Gallia, di viltà le palme. 



1 Cfr. Monti. Basvilliana, II, 166 ss. 



EPIGRAIVIMA I. 

28 marzo 1793. 

Dall'essere i rompicolli più assai, che non 
gli assestati. 

Polibio, lib, 22, cap. 2. 

Tutto fanno, e nulla sanno; 
Tutto sanno, e nulla fanno: 
Gira, volta, e' son Francesi; 

Più li pesi, 
Men ti danno. 



IX. '— 20 agosito 1793. 



Innanzi tempo il mio morir mi fora 
Mero guadagno. 

SOFOCLK, Antigone, v. 471. 



Orrido career fetido, che stanza 
Degna è fra' GalH al malfattor più infame, 
Schiude il ferreo stridente aspro serrame. 
E Donna ^ntro vi appar d'alta sembianza. 

D'innocenza la nobile baldanza 
Schernir le fa l'empie servili trame ; 
Regina sempre; è trono a lei lo strame, 
Su cui giacente ogni uom più forte avanza. 

Tremar veggio ivi i pallidi custodi; 
E tremare i carnefici, che il segno 
Stanno aspettando dai tremanti Erodi. 

Vedova e Madre straziata, pregno 
Di morte il cor, del tuo morir tu godi, 
Donna, il cui minor danno è il tolto Regno. 



4x6 



Dal e Misor,Ai.i,o » ; 1794 



t)AT. « ^^lsonAtI<o »; 1794-95 



417 



EPIGRAJVIMA II. 

II ottobre 1794. 

Fra Re signori e Re villani, corre 
Diversità non lieve, 

Benché un flagel d'Iddio, perenne e greve, 
Sien gli uni e gli altri, e vivano del torre. 

Chi, nato in trono, non conobbe uguali, 
Spesso è il minor di tutti. 
Ma il peggior, no; perchè dai vizj brutti 
lyO esenta in parte il non aver rivali. 

Ma chi povero, oscuro e vii si nacque. 
S'ei mai possanza afferra, 
La lunga rabbia che repressa tacque, 
Fa che a tutti i dappiù muova aspra guerra. 

AUor la invidia e crudeltà plebea, 
De' Grandi l'arroganza, 
Immedesmate entro una pianta rea, 
Forman lo scettro orribile di ferro 
D'un Re, che in capo ha il pazzo, in cor lo sgherro. 



X. — I yiovemhre 1794. 

Là dove Italia boréal diventa, 
E dai prossimi Galli imbarbarita, 
Coll'w coW!cU, QoWàn, coWòn, spaventa 
Ogni orecchia di Tosche aure nutrita, 

Là nacqui, e duolmen forte; e a me il rammenta 
La mia lingua al bel dire intirizzita, 
L'illegittima frase scarsa, e spenta 
D'ogni lepor, d'ogni eleganza ardita. 

Ahi fiacca Italia, d'indolenza ostello, 
Cui niegan corpo i membri troppi e sparti. 
Sorda e muta ti stai ritrosa al bello ? 



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Da' tuoi gerghi, e dal Gallico, ti parti ^ ; 
Al tornar Una, il primo voi fia quello; 
vSeguiran tosto vere alte bell'arti. 



XI. — 18 dccemhrc 1794. 

Del Popol piaga, e non del Po poi parte, 
La Plebe ell'è; che viziosa, ignuda. 
Tremante serva, e ser\ilmente cruda, 
Le corrotte cittadi ingombra e parte. 

Fera, volubil, stupida, in altr'arte. 
Che bramar tutto, e nulla oprar, non suda : 
Sempre anelante ch'argine si schiuda 
Onde inondando possa ella ingojarte. 

Popolo siam noi soli, a cui l'artiglio 
D'immondi bruti la ragion troncava; 
Noi, fatti dotti dal conuui periglio. — 

A freno, a fren, la insana greggia ignava 
Pane e Giustizia, e inesorabil ciglio, 
In uom la cangi; o la perpetui scliiava. 



XII. — 8 f!^cnnaìo 1795. 

Pregio mi fo di quattro cose, e grado 
Ne so non lieve al donator Destino, 
Ch'oltre il dovere a favorirmi inchino, 
Fa sì che ignoto in mandria vii non vado. 



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1 Per mancanza di vero amor proprio, le diver.se Provincie 
d'Italia si o.stinano a parlare il dialetto Calabrese, Veneziano, 
(rcuovese, Bolognese, Piemondese, Romagnuolo ecc. K così pnre, 
per mancanza totale di alti sensi, di memore e risentito animo, 
e di conoscenza e stima del valore della propria vera lor lingua 
scrivibile, si avviliscono essi ad imparare e balbettare la bruttis- 
sima lingua d'ut! bruttissimo popolo. — Nola dell'Autore. 

Alkikri, li. 27 



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ì)Ai, « MisoGAi«i,() »; 1795 



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Fumnii, il non nascer plebe, il don men rado ^ ; 
Terzo estimo il non nascer Parigino; 
Poi vien, l'avere in me spirto Latino, 
Bench'io nato in servile immondo guado: 

Ma il don, ch'io pongo d'ogni dono in cima, 
K la scintilla di Apolhneo raggio, 
Che il cor m'invade, e innalza, ed arde, e lima. 

S'io di plebe, o di Gallia, o di servaggio 
I^iglio era sozzo, in prosa io mai né in rima 
Dar non ])otea di me niun alto saggio -. 



XIll. 



12 gennaio 1795. 



Tra i Galli schiavi, e in schiavitù gaudenti, 
Molti anni io stava, e carmi assai scrivea, 
Costretto ognor dalla feroce Dea, 
Libertà, fonte in me di caldi accenti. 

Ecco ch'a un tratto a balbettar sorgenti 
Una qualche non lor libera idea 
Quei profumati barbari io vedea, 
Rapina, e sangue, e tirannia volgenti. 

Ma che perciò ? Liberi i Galli, od io 
Vii servo son, perchè in augusto tema 
Non l'oprar lor, ma il dir, consuona al mio ? 

Liberto, il voi d'uom libero non prema: 
Io comprai libertà, donando il mio"'; 
L'altrui furando, i servi ebber diadema ^. 



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iwaF.i 



Dai, « MisoGAi,i,o » ; 1795 



419 



XIV. — 30 gennaio 1795. 

Mono-aspri-vili-sillabi nasali 
Sono il corredo di quel gergo rio, 
Cui del cannone al suon trar dall'oblio 
vSforzansi i Galli, a Grecia invan rivali. 

Stolti, tacciando di sesquipedali 
Le altrui voci rotonde, il falso brio 
Delle affollate antitesi fan Dio, 
K ne intesson lor rune androginali. 

Tai prosacce appaiate ei chiaman cìiant, 
Voce, che urlanti fa fuggire i cliiens. 
Pria che narri il cantore V argnment. 

A spa\'entar Pirene, e l'Alpi, e il Rhin, 
Più che lor armi assai, fia suffìsant 
Di un qualche Gallo vate un sol qiiatrain ^ 



XV. — 31 gennaio 1795. 

Gracchiare il doce usignoletto apprenda. 
L'ape a nmggire, o ignobil raglio il cigno; 
La marra Achille, od altro abbietto ordigno 
Tratti, onde altrui risibile si renda: 



1 Cfr. Vita, I. i; p. 3. 

'^ Cioè: se io nasceva plebeo, avrei scritto o adulatoriamente 
o insolentemente sui grandi, come timido, od invidioso. Se io 
nasceva schiavo nell'animo, avrei scritto come un Francese. Se 
io nasceva Francese, avrei scritto come uno schiavo. E se Apollo 
finalmente di alcuno suo raggio non mi graziava, non avrei scritto 
uè pure il M isogallo. — ■ Nota dell'Autore. 

^ Cfr. Vita, IV, 6; p- 206 ss. 

* E perciò essendo stata ricono.sciuta già da molte Potenze 



A 



la nuova Repubblica Francese, e trattandosi di denominarla essa 
pure con un titolo Aulo-politico, si è convenuto segretamente, che 
come si dice la Porta Ottomana, i Gabinetti dei Principi, le due 
Camere d'Inghilterra; così d'ora innanzi diplomaticamente di- 
rassi, le due Anticamere Francesi. — Nota dell'Autore. 

1 lya sola ortografica analisi di questa schifosa parola, che dee 
voler dire quartina, è più che bastante a definire la stupida bar- 
barie di questo muto gergo. Scrivono quatrain per pronunziare 
Catrén, ma con la n nasalissima Ebraica. — Nota dell'Autore. 



/ 



420 



Dai, (( MisoGAixo »; 1795 



Dai. «MisoGAi.1,0 »; 1795 



421 



/ 



Venali fogli ebdomada rj imprenda 
L'alto Cantor di quest'Eroe ferrigno: 
Men turpe ciò, ch'uom Tosco, udir benigno 
(ili urli dei Galli, e ch'a impararli intenda. 

Di scabro ])ronzo soppannar l'udito, 
La lingua armar di sozzo ottuso ferro, 
Per poi macchiar l'almo sermone avito ? 

Tuoi Toschi a trarre di sì stolid'erro \ 
Febo, aiutami, o tu; s'io pur gradito 
Vate indefesso all'are tue mi atterro. 



\ì 



XVI. I febbraio 1795. 

L'Attica, il Lazio, indi l'Ktruria. diero 
In lor varie flessibili favelle 
Prove a migliaia, ch'ogni cosa è in elle, 
E il forte e il dolce e il maestoso e il vero. 

Tarde poi, sotto anunanto ispido fero, 
Sorser l'altre Europee genti novelle, 
Stridendo in rime a inerme orecchio felle, 
E inceppate in pedestre sermon mero. 

Ciò disser, carmi; e chi '1 credea, n'è degno. 
Xè bastò; ch'essi, audacemente inetti, 
Osaro anco schernir l'Italo ingegno. 

Di tai loro barbarici bei detti 
Vendicator, d'ira laudevol pregno. 
Giungo, securo dall'averli io letti -. 



^ I Greci, ancorché conquistati dalle armi, e non dalle chiac- 
chiere, né dagl'inganni, dei Romani, non impararono già per tntto 
ciò la lingua latina; ma bensì i Romani la greca. Chi non si «sente, 
merita calci, e riceveli a maraviglia; ma chi si risente, li restituisce 
al doppio. — Nota dell'Autore. 

2 E, leggendoli, trovatili tali, da non mi far paura nessuna; 
che se i loro P^pigrammatisti hanno pure per intero i trentadue 
denti, io me ne sento in bocca sessantaquattro tutti frementi, 
senza però emettere mordendo una voce canina come la loro. — 
Nota dell'Autore. 



^' 



XVIL — 2 febbraio 1795. 

Finche turbo di guerra orrido stride 
(Guerra inegual. che i pravi ignudi molti 
Muovono ai pochi pingui umani, e stolti). 
Chi ha cuore, e pane, e senno, in ver non ride. 

Vii scelleranza. a cui licenza arride, 
Tutto l'altrui fa suo; gli schiavi ha sciolti; 
Liberi e buoni in duri ceppi ha colti ; 
Odia i Tiranni, e Libertade uccide: 

Sospende sovra ogni non empia testa 
Infra scherni servili, a debil crine 
La stanca scure, e di troncar non resta. — 

Non torran perciò a me libero il fine. 
Ne i Re plebei, sozza genia funesta. 
Né i veri Re, uè le infernali Erine \ 



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s 



XVIII. — 6 febbraio 1795. 

D'ispido turpe verro aspro grugnito 
Orribilmente mordemi l'orecchio. 
In fra Pinti e San Gallo, ov'io da vecchio ^ 
Cercando il Sol passeggio intirizzito. 



1 Ella è veramente tra tutte le impudenze la più stupida, 
quella di costoro; che, obbedendo, e tremando e servendo ad un 
Robespierre, ardiscono parlar di tirannide, e promulgare l'odio 
contro i tiranni: e si vede, che tanto conoscono i nomi, quanto le 
cose. — Nota dell'Autore. 

2 Pinti e San Gallo sono due porte di Firenze verso tramon- 
tana A quella di Pinti si pesano i niajali vivi, che con urli orribili 
si mostrano recalcitranti al pagare l'introito loro al Principe, ed 



II 



422 



Dal « MisoCAi,i,o » ; 1795 



Dal « M1S0GALL.0 »>: 17QS-96 



431 



I 



■)i * / 



Pure, a turarmi il flagellato udito 
Io qui molto men ratto mi apparecchio, 
Di quel ch'io fea con cera o con capecchio 
Quando fra i Galli stavami assordito. 

Di strette nari uscente un muto urlio 
Mi perseguia per tutto a Senna in riva, 
Laudare udissi o bestemmiare Iddio. 
Chiesa e teatro ed assemblea feriva 
Spietatamente il miglior senso mio, 
Si che il di mille volte io là moriva. — 
Deh, tu, d'Averno Diva 
Fammi udir poi nel lagrime voi Orco. 
Pria che Galla Sirena, Etrusco porco ! 



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XIX. ■ — 20 febbraio i79.> 



EPIGRAMMA III. 

5 novembre 1795. 

Maravigliose veraniente e nuove 
L'opre dei Galli or sono. — - 
Fatto già del lor Re vedovo il Trono ; 
E la Salica Legge, 

Che avean dai tempi del barbato Giove, 
Scartata anch'essa; ornai Galha si regge 
Non più a Re, come pria, bensì a Regina, 
Promossa al sacro onor la Guigliotina K 

Ma di sì ria pedina, 
Che in isposa al Terror promessa s'è. 
Rinascerà ben tosto un Più che Re. 



\ 









L'TTom che minor d'altr'Uom si estima, è spesso 
(Mercè sua fiacca opinion fallace). 
Non che ad altrui, minore anco a se stesso, 
K. inerte vela, senza vento ei giace. 

Ma chi il contrario inverecondo eccesso, 
Figlio di stolta ebra impotenza audace. 
Spinge a stimarsi, con dileggio espresso 
D'o<Tni altro; a ogni altro quegli inver soggiace. 

In tai due estremi, due vicine genti 
Stanno. gl'Itah e i Galli: ambo son poco; 
Nulla quei, tutto questi in sé veggenti. 

Pur ridestarsi può di^àno fuoco 
In quelle, ov'arse un di, robuste menti; 
Non mai ^destarsi ove" impudenza è giuoco. 



in questo assai men docili, e di più libero animo, i porci, che non 
sono i Francesi; poiché questi, senza dir molto, pagano alla loro 
Convenzione, ed imposizioni tiranniche, ed imprestiti sforzati, 
ed ogni loro avere, ad arbitrio assoluto del Sovrano, che non perde 
neppure il tempo a pesarli. — Nota dell'Autore. 



EPIGRAMMA IV. 

18 fi^ennaio 1796. 

Si dice che dicea non so qual Papa 
Palpandosi la tiara: — Oh quanto bene 
Ci fa quest'ampia favola di Cristo! — 
Così, cred'io, dice ora il ben più tristo 
Gruppo de' nuovi Gallici Pent archi. 
Rimpannucciati, e di ricamo carchi, 
Le pancette palpandosi ornai piene. 
E dianzi avvezze al cav^olo e alla rapa 
— Oh beata novella cecità! 
Quanto a noi fa pur bene 
La tavoletta della Libertà! 



^ Iva Guigliotina, parola barbara-piacevole, è una mannaja 
a contrappesi, un po' rimodernata e incipriata da un medico mac- 
chinista, chiamato Guillotin, il quale, non avendo forse pratiche 
abbastanza, si fece un nome con questa nuova ricetta, che popolò 
in pochi anni l'inferno essa sola, più assai che tutte le Farmacopee 
e Medici dell'universo in più secoli, — Nota dell'Autore. 



422 



Dai, « MisoGAi^i^o » ; 1795 



Dal « M1S0GAL1.0 »: lyq^^-qf) 



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7 



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Pure, a turarmi il flagellato udito 
Io qui molto men ratto mi apparecchio, 
Di quel ch'io fea con cera o con capecchio 
Quando fra i Galli stavami assordito. 

Di strette nari uscente un muto urlio 
Mi perseguia per tutto a Senna in riva, 
Laudare udissi o bestemmiare Iddio. 
Chiesa e teatro ed assemblea feriva 
Spietatamente il miglior senso mio, 
Sì che il di mille volte io là moriva. — 
Deh. tu, d'Averno Diva, 
Fammi udir poi nel lagrime voi Orco. 
Pria che Galla Sirena, Ktrusco porco ! 



I 






XIX. — 20 febbraio t70,> 

L'Uom che minor d'altr'Uom si estima, è spesso 
(Mercè sua fiacca opinion fallace). 
Non che ad altrui, minore anco a se stesso, 
E. inerte vela, senza vento ei giace. 

Ma chi il contrario inverecondo eccesso. 
Figlio di stolta ebra impotenza audace. 
Spinge a stimarsi, con dileggio espresso 
D'ogni altro; a ogni altro quegli inver soggiace. 

In tai due estremi, due vicine genti 
Stanno. gl'Itali e i Galli: ambo son poco; 
Nulla quei, tutto questi in sé veggenti. 

Pur ridestarsi può dÌA'ino fuoco 
In quelle, ov'arse un di, robuste menti; 
Non mai ^destarsi ove' impudenza è giuoco. 



in questo assai men docili, e di più libero animo, i porci, che non 
sono i Francesi; poiché questi, senza dir molto, pagano alla loro 
Convenzione, ed imposizioni tiranniche, ed imprestiti sforzati, 
ed ogni loro avere, ad arbitrio assoluto del Sovrano, che non perde 
neppure il tempo a pesarli. — Nota dell'Autore. 



EPIGRAMMA III. 

5 novembre 1795- 

Maravigliose veramente e nuove 
L'opre dei GalU or sono. — - 
Fatto già del lor Re vedovo il Trono ; 
E la Salica Legge, 

Che avean dai tempi del barbato Giove, 
Scartata anch'essa; ornai GaUia si regge 
Non più a Re, come pria, bensì a Regina, 
Promossa al sacro onor la Guigliotina ^ 

Ma di si ria pedina, 
Che in isposa al Terror promessa s'è. 
Rinascerà ben tosto un Più che Re. 



EPIGRAMMA IV. 

t8 <yennaio ly^^. 

Si dice che dicea non so qual Papa 
Palpandosi la tiara: — Oh quanto bene 
Ci fa quest'ampia favola di Cristo! — 
Così, cred'io, dice ora il ben più tristo 
Gruppo de' nuovi Gallici Pent ardii, 
Rimpannucciati, e di ricamo carchi, 
Le pancette palpandosi omai piene, 
E dianzi avvezze al cavolo e alla rapa 
— Oh beata novella cecità! 
Quanto a noi fa pur bene 
La tavoletta della Lii^ertà ! 



1 L,a Guigliotina, parola barbara-piacevole, e una mannaja 
a contrappesi, un po' rimodernata e incipriata da un medico mac- 
chinista, chiamato Guilloiin, il quale, non avendo forse pratiche 
abbastanza, si fece un nome con questa nuova ricetta, che popolò 
in pochi anni l'inferno essa sola, più assai che tutte le Farmacopee 
e Medici dell'universo in più secoli. — Nota dell'Autore. 



Dai, « Misoc;ai,i,o »; 1796 



. «^ V — 



Dai, « MisoGAi^Lo »; 1796 



XX. — 20 gcuìuiio 1796. 

AgoraslocUs. A^ite, iiispicite, aiirum est. 
ColIybiscHS. Profcclo, Spectatores, comicum. 

Pi. ALTI s, Poennlns, III, 2, 20. 

Ag. Oro è ijuesto. guardatelo. 

Coli. Davvero, 

Spettatori, gli e un oro da commedia. 

h' Assciinato è tra i Galli ini fogliolino 
Con cifre e bolli e finiic. emblemi e motti: 
Finge e scaccia i metallici prodotti : 
Ridendo il dai, ma il prendi a cajx) chino. 

Nozze, ove in ac([na è trasmntato il vino, 
Son qneste; e nuito il reo prodigio inghiotti: 
K se increduli v'ha, tosto lìen dotti 
Dal carnefice Po poi Parigino. 

Breve poter, ma immenso, ha l'empia carta, 
Che i già ricchi, or pezzenti e disperati, 
Coll'alt amata plebe in un coarta. 

Tutti a forza il Terror li s])inge armati; 
Vincon l'Europa, ch'anzi a lor si ap])arta: 
Ma non può Gallia vincer gli Assegnati. 



XXI. ■ — .'6 gennaio 1796. 



O, degli Uomini tutti, e in un de' Numi, 
Sonno, tu Re 

O.MERO, Iliade, XIV, v. 2-^1. 



Giunte sporge le mani, e genuflesso 
La pace implora il gran ^lonarca Ibero ^ 
Dagli assassini, che morte empia diero 
Al loro Re, della cui stirpe è anch'esso. 



iiamtk 



Pace ottien ecco, e vituperio espresso, 
Ch*e il suo nome incastona in turpe zero. 
Già per l'altrui viltade il Gallo altero 
Sforzato è or quasi ad apprezzar sé vStesso. 

Ben tutta è lezzo nostra Kuroj^a infame, 
Poiché in fetore né alla Gallia cede, 
K a sé di sua putredine fa strame. 

Ardiam. su dunque, ampie funeree tede 
Di Nazioni estinte al \'il carcame. 
Se ai Galli ognuna esser minor si crede. 



XXII. --- concivUSionp:. 

Giorno verrà, tornerà il giorno, in cui 
Redivivi omai gl'Itali, staranno 
In campo audaci, e non col ferro altrui 
In vii difesa ^ ma dei Galli a danno. 

Al forte fianco sproni ardenti dui, 
Lor virtù prisca ed i miei carmi, avranno: 
Onde, in membrar ch'essi già fur. ch'io fui, 
D'irresistibil fiamma avvamperanno. 

E armati allor di quel furor celeste 
Spirato in me dall'opre dei lor Avi, 
Faran mie rime a Gallia esser funeste. 

Gli odo già dirmi: - O Vate nostro, in pravi 
Secoli nato, eppur create hai queste 
Sublimi età, che profetando andavi. 

Tenea '1 Ciel dai Ribaldi, Alfier dai Buoni. 






^ È nota la umil pace ricevuta dalla Spagna, e impostale dalla 



Repubblica Francese. Ma conviene anche dire, che di una tal tur- 
pitudine non fu inventrice prima la Spagna, poiché di parecchi 
mesi fu preceduta dalla Prussia, che diede l'esempio di sacrificare 
l'onore, senza neanche renderlo. — .Va/a dell' Autore. 

1 Cfr. Fri^iCAiA, .son. Italia, Italia, tu cui feo la sorte 
Né te vedrei del non tuo ferro cinta 
Pugnar col braccio di straniere genti, 
Per servir sempre, o vincitrice o vinta. 



i 







SULL ARTE COMICA IN ItALIA. 



Risposta alla Lettera di Ranieri de' Calsabigi 
sulle quattro prime tragedie. 

Schiarimento sull' « Alceste seconda > . 



Esortazione a liberar l'Italia dai Barbari. 



■if, vHtl y: 



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.^Ur.I^'ARTE COMICA IN ITAUA 









Parere deij/Autore suei/arte comica ix Italia. 



Per far nascere teatro in Italia, vorrebbero esser prima 
autori tragici e comici, poi attori, poi spettatori. 

Gli autori sommi possono bensì essere impediti, ma 
non mai da nessun principe uè accademia creati. 

Quando ci saranno autori sommi, o supposto clie ci 
siano, gli attori, ove non debbano contrastare colla fame, 
e recitare oggi il Brighella e domani l'Alessandro, facil- 
mente si formeranno a poco a poco da sé, per semplice 
forza di natura, e senza vermi altro principio della ])ropria 
arte, fuorché di sapere la lor parte a segno di far tutte 
le prove senza ranunentatore ; di dire adagio a .segno di 
poter capire essi stessi, e riflettere a quel che dicono 
(mezzo infallibile per far capire e sentire gli uditori) ; ed 
in ultimo, di saper parlare e pronunziare la lingua toscana; 
cosa, senza di cui ogni recita sarà sempre ridicola. K pre- 
scindendo da ogni disputa di primato d'idioma in Italia, 
è certo che le cose teatrali sono scritte, per quanto sa 
l'autore, sempre in lingua toscana; onde vogliono essere 
pronunziate in lingua e accento toscano. E se in Parigi 
un attore prommziasse in un teatro una sola parola fran- 
cese con accento provenzale o d'altra i)rovincia. sarebbe 
fischiato, e non tollerato, quando anche fosse eccellente 
])er la comica ^ 

Gli spettatori pure si formeranno a poco a poco il 
gusto, e la loro critica diventerà acuta in proporzione che 
l'arte degli attori diventerà sottile ed esatta : e gli attori 
diventeranno sottili ed esatti, a misura che saranno edu- 
cati, inciviliti, agiati, considerati, lil)eri, e d'alto animo: 



1 Cfr. Vita. IV. 13. p. 264-65. 



■M*'"*"JJ>IU ' 






Suix'arte comica in Italia 



Sull'arte comica in Italia 



431 



questo vuol dire, per prima base, non nati pezzenti, né 
della feccia della plebe. 

Gli autori in fine si perfezioneranno assai, quando, re- 
citati da simili attori, potranno veder in teatro l'effetto 
per l'appunto d'ogni loro più menoma avvertenza, e giu- 
dicare dall'effetto dove s'abbia a mutare, dove a togliere, 
dove ad aggiungere. K fra autori, attori e spettatori, che 
tutti tre sanno e fanno il dover loro, presto si cammina 
d'accordo; e non solo ogni sillaba e punto, ma ogni più 
sottile intenzione dell'autore ha e dimostra, per mezzo 
dell'attore, il suo effetto presso gli spettatori. Questi tre 
si danno la mano, e sono ad mi tempo stesso tutti tre a 
vicenda cagione ed effetto della perfezione dell'arte. 

Restringendo dunque in brevissime parole il tutto, 
dico, che. quando ci saranno gli autori somnù, e si paghe- 
ranno moltissimo gli attori perchè divengan tali, gli spet- 
tatori saran belli e fatti. Un attore, che dirà bene delle 
c